Archivi del mese: aprile 2013

Errano: inverno attorno al fiume

ovvero… il fronte inglese. Le zone che possono che aver visto coi loro occhi gli ” inglesi ” quando attraversarono il fiume Lamone per la battaglia di Faenza. Camminarci è meraviglioso. Anche d’ inverno. Certe volte la campagna ha un fascino indescrivibile; ai piedi delle prime colline (sembra la Provenza) con questi pini, con l ‘olmatello che svetta, è una roba… Qui c’è un giro a piedi, passando sulla chiusa e ritorno, di appena 6,57 Km (si fanno bene bene…) che è una chicca.

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Mussolini – l’ultima verità

Oggi, 28 aprile 1945.

ultimaveritaMSulla fine di Mussolini sono stati scritti fiumi di parole, si sono fatte mille ipotesi, sono stati portati alla ribalta diversi testimoni con contrastanti rivelazioni che non hanno fatto altro che confondere le acque.  Per dare nuova linfa vitale ai possibilisti che mi leggono ripropongo una tesi apparsa diverso tempo fa.

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nel Senio della memoria… del comunismo

Per una volta potrò essere un tantino polemico. Chi mi legge mi perdonerà.

10° edizione della camminata lungofiume Nel Senio della Memoria 2013. Bellissima. Ho calcolato essere 19.7 km fino da Cotignola (partenza solita) ad Alfonsine. Giornata eccezionale: sole, un filo di aria (diversamente ci saremmo cotti al sole). Se non la prendi da podista i 20 km si fanno benissimo. Ho notato (ma me l’aspettavo) che quest’anno non ci sono state delegazioni di ex-partigiani agghindati e non ho visto squadre di vigili urbani ( chiedo scusa: Polizia municipale!!!) nei luoghi di attraversamento stradale come gli anni scorsi. Sarà la crisi. Saranno i tanti impegni. Sarà la contingenza, sarà?!

Un mare di gente.  Merito di Primola. Ma un giallo era in agguato ad Alfonsine.

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Completamente inaspettato … un comizio! Si presenta il giornalista Loris Mazzetti,  scrittore, dirigente Rai 3, per farci il suo polpettone Resistenziale ( fin qui tutto bene…). Due parole per la memoria, per ricordare ai giovani. Poi, mentre si prepara, noto che ha in mano 6 fogli scritti a mano. 6 fogli? Urca. Mia moglie mi guarda e ride di gusto. Andiamo avanti. Ad un pubblico stanco, accaldato  e reduce dalla consueta lotta per il posto a sedere, ci dice essere un iscritto da vecchia data all’ANPI di Ravenna (lui però è di Bologna). ” la Resistenza è adesso come allora… anche se con qualche errore ci ha regalato la nostra Costituzione… /… anche se esistono voci come quella di Pansa ne Il Sangue dei Vinti che ci calunniano… dobbiamo resistere! / resistere a Berlusconi!… ” . E via con un discorso sull’ antifascismo accordato su un tono di veemenza che mi ha fatto impressione! Con il pugno chiuso alzato come si faceva 60 anni fa.
Mia moglie continuava a guardarmi mentre rideva di gusto. Io che cercavo di restare integro dopo aver tirato 2 o 3 crepe…! Ad un certo punto, una signora anziana dietro di me, dopo essersi asciugata la fronte accaldata, ha esclamato:  « ma è matto questo qua? ». Un comizio in piena regola. In questa stanza colma di gente, di bambini, di mamme con carrozzine, di babbi scocciati e di bocche colme di fette di torta e pizzette è opportuno fare un discorso di quasi venti minuti probabilmente concordato con L’ANPI? Non so.

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Un grande. Un grande anche quando ci ha detto che – i giornalisti in quanto tali sono sempre custodi della verità… – . Mah. Sarà vero; ma in altra sede il sig. Loris Mazzetti, giornalista, scrittore, dirigente Rai 3 avrebbe sicuramente trovato interlocutori che gli avrebbero mostrato qualche resistenza al suo ideale di Resistenza, qualche perplessità; ma questo è un altro discorso. Un discorso più sostenibile è invece ” la misura “,  di buonsenso  nel capire il contesto del ” dove ti trovi ” e nel non esagerare. E’ una questione anche di educazione. Ciò non offusca la stima che serbo per lui.  Del discorso fatto rimane la mancanza della stretta di mano alla staffetta partigiana che gli era accanto e che l’avrebbe voluto tanto. Infine, rimane l’impressione che abbia pronunciato il suo discorso come da copione per poi uscire di scena con aria un po’ contrariata. Sono certamente tutte opinioni personali, ma nel teatro delle possibilità si deve considerare che il pubblico non è sempre formato da soli iscritti ANPI. Oltretutto, nel 2013. Tutto qua.

gialli.

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Nel Senio della memoria 2013.

Questo non è un resoconto: è il mio resoconto. Come l’ho visto io. Il mio diario.    Come sempre.

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avatar185solo


diamo i numeri

oggi 26 luglio 1943.

Se fossimo a Milano potremmo assistere al primo comizio tenuto dai comunisti in Italia dopo vent’anni di fascismo. Oratori del PCI parlerebbero dal tetto di un camioncino della Bompiani davanti ad una folla di alcune centinaia di persone in piazzale Oberdan a porta Venezia. ingrao_comizioMiPromotore della manifestazione sarà Elio Vittorini che inviterà a parlare ad un contesissimo microfono anche Pietro Ingrao, un militante clandestino comunista che in quel momento non poteva essere considerato ancora nemmeno un cronista dell’ «Unità».

Di questo avvenimento, per esempio, Giorgio Pisanò ne capovolge il senso politico modificandone completamente anche il successo popolare .

Potrebbe sembrare una tecnica da risoluto imbonitore, ma sebbene in qualche modo comprensibile, le cifre fornite dai libri che trattano di storia possono variare anche di molto. Forse troppo. Come risultato appare evidente che la vicinanza alla verità è sempre comunque difficile da raggiungere. Ne deriva un assioma: chi scrive racconta la sua verità.

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Difficile. Chi scrive ha capito che solo respirando la stessa aria di Mussolini si può capire la ” vera verità” sul Fascismo e sulla Resistenza. Chi scrive spesso è reo di fazio. Non del fascio, ma della fazio, della faziosità. Quando ci si relaziona con qualcuno è molto difficile prescindere dalla propria animosità, dal proprio ” io “.

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Se nel momento della caduta del fascismo il PCI clandestino contava circa 3 o 4 mila iscritti (fonte: P. Chessa), lo scrivere che erano 6 mila e forse oltre (fonte: ANPI) significa imporre una verità doppia o più. E c’è una bella differenza. Renzo De Felice, seguendo i dati del PCI, valuta in 20 mila i comunisti che nel febbraio 1945 erano nelle formazioni partigiane. Una dato non confermato ma che in breve aumenterà a 30 o 40 mila nel marzo 44. Infatti Montanelli (fonte: L’Italia della Guerra civile) asserisce che quegli iscritti non erano invece più di 3 mila in tutta Italia. Registriamo anche questa informazione.

A fine guerra, i certificati di – partigiano combattente – concessi dall’ANPI saranno 223.639.

Secondo Ferruccio Parri, al momento dell’insurrezione sarebbero stati almeno 70 mila. Ma secondo i dati del Cvl (Corpo volontari della libertà) al 26 aprile 1945 ammonterebbero invece a 130 mila. Un calcolo offerto dalla Storia del servizio militare in Italia di V. Ilari ci mostra 371.633 combattenti (?!?) tra comunisti e «patrioti». Quindi considerato che man mano che gli Alleati conquistavano la penisola i partigiani delle zone liberate smettevano di essere tali, è verosimile che si contino 130 mila combattenti e circa 72 mila patrioti (cioè … non comunisti). Un numero decisamente diverso da quello sbandierato dall’ANPI di 280 mila combattenti, subito dopo la Liberazione, da opporre ai 202 mila (ottenuti dai 130mila+72mila).

Sembra uno di quei dannati problemi di matematica coi rubinetti e l’acqua che non ci hanno fatto dormire alle elementari. Stessa manfrina (o solfa) per il conto delle vittime di guerra. Quindi un altro assioma:

per studiare la storia occorre essere laureati in matematica!

Infatti si parla di tabelle. Secondo quelle di Ilari, gli arruolati di leva, richiamati e volontari le armate di Salò furono 575 mila soldati (fonte: Chessa). Secondo l’OKW (Wehrmacht) erano solo 320 mila soldati + 260 mila lavoratori militarizzati, secondo l’ANPI invece i saloini furono più di un milione e secondo Pisanò 850 mila. Qui all’ angolo c’è una farmacia se si ha mal di testa.

Per le vittime è un po’ più complesso. (Aiuto!) La statistica offerta dalla bibliografia è sconvolgente. Fra il settembre 1943 e l’aprile del 45 si contano 188 mila morti (fonte: Chessa); per Renzo De Felice sono 122 mila e circa 300 mila per l’ANPI con predominanza di civili.

Sulle dimensioni effettive delle violenze postbelliche si è sollevata un’aspra polemica in Italia fin dal dopoguerra. I due estremi parlano di 1.732 morti secondo l’allora ministro Mario Scelba e di 300 mila morti, secondo diverse fonti neofasciste. Reportage e studi scientifici più accurati hanno riscontrato cifre intermedie: 12.060 assassinati nel 1945 e 6.027 nel 1946 secondo lo studioso tedesco Hans Woller dell’Università di Monaco; 30 mila, secondo Ferruccio Parri, in una intervista con Silvio Bertoldi; il reduce della RSI Giorgio Pisanò giunse a stimare il numero dei morti fascisti o presunti tali in 48 mila, comprendendo però nel computo anche gli italiani d’Istria e Dalmazia trucidati dai partigiani jugoslavi. Guido Crainz analizza i vari dati, spesso molto criticamente, ritenendo esagerate le cifre proposte da Pansa e da Pisanò e indicando invece come realistica la cifra di 9.364 uccisi o scomparsi “per cause politiche” secondo i rapporti di polizia del 1946. Pansa afferma che Crainz è un visionario parlando di 30 mila epurati dalla polizia partigiana fino al 1948. Altri rapporti ufficiali ci ricordano che i fascisti uccisi sono 19 mila; molti siti e blog scrivono fino a 40 mila. Enzo Biagi (la Seconda Guerra mondiale) riporta cifre ancora diverse. Onde evitare emicranie altrui chiudo qui il discorso con una utile massima di Harold MacMillian:

chi paga il suonatore stabilisce la musica -.

non si può avere un direttore d’orchestra?

(osservazione di Team557)


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