Archivi del mese: luglio 1943

Inutili consigli al Re

Non so cosa fecero, nelle ore successive, i protagonisti di quella notte. So solo che Farinacci si precipitò dall’am­basciatore tedesco von Mackensen a informarlo dell’ac­caduto e a chiedergli rifugio; Bottai, Bastianini e Bignar­di si riunirono in casa Federzoni per ricostruire la seduta sulle note e gli appunti che avevano preso; Grandi era impegnato in un’altra battaglia.
Rientrato a Montecitorio mentre albeggiava, il suo segretario Talvacchia gli disse che Acquarone non aveva fatto che tempestare al telefono durante l’intera notte. Grandi gli diede appuntamento in casa di Mario Zam­boni, con cui era già d’accordo e che fu testimone del colloquio dalle quattro alle sei del mattino. Grandi rias­sunse rapidamente il dibattito, consegnò perché fosse ri­messo al sovrano il secondo esemplare dell’ordine del giorno firmato dai diciannove, e pregò Acquarone di ri­ferire al Re quanto segue:

1) Il GranConsiglio, come organo supremo del re­gime, era costituzionalmente qualificato a proclamare la fine della dittatura e lo aveva fatto restituendo alla Co­rona i pieni poteri.
2) Dalla discussione era emerso che Mussolini, Scorza e Farinacci non accettavano il fatto compiuto, quindi non c’era un’ora da perdere per impedire ch’essi preparassero qualche sorpresa, magari d’accordo con i tedeschi.
3) In ogni caso, una reazione della Germania era inevitabile e perfino desiderabile. Aggrediti, gl’Italiani si sarebbero trovati automaticamente in guerra con essa, e ciò avrebbe reso assurda e insostenibile la pretesa degli alleati di una «resa incondizionata».
Gli Anglo-america­ni, in luogo di combattere contro di noi, si sarebbero tro­vati automaticamente costretti ad accorrere per soste­nerci e combattere al nostro fianco contro il nemico co­mune.
4) Bisognava stabilire con gli alleati un contatto im­mediato: e ciò imponeva la formazione di un governo che non prestasse il fianco ad accuse di fascismo. Grandi proponeva di affidarlo al Maresciallo Caviglia, glorioso soldato, che non era mai sceso a compromessi con il regi­me, e come ministro degli esteri suggeriva Alberto Pirel­li, che gli inglesi conoscevano e stimavano. Quanto a se stesso, offrì i propri servigi come agente di collegamento (ma senza apparire) con Sir Samuel Hoare ambasciato­re britannico a Madrid, suo vecchio amico. Non poteva e non doveva fare di più.

Grandi mise inoltre in guardia sopra i pericoli di un colpo di mano militare, che avrebbe abbassato l’Italia al livello del Nicaragua e si dichiarò pronto a convocare le Camere per il giorno seguente, allo scopo di dare legitti­mità al nuovo governo che sarebbe stato nominato dal Re, evitando così che si determinasse una pericolosa so­luzione di continuità nella nostra vita costituzionale.
Queste proposte furono fatte davanti a Mario Zam­boni, e dimostrano come gli uomini del Gran Consiglio fossero del tutto all’oscuro di ciò che i militari stavano tramando e purtroppo avevano già deciso. Grandi ne ebbe il sospetto quando Acquarone gli obiettò che forse Badoglio era meglio di Caviglia. Grandi gli riferì il con­tenuto della lettera servile di Badoglio che Mussolini aveva letto in Gran Consiglio e dalla quale risultava che era stato Badoglio a prendere l’iniziativa perché fosse tolto al Re il comando delle forze armate, secondo l’arti­colo 5 dello Statuto, e attribuito a Mussolini; e gli ricor­dò tutte le sostanziose prove di docilità e complicità che il Maresciallo aveva dato al regime. Acquarone non insi­sté. Ma, alzandosi, disse; «Be’, speriamo che finalmente il Re si decida ad agire».
Come poi abbia agito, purtroppo lo abbiamo visto tutti.
Il Re non tenne nessun conto di ciò che Grandi aveva raccomandato ad Acquarone, ammesso che costui glielo abbia riferito;
anzi il Re fece esattamente il con­trario.

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Indro Montanelli. 1963.

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L’estremo ricatto

Grandi tentò di diradare quell’atmosfera di intimidazio­ne. «Ponendoci alla scelta tra la fedeltà alla patria e la fe­deltà a lui» gridò «il Duce esercita un ricatto.
Ma noi non possiamo esitare: siamo fedeli alla Patria».
E con lo sguardo invitò Scorza a prendere posizione. Il segretario del partito era in quel consesso la più alta autorità, dopo il dittatore. E tutti sapevano che, dopo aver dato l’ade­sione a Grandi, l’aveva confermata; Ma in mezzo al generale sbigottimento. Scorza pronunciò una violenta re­quisitoria contro i «traditori», dai quali la rivoluzione disse, aveva il diritto di difendersi e si sarebbe difesa.
Dopodiché lesse un suo ordine del giorno per il conferi­mento di maggiori poteri al Duce e invitò l’assemblea ad approvarlo all’unanimità. De Marsico, che sedeva ac­canto a lui, vide che sul testo c’erano correzioni a matita rossa di Mussolini.
I due lo avevano preparato di comu­ne accordo durante l’intervallo.
Gli effetti di quell’intervento furono catastrofici. Con le lacrime agli occhi, come quando aveva dato la sua adesione a Grandi, Suardo dichiarò che la ritirava.
E uno, Cianetti, disse che in quell’ora grave e solenne c’era bisogno anzitutto di concordia e per raggiungerla propose che i due ordini del giorno fossero fusi,
cioè in­vitassero nello stesso tempo il Duce ad andarsene e a re­stare.
E due. Ciano caldeggiò subito l’idea di quell’as­surdo pateracchio, all’italiana.
E tre. La frana sembrava inarrestabile. La fermò Bottai prevenendo altri interven­ti. «Voterò l’ordine del giorno Grandi» disse «dovessi ri­manere il solo a fàrlo. Non ritirerò una sola parola di quanto ho detto. Sentirei, facendolo, solo disprezzo ver­so me stesso.» Era un disperato appello alla dignità e al coraggio di quanti avevano già firmato, e ottenne il suo effetto.
Una discussione si accese che degenerò in alterco e diede modo agli oppositori di rianimàre il loro ardore polemico. Galbiati ne approfittò per abbandonare la sa­la. Rientrandovi poco dopo, chiese teatralmente a Mus­solini il permesso di fare entrare i militi che bivaccavano per le scale. Il Duce lo fermò con un gesto. Stava parlan­do in quel momento Tringali-Casanova, presidente del tribunale speciale: «I membri del Gran Consiglio» disse «ponderino bene le loro responsabilità prima di dare il Voto». Era il preannunzio del processo di Verona, e Mussolini dovette ritenere che avesse dato il colpo di grazia alle residue esitazioni. A qualificarsi come opposi­tori decisi erano stati pochi, in fondo: Grandi, Bottai, Federzoni, De Marsico, De Bono, De Stefani, Albini, Bastianini, Bignardi. I più non avevano interloquito, e il duce non dubitava di averli ormai in pugno. Anche Grandi ne era convinto, quando riprese la parola per di­re, in sostanza, che a un certo punto nella vita bisogna anche saper morire per guadagnarsi il rispetto delle ge­nerazioni successive. «Il partito è defunto, la dittatura è sconfitta. Solo chiudendo i suoi conti con un gesto di co­raggio, il fascismo potrà salvarsi da un giudizio soltanto negativo e mettere al sicuro ciò che ha fatto di bene»; Era un invito al sacrificio. Lo raccolsero i soliti Federzoni, Bottai, De Marsico, De Stefani. Lo contestarono violen­temente Scorza, Farinacci, Polverelli, Frattari.
Ma colo­ro che avevano taciuto seguitavano a tacere, ed erano la maggioranza.
Con lo sguardo, Scorza interrogò Musso­lini, che gli fece un gesto di assenso.
Il segretario del par­tito era così sicuro della vittoria che indisse la votazione sull’ordine del giorno Grandi: non perché era stato pre­sentato per primo, forse, ma perché su di esso si poteva meglio accertare la prova del «tradimento».
Lo rilesse ad alta voce, sottolineandone i passi decisivi. Poi, invece di interpellare anzitutto i due quadrumviri, com’era nella prassi, interpellò se stesso, si rispose con uno stentoreo: «No!», e fissa in voltò tutti i presenti. Seguitando à sov­vertire la regola, chiamò poi Suardo, che avrebbe dovu­to essere il quarto. «Mi astengo», confermò il presidente del Senato. Ora però non poteva fare a meno di rivolger­si a De Bono che, dopo il suo iniziale intervento, aveva saporitamente dormito. Il vecchio Maresciallo spalancò occhi e ugola per pronunciare con voce tonante: «Sì».
De’ Vecchi gli fa eco. Gli fanno eco Grandi, Federzoni e De Marsico. Biggini dice: «No». Ma la sua voce è coperta da quella di Acerbo, che dice: «Sì». Dicono «sì» anche Cianetti e Pareschi, che sembravano fra i più tentennan­ti. Che succede?
Succede che, al conto finale, su ventotto votanti, ci sono diciannove «sì», sette «no», un’ astensione (Suardo), e un voto di Farinacci al proprio ordine del giorno, cui ha aderito solo lui. Mussolini, più che sbigottito, sembra incredulo. Si fa ripetere il conteggio. Poi chiede dopo una pausa: «Chi porterà al Re quest’ordine del gior­no?». «Tu»; rispose Grandi. Mussolini fissa gli astanti come se stentasse a riconoscerli.
Poi alzandosi con fati­ca, pronuncia lentamente: «Avete provocato la crisi del regime». E con un gesto arresta Scorza che sta per lan­ciare il rituale «saluto al Duce». Se ne andò così, lentamente, seguito dai pochi che avevano votato per lui, in mezzo a un gran silenzio, che nessuno turbò nemmeno dopo la sua uscita.
I Vittoriosi erano rimasti soli, in quella grande sala dove nessuno di loro sarebbe mai più entrato. Ma non ci furono tra loro né congratulazioni né commenti.
Si salutarono senza pa­role, con una stretta di mano, la prima che si scambiavano da quando Starace ne aveva bandito l’uso. Sapevano benissimo che la loro vittoria era un suicidio riuscito. Scendendo le scale’ da soli o a piccoli gruppi, dovettero scavalcare i corpi dei militi addormentati sui gradini.

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Indro Montanelli. 1963.


«Camerati, non vacillate!»

[…] Riprendo la parola perché ritengo necessario rista­bilire ordine nella discussione la quale ha deviato, per viottoli ciechi che non possono portare ad alcuna conclusione, rischiando di fare smarrire quello che invece deve rimanere il problema centrale della nostra discussione.
Mi oppongo risolutamente alla proposta di rinvio di questa nostra discussione la quale dura già da dieci ore ininterrottamente e che non può concludersi con un rin­vio, né con soluzioni di carattere ambiguo.
Mentre noi qui si discute in Sicilia si muore. La nazione non può at­tendere oltre le decisioni del Gran Consiglio.
Ho domandato l’appello nominale sul mio ordine del giorno ed insisto su questa domanda che è conferma della prassi consuetudinaria di tutte le assemblee. Dac­ché esistono assemblee politiche non si è mai trovato, in­fatti, alcun sostitutivo alla procedura del voto, il solo che possa esprimere l’opinione e la volontà dei membri di un’assemblea politica.
Respingo l’ordine del giorno presentato dal segreta­rio del partito e non accetto la proposta dei camerati Suardo, Ciano e Cianetti diretta a fare confluire in un solo ordine del giorno il mio e quello del segretario del partito, che sono in palese contraddizione nelle premesse e nelle conclusioni.
Carlo Scorza ci ha detto testé, intervenendo per la prima volta nella discussione, nella illusione di conclu­derla, che egli parlando porta qui stasera la voce e la vo­lontà del partito.
Contesto questa sua affermazione. Egli non è il par­tito. Egli è semplicemente il segretario del partito, ed è un membro del Gran Consiglio. Non gli riconosco il di­ritto di parlare a nome del partito, il quale non è un uo­mo e neppure un gruppo di uomini, bensì un complesso di spiriti, di attività, di forze, di energie nazionali, di istituti fissati dalle leggi. Il partito stasera anzitutto è il Gran Consiglio, definito dalla legge — giova ancora ri­peterlo — «organo supremo del regime». La voce del partito oggi altro non può e non deve essere che la voce della nazione. ­
Sono contrario alla proposta fatta di invitare il capo dello Stato Maggiore Generale ad intervenire alla nostra discussione per avere da lui dirette informazioni sulla situazione della guerra. Il capo del governo e presidente del Gran Consiglio è anche il comandante supremo delle forze armate e responsabile pertanto della condotta militare e politica della guerra.
Inutile e superflua è quindi la presenza del capo di Stato Maggiore che è agli ordini del capo del governo e che, secondo la legge, dipende dal capo del governo. D’altra parte il Gran Consiglio non è chiamato a discu­tere o ad esaminare questioni militari. Questi sono pro­blemi che escono dalla competenza del Gran Consiglio.
Essi appartengono, a mente dell’art. 5 dello Statuto del regno, all’alta responsabilità del capo dello Stato e del suo Governo.
Mussolini ha detto: «Vi siete mai domandati, signo­ri, quali possono essere le conseguenze dell’ordine del giorno presentato dal camerata Grandi? Supponiamo, per ipotesi, che esso raccolga la maggioranza dei voti del Gran Consiglio, e supponiamo che io porti domattina al sovrano questo risultato. I casi allora sono due: il sovra­no può dirmi — e credo che così mi dirà: “Caro Mussoli­ni, io ho fiducia in Voi; rimanete al vostro posto e continuate a dirigere le sorti della guerra e le sorti del paese. Se i vostri vi abbandonano, il Re vi rimane vicino Questo sono certo che il Re mi dirà.
E allora, o signori, quale sarà il giudizio che sarà dato sopra il comporta­mento dei firmatari dell’ordine del giorno Grandi? Op­pure il Re mi dirà: “Di fronte alla nuova situazione de­terminatasi col voto di sfiducia che il Gran Consiglio ha ­pronunziato contro di voi, capo del governo, io, quale capo dello Stato, ritiro la delega con cui vi avevo ceduto all’inizio della guerra il comando supremo delle forze armate, lasciandovi soltanto nelle vostre funzioni di primo ministro”. In questo caso, o signori, anch’io ho la mia dignità, la mia suscettibilità. Del resto ho già sessant’an­ni.
Questi venti anni sono stati per me una cosa bellissi­ma, ma a queste condizioni di minorazione io, Maestà, non posso rimanere.
Avete voi, signori del Gran Consi­glio, pensato a tutto questo?».
Queste sono le parole testuali che il capo del governo ha pronunciato.
Ed a seguito di queste parole io vedo che lo spirito di alcuni camerati qui presenti sta vacillando. Ebbene, io non esito a pronunziare parole gravi:
queste parole di Mussolini sono una minaccia e un ricat­to per il Gran Consiglio.
Sì, le tue parole, Duce, ci arrivano col sapore di ri­catto e di minaccia.
In quest’ora così grave per le Sorti della Patria, men­tre migliaia di giovani muoiono offrendo la loro vita in olocausto alla Patria, nessuno, senza venir meno ai propri doveri verso la Patria, può sentirsi captato da senti­menti suscettibili di fare dimenticare i doveri che a noi membri del Gran Consiglio incombono in questa ora dura e le responsabilità che noi abbiamo assunto ed in­tendiamo assumere fino in fondo.
Nessun’altra alternativa io vedo possibile.

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Indro Montanelli. 1963.


« A costo di restare una settimana »

[…] Occorre ritornare allo Statuto, alla Costituzione, al­le leggi dello Stato mai pienamente osservate. Le leggi corporative e la mancata funzionalità della camera cor­porativa forniscono l’esempio tipico dell’ inosservanza delle leggi da parte della dittatura che le ha promosse. L’ordinamento corporativo per funzionare e per svilup­parsi aveva come presupposto insostituibile la libertà po­litica, ma dappoiché la libertà era in contrasto colla dit­tatura si è preferito anemizzare a poco a poco l’ordina­mento corporativo, privarlo delle sue attribuzioni essen­ziali, ridurlo ad un mero organo burocratico e strumento d’arbitrio nelle mani del partito.
Occorre restituire al Consiglio dei Ministri le funzio­ni di organo supremo esecutivo collegiale incaricato di dirigere effettivamente la politica dello Stato e non più, come purtroppo è oggi ridotto, un intermediario tra lo strapotere della burocrazia e lo strapotere della dittatu­ra, entrambe dirette alla soppressione definitiva delle nostre libertà costituzionali e del residuo controllo del parlamento. ­
Il parlamento soprattutto deve tornare ad essere quello che fu dall’Unità d’Italia in poi, strumento libero e consapevole del potere legislativo entro i limiti e l’ar­monia dei poteri sanciti dalla Costituzione, espressione permanente attraverso libere elezioni della effettiva vo­lontà popolare, controllore e coadiuvatore del potere ese­cutivo.

Sono le 23,30: la seduta durava già da sei ore. Essa si era svolta con ordine, seppure in una atmosfera d’inten­sa passione, Mussolini ascoltava silenzioso; senza tradire nulla di quello che pensasse o sentisse dietro la maschera del suo volto scuro e impenetrabile. Quale piano o deci­sione stava maturando? Ad un tratto si chinò, scrisse qualche parola e passò il foglio a Scorza. Questi lo lesse, fece col capo un cenno affermativo. Mussolini annunciò allora improvvisamente al Gran Consiglio che su propo­sta del segretario del partito e data l’ora tarda, la seduta veniva sospesa e rinviata al giorno successivo. La mano­vra era chiara: stancare l’assemblea, impedire che si venisse ai voti sospendendo la seduta, prendere tempo e provvedere frattanto.
Mi alzai dichiarando che mi opponevo alla sospen­sione e all’aggiornamento: «Da questa sala dobbiamo uscire con una deliberazione, dovessimo qui restare per un’intera settimana. Si tratta del destino del paese e mentre noi discutiamo vi sono soldati italiani che muoiono combattendo…».
Mussolini mi fissò intensamente. Poi, dopo una pau­sa: «La seduta è sospesa per venti minuti, dopodiché la discussione riprenderà e passeremo ai voti», Si alzò at­traversando la sala dopo aver invitato Scorza a seguirlo.

Alla ripresa della seduta parlò ancora Mussolini: «Il Re, del quale sono stato per venti anni il servitore fedele, può dirmi, quando gli racconterò domani quello che è avve­nuto stanotte (come egli certamente mi dirà):
“La guerra è pervenuta ad una fase critica: I vostri vi hanno abban­donato. Ma il Re, che vi è stato sempre vicino, rimane con voi». Questo sono certo che mi dirà il Re. E allora quale sarà la vostra posizione? Fate attenzione signori!».

Le parole di Mussolini caddero nel silenzio più profon­do. Aveva parlato con tono studiatamente pacato, senza mostrare irritazione e inquietudine, con certezza, con si­curezza e dall’alto, quasi rattristato di dover constatare la pochezza degli uomini che gli stavano di fronte, quasi volesse apparire come Cristo all’ultima cena.

Guardai attorno a me. Molti visi, sul principio atto­niti, ora apparivano effettivamente scossi. Egli aveva ri guadagnato di colpo tutto quello che sembrava avere prima perduto. Tutte le leve egli aveva saputo muovere al momento giusto e con la sua sapienza consumata ave­va parlato, a tutti ed a ciascuno, direttamente; aveva mi­nacciato; lusingato, posto a ciascuno il proprio dilemma, risposto per ciascuno al proprio interrogativo segreto, obblighi di fedeltà, amore di patria, responsabilità ono­re, dubbio, interesse. Egli era ancora; malgrado tutto, il mago e il padrone.
Mussolini aveva dichiarato che il Re sarebbe stato con lui, sino in fondo. Ma allora? Vacillavano gli spiriti. Questo rivelavano chiaramente alcuni sguardi smarriti e la ritornata sorridente sicurezza sul viso di altri.
Gridai di scatto: «Questo è un ricatto. Il Duce ci ha posto un di­lemma, quello di scegliere tra la nostra fedeltà a lui e la nostra fedeltà alla Patria. Ebbene, gli rispondo, non si può esitare un solo istante, quando si tratta della Pa­tria».

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Indro Montanelli. 1963.


« Strappati, Duce, la greca di maresciallo »

È di questo Mussolini di cui noi abbiamo ancora oggi la nostalgia, è questo Mussolini che ancora oggi noi vorremmo, se fosse possibile.
Non il Mussolini dalle unifor­mi, dalla greca dì maresciallo dell’impero, dalle manife­stazioni e dalle adunate coreografiche in cui non crede nessuno.
Non è questo il Mussolini che abbiamo obbedito e seguito.
Strappati, o Duce, la greca di maresciallo e ri­torna quello che eri: il capo di un partito politico e il pri­mo ministro del Re.
La dittatura ha ucciso la rivoluzione, ha ucciso il fa­scismo e una frattura insanabile e ognora vieppiù pro­fonda si è a poco a poco operata tra il fascismo e la nazio­ne; tra il fascismo e il popolo italiano. Il partito è in peccato mortale verso la rivoluzione fascista. Un regime di dittatura, quando eretto a dottrina, a sistema, quando. non più giustificato da necessità nazionali straordinarie e impellenti è sempre storicamente immorale. Soltanto il successo può giustificarlo. Qra è sconfitto e, sulla scia della propria sconfittà, minaccia di trascinare la nazione nella sventura.
Perché — mi si domanderà — questo crudo e tardi­vo processo alla dittatura, al partito, al regime fatto sta­sera in Gran Consiglio? Per dividere le nostre dalle altrui responsabilità?
Per un tentativo di sopravvivere e di salvare noi stessi, a guisa di topi i quali cercano di evade­re dalla nave che minaccia di affondare?
Per crearci di fronte al destino incalzante un nostro alibi? No.
Che cosa significa il nostro ordine del giorno? Significa che il Gran Consiglio, organo supremo del fascismo delibera decaduto il regime di dittatura, perché esso ha compromesso i vitali interessi della nazione, ha portato l’Italia sull’orlo della sconfitta militare, ha tarlato e cor­roso hel tronco la rivoluzione il fascismo medesimo. Il Gran Consiglio delibera nello stesso tempo che siano ri­pristinate nella loro autorità e responsabilità insostituibi­le tutte le funzioni statali alle quàli la dittatura si era una dopo l’altra sostitujta, attribuendo anzitutto alla Coro­na, al Gran Consiglio, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali.
Alla Corona anzitutto, restituendo ad essa le prero­gative e le responsabilità di comando, di iniziativa, di decisione suprema che lo Statuto alla Corona attribuisce nelle ore in cui è in gioco il destino della nazione.
La Co­rona, privata delle sue alte prerogative e responsabilità, altro non è oggi se non un ostaggio in prigionia della dit­tatura. Il Duce ci ha testé rivelato la parte determinante che il maresciallo Badoglio, Capo di Stato Maggiore Ge­nerale, insieme cogli alti capi militari hanno svolto alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia per strappare al Sovrano le prerogative costituzionali di comandante ef­fettivo delle nostre forze armate, rendendo così inefficaci la lettera e lo spirito dell’Art. 5 dello Statuto, al trasferire proprio essi, i custodi della tradizione militare del Risor­gimento, alla dittatura le prerogative e i poteri che lo Statuto affidava esclusivamente alla persona del capo dello Stato. Questa attitudine di servilità alla dittatura da parte degli alti capi militari dell’esercito rimarrà a lo­ro perenne vergogna per tutta la storia avvenire.

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Indro Montanelli. 1963.


E’ la guerra di Mussolini

[…] Dal giorno in cui questa guerra venne dichiarata il popolo italiano ha immediatamente sentito che questa non era la «sua» guerra, non era la guerra alla quale la nazione era chiamata dall’imprescindibile necessità di difendere la sua unità, la sua indipendenza, la sua liber­tà ovvero per raggiungere i fini ideali che animano sem­pre la vita collettiva di un popolo.
Il popolo italiano ha subito compreso, prima ancora che i vari propagandisti della guerra si incaricassero di confermarlo pubblica­mente dimostrando una mancanza assoluta di senso po­litico e pedagogico nonché della psicologia popolare, che questa era una guerra cui il popolo era trascinato senza la fede in un ideale, senza la coscienza di una causa giu­sta senza la consapevolezza  di una necessità imprescin­dibile e inevitabile.
Una guerra dalla quale noi saremmo usciti battuti e coi nostri interessi nazionali gravemente compromessi da qualsiasi parte vi fosse stata la vittoria. Il popolo italiano non ha creduto e non crede in questa guerra, alla quale esso ha preso parte non colla fede di un esercito bensì colla paziente rassegnazione di un gregge.
Gli episodi luminosi di eroismo di cui hanno dato prova le nostre forze armate, episodi di valore tanto più luminosi quando si consideri la povertà e inadeguatezza dei nostri mezzi militari, rimarranno a dimostrazione perenne delle virtù militari del popolo italiano e della sua grandezza nella sfortuna e nella sventura. Ad avva­lorare la Consapevolezza istintiva del popolo, sono venuti i propagandisti nazifascisti della guerra a spiegare che questa è una guerra ideologica, è una guerra rivoluzionaria, è una guerra di partito,è una guerra fascista, è la guerra di Mussolini.
Nessuna fra le madri dei seicentomila caduti della nostra guerra del 1915-18 fu indotta giammai a pensare che il proprio congiunto fosse morto per Salandra, o per Orlando, o per Nitti: esso era morto per la Patria!
Que­sto era il sublime conforto al dolore, il quale ha lenimen­to soltanto nella speranza che il sacrificio della vita sia frutto di bene per coloro che rimangono.
Le donne in gramaglie in questa guerra, anche se vengono ad applaudire per le strade inquadrate dai ge­rarchi, sono intimamente persuase che i loro morti non siano caduti per la Patria, ma sacrificati dalla volontà di Mussolini.
Quale triste retaggio di rancori ciò porterà alle future generazioni!
Si è detto che i nostri soldati non si battono oggi col fervore con cui si erano battuti i loro padri nella prima guerra mondiale, e si è dato come spiegazione il fatto che i nostri soldati non «odiano» abbastanza il nemico.
Si è cercato in conseguenza di instillare artificialmente que­st’odio mediante una stupida propaganda la quale ha dato risultati precisamente contrari. Nessun popolo fa la guerra perché mosso dall’odio.
Il fascismo del secondo decennale nulla ha a che fare col fascismo del primo decennale, così come nulla ha a che fare il Mussolini del secondo decennale col Mussoli­ni che eleggemmo nostro capo nel 1919, nel 1920, nel 1921 e che quale capo del governo e primo ministro del Re, portò l’Italia ad essere il paese ammirato e invidiato da tutti.

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Indro Montanelli. 1963.


Mai interpellati

Il Gran Consiglio confermò solennemente in quella sua ultima riunione la nostra attitudine di «non bellige­ranti» già deliberata dal Consiglio dei Ministri il 10 set­tembre 1939 e diede mandato al Ministro degli Esteri di illustrare in Parlamento le ragioni di questa decisione cui si impegnavano il Consiglio dei Ministri quale orga­no supremo del governo e il Gran Consiglio quale orga­no supremo del Regime.
Da allora in poi abbiamo sovente domandato al capo del governo, sempre purtroppo inutilmente, la convoca­zione del Gran Consiglio, convocazione che la legge ri­serva come facoltà e diritto soltanto al capo del governo.
Taluno ha osato insinuare che tale richiesta sulla quale hanno di nuovo recentemente insistito molti mem­bri del Gran Consiglio a seguito dei gravi avvenimenti militari in Sicilia, può essere fraintesa come un «pronunciamento».
Dichiaro subito che sarebbe stato per noi più facile il rifugiarci nell’alibi effettivo della non responsabilità da parte del Gran Consiglio così come del Consiglio dei Mi­nistri nelle decisioni dell’entrata in guerra dell’Italia.
Ed infatti noi, quali Ministri del Re e membri del Gran Consiglio apprendemmo attraverso la radio la notizia che la nostra Patria era entrata in guerra il 10 giugno 1940 contro la Francia e l’Inghilterra e altrettanto dicasi per quando l’Italia un anno dopo entrò in guerra contro la Russia e l’America.
Né il Consiglio dei Ministri né il Gran Consiglio, i quali erano stati interpellati nel set­tembre e nel dicembre 1939 per la decisione di neutralità e non belligeranza, furono interpellati per la decisione di entrare in guerra. Né vennero successivamente per quanto concerne la condotta politica e militare della guerra, di cui la dittatura ha voluto assumersi tutte le iniziative e tutte le responsabilità.
In quest’ora drammatica che la Nazione attraversa mentre il nemico ha invaso già il sacro suolo della Pa­tria, noi intendiamo invece che il Gran Consiglio assu­ma le responsabilità che attraverso la legge lo stesso Du­ce del Fascismo gli ha affidato.

[…] Non è pertanto alla salvezza del regime cui pensia­mo. Un regime ed un partito altro non sono e non furo­no per noi che un mezzo ed uno strumento per la fortuna e per la grandezza del paese.
I partiti ed i regimi sono effimeri, o quanto meno transitori: solo la Patria è eterna! E soltanto ed esclusiva­mente all’Italia cui si rivolge in questo momento la no­stra preoccupazione e la nostra ansia.
E se, per salvare la Patria, noi dovessimo sacrificare e regime e partito e noi stessi, non avremmo per certo un solo attimo di esitazio­ne. Debbo dichiarare con onestà che — all’oscuro come ogni cittadino italiano sulla effettiva situazione della guerra — io ritenevo, fino al momento in cui ho ascolta­to la relazione testé fattaci dal capo del governo, che la nostra situazione militare non fosse così disperata come il Duce, comandante supremo delle forze armate, ce l’ha descritta.
È Mussolini stesso il quale oggi ci dichiara di dubita­re che una valida resistenza sia umanamente e material­mente possibile. Ma allora bisogna avere il coraggio di guardare freddamente in faccia la situazione e agire con audaci decisioni, oserei dire colla temerarietà che può dare soltanto la coscienza del pericolo e nell’esclusivo quadro degli interessi supremi della nazione.

[…] Mussolini, capo del governo e ministro dei dicasteri militari, ha avuto ben diciassette, anni per creare, forma­re, preparare, selezionare le forze armate nei quadri, nelle truppe, nei materiali: diciassette anni bastano ad un capitano per essere promosso generale. Gli stati mag­giori che il capo del governo oggi accusa come responsa­bili della sconfitta altro non sono che gli stati maggiori che egli ha formato e preparato attraverso esperienze e selezioni durante, diciassette anni. Non è possibile sepa­rare in questo momento la responsabilità dei quadri da quella del comandante supremo: non è possibile e non sarebbe generoso attribuire la fortuna a sé e ad altri la sfortuna. Mussolini denuncia oggi le gravi deficienze nella nostra organizzazione militare. Ma di chi la colpa? Non si può «soggettivare» il successo e «oggettivare» la sconfitta. Né si può dire certo che il conflitto mondiale èscoppiato all’improvviso cogliendo l’Italia di sorpresa.
Da molti anni il conflitto era preveduto e Mussolini stesso aveva persino indicato profeticamente l’anno della crisi defnitiva affermando che l’Italia non avrebbe potu­to esprimersi dal partecipare, come protagonista, all’im­mane dramma che andava maturando. Il dovere della preparazione militare costituiva pertanto il dovere mas­simo per chi aveva la sfortuna e l’onore di dirigere le sor­ti della nazione.
Disorganizzazione nei quadri, insufficienza nella preparazione dei mezzi materiali necessari, deficienza nella direzione strategica e tattica. A ciò si aggiungono una serie di errori elementari nella condotta politica e morale della guerra, errori che per essere essi di natura squisitamente politica, rimangono incomprensibili ed aggravano la responsabilità della dittatura fascista.

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Indro Montanelli. 1963.


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