Archivi del mese: giugno 2012

qualche domanda…di grazia!

Dopo il famoso 25 luglio Pavolini avrebbe detto: «Non punire i membri del Gran Consiglio significherebbe l’ immediato ed irrimediabile discredito di Mussolini presso tutti i fascisti, non esculso uno, i quali interpreterebbero un atto di clemenza come un banale espediente per la salvezza di Ciano!»
E si arriva di volata al processo di Castelvecchio. Mille cose sono state dette sul processo di Verona, ma c’è ancora qualche curiosità poco nota. E di queste cose io vado matto.

Stabilito, per ragioni evidenti e di ordine superiore, che il Duce doveva essere tenuto fuori dalle questioni dirette, qualcuno pensò che a Mussolini dovevano pervenire (al massimo) le domande di grazia dei condannati (sicuri) a morte.
Anzi, no. «Facciamo in un altro modo: le domande NON devono giungere a Mussolini, ci basta solo un appiglio fanta-giuridico per poterle respingere legalmente. Lo dico a Pisenti, ci penserà lui! » – aggiunse Pavolini.
Nella mattinata dell’11 gennaio, il gruppo di Pavolini fu informato che , essendo stato il processo istruito e celebrato nell’ambito del partito, il Ministro di Giustizia non poteva che continuare a rimanere estraneo alla questione e che, se gli fossero state trasmesse le domande di grazia, non avrebbe potuto trasmetterle a sua volta a Mussolini per una ragione di competenze. (?!) Queste domande dovevano essere raccolte dal generale Piatti dal Pozzo che però rifiutò questo incarico perchè il tribunale che aveva emesso la sentenza era (a suo parere) politico e non militare. Da qui la decisione di ripiegare sull’ufficiale più in alto della zona, il console Italo Vianini che dapprima rifiutò, poi, messo alle strette, accettò di respingerle solo dopo aver ottenuto la garanzia di una richiesta firmata da Pavolini e controfirmata da Ricci.
La sera del 10 gennaio, alle ore 22, la situazione era questa:
1) per ordine della Direzione del P.F.R le domande di grazia presentate dai cinque condannati a morte non dovevano essere inoltrate al Duce.
2) A seguito di questa disposizione una macchina si era recata a Padova con una persona incaricata di sottoporre le domande al gen. Piatti (comandante della regione militare) che avrebbe dovuto firmare e respingerle. Di fatto però il generale non firmò e non volle assumersi nessuna responsabilità asserendo che il tribunale doveva essere considerato politico e non militare.
3) Al rientro della macchina a Verona venne quindi interpellato il col. De Giorgio che si rifiutò anch’egli per gli stessi motivi esposti dal gen. Piatti.
4) Si era cercato alla Direzione qualcuno disposto a prendersi la responsabilità di rigettare le domande: nessuno!
5) Poichè il prefetto Cosmin aveva previsto che anche la direzione del partito si sarebbe trincerata dietro qualche scusa pur di non mettere nulla per iscritto quanto verbalmente ordinato, si era reso necessario trovare il comandante della Milizia per costringerlo a firmare il fatidico rigetto.

Lo sfortunato fu il console Italo Vianini, dopo una difficilissima nottata (di urla, destituzione dalla sua carica di comandante, minacce alla famiglia, un’infinità di telefonate sino alle 8 di mattina), fu convinto ad ottemperare all’ordine pretendendo una dichiarazione che il rigetto era stato da lui effettuato in seguito ad un categorico ordine del gen. Ricci e controfirmato da tutte le autorità presenti in Prefettura.

Sulle verità di quei giorni si è parlato molto. Mi basta ricordare che nel pomeriggio dell’11 Mussolini ricevette in udienza il direttore del carcere di Verona, per quasi venticinque minuti, lamentandosi dell’eccessiva lentezza nel fargli pervenire le domande di grazia eventuali…

Per chi vuole approfondire, in Mussolini-l’alleato c’è una lista di libri che approfondiscono il tema, davvero spaventosa.

Team557

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