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1943: la fuga del re. altri dettagli_2

Questo, secondo un racconto di Marchesi.
Arrivammo sulla banchina del porto che era già notte. Buio pesto.
C’erano già 4 o 5 automobili. Al centro della banchina c’era un gruppo di persone: tra esse il re, la regina e Ambrosio. Mi avvicinai a lui e gli feci vedere l’auto dove saremmo rimasti ad attendere. Poi ritornai alla macchina e mi addormentai. In breve, sulla banchina si erano ammassate tutte le auto. Ufficiali silenziosi si aggiravano nei corridoi tra le macchine; erano gli stati maggiori delle tre armi al gran completo. C’era anche una marea di generali. Sembrava irreale vedere un assembramento così ampio di personalità, tutte insieme, sulla banchina di un molo.
Vide il re e la regina seduti su due valigie; certamente un’immagine poco regale. Più tardi, sulla banchina di attracco, vidi un fascio di luce di una lampadina tascabile. Si creò subito un certo movimento. In breve si udì il caratteristico battito di un motore e un fascio di luce illuminò la scaletta di imbarco di una nave da guerra. Salirono il re, la regina e il principe di Piemonte. “Avanti i generali” gridò una voce, e sospinti si fecero avanti Ambrosio, De Francesco, Adam, Mallaby, il maresciallo Baldanza, che portava sulle spalle la radio, il sergente Della Corte ed io. De Courten aveva cercato di opporsi al passaggio della nostra carovana (chissà perchè…) ma aveva dovuto cedere all’ordine di Ambrosio.
Qualcuno gridò di ritirare la scaletta e urlò, vedendo il gran numero di generali ancora a terra, di non accalcarsi perchè stava per arrivare un’altra corvetta. La voce creò immediatamente una grande agitazione.
E per i restanti fu un vero miracolo che i tedeschi non giungessero in tempo: sulla banchina non meno 100/120 generali e ufficiali, abbandonati al loro destino, presero a disperdersi imprecando.
La seconda corvetta si presentò a Ortona verso le 7 del mattino e verso l’una del 10 settembre, la corvetta Baionetta, sulla quale eravamo imbarcati, salpò dalla rada di Ortona.
A bordo gli animi erano ancora molto preoccupati, complice il fatto che sul ponte non brillava la minima luce. Vidi il re, la regina e il Principe di Piemonte seduti su delle sedie a sdraio, un po’ appartati rispetto agli altri.
La corvetta aveva imbarcato un numero relativamente piccolo di persone sia per ragioni di sicurezza, sia per non ostacolare le manovre di bordo.
All’alba, sulla nostra sinistra, nella foschia, intravidi l’incrociatore Scipione l’Africano che non aveva imbarcato nessuno. Ci aveva raggiunti in alto mare e assunto il compito di civetta.. Avvicinai Ambrosio e chiesi dove eravamo diretti. Nessuno lo sapeva. Forse in Sicilia, forse a Taranto.
Verso le 11 si udì il legero ronzio di un motore di aeroplano. Subito suonò la sirena d’allarme e tutti i marinai raggiunsero i posti di combattimento.
Qualcuno portò la cintura di salvataggio al re e alla regina.
Poi, in alto proveniente da poppa si distinse nettamente un ricognitore tedesco. L’aereo fece due larghi giri intorno a noi tenedosi sempre in quota mentre i mitraglieri nostri lo tenevano sotto mira.
Poi se ne andò.
La possibilità che avvertisse una formazione di bombardieri fece deviare la corvetta verso terra, che si intravedeva in lontananza.
Fu questo che decise lo sbarco a Brindisi.
Non altro”.


1943: la fuga del Re. altri dettagli

Torniamo al 9 settembre 1943.
Durante la notte, i generali – si è detto – che si erano trasferiti al Ministero della Guerra, decisero che Roma era indifendibile (a loro modo di vedere, ma non era afftto vero…) e che era meglio abbandonarla, per non correre il rischio di essere arrestati dai tedeschi.
Probabilmente il primo a proporre quest’idea fu Roatta, appoggiato da Badoglio. Il Maresciallo andò così a svegliare il re, poco dopo le quattro, e gli comunicò che era necessario abbandonare subito la capitale.
Il re mosse, forse qualche obiezione, ma poi accettò. Qualche minuto dopo era già, con la regina ed il principe, nel cortile del ministero della Guerra, dalla parte di via Napoli e disse: “se il Governo ha deciso di allontanarsi, io lo seguo. Anche lei, con lo stato maggiore deve seguire il nostro movimento… L’appuntamento, mi è stato detto, è a Pescara, in giornata“. E salì in macchina, con la regina, il generale Puntoni e il tenente colonnello De Buzzacarini, sulla Fiat 2800 grigioverde di quest’ultimo.
Il principe lo seguì a breve distanza, con Badoglio e Acquarone.
Badoglio racconta che, andando Pescara e vedendo le colonne tedesche in movimento, pensava: “Chissà a quale di questi alberi m’impiccheranno…”.
Prima partono, in diverse vetture, il re, la regina, Umberto, il duca d’Acquarone, gli aiutanti di campo e Badoglio, che viaggia col principe.
Poi Ambrosio con Roatta, preceduti da Zanussi, su una delle autoblindo della scorta. Seguono De Courten e Sandalli, secondo gli ordini.
Certamente, come ho scritto, non un convoglio anonimo: più di cinquanta macchine, vistose, non di servizio, che si muovevano alle prime luci dell’alba avrebbero potuto insospettire chiunque con risultati immaginabili.
Erano state disposte due corvette e l’incrociatore Scipione l’Africano per fare rotta per i porti di adriatici di Pescara e Ortona a Mare.
A questo punto la destinazione finale è ancora incerta.
A Carsoli, De Courten e Sandalli fanno una breve sosta, ma poi il viaggio riprende verso l’Abruzzo.
Improvvisamente la macchina sulla quale viaggia Badoglio si guasta e lo costringe a passare nell’auto del principe Umberto il quale, vedendolo infreddolito, gli prestò il suo cappotto. Badoglio si preoccupò di rimboccarsi le maniche per evitare che fossero visibili i gradi.
Si colse l’occasione di avvertire le due autoblindo che sarebbero state lasciate indietro poichè costringevano le vetture ad una velocità troppo ridotta.
Poco dopo l’auto venne fermata da tre posti di blocco tedeschi, che comunque vennero superati facilmente con il semplice avvertimento che a bordo vi erano “ufficiali generali”.
Comunque, sull’istante del fermo, paura a mille.

A Chieti, Roatta ordina al generale Olmi, comandante della divisione Legnano, di sbarrare tutti gli accessi.
Poi si oltrepassa Crecchio, il castello dei duchi di Bovino, dove è ospitata la famiglia reale con Badoglio e l’aeroporto di Pescara, dove nel frattempo erano giunti altri personaggi avvertiti della cosa.
All’aeroporto era presente un gruppo di volo comandato dal principe Carlo Ruspoli che, avuta notizia delle intenzioni dei Reali, espresse con vigore, stupore e sdegno per quella fuga; Vittorio Emanuele III si trincerò dietro gli obblighi costituzionali “Devo essere ossequente alle decisioni del mio governo“.
Nel timore di possibili ribellioni il corteo reale si rivolse ad altri piloti della zona ma anche questi erano contrari a partecipare ad un’azione così indecorosa. Più tardi si adotterà la scusa del non viaggio aereo al fatto che
– la regina, sofferente di cuore, non avrebbe potuto sopportare il volo -.
Data la situazione, si decise di continuare il viaggio in nave partendo dal porto di Ortona.
Particolare. Qualcuno ricorda il principe Umberto bofonchiare: “Dio mio, che figura, Dio mio, che figura!
Qui, si nota il maggiore Campiello piagnucolare e chiedere al principe di riflettere bene sul gesto della fuga: “Perchè vostra altezza reale non prende l’aereo e torna a Roma, dove certamente nessuno ha pensato a dare ordini di nessun genere? Potrebbe accordarsi coi tedeschi perchè sgomberino Roma senza spargimento di sangue. Potrebbe parlare alla nazione. Potrebbe tornare a Roma come Umberto II…“.
A questo punto Umberto lo interrompe: “Questo mai, se non me lo dice mio padre. E poi, in casa Savoia si è regnato sempre uno alla volta!“.

Nel progetto, i sovrani, Badoglio e i generali dovevano partire via mare da Pescara con tre navi da guerra: l’incrociatore Scipione l’Africano e le corvette Baionetta e Chimera. L’incrociatore non avrebbe imbarcato nessuno, serviva solo da “civetta”, per attirare su di sè gli eventuali attacchi nemici via aria o in mare, con sommergibili.
Ma a Pescara, dove la gente del posto si mostrò indignata per i fuggiaschi, si imbarcarono solo il ministro della marina De Courten e il Maresciallo Badoglio; il re, la regina e gli altri furono diretti invece ad Ortona mare, con appuntamento alle ventitrè alla banchina del porto.
Sull’istante, il convoglio ora conta oltre settanta auto, a lumi spenti nella notte lunare. Giunti alla banchina però non trovarono nulla. Panico.
Un’attesa lunga e snervante fece apparire finalmente il Baionetta.


10 settembre 1943. cronaca militare

il 10 settembre, venerdi, è la giornata in cui crolla quasi tutto.
E’ la resa militare italiana.

  •  ore 3,30: il colonnello Giaccone riferisce prima a Calvi e poi a Carboni l’esito dei colloqui notturni con il comando tedesco: Roma sarebbe stata dichiarata “città aperta”; i tedeschi sarebbero rimasti fuori dei limiti cittadini; la divisione Piave avrebbe presidiato il centro della capitale; tutti i reparti italiani sarebbero stati sciolti dopo aver ricevuto l’onore delle armi. I tedeschi avrebbero potuto occupare soltanto la loro ambasciata, la centrale telefonica e la stazione radio.
    Una tregua d’armi sarebbe stata dichiarata dalle sei alle dieci del mattino in attesa della risposta ufficiale italiana.
    Carboni, in linea di principio, si dice d’accordo.
  • ore 6,10: Caviglia invia, tramite Supermarina, un radiogramma al re chiedendogli la temporanea concessione dei pieni poteri, onde far funzionare il Governo in assenza di Badoglio.
    La risposta, positiva, del re non arriverà mai a Roma!
    L’ipotesi più accreditata è che Badoglio, non fidandosi di Caviglia, abbia “bloccato” l’invio.
  • ore 7,00: Carboni rientra improvvisamente a Roma, convocato da Sorice, al Ministero della Guerra.
    Giaccone poi torna da Kesselring comunicandogli l’accettazione di Carboni.
    Kesselring cambia il testo dell’accordo: ci sarà un comando militare tedesco dentro Roma.
    Giaccone contesta e Kesselring, ormai imbaldanzito, gli dà un ultimatum: o entro le sedici si firma la resa, oppure i tedeschi faranno saltare gli acquedotti e bombarderanno pesantemente Roma.
  • ore 8,00: riunione al Ministero della Guerra tra Caviglia Sorice e Carboni: si esamina l’ordine lasciato da Roatta e si discute sulla possibile difesa militare della capitale.
    Carboni installa il suo comando a piazzale delle Muse: teme di essere catturato dai tedeschi ma comunque non si fida neanche de­gli… italiani!
    La tregua intanto non viene rispettata da nessuna par­te.
    Si spara dovunque.
  • ore 10,45: Carboni ordina alla divisione Piave di rientrare su Roma entro le ore sedici; alla divisione Ariete di attaccare con due colonne motocorazzate i tedeschi, sul fianco da est, per alleggerire la pressione sulla Granatieri; ordina alla Granatieri di resistere ad oltranza, se possibile, contrattaccando!
  • ore 11,00: Cadorna tergiversa e non esegue l’ordine.
    Lo farà soltanto nel pomeriggio… cinque ore più tardi, quando ormai la si­tuazione sarà definitivamente compromessa.
  • ore 12,00: Carboni ordina di dissequestrare le armi per i civili: il Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.) romano può utilizzarle a porta San Paolo dove si combatte aspramente.
  • ore 14,00: si diffondono le prime notizie della fuga del re e dei capi militari. L’impatto della notizia è devastante.
    Caviglia suggerisce a Calvi di accettare l’ultimatum di Kesselring:
    il C.L.N. romano è d’accordo.
  • ore 15,30: al Ministero della Guerra si continua a discutere se accettare o meno l’ultimatum tedesco. Calvi e Giaccone sono favorevoli mentre Carboni e, con meno impeto, Sorice sono contrari.
    Caviglia insiste sulla resa. Nessuno vuole comunque assumersi la responsabilità della firma del documento: Giaccone, alla fine, si assume tale compito e riparte per Frascati per comunicare a Kesselring l’adesione alla sua proposta.
  • ore 16,00: nei pressi della piramide Cestia muore, sotto i colpi del nemico. Raffaele Persichetti, divenuto al simbolo dell’eroi­ca difesa di Roma, anche se per la verità una difesa sparuta, da parte dei civili.
    Giaccone firma la resa davanti al maresciallo tedesco: Roma vie­ne dichiarata “città aperta”. Il generale Calvi di Bergolo è nominato comandante della piazza.
    Proprio nello stesso momento la Baionetta entra nel porto di Brindisi:
    il re sbarca a terra con tutto l’Alto comando italiano!
    L’Ariete, finalmente lanciata da Cadorna, e la Piave, sono fer­mate nella loro offensiva dall’annuncio della resa proprio quando hanno iniziato l’ultima battaglia. C’e rabbia e avvilimento tra gli uomini: rimane il rammarico di aver abbassato le armi proprio di fronte ad un’opportunità forte di successo!
  • ore 16,30: i tedeschi non rispettano i patti ed entrano in Roma, saccheggiando alcuni quartieri periferici.
  • ore 20,30: gli ultimi scontri si esauriscono nel centro di Roma, vicino alla stazione Termini.
    Berlino comunica: – L’esercito tedesco, senza incontrare notevole resistenza, ha conquistato Roma! -.
    L’alto comando tedesco annuncia: – l’esercito italiano non esiste più! -.
  • il pensiero di Hitler sul tradimento ignobile italiano.

8 settembre 1943: solo poche parole finali

L’8 settembre fu oggettivamente una tragedia la cui genesi fu forse anche positiva (l’uscita dalla guerra, la caduta del regime fascista), ma la cui gestione fu un vergognoso disastro condotto da una classe dirigente totalmente incapace e codarda, “figlia” di venti anni di dittatura; inetta perchè non più abituata ad assumersi le vere responsabilità di comando nelle ore “fatali” delle decisioni difficili.


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