Archivi del mese: ottobre 2013

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Alcuni documenti segreti desecretati hanno rivelato che sono oltre nove mila i criminali di guerra nazisti fuggiti in Sud America dopo la seconda guerra mondiale. Secondo questi documenti segreti trovati in Brasile e Cile, a cui si accede solo dai pubblici ministeri tedeschi, i fuggitivi furono croati, ucraini, russi e di altri europei occidentali che hanno aiutato la macchina omicida nazista durante e dopo gli anni della guerra.

I documenti rivelano che ben 5000 andarono in Argentina, 2000, si stima, in Brasile, da 500 a 1.000 in Cile e il resto in Paraguay e Uruguay. Questi numeri non comprendono diverse centinaia e più che fuggirono, per mattersi al riparo dai regimi di destra in Medio Oriente; secondo i rapporti Daily Mail.

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I file hanno mostrato che la maggior parte di questi criminali è approdato in Argentina, dopo il presidente Juan Peron aveva venduto 10.000 passaporti vergini attraverso un’organizzazione conosciuta come ODESSA, istituita per aiutare gli ufficiali delle SS tedesche dopo la sconfitta dei nazisti e dietro il forte compenso in oro del III Reich.

Kurt Schrimm, 62 anni, capo della guerra dell’autorità penale in Germania, del team legale che ha spulciato tra gli archivi, ritiene che il file potrebbe anche fornire indizi precisi dei nazisti che sono tornati di nascosto in patria per vivere gli  ultimi giorni, passando del tutto inosservati. (ANI)

Sembra anche che gli americani fossero a conoscenza di questi arrivi e partenze dalla Germania e dall’Italia, via-Odessa, ma pare che giochi politici abbastanza occulti abbiano impedito che le ricerche diventassero di primo piano all’FBI, nei momenti caldi della guerra fredda contro i comunisti.

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UkiGoñiPerò, almeno nel quadro arrivi e partenze, gli italiani sono arrivati primi e grazie al Vaticano. Così almeno asserisce lo storico Uki Goñi, che tanto ha fatto per ricostruire l’organizzazione Odessa dopo una serie di indagini in Sud America, utilizzando materiali inediti dei servizi segreti americani ed europei e attraverso una lunga serie di interviste.

E perché, gli italiani? Per il motivo che il cuore e il cervello dell’intera operazione Odessa era a Roma (dove ad esempio, Juan Perón soggiornò dal 1939 al 1941), proprio nel cuore del Vaticano. Monsignor Montini fu il crocevia di questi interventi che garantirono l’incolumità a criminali come Erich Priebke, Josef Mengele, Adolf Eichmann e migliaia di altre persone. In cambio di soldoni. Si capisce! Pagamento a 3 anni (minimo). Già nel 1947 i servizi segreti americani avevano stabilito che «una disamina dei registri di Ginevra inerenti tutti i passaporti concessi dalla Croce Rossa internazionale avrebbe rivelato fatti sorprendenti e incredibili». Questa disamina è stata fatta ed è risultato che la Chiesa cattolica non fu solo un complice dell’«operazione Odessa» ma la sua protagonista indiscussa. Oltre a monsignor Montini i suoi vertici furono i cardinali Eugène Tisserant e Antonio Caggiano, mentre la dimensione operativa fu curata da una pattuglia di alti prelati, il futuro cardinale genovese Siri, il vescovo austriaco Alois Hudal, parroco della chiesa di Santa Maria dell’Anima in via della Pace a Roma e guida spirituale della comunità tedesca in Italia, il sacerdote croato Krunoslav Draganovic, il vescovo argentino Augustín Barrère.

OdessaDa Roma verso l’Argentina: la via di fuga portava a San Girolamo, un monastero croato sito in via Tomacelli 132. Alla fine, tra il 1947 e il 1951, furono 13 mila i criminali ustascia (nazionalisti fascisti croati), macchiatisi di delitti orrendi perfino per i loro alleati nazisti, che si salvarono usando il canale italoargentino.

Si è ritrovata persino una lettera di due frati francescani che chiedevano al presidente Peron di farsi carico della sorte di 30 mila «profughi croati» in Italia e Austria, e di accoglierli come lavoratori nelle proprie terre. Una richiesta umanitaria. Ben pagata però!  La Curia genovese, ad esempio, fungeva da terminale periferico di un sostegno ecclesiastico che partiva direttamente da Roma e che spianò a criminali di guerra nazisti, ustascia e fascisti la strada verso la libertà (in moltissimi casi, i fuggitivi scapparono con un mare di soldi).

Ho maturato l’idea che se si studiano queste cose occorre prima premunirsi di una congrua dose di Maalox.

Una curiosità.

Heil-Jesus

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Ma a qualcuno è venuta mai l’idea di denunciare e perseguire qualcuno del Vaticano o della Croce Rossa?

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Mussolini. ultima intervista (22apr1945)

22 Aprile 1945: l’ultima intervista a Benito Mussolini.

Il documento ha la forma di una intervista; un’intervista che Mussolini concesse nel suo studio presso la Prefettura di Milano a Gian Gaetano Cabella, direttore del “Popolo di Alessandria”, nel pomeriggio del 20 aprile 1945 e che, come si è detto, rivede attentamente il giorno 22 aprile, cioè sei giorni prima della morte.  Quando il giornalista di sua fiducia gliela riportò il 22 aprile, gli avvenimenti già precipitavano con un ritmo che non consentiva più illusioni. Del resto come si vedrà, definì questa intervista un testamento.
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BMussoliniIntervista o testamento?“, chiese d’improvviso Mussolini, avvicinandosi a me.

A quella domanda inaspettata io rimasi esterrefatto. Non seppi cosa rispondere. Non sfuggì la mia emozione a Mussolini, che cercò di dissipare la mia confusione con un sorriso bonario. “Sedetevi qui. Ecco una penna e della carta. Sono disposto a rispondere alle domande che mi farete”.
In preda ad una grande agitazione , mi sedetti alla sua sinistra. La sua mano era vicina alla mia. Molte idee mi si affollavano nella mente, ma tutte imprecise. Finalmente formulai una domanda assai generica: “Qual è il vostro pensiero, quali sono i vostri ordini, in questa situazione?”. Invece di “ordini” dissi “disposizioni”; ma siccome nel testo dell’intervista, che il giorno dopo Mussolini rivide, corresse e siglò, sta scritto “ordini”, lasciò l’espressione ch’egli stesso approvò. Debbo aggiungere che, quantunque io abbia preso nota con la maggiore attenzione possibile di quanto Mussolini mi andava dicendo, non ho potuto, nelle giornate che seguirono il colloquio, riferirlo con esattezza minuta, rigorosa.
Solo a distanza di tempo, oggi, ricordo bene; con assoluta precisione. Perciò posso completare ciò che non mi fu possibile allora. Ecco il perché di queste note, delle note che seguiranno.
Alla mia domanda, Mussolini, a sua volta domandò:
Voi cosa fareste?”.
Debbo aver accennato un gesto istintivo di sorpresa. Mussolini mi toccò il braccio, e sorrise di nuovo: “Non vi stupite. Faccio questa domanda a tutti. Desidero sentire il vostro parere.
“Duce, non sarebbe bello formare un quadrato attorno a voi e al gagliardetto dei Fasci e aspettare, con le armi in pugno, i nemici? Siamo in tanti, fedeli, armati…”.
Certo, sarebbe la fine più desiderabile… ma non è possibile fare sempre ciò che si vuole. Ho in corso delle trattative. Il Cardinale Schuster fa da intermediario. Non sarà versata una goccia di sangue”.
Veramente disse: “Ho l’assicurazione che non sarà versata una goccia di sangue.
Un trapasso di poteri. Per il governo, il passaggio fino in Valtellina, dove Onori sta preparando gli alloggiamenti. Andremo anche noi in montagna per un po’ di tempo” .
Osai interromperlo: “Vi fidate, Duce, del Cardinale?”.
Mussolini alzò gli occhi e fece un gesto vago con le mani.
E’ viscido. Ma non posso dubitare della parola di un Ministro di Dio. E’ la sola strada che debbo prendere. Per me è, comunque, finita. Non ho più il diritto di esigere sacrifici dagli italiani”.
“Ma noi vogliamo seguire la vostra sorte…”.
Dovete ubbidire. La vita dell’Italia non termina in questa settimana o in questo mese.
L’Italia si risolleverà. E questione di anni, di decenni, forse. Ma risorgerà, e sarà di nuovo grande, come l’avevo voluta io”.
Dopo una brevissima pausa, continuò:
Allora sarete ancora utili per il Paese. Trasmetterete ai figli e ai nipoti la verità della nostra idea, quella verità che è stata falsata, svisata, camuffata da troppi cattivi, da troppi malvagi, da troppi venduti e anche da qualche piccola aliquota di illusi”.
Forse Mussolini non disse: “troppi”. Ho l’impressione che dicesse solo: “malvagi e venduti”. Quando rilesse le righe che seguono, le segnò a lato; e fece un gesto con la testa come per farmi comprendere che l’espressione non gli era troppo piaciuta. Tuttavia non la cancellò.
La sua voce aveva i toni metallici che tante volte avevo udito nei suoi discorsi. Poi, con fare più pacato, continuò:
Dicono che ho errato, che dovevo conoscere meglio gli uomini, che ho perduta la testa, che non dovevo dichiarare la guerra alla Francia e all’Inghilterra. Dicono che mi sarei dovuto ritirare nel 1938. Dicono che non dovevo fare questo, e che non dovevo fare quello. Oggi è facile profetizzare il passato”.
Ho una documentazione che la storia dovrà compulsare per decidere. Voglio solo dire che, a fine maggio e ai primi di giugno del 1940 se critiche venivano fatte erano per gridare allo scandalo di una neutralità definita ridicola, impolitica, sorprendente. La Germania aveva vinto. Noi non solo non avremmo avuto alcun compenso; ma saremmo stati certamente, in un periodo di tempo più o meno lontano, invasi e schiacciati”.
Mussolini mi disse di far risaltare che le frasi da lui sottolineate riguardavano i discorsi della gente. Egli stesso sottolineò con segno più forte l’espressione: “La Germania aveva vinto”, con tutto ciò che segue.
E cosa fa Mussolini? Quello si è rammollito. Un’occasione d’oro così, non si sarebbe mai più ripresentata. Così dicevano tutti e specialmente coloro che adesso gridano che si doveva rimanere neutrali e che solo la mia megalomania e la mia libidine di potere, e la mia debolezza nei confronti di Hitler aveva portato alla guerra.
La verità è una: non ebbi pressioni da Hitler. Hitler aveva già vinta la partita continentale. Non aveva bisogno di noi. Ma non si poteva rimanere neutrali se volevamo mantenere quella posizione di parità con la Germania che fino allora avevamo avuto. I patti con Hitler erano chiarissimi. Ho avuto ed ho per lui la massima stima. Bisogna distinguere fra Hitler ed alcuni suoi uomini più in vista…”.
A queste considerazioni Mussolini ne aggiunse varie altre. Questa ad esempio:
Ho parlato sempre col Führer della sistemazione dell’Europa e dell’Africa. Non abbiamo mai avuto divergenze di idee. Già all’epoca delle trattative per lo sgombero dell’Alto Adige, controprova indiscutibile delle sue oneste e solidali intenzioni, il Führer dimostrò buon volere e comprensione”.
La sistemazione dell’Europa avrebbe dovuto attuarsi in questo modo:
L’Europa divisa in due grandi zone di influenza: nord e nord-est influenza germanica, sud, sud-est e sud-ovest influenza italiana. Cento e più anni di lavoro per la sistemazione di questo piano gigantesco. Comunque, cento anni di pace e di benessere. Non dovevo forse vedere con speranza e con amore una soluzione di questo genere e di questa portata?
“In cento anni di educazione fascista e di benessere materiale il Popolo italiano avrebbe avuto la possibilità di ottenere una forza di numero e di spirito tale da controbilanciare efficacemente quella oggi preponderante della Germania.
Una forza di trecento milioni di europei, di veri europei, perché mi rifiuto di definire gli agglomerati balcanici e quelli di certe zone della Russia anche nelle stesse vicinanze della Vistola; una forza materiale e spirituale da manovrare verso l’eventuale nemico di Asia o di America.
Solo la vittoria dell’Asse ci avrebbe dato diritto di pretendere la nostra parte dei beni del mondo, di quei beni, che sono in mano a pochi ingordi e che sono la causa di tutti i mali, di tutte le sofferenze e di tutte le guerre.
“La vittoria delle Potenze cosiddette alleate non darà al mondo che una pace effimera e illusoria.
Per questo voi, miei fedeli, dovete sopravvivere e mantenere nel cuore la fede. Il Mondo, me scomparso, avrà bisogno ancora dell’Idea che è stata e sarà la più audace, la più originale e la più mediterranea ed europea delle idee.
Non ho bluffato quando affermai che l’Idea Fascista sarà l’Idea del secolo XX. Non ha assolutamente importanza una eclissi anche di un lustro, anche di un decennio. Sono gli avvenimenti in parte, in parte gli uomini con le loro debolezze, che oggi provocano questa eclissi. Indietro non si può tornare. La Storia mi darà ragione”.
A questo punto Mussolini tacque. Scosse alcune volte la testa come per scacciare un pensiero molesto. Quando, due giorni dopo, gli portai il dattiloscritto M2di queste dichiarazioni, fece in più punti, specie là ove mi aveva parlato di una forza di trecento milioni di europei, di “veri europei”, alcuni segni di distacco: segni di lapis. Mi disse che avevo dimenticato molte cose importanti. Oggi le ricordo benissimo tutte. Mussolini parlò della sua presa di posizione nel 1933-’34 fino ai colloqui di Stresa (aprile ’35).

Affermò che la sua azione non era stata interamente compresa e tanto meno seguita né dall’Inghilterra né dalla Francia. E soggiunse: “Siamo stati i soli ad opporci ai primi conati espansionistici della Germania. Mandai le divisioni al Brennero; ma nessun gabinetto europeo mi appoggiò. Impedire alla Germania di rompere l’equilibrio continentale ma nello stesso tempo provvedere alla revisione dei trattati; arrivare ad un aggiustamento generale delle frontiere fatto in modo da soddisfare la Germania nei punti giusti delle sue rivendicazioni, e cominciare col restituirle le colonie; ecco quello che avrebbe impedito la guerra. Una caldaia non scoppia se si fa funzionare a tempo una valvola. Ma se invece la si chiude ermeticamente, esplode. Mussolini voleva la pace e questo gli fu impedito”.
Dopo qualche istante di silenzio ardii chiedergli:
“Avete detto che l’eventuale vittoria dei nostri nemici non potrà dare una pace duratura. Essi nella loro propaganda affermano… “
Indubbiamente abilissima propaganda, la loro. Sono riusciti a convincere tutti. Io stesso a volte…”.
Mussolini sottolineò la frase: “Io stesso, a volte…” e sorrise. Posò il lapis sul tavolo e sollevò due o tre volte le mani fino all’altezza delle tempie. Poi, parlando lentamente e staccando le sillabe, aggiunse:
Qualunque cosa detta da loro è la verità. Mi sono chiesto la ragione di questa specie di ubriacatura collettiva. Sapete che cosa ho concluso?”.
Alzò il capo e mi fissò. E proseguì: “ Ho concluso che ho sopravvalutato l’intelligenza delle masse. Nei dialoghi che tante volte ho avuto con le moltitudini, avevo la convinzione che le grida che seguivano le mie domande fossero segno di coscienza, di comprensione, di evoluzione. Invece, era isterismo collettivo...”.
Ma il colmo è che i nostri nemici hanno ottenuto che i proletari, i poveri, i bisognosi di tutto, si schierassero anima e corpo dalla parte dei plutocrati, degli affamatori, del grande capitalismo”.
Mussolini ha segnato fortemente queste righe. Sono convinto di non aver saputo riferire bene tutto il suo pensiero. Mi disse:
Non avete detto tutto. Avete rimpicciolito la mia idea. Ne riparleremo…”.
Invece, non ci fu più né tempo e né modo di riparlarne. Pochi giorni dopo, fu Dongo, fu l’esecuzione, fu Piazzale Loreto.

La vittoria degli alleati – proseguì – riporterà indietro la linea del fronte delle rivendicazioni sociali. La Russia? Dovrà cozzare fatalmente con il capitalismo anglo-americano. Sarà allora che il popolo italiano avrà la possibilità di risollevarsi e di imporsi. L’uomo che dovrà giocare la grande carta…”.
“Sarete sempre voi, Duce…”.
Sarà un giovane. Io non sarò più. Lasciate passare questi anni di bufera. Un giovane sorgerà. Un puro. Un capo che dovrà immancabilmente agitare le idee del fascismo: collaborazione e non lotta di classe, carta del Lavoro e socialismo, la proprietà sacra fino a che non diventi un insulto alla miseria, cura e protezione dei lavoratori, dei vecchi, degli invalidi; assistenza e tutela della madre e dell’infanzia...”.
Mussolini si passò una mano sulla fronte. Poi, dopo un attimo di silenzio, continuò: “ Moralità in tutti i campi, lotta contro l’ignoranza e contro il servilismo verso i potenti, potenziamento, se si sarà ancora in tempo, dell’autarchia, unica nostra speranza economica, esaltazione dell’orgoglio di essere italiano, educazione in profondità e non in superficie, come purtroppo avvenuto per colpa degli avvenimenti e non per deficienza ideologica… Verrà il giovane puro che troverà i nostri postulati freschi, audaci e degni di essere seguiti…”.
Anche qui Mussolini fece attenzione a quanto stavo scrivendo. In una riga, corresse un errore madornale. Arrossii. Egli se ne accorse e rise. Poi disse: “Quando vi si incolpa di avere sbagliato, dite pure che Mussolini sbaglia dieci volte al giorno!”.
Quindi proseguì: “Abbiamo avuto 18 secoli di invasioni e di miserie, di denatalità e di servaggio, di lotte intestine e di ignoranza. Ma, più di tutto, di miseria e di denutrizione. Venti anni di fascismo non sono bastati per dare all’anima di ogni italiano quella forza occorrente per superare la crisi e per comprendere il vero. Le eccezioni, magnifiche e numerosissime non contano. Io oggi sono come il grande clinico che non ha più la fiducia dei familiari dell’importante degente. Molti medici si affollano per la successione. Molti di questi sono già conosciuti per inetti; altri non hanno che improntitudine o gola di guadagno. Il nuovo dottore deve ancora apparire. E quando sorgerà, dovrà riprendere le ricette mie. Dovrà solo saperle applicare meglio. Un accusatore dell’ammiraglio Persano, al quale fu chiesto che colpa, secondo lui, aveva l’ammiraglio: “quella di aver perduto” rispose. Così io. Ho qui delle tali prove di aver cercato con tutte le mie forze di impedire la guerra che mi permettono di essere perfettamente tranquillo e sereno sul giudizio dei posteri e sulle conclusioni della Storia”.

M3wNel dire “ho qui tali prove”, indicò una grande borsa di cuoio. Mi sembra, delle tre, fosse quella di pelle gialla.
Non so se Churchill è, come me, tranquillo e sereno. Ricordatevi bene: abbiamo spaventato il mondo dei grandi affaristi e dei grandi speculatori. Essi non hanno voluto che ci fosse data la possibilità di vivere…
Mussolini sorrise lievemente quando parlò della sua serenità e tranquillità. Sorrise di nuovo quando fece cenno a Churchill. Il sorriso si mutò in una smorfia di disprezzo allorché parlò degli affaristi e degli speculatori.
Osai interromperlo per chiedergli d’un fiato: “Tra questi affaristi include anche il Vaticano?”
Siamo stati i primi, i soli, a ridare lustro e decoro e libertà e autorità alla Chiesa cattolica. Assistiamo a questo straordinario spettacolo: la stessa Chiesa alleata ai suoi più acerrimi nemici. La Chiesa cattolica non vuole, a Roma, un’altra forza. La Chiesa preferisce degli avversari deboli a degli amici forti. Avere da combattere un avversario, che in fondo non la possa spaventare e che le permetta di avere a disposizione degli argomenti coi quali ravvivare la fede, è indubbiamente un vantaggio. Diplomazia abile, raffinata. Ma, a volte, è un gran danno fare i superfurbi. Con la caduta del fascismo, la Chiesa cattolica si ritroverebbe di fronte a nemici d’ogni genere: vecchi e nuovi nemici. E avrebbe cooperato ad abbattere un suo vero, sincero difensore“.
A questo punto Mussolini tacque. Si alzò e si avvicinò alla finestra. Avevo cercato di fissare gli appunti nel modo il più esatto possibile, tenendo dietro a mala pena alle sue parole. Le cartelle erano oramai più di 30. Finalmente Mussolini si distaccò dalla finestra. Si rivolse di nuovo a me e riprese:
Mi dissero che non avrei dovuto accettare, dopo l’armistizio di Badoglio e la mia liberazione, il posto di capo dello stato e del governo della Repubblica Sociale. Avrei dovuto ritirarmi in Svizzera, o in uno stato del sud America. Avevo avuto la lezione del 25 luglio. Non bastava, forse? Era libidine di potere, la mia? Ora chiedo: avrei dovuto davvero estraniarmi?. Ero fisicamente ammalato. Avrei potuto assistere oramai da spettatore allo svolgersi degli avvenimenti. Ma cosa sarebbe successo? I tedeschi erano nostri alleati. L’alleanza era stata firmata e mille volte si era giurata reciproca fedeltà, nella buona e nella cattiva a sorte. I tedeschi, qualunque errore possano aver commesso erano, l’otto settembre, in pieno diritto di sentirsi e calcolarsi traditi. Avevano il diritto di comportarsi da padroni assoluti. Avrebbero senz’altro nominato un loro governo militare di occupazione. Cosa sarebbe successo? Terra bruciata. Carestia, deportazioni in massa, sequestri, moneta di occupazione, lavori obbligatori. La nostra industria, i nostri valori artistici, industriali, privati, tutto sarebbe stato bottino di guerra. Ho riflettuto molto. Ho deciso ubbidendo all’amore che io ho per questa divina adorabile terra. Ho avuta precisissima la convinzione di firmare la mia sentenza di morte. Non avevo importanza più. Dovevo salvare il più possibile vite ed averi, dovevo cercare ancora una volta di fare del bene al popolo d’Italia E la moneta di occupazione, i marchi di guerra, che già erano stati messi in circolazione, sono stati per mia volontà ritirati. Ho gridato. Oggi saremmo con miliardi di carta buona per bruciare. Invece nel Sud, i governanti hanno accettato le monete di occupazione. La più tremenda delle inflazioni delizia quelle regioni così dette “liberate”. Quando arriveranno nel Nord, in questo Nord che la Repubblica Sociale ha governato malgrado bombardamenti, interruzioni di strade, azioni di partigiani e di ribelli, malgrado la mancanza di generi alimentari e di combustibili, in questo Nord dove il pane costa ancora quanto costava 18 mesi fa e dove si mangia alle “mense del popolo” anche a 8 lire, quando arriveranno a “liberare” il Nord, porteranno, con altri mali, l’inflazione. Mi sono imposto e ho avuto uomini che mi hanno ubbidito. Non si è stampato che il minimo occorrente, di moneta. Ho però autorizzato le banche ad emettere degli assegni circolari, questi tanto criticati assegni. Non sono tesaurizzabili: ecco la loro importanza. La lira-moneta automaticamente viene richiesta, acquista credito, le rendite e i consolidati sono saliti a 120. Ho impedito che i macchinari venissero trasportati in Baviera. Ho cercato di far tornare migliaia di soldati deportati, di lavoratori rastrellati. Dalla Germania sono tornati oltre 400.000 soldati ed ufficiali prigionieri, o perché hanno optato per noi o per mio personale interessamento. Ho impedito molte fucilazioni, anche quando erano giuste. Ho cercato, con tre decreti di amnistia e di perdono di procrastinare il più possibile le azioni repressive che i comandi germanici esigevano per avere le spalle dei combattenti protette e sicure. Ho aiutato tanta povera gente, senza informarmi delle idee dei singoli. Ho cercato di salvare il salvabile. Fino ad oggi l’ordine è stato mantenuto: ordine nel lavoro, ordine nei trasporti, nelle città… Dovevo, di fronte ad una situazione che vedevo tragicamente precisa, disertare il mio posto di responsabilità? Leggete: sono i giornali del Sud: “Mussolini prigioniero dei tedeschi”, “Mussolini impazzito”, “Mussolini ammalato”, “Mussolini con la sua favorita”, “Il Duce fuggito in Brasile?”. Poi strinse il pugno e lo batté con energia sul tavolo: “Invece sono qui, al mio posto di lavoro. Lavorerò anche in Valtellina. Cercherò che il mondo sappia la verità assoluta e non smentibile di come si sono svolti gli avvenimenti di questi cinque anni”.
Chiesi: “Ma c’è è ancora una speranza? Ci sono davvero le armi segrete?”.
Ci sono. Sarebbe ridicolo e imperdonabile bluffare. Se non fosse avvenuto l’attentato contro Hitler nell’estate scorsa, si avrebbe avuto il tempo necessario per la messa in azione di queste armi. Il tradimento anche in Germania ha provocato la rovina, non di un partito, ma della patria“.
Quando pronunciò la parola “tradimento” esclamai: “Ma noi vi siamo stati e vi saremo sempre fedeli”.
Egli, allora, mi pose la mano sul braccio e mi disse con accento triste: “Quanti giuramenti! Quante parole di fedeltà e di dedizione! Oggi solo vedo chi era veramente fedele, chi era veramente fascista! Siete voialtri, sempre gli stessi fedeli delle ore belle e delle ore gravi. Facile era osannare nel 1938! Ho una tale documentazione di persone che non sapevano più che fare per piacermi! E al primo apparire della tempesta, prima si sono ritirati prudentemente per osservare lo svolgersi degli avvenimenti. Poi si sono messi dalla parte avversaria. Che tristezza. Ma che conforto, finalmente, poter vedere che vi sono i puri, i veri, i sinceri. Tradire l’idea… tradire me… ma tradire la patria…“.
“Duce, pensate che inglesi e americani possano vedere i russi arrivare nel cuore dell’Europa? Non sarà possibile una presa di posizione…?”.
I carri armati che penetrano nella Prussia Orientale sono di marca americana“.
A questo punto Mussolini volle precisare che non riteneva, oramai, più possibile sperare in un capovolgimento del fronte. Disse anche: “Forse Hitler si illude“. Poi alzò le sopracciglia, fece un ampio gesto con le mani, quindi riprese: “Il compito degli alleati è di distruggere l’Asse. Poi…“.
“Poi?”.
Ve l’ho detto. Scoppierà una terza guerra mondiale. Democrazie capitalistiche contro bolscevismo. Solo la nostra vittoria avrebbe dato al mondo la pace con la giustizia. Mi hanno tanto rinfacciata la forma di disciplina che imponevo agli italiani. Come la rimpiangeranno. E dovrà tornare se gli italiani vorranno essere ancora un popolo e non un agglomerato di schiavi… E gli italiani la vorranno, la esigeranno. Cacceranno a furor di popolo i falsi pastori, i piccoli malvagi uomini asserviti agli interessi dello straniero. Porteranno fiori alle tombe dei martiri, alle tombe dei caduti per un’idea. Diranno, allora, senza piaggeria, e senza falsità: Mussolini aveva ragione“.
Il Duce a questo punto prese le cartelle dove avevo messo gli appunti.
Non farete un articolo. Riprendete da questi appunti quello che vi ho detto. Dopodomani mattina mi porterete il dattiloscritto. Se ne avrò tempo riprenderemo fra qualche giorno questo lavoro“.
Dissi che in anticamera era il mio redattore capo, già direttore di un settimanale di Brescia. Mussolini lo fece chiamare. Rimanemmo ancora dieci minuti in udienza.
Terminai la stesura delle cartelle quella stessa notte, al giornale. Per mancanza di carta, dovetti scrivere le ultime quattro cartelle al rovescio delle prime quattro. Lavorai come potei: Tre allarmi aerei, tre volte la luce si spense.
La mattina del 22 aprile, alle 11, tornai in Prefettura. Mussolini era fuori. Fece ritorno alle 12,40. Camminava cupo e con passo rapido. Gli avvenimenti precipitavano con un ritmo che non consentiva più illusioni: gli angloamericani si erano avvicinati vittoriosi alla linea del Po. Ogni speranza in una qualsiasi resistenza svaniva, tanto per l’esercito tedesco, quanto per i fascisti. Già echeggiava il sinistro: “Si salvi chi può”. Perciò Mussolini doveva già avere la visione, forse ancora nebulosa ma non per questo meno drammatica, della prossima fine. Ci vide. Rispose con aria stanca ai nostri saluti. Quando fu sulla soglia della sua stanza da lavoro, si voltò e mi fece cenno di attendere.
Barracu, dopo una decina di minuti, mi introdusse da lui. Stava mangiando. Gli avevano portato una zuppiera. Sorbì alcune cucchiaiate di minestra. Mangiò un po’ di verdura, un pezzettino di lesso, due patate e una carota bollita. Poi una mela. Bevve due dita di acqua minerale. Quindi si volse verso di me, e mi disse: “Fatemi vedere il vostro lavoro“. Scostò delle carte. Lesse con attenzione, lentamente. Il suo volto aveva visibili tracce di stanchezza. Alla distanza di sole 48 ore, sembrava molto invecchiato. Corresse e tracciò molti segni, come risulta dal dattiloscritto. Quindi volle siglarlo, apponendo in calce all’ultimo foglio la sua ben conosciuta inconfondibile “M”.
Alla fine mi disse: “Va bene. Ci rivedremo, forse, in Valtellina. Altrimenti, qualunque cosa accada, non fate pubblico questo scritto. Se dovesse accadere il crollo, per almeno tre anni tenetelo nascosto. Poi fate voi, secondo il vostro criterio. Ora andate“.
Salutai senza poter dire una parola. Mi fece un gesto di arrivederci. Uscii dalla Prefettura con l’animo in tumulto. Non dovevo più rivederlo.

***


Resistenza o Rebellion?

wSep15x200In nessuna circostanza si può abbandonare il diritto che gli uomini hanno per natura di proteggere se stessi quando nessun altro può proteggerli.

In nessuna circostanza si può togliere al popolo ciò che appartiene loro di diritto senza, per ciò stesso, violare i precetti della giuridicità naturale e innescare una resistenza sostenuta dai medesimi precetti.

Il diritto di resistenza è un illecito eticamente motivato, una violazione sostenuta da ragioni di giustizia: sul presupposto che non si debba obbedienza a una legalità non conforme a giustizia, il diritto di resistenza rivendica legittimità etica e dignità giuridica.

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A mio modo di capire, questi concetti sono piuttosti opinabili e vaghi. In pratica, funziona che, se non sono d’accordo con chi mi impone qualcosa, io posso “resistere” per “proteggermi”.

Almeno a livello di diritto. Anche nella pratica, direi. Eccome!
Ne consegue che chi ha fatto il partigiano ha fatto la Resistenza. E’ stato, cioè, la Resistenza. E ha smesso di esserlo nel momento in cui, rovesciato il regime, ha preso in mano il potere. Le persone possono abitare la resistenza, per un periodo, una stagione, una lotta. Ma la Resistenza non ha ha padrone, né parte: è una forza d’opposizione, ovvero, non è una forza, ma il contrario di essa, per definizione.

E’ legale come e quanto la forza a cui si oppone, sempre a livello di diritto. Ne consegue che la Rebellion di Star Wars o i partigiani della Resistenza  esercitavano un diritto.

rebellion

I partigiani combattevano per salvare l’Italia, i fascisti parlavano di amore per l’Italia, chi aveva giurato per il Re era disposto a morire per l’Italia. A me sembra che per l’Italia si sia combattuto e resistito da una parte, come dall’altra. In egual misura, con determinazione.
E con lo stesso diritto. E con gli stessi errori.

Chi è morto per la Patria, da qui, mi sembra morto e basta. Si è sentito sempre dire “morto per (la libertà) (l ‘onore della Patria)” abbia solo tragicamente perso la vita nel difendere il proprio ideale. NON c’è parte giusta o sbagliata come Napolitano ebbe a dire recentemente; c’è una parte che ha vinto sul campo con la forza e non con l’appoggio divino o della giustezza della ragione. Sono tutte cazzate!

Res1                        Quindi come orientarsi?                             res-PCI

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Casomai, oggi si può evincere che la “Resistenza” sia per buona parte, un’ icona postuma che molti storici ricercatori possono almeno ridimensionare, almeno militarmente parlando. resistenza+garofanoSe non negli ultimissimi mesi del conflitto. Ebbi a riportare che Kesselring scrisse nel 1950 che “se era solo per i partigiani, avrebbe preso casa in Italia…“, volendo spiegare che il peso della Resistenza era insignificante. Spesso siamo stati vittime di una agiografia ove i fatti sono ingigantiti o inventati per descrivere una lotta di un popolo contro l’invasore ed il fascista. Sulla base dell’opera dello storico ed ex partigiano Roberto Battaglia Storia della Resistenza Italiana – Einaudi, 1953, è iniziato un mito: il “mito della Resistenza” che prese forma e si impose verso la fine degli anni ’60, primi anni 70, anche sulla scia delle fiction, ovvero di una certa filmografia che fin dal primo dopoguerra si impegnò in questo campo: tra gli altri, ricordiamo per esempio: Roma città aperta del 1945 di Roberto RosselliniAchtung! Banditi! del 1951 di Carlo LizzaniLe quattro giornate di Napoli del 1962 di Nanni Loy; e soprattutto Mussolini ultimo atto, del 1974 di Carlo Lizzani. Così come nel film di Loy sulla presunta sollevazione di Napoli, (ne parlerò in un prossimo articolo) anche in questo sulla fine di Mussolini del Lizzani, veniva abbondantemente travisata la realtà dei fatti e inventati episodi mai avvenuti. Il film di Lizzani poi, non era altro che la messa in pellicola della “vulgata” ovvero della versione falsa e di comodo che elementi del Pci ebbero a fornire sulla morte del Duce addebitandone oneri e onori a tal Walter Audisio. tiratoriFiUna “vulgata” che lo stesso regista Lizzani nel 2007, in un suo libro di memorie ebbe oltretutto a smentire clamorosamente (e con essa il suo stesso film in cui Franco Nero interpretava l’”eroico” colonnello Valerio) laddove, riportando una lettera che gli scrisse nel 1975 Sandro Pertini, questi ebbe ad affermare: “…e poi non fu Audisio a eseguire la ‘sentenza’, ma questo non si deve dire oggi”. Ma anche le presunte “4 giornate di Napoli”, ci consentono di fare un paragone ed elevare una osservazione storica: si prenda ad esempio l’episodio di Firenze, dove nutriti gruppi di “franchi tiratori” fascisti, accolsero a fucilate dai tetti gli invasori americani. Di questo avvenimento ne abbiamo innumerevoli prove, testimonianze, anche statunitensi, riscontri e documentazioni.
Ne deriva che i “franchi tiratori” fascisti sono un fatto storico acquisito tir.Fie le “4 giornate di Napoli”, viceversa, appartengono alla fantasia o alla propaganda. Ora, storicamente, non si può negare che nei due anni, dal 1943 al ’45, ci furono diversi italiani antifascisti, che, come naturale che accada, presero ad aumentare, mano a mano che si andava verso la sconfitta e di pari passo con l’esasperazione della gente.

Ma ancor più insignificante è il riscontro militare di una effettiva lotta partigiana, quello che dovrebbe caratterizzare il valore e la portata di una vera e propria Resistenza, e che invece manca assolutamente.
Qualche imboscata, attentati nell’ombra, occupazioni di località sgombrate dal nemico, (un caso molto frequente) ripiegamenti in montagna, ecc., non possono costituire un serio elemento per dare a questi episodi il carattere di una resistenza armata ai “nazifascisti”. Gli idealisti antifascisti, comunisti e non, erano una presenza veramente minimale, comunque bisogna riconoscere che c’erano, e spesso furono proprio quei pochi a pagare con la vita. Ma evocare il termine di partigiane“liberazione”, di sollevazione popolare è un falso storico provato per limiti oggettivi comprensibili. Questa minoranza di antifascisti “attivi”, idealisti, renitenti alla macchia o clandestini nelle città, frange dell’Esercito monarchico, ecc., non compirono mai alcun atto bellico di rilievo. Gli attentati più famosi provocarono solo rappresaglie furiose giustificate dalla viltà di questi atti inutili.
resitenza
Con questo non si vuole essere irriconoscenti verso chi ha combattuto, ma se non era per gli Alleati l’Italia non si liberava affatto. Ma nemmeno un paesino. Sopra ho parlato di “errori”. Un errore che dovrebbe essere sanzionato, è fare una guerra di epurazione politica che ha dato voce soprattutto agli odi di classe a conflitto già terminato. Questo è insostenibile. Ed è questo che affiora oggi, sempre di più.

eccidio di Boves

Boves2Forse, la prima rappresaglia tedesca che mostrava l’odio verso l’Italia per il suo tradimento.Perché… di tradimento, si tratta. Visto da parte crucca è un episodio che mai si era verificato prima nella storia. Le SS incendiano il paese, circa 350 case rastrellate e bruciate e massacrando 32 persone, compresi il parroco ed il commissario della prefettura, i quali, addirittura, vengono bruciati vivi. Il 19 settembre 1943. Poi, in seguito a rastrellamenti, i tedeschi replicano dal 31 dicembre al 3 gennaio, con altri 59 morti.

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Per capire la cronaca, i fatti. Prima di affrettare giudizi, un filmato.

Anche sul canale YouTube.

E come sempre… due prospettive:

– la Resistenza che doveva combattere, si dirà…poi

– dove c’erano i partigiani, quasi sempre, le feroci rappresaglie germaniche con la gente normale che ci prendeva di mezzo…

deutsch-camion .

quadratino   I GIORNI MALEDETTI del 44 e del 45.


1 gennaio 1944
Continua il rastrellamento nei dintorni di Boves:        vengono uccisi sei partigiani e quindici civili.


2 gennaio 1944
I tedeschi si portarono in quota molto più alta del giorno prima, in modo da dominare la zona. Nella vallata nessun attacco diretto alle postazioni partigiane ma un incessante carosello aereo, con picchiate e mitragliamenti. Vengono uccisi un partigiano e un civile.


3 gennaio 1944
Il terzo giorno completarono il rastrellamento incendiando tutto ciò che era possibile bruciare: casotti, case, fienili, pagliai, mucchi di fascine,di legna, di foglie. Uccisero pure tutte le mucche e tutto il bestiame dei contadini.
Fecero terra bruciata nelle frazioni di Rivoira, Castellar, Rosbella, parte di Madonna dei Boschi e S. Giacomo a valle della Chiesa. Furono uccisi cinque partigiani e dodici civili.


1 novembre 1944
Esplosione del treno 9251 sulla linea Torino Cuneo Boves all’altezza del casello della Morra. I morti furono 10, un partigiano e 9 civili.


26 aprile 1945
Quale ultima ferocia  rappresaglia ormai terminata la guerra, i tedeschi in ritirata fucilano ancora nove giovani bovesani, prelevati dopo la mezzanotte, nei loro letti
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Economia dello sterminio

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Lo storico Snyder riscrive l’Olocausto.

Bloodlands

Sarebbe stato un caso, che Israele non avesse trovato qualcosa da obiettare nei riguardi di questo libro che in Europa è stato, direi, osannato in quasi tutti i Paesi.         Temo che non si possa scrivere nulla senza il preventivo benestare dell’Israel office.

Il libro riscrive la storia europea negli anni dei regimi nazista e comunista dal 1932 al ’45, mettendo al centro della scena, accanto a Germania e Russia, Paesi limitrofi trascurati in altre indagini e cercando di riordinare la mole esorbitante di numeri e fonti, in crescita dopo l’apertura degli archivi in Europa orientale e nell’ex Unione Sovietica.
E infatti, che il volume sia straordinariamente documentato, con ottanta pagine di note e riferimenti bibliografici, non è un dato messo in discussione da nessuno. Ma sono le argomentazioni a dividere.

In questo libro, Snyder disegna una sua mappa geografica, dal centro della Polonia a Ovest della Russia attraverso l’Ucraina, la Bielorussia e i Paesi Baltici, ribatezzando queste aree come ” Bloodlands “. In queste “terre insanguinate” più di 14 milioni di civili caddero per le politiche di sterminio di massa attuate dalla Germania nazista e l’Unione Sovietica durante gli anni che vanno dal 1932 al 1945. La prima peculiarità della ricostruzione è la classificazione, numerica e qualitativa, degli stermini, che viene individuata in sei cicli di omicidi perpetrati durante le due dittature.

NEL DETTAGLIO. Questi cicli comprendono:

3,3 milioni di cittadini sovietici, soprattutto ucraini, sterminati con una carestia programmata per permettere la collettivizzazione (creazione di grandi unità produttive nella campagna) nel 1932-1933;
300 mila uomini, molti dei quali polacchi e ucraini, uccisi durante il ‘Grande Terrore’ del 1937-1938, sempre nelle Bloodlands;
200 mila polacchi morirono durante l’occupazione tedesca dell’Unione Sovietica (1941-1944).
4,2 milioni di cittadini furono lasciati deliberatamente morire di fame;
5,4 milioni di ebrei fucilati o gasati, dai nazisti, durante gli stessi anni;
700 mila civili, soprattutto bielorussi e polacchi, fucilati dai tedeschi per rappresaglia.
Il totale, una stima conservativa secondo lo studioso, è di 14,1 milioni di vittime. I numeri sono inoppugnabili ma è l’aspetto qualitativo della loro trattazione l’aspetto più delicato.

Snyder scrive che i massacri non furono massacri concepiti per motivazioni ideologiche ma per fattori economici: l’agricoltura, il bisogno di collettivizzare e di liberare il terreno; «the peasant question», la questione agricola. Tuttociò per appagare il desiderio di Russia e Germania di costruire il rispettivo impero, eliminando gli ostacoli e liberando lo spazio vitale (Lebensraum).

IL METODO. L’Olocausto, per Snyder, diventa tecnica avanzata di sterminio per eliminare gli ebrei nel momento in cui non c’è margine per deportarli altrove. La stragrande maggioranza delle vittime morì per fame, fucilate e percosse. Metodi orribili ma “tradizionali”, lontani da quell’immaginario, anche iconografico, associato ai campi di concentramento occidentali che gli Alleati liberarono, riconsegnandone le testimonianze del Male assoluto.
Per l’autore, il grosso degli omicidi ha avuto luogo nei campi di sterminio che si trovavano nelle terre che furono poi invase dall’Armata Rossa ed erano praticamente inaccessibili agli occidentali dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Particolarmente raccapricciante, il capitolo riguardante l’ Holodomor (una parola che Snyder evita). Per esempio, raccontando una storia di un orfanotrofio non ufficiale nel villaggio in Kharkiv regione sono stati i bambini erano così affamati che ricorsero al cannibalismo , con un bambino sorpreso a mangiare parti di sé prima di essere cannibalizzato a sua volta.

deportation

Forse la parte più controversa del libro ruota intorno Snyder sottolineando le somiglianze tra i due regimi: Hitler e Stalin quindi condivisero una certa politica di tirannia portando catastrofi,  utilizzando la morte di milioni di persone per giustificare le loro politiche.

Il libro è stato definito un lavoro «innovativo e monumentale».  Un giudizio che fa il paio con quello del New Statement che ha definito il libro di Snyder «eccezionale», con quello dell’Economist che ha parlato di «storia revisionista del miglior tipo», con quello della New York Review of Books che lo ha ritenuto «coraggioso e originale» e altri osanna sparsi tra cui Guardian, Atlantic, Independent e Telegraph.

Premio Cundill riconoscimento di eccellenza, le prix du livre d’Histoire de l’Europe 2013; Premio Moczarski in Storia, Letteratura Award, American Academy of Arts and Letters; Prenota premio Lipsia per la comprensione europea; Phi Beta Kappa Emerson Book Award; Gustav Premio Internazionale di Storia Ranis; Premio Prakhina Fondazione Internazionale del Libro, la menzione d’onore; Premio Jean-Charles Velge; Premio Tadeusz Walendowski libro; Wacław Jędrzejewicz Medaglia Storia, nella rosa dei candidati per il Premio Duff Cooper, nella rosa dei candidati per la Wayne S. Premio Vucinich (ASEEES), in lizza per il Libro austriaco Scholarly dell’Anno, nella rosa dei candidati per il Premio NRD Sachbuch;. Giuria encomio, Bristol Festival of Idea.


voje turnà

… che non richiama il pezzo di Teresa De Sio, ma l’irrefrenabile desiderio di ritornare al fronte da parte di moltissimi soldati. Chi c’era stato parlava di qualcosa di indescrivibile. Una sorta di richiamo verso una cosa immensamente grande, immensamente importante. Oggi parliamo di adrenalina, ma allora non si parlava così. C’era il gruppo, c’erano gli amici coi quali si divideva il pericolo, ma anche le gioie. Persino i sogni non avevano più segreti, i progetti. Oggi tutto questo difficilmente esiste ancora, se non in caso di mestieri estremi, ma non credo sia la stessa cosa. Qualcuno descriveva questo stato d’ansia di tornare al fronte come “un’ossessione”.

Esoldiers ci credo. Perché può essere coinvolgente. La paura ci unisce e ci si stringe, ci si protegge. Cioè, ci da’ un senso alla lotta per la propria esistenza che prima magari era offuscata dalla quotidianità. Parlo di soldati, parlo di reporter di guerra, di crocerossine e di ausiliari. Il fronte, il pericolo, è dannatamente attraente. Come lo è oggi in certi sport estremi, lo era allora per una ragione comune: la libertà.

feritiPersonalmente, posseggo un tot di libri che trattano di esperienze del tal soldato che ferito che non vede l’ora di ritornare al Corpo. E quando gli viene chiesto se non sia il caso di “imboscarsi” in una congrua convalescenza, questi guarda stranito come se gli fosse stata prospettata una punizione. Pensavo fosse retorica, invece è sacrosanta realtà.

sbarchiI tenenti di Corpo, i sergenti, gongolavano al sentire di questi desideri che parlavano di attaccamento al gruppo, di coesione, di causa comune. Al fine della guerra, gli psicologi la definivano una patologia: un bisogno fisico di riprovare ancora quelle forti ed incontrollate emozioni.

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tedescoI tedeschi che hanno potuto raccontare, affermarono che dal ’43 in poi avevano completamente abbandonato la ragione per cui stavano combattendo e continuavano solo per i compagni. Per poter contribuire alla loro vita. In Germania, la Wehrmacht registrò moltissimi casi di depressione nei rientrati perchè si sentivano svuotati. Inutili, ora che i giochi erano fatti. Nonostante fossero ancora vivi dopotutto, con nuovi teorici stimoli per una nuova Germania, una nuova famiglia, un nuovo ruolo nella società, molti erano insoddisfatti perchè  a loro sembrava di vivere al rallentatore.

afterWar   Un libro che parla anche di queste cose. Dei bambini alla guerra, ai quali, una volta tolto il gioco, mettono su il broncio. E’ sicuramente un concetto un po’ forte ma, tuttosommato, applicabile in molti casi. Può apparire anche follia pura. Ma tornare alla normalità, per alcuni, era un totale disagio.      Sindrome di Rambo?

bambiniallaguerra


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