Archivi del mese: luglio 2015

il caso Ciano (una prospettiva)

Bortolo Giovanni Dolfin è una figura di un certo interesse, a mio modo di vedere, nel panorama RSI che si stava creando. L’ex federale di Ferrara, che sarà l’autore di ” Con Mussolini nella tragedia – Diario del capo della Segreteria particolare del Duce – 1943-1944,  Milano (1949) -“, è l’uomo tra i primi a sincerarsi delle condizioni di Mussolini, al rientro in Italia, dopo la sua liberazione. Rocca-delle-Caminate2Dopo il rientro dalla Germania, non appena ricevuta la notizia della possibilità, lascia Roma a tutta velocità per andare a Rocca delle Caminate per visitarlo; siamo ai primi d’ottobre ’43. Se non fosse per la quantità di distaccamenti militari tedeschi, in Romagna si potrebbe pensare che la guerra sia lontana, molto lontana, o forse inesistente. “Com’è diverso! Invecchiato, stanco. Sono colpito dal suo pallore e dalla sua magrezza – scrive – il suo cranio rasato, lucido è solcato da venature violacee, livide. E’ trasandato, sciatto. Osservo una macchia di unto sul bavero, in alto, a sinistra. Il lasco della camicia nera gli scopre il collo ed aumenta la sua magrezza“. Dolfin è un uomo di fiducia di Buffarini Guidi scelto a Roma, convinto ad accettare l’incarico con la consueta abilità che caratterizzava la sua azione; prima gli comunica bruscamente che il Duce lo ha personalmente scelto come segretario (in realtà Mussolini era in Germania e non se lo sognava nemmeno…), gli esprime in tono asciutto e autoritario le sue congratulazioni e gli ingiunge di prepararsi a partire. Un ordine è un ordine e non si discute. Poi, visto che Dolfin è così stupefatto da non spiccicar parola, lo attacca con lusinghe personali, patriottiche e politiche, assumendo un tono confidenziale ed amichevole. In questo modo, Dolfin, prevenuto e zittito, brutalizzato e adulato al tempo stesso, si trova ad aver già accettato senza nemmeno aver detto «sì». E’ questo il modo di diventare il Capo della “segreteria particolare” del Duce. Un ruolo che gli permetterà di auscultare molte riflessioni segrete che il lettore curioso troverà nel libro citato. Un fatto meno noto, per esempio, sono i dialoghi con Edda che riescono a far mutare radicalmente l’opinione del Duce riguardo Ciano. Fatto davvero meno noto:

Ciano è rientrato nelle buone grazie di Mussolini,

a dispetto dei tedeschi. «Ciano è un traditore e deve essere punito!», gridano i gerarchi nazisti. E’ ovvio che il Duce non può iniziare un procedimento penale contro i traditori del fascismo se non è disposto a punire ” il proprio genero”. Ciano, infatti, non aveva lesinato sgarberie ed ironici commenti alle persone private dei capi tedeschi mentre era ministro degli esteri e la cosa non era affatto piaciuta. Gli umori giornalieri sono di scena quotidianamente nell’ufficio di Dolfin a Gargnano, dove lavora con entusiasmo e dedizione. E questa stanza diventa l’ambiente più aggiornato e dove forse vengono a galla tutti i rumors della nuova RSI. Dolfin dice ciò che pensa. La sua influenza sul capo del governo preoccupa molto i tedeschi; dal caso Ciano a tutto il resto. Preoccupa anche molti gerarchi fascisti che impongono un secondo segretario che supervisioni il primo; viene scelto il figlio Vittorio. Si fa particolarmente intricata la posizione dell’ufficio riguardo le informazioni assunte e rilasciate e questa situazione servì solo a mettere a nudo contrasti insanabili e un generale disorientamento di idee e di propositi. Musso-leftMussolini, a proposito di Ciano, aveva deciso di tenersi ufficialmente il più possibile estraneo alla cosa. Questo era un punto delicato: i rapporti personali con l’interessato e con la figlia Edda. Sempre via-Dolfin. E proprio al segretario particolare, per primo, confidò di essersi convinto che fosse il caso di dimenticare le promesse fatte al genero e alla figlia, nonchè le patetiche scene di riconciliazione: «non colpire Ciano sarebbe come dire che non è possibile colpire nessuno; il caso Ciano è l’elemento che deve chiarire l’atmosfera creata dal crollo del regime!». Ancora via-Dolfin tutta la gestione della problematica della legittimità giuridica della condanna: non esisteva (secondo il ministro della Giustizia Pisenti) alcuna prova oggettiva di un preventivo accordo tra i membri dissidenti del GranConsiglio con il Re o con Badoglio. E non era una cosa da poco. Qui il Duce non volle assolutamente esporsi. Come è noto che egli non vide mai la domanda di grazia inoltratagli dai prigionieri di Verona dopo la condanna a morte. L’episodio ebbe Pavolini come protagonista. Ciano-incarcere-a-VeronaUn aspetto curioso che Dolfin ci ricorda è che i tedeschi, che tanto avevano fatto per arrestarlo prima a Monaco, poi preteso di tenere costantemente nella sua cella due SS ( attenzione esclusiva per Ciano), fossero poi ad un pelo dal liberarlo in extremis mediante un teatrale rapimento. La cosa tirava in ballo il famoso diario di Ciano e gli intrighi di sua moglie con i gerarchi nazisti; Edda si battè disperatamente sino all’ultimo per salvare il marito. Ma il Duce ostentò un atteggiamento di completo distacco. Hitler in persona, il 6 gennaio, ordinò la sospensione della liberazione di Ciano in cambio del diario! La sorte di Ciano fu segnata molto dalla sua feroce antipatia mostrata durante il processo di Verona, come ricorda Dolfin, che motivò ulteriormente la condanna nella cosiddetta “notte degli scalzi” carcere-degli-Scalzi (- carcere degli Scalzi – era il nome del carcere che ospitava i prigionieri). Secondo la sua testimonianza e quella di Pino Rauti (da Omnibus ’98), la sentenza venne emessa con l’avvallo dei battaglioni della Gnr e della Milizia che avevano preparato una sorta di “marcia su Verona” a favore di queste condanne; la notte – cita Rauti – i camion di molte caserme avevano i motori accesi. Il plotone di esecuzione fu composto da volontari che ne avevano fatto domanda; il nuovo fascismo aveva bisogno di questa catarsi rivoluzionaria, secondo loro: i traditori dovevano essere puniti e i battaglioni sui camion erano disposti a farsi giustizia da soli in caso fosse uscita un’inaspettata assoluzione. La sorte di Ciano era segnata.

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Ettore Muti: la fine

Una cosa è certa: la guerra civile è incominciata il 24 agosto 1943.
Alle due di notte, com’è di rigore per i fattacci più misteriosi, l’ex segretario del Partito Nazionale Fascista Ettore Muti viene arrestato a Fregene da una squadra di carabinieri.
Poco dopo il suo corpo giace nella pineta con un colpo alla nuca (vedi foto) cappelloEM
La versione ufficiale parla di colpi d’arma da fuoco sparati dal bosco contro la scorta, poi di tentativo di fuga, di inseguimento, infine di ferimento ad opera dei moschetti dei carabinieri.
Ma è accettabile questa versione ufficiale?
Quali sono i motivi di dubbio?
Chi aveva interesse a sopprimere Muti?

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Tolleranza e no…

le-fondamenta

Dal Volume Mussolini, Graziani e l’Antifascismo (ed. Longanesi, 1949) di Carlo Silvestri riporto parte di un articolo che egli riprese dal n° 3 del giornaletto Il Ribelle (29 aprile 1945), organo della IV divisione partigiana Pinan — Cichero.

«EPURAZIONE! – Procederemo implacabili. Occorre colpire gli indivi­dui, distruggerli, eliminarli integralmente».
epurazione«Viviamo un’epoca nettamente rivoluzionaria: il fremito diffuso in tutta la storia moderna raggiunge ora un’espressione definita e chiara: sappia­mo ora ciò che vogliamo. Ma dobbiamo sapere quali siano i mezzi adegua­ti allo scopo. Si tratta in primo luogo di liberarci dal fascismo che è in noi. Si tratta di eliminare il fascismo dai costumi, di distruggerlo come forza attivamente operante nella nostra società. Il fascismo va colpito come forza del male del nostro tempo: colpire il fascismo come idea e come manifestazione incarnata negli individui: tale il nostro dovere.
Ma non basterà colpire l’idea: bisognerà colpire chi si è macchiato serven­do l’idea fascista e chi si macchierà di fascismo.
Occorre epurare: colpire gli individui renitenti, distruggerli, eliminarli, integralmente: disinfettare l’aria infetta, se non vogliamo che il morbo resti permanentemente nella nostra atmosfera politica.
Una grande lotta ci attende: non finirà quando deporremo i mitra e gli sten: sarà la nostra lotta dell’immediato dopoguerra . L’eliminazione dovrà colpire migliaia di fascisti e i colpiti saranno sempre pochi: i fascisti in circolazione sempre troppo numerosi.
Epurare: è un dovere; è il dovere.

Non arrestiamoci per sentimentalismi o per stanchezza.
Ma non ci si può fermare ai fascisti patentati: il fascismo è un fenomeno vastissimo: è il fenomeno di una società in putrefazione…
Borghesia rea­zionaria e feudale, parassiti sfruttatori, cialtroni e farabutti, plebe senza coscienza e dignità, coscienze fiacche o menti troppo astute di opportuni­sti: tutta questa genia va colpita.
Contro costoro risuonerà implacabile la nostra voce, finché potrà vibrare attraverso l’etere o attraverso l’inchio­stro.
Fascisti e sfruttatori del fascismo, parassiti e corrotti e corruttibili di ogni genere vi perseguiteremo con la nostra parola e con la nostra opera di epurazione, finché avremo un briciolo di energia….

L’imperativo dell’ora: avanti con l’epurazione».MussoliniGrazianiel'antifas

E proprio l’altra sera sentivo in Tv un ex-comunista che allora (nel ’45) parlava di tolleranza…


Corbari. una riprova

Corbari256wServiva? Forse no, forse sì. Comunque, per tutti gli approfondimenti rimando il lettore curioso alle puntate che hanno reso questo blog così “deep” sull’argomento. A pagina 178 del libro – Da movimento armato a partito politico – di Sergio Gnani (a cura del Centro Studi del PRI della E.R.- Faenza, 1979), Bruno Nediani afferma:
«… il 6 febbraio 1944 mi incontro con Corbari nella bottega di mio fratello Alfredo in Faenza: dice di non essere più disposto a ricevere ordini dal partito comunista ed esprime la deter­minazione di ricostituire la banda con carattere prettamente patriottico».
Nel giugno ‘44 Corbari non aderisce ancora ad un movimento spe­cifico e ignora l’esistenza dello stesso C.L.N. di Faenza. Il doc. C. XLI. h. 5 del 3 agosto 1944, n. 03131, dice:
«IV settore –Al Comitato Militare Zona N° 8 e per c. alla federazione del Partito -Al Comando 28 Br. GAP. –    Oggetto: Corbari Silvio…
il Corbari chiese l’appoggio di altri uomini per l’aviolancio e questi elementi in seguito agli accordi dal C.P. di Modigliana parteciparono col Corbari, con la pro­messa di essere armati di armi automatiche. In seguito allo sbandamento verificatosi dopo l’aviolancio, detti giovani portarono con sé l’arma e rico­noscendo nel Corbari un anticomunista e che il C.P. di Modigliana subisce la sua influenza, si rivolsero unicamente a me per ricevere ordini dal partito…».

Il responsabile GAP {firmato Palì o Poli (?)}
(più probabile Palì, noto gappista di Brisighella- Ndr.)

GAPUn successivo documento (C. XLI. h. 15, n° 03133) dice il motivo del contrasto: era nato per il possesso di un deposito d’armi e aggiunge, sulla questione dell’impegno politico di Corbari:
«Zona 8, (data) 9, 8, ‘44 – Al comando della 28 – Brg Gap “Mario Gordini”. Relazione sulla pratica Corbari: Per quanto riguarda la que­stione politica, io credo inutile preparare un incontro con un rappresen­tante responsabile del partito. Secondo me il Corbari non si assoggetterà a nessuna disciplina, egli asserisce di essere a contatto con un membro del C. di L.N., ma credo non sia vero, perché le sue direttive sono una antitesi delle nostre, a mio parere egli è un presuntuoso, che critica tutto ciò che fanno gli altri, convinto che quel poco di lavoro fatto bene ci sia perché fatto unicamente da lui… Assieme alla sua donna domina come un piccolo ras quella cinquantina di uomini che ha sotto di lui, credo non sia disposto ad accettare nessun legame, sia politico che militare e che non possa, causa il suo carattere e la sua poca modestia, essere idoneo a mili­tare nelle file di un partito quale il Comunista».

Il responsabile Gap della Zona 8 (Firma illeggibile).

8 giorni dopo, Corbari era morto.


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