Archivi del mese: agosto 2015

visita al fronte russo

« Sono stufo! – si lamenta il duce – di essere chiamato con il campanel­lo. Io non oso, di notte, disturbare i servitori e…  i tedeschi mi fanno salta­re dal letto senza il minimo riguar­do”. Ne ho piene le tasche di Hitler e del suo modo di fare! Questi collo­qui non mi piacciono… E poi che raz­za di colloqui sono? Debbo per cin­que ore assistere ad un monologo, abbastanza noioso ed inutile”… Ma sono sfoghi senza conseguenze. An­che se non sa rendersi conto del per­ché di questo precipitato colloquio, Mussolini si mette subito in treno per il Brennero senza fiatare, come al solito.
E’ il 24 agosto 1941. Lo ac­compagnano il generale Cavallero, l’ambasciatore Anfuso, il generale Gandin, il figlio Vittorio e l’amba­sciatore tedesco von Mackensen, il generale von Rintelen e il colonnello delle SS Dollmann. Al Brennero si aggiungono alla comitiva il principe Urah, l’interprete Schmidt, l’amba­sciatore italiano a Berlino Alfieri, il generale Marras e l’addetto stampa Ridoni. Il giorno seguente il treno speciale del duce si ferma a Rasten­burg, in Prussia, dove avviene l’incontro con il Fuhrer, alla sede del suo quartier generale, in mezzo a una fitta foresta dì betulle trasfor­mata da Hitler in un sinistro campo trincerato.
Il 26 agosto Hitler e Mussolini, con il loro seguito, salgono su due qua­drimotori Condor e volano verso Brest Litowsk dove li accolgono il maresciallo von Kluge, comandante della quarta armata, e il maresciallo Kesserling, comandante delle forze aeree, che illustrano ai due capi i piani operativi della campagna di Russia. Rientrati a Rastenburg, iL 27 Mussolini e Hitler si mettono di nuovo in viaggio su due treni speciali e si dirigono verso Strychov, fra Leopoli e Cracovia.

Mussolini-e-Hitler_28ago
Il 28, il quadrimotore del Fuhrer prende a bordo tutta la comitiva: Mussolini, Hitler, Ribbentrop, Die­trich, Himmler, Alfieri, Anfuso e altri del seguito e la trasporta a Uman dove aspetta il maresciallo von Rundstedt.
A venti chilometri dal piccolo cen­tro russo, presso Tekuscha, il gene­rale Messe, comandante del corpo di spedizione italiano, ha riunito reparti della divisione Torino e della le­gione Tagliamento che vengono pas­sati in rassegna dal duce.
Gli italiani erano “motorizzati” ri­corda Anfuso ed apparvero immobili sugli autocarri e presso le motoci­clette, a Mussolini e Hitler. La moto­rizzazione dava l’impressione di es­sere stata faticosa: su alcuni auto­carri si leggeva ancora, sotto un’af­frettata vernice, il nome della ditta italiana a cui erano stati requisiti: Bir­ra Peroni, Fratelli Gondrand,Yoga, Magneti Marelli…
Quegli autocarri, chiaramente rimediati attraverso grosse fatiche e soprusi, erano quanto di meglio su cui il nostro corpo di spedizione potesse con­tare ed il primo dei numerosi incerti logistici su cui era basata la nostra parteci­pazione alla guerra di Hitler”.

Conclusa la visita, Mussolini e Hi­tler riprendono posto sull’aereo per rientrare a Leopoli. Durante il volo, il duce ha una trovata che fa impallidire tutti e specialmente le SS cui è affidata la vita del Fuhrer: chiede di poter pilotare l’aereo. Hitler, colto alla sprovvista dalla inaspettata ri­chiesta del suo ospite, volge lo sguar­do intorno a sé in cerca d’aiuto. Il primo pilota Bauer, fa un impercet­tibile cenno di assenso, e Mussolini, soddisfatto del panico che aveva provocato si dirige al posto di pilotaggio dove rimane per tre quarti d’ora a dare prova della sua bravura. Sono tre quarti d’ora di silenzio e di sudore freddo.

Mussolini-pilota

Final­mente, prima dell’atterraggio, il du­ce cede nuovamente i comandi al se­condo pilota che riprende a respirare normalmente.
Da Rastenburg, il viaggio di ritor­no si compie di nuovo in treno.
Il 30 agosto il duce rimette piede in Italia e si ferma a Riccione per godersi l’ultimo sole di fine estate. Non è tornato di buon umore dal­la Russia.
Alla nostra ambasciata di Berlino si dice che i tedeschi al pas­saggio del duce esclamassero: “Ecco il nostro Gauleiter per l’Italia”.

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lettera di un partigiano

Il capitano partigiano William Ferrari, nome di copertu­ra ‘Gordon’, era uno che aveva ucciso tante volte. Coman­dò il distaccamento di Ciano d’Enza e poi entrò nei Gap reggiani. Dopo la guerra il Partito lo premiò e gli diede la presidenza della Cooperativa Abbattitori e Macellatori di Reggio Emilia. Questa nuova attività, vien da dire, con l’al­tra costituiva un unicum.
Ma William Ferrari non era uguale agli altri ex partigia­ni, la sua coscienza era rimasta vigile e riconoscendo di aver ucciso per una società migliore s’accorse che aveva ucciso per niente. Fu allora che tormentosi dubbi comin­ciarono ad attanagliargli la mente, fino a quando ritenne di purificarsi liberandosi dei suoi segreti, gelosamente consi­derati “segreti del popolo”.
Lo fece attraverso un memoriale che ebbe un’eco scon­volgente, trattandosi d’una delle pochissime defezioni che illanguidivano il Partito comunista italiano. Ecco il testo:

Soltanto da qualche anno a questa parte, soltanto da quando ho la serenità necessaria per confrontare ciò che ci veniva insegnato durante la guerra partigiana con quello che è poi realmente avvenuto, ho cominciato a ca­pire i veri metodi del Partito comunista, gli scopi reali che persegue. Quando, prima e dopo l’aprile 1945, i no­stri capi ci dicevano che dovevamo ammazzare tutti i fa­scisti, uomini e donne per gettare le basi di una società che avrebbe avuto regno soltanto la giustizia, io ci cre­detti e feci il mio dovere, ma adesso, a molti anni di di­stanza, ora che ho visto gli arricchimenti illeciti dei no­stri capi di allora e la miseria dei gregari, voglio che tut­ti sappiano quello che io so […]
“In quei giorni [Ferrari si riferisce a dopo il 25 aprile 1945, ndA] si uccideva la gente con una facilità inau­dita. Noi avevamo l’ordine di agire a nostro piacimento, purché si procedesse all’eliminazione dell’intera classe dirigente anticomunista. Fu così che molte persone fu­rono prelevate e uccise senza che avessero mai commes­so nessuna colpa, né fossero mai stati fascisti. L’odio che ci avevano inculcato i dirigenti del Partito comunista si era scatenato nella maniera più barbara: non si ebbe pietà né di donne né di bambini […]. Nei nostri am­bienti si calcola che le eliminazioni nel Reggiano furono circa 3.500 […]. Non perdonerò mai ai comunisti di aver ucciso anche moltissimi partigiani che avevano fat­to il loro dovere di combattenti e che erano colpevoli sol­tanto di non condividere in pieno le idee e le imposta­zioni dei capi del partito”.
“Questa volta parlerò della zona attorno a San Polo e Ciano d’Enza”, scrive William Ferrari “due paesi insan­guinati come pochi dalle azioni di certi partigiani. Da quelle parti c’ero anch’io e quindi ne posso parlare con cognizione di causa.
I partigiani che maggiormente si distinguevano lungo le rive dell’Enza, per la loro ferocia erano Brenno Pagani, Pellegrino Fornaciari, il figlio del macellaio Burani Margine, attualmente guardiapesca a Reggio, (Giovanni Gibertini) detto Vulcano, (Athos Sac­chetti) fratello del deputato comunista, ora dirigente del­la Camera de1 Lavoro, la fidanzata del Sacchetti, adesso divenuta sua moglie, Enzo Gorini e inoltre Antonio Ales­si, Meli, Mario Sulpizio, detto “Guerra”, Lillo Giglioli, ora noto possidente, Ganapini) poi processato per l’uccisio­ne di un parroco nella zona, Arnaldo Zaboletti attuaI­mente commerciante in frutta e verdure in Piazza Fon­tanesi a Reggio, i fratelli Curti, detti gli “Stufoni” e Otel­lo Salsi. Di Otello Salsi posso dire che ha fatto uccidere
barbaramente il notaio di Cervarezza di Busana, il dot­tor Vezzosi) derubandolo dei vestiti che indossava e del­la fede matrimoniale che portava al dito. L’abito rubato servì al Salsi, essendo scuro, per celebrare il suo matri­monio e la fede rubata al Vezzosi finì al dito della moglie. Salsi è anche responsabile, a quanto mi risulta, della uc­cisione di Primo Poletti il cui cadavere non è mai stato ritrovato. In quanto ai fratelli Curti, gli “Stufoni”, erano specializzati nelle rapine ai danni dei personaggi più benestanti della zona.
PugnoChiuso“Una delle azioni più barbare fu certamente il massa­cro dei tredici militi della GNR che costituivano il presi­dio di Cerredolo di Toano. Era la sera del 3 maggio 1944, intorno alle 22. I partigiani sapevano che presso un bar del paese, ogni sera, si potevano trovare due o tre militi esenti dal servizio, i quali passavano lì le loro ore libere. Una trentina di partigiani della zona, tra i quali anche alcuni di quelli che ho nominato, entrarono all’improv­viso nel bar e disarmarono i due militi che vi si trova­vano. Puntarono loro le armi dietro la schiena e si fece­ro accompagnare al presidio. Li costrinsero a suonare il campanello, mentre i partigiani erano dietro di loro non visti, con le armi in pugno, e a farsi aprire. Non ap­pena il piantone aprì ai suoi due camerati, i partigiani si precipitarono dentro, lo disarmarono e poi catturaro­no gli altri dieci militari che stavano dormendo ignari di quanto succedeva. Ma gli assalitori non volevano li­mitarsi a disarmare il presidio, volevano fare una stra­ge: portarono tutti e dodici i militi nel piccolo cortile del­l’edificio e li falciarono con i mitra. Poi si accanirono sui cadaveri. Una cosa orrenda. Nei mesi successivi alcuni di quelli che avevano agito in quel cortile, si vantavano di cose da voltastomaco. In quello stato vennero ritrovati i corpi il giorno dopo. Comandante del presidio era il maresciallo Rinaldo Morini. Suo figlio, Afro, fu preleva­to il 4 marzo 1945 dal partigiano Giovanni Gibertini, detto “Vulcano”. Il corpo del ragazzo venne ritrovato a Cerredolo dei Coppi, nel giugno del 1945, da una conta­dina che stava zappando in un campo.
In quanto ad uccisioni debbo dire che il comune di Campagnola resterà tristemente famoso per molto tem­po. Infatti i fascisti uccisi in quel piccolo paese non si contano. Posso anche dire che molti cadaveri mai trova­ti furono sepolti da quelle parti: al cimitero, nei campi intorno al paese e nel podere del Bolondi che noi sape­vamo essere una base partigiana anche dopo la fine del­la guerra.
“Un’altra strage in massa fu compiuta nei pressi di Pedrino, nell’aprile 1945, nella Colonia dei Ciechi della Trinità, che era stata adibita a carcere provvisorio, che serviva per custodire i fascisti catturati che dovevano es­sere poi interrogati per accertarne le responsabilità. Co­mandante del carcere era Otello Salsi, detto “l’asino”; un ex guardiano di fili telegrafici. Durante la notte giunse­ro Athos Sacchetti la sua fidanzata e Enzo Gorini i qua­li lessero una lista di ventun nomi di fascisti che venne­ro fatti uscire dal carcere con la scusa di essere trasferi­ti in un altro luogo. Non appena fuori dal carcere i pri­gionieri vennero ammucchiati lungo una scarpata e mi­tragliati. Gli assassini non stettero a controllare se qual­cuno era rimasto vivo e si allontanarono immediata­mente. Ma due prigionieri, coperti dai corpi che cadeva­no disordinatamente, rimasero solo feriti: un tenente di Forlì ed un certo Catellani.
Però per sua disgrazia, il tenente, non pratico di quel­la zona di montagna, fu catturato di nuovo il giorno dopo e ucciso immediatamente. Il Catellani soltanto si è sal­vato ed è testimone oculare di quanto è qui avvenuto. Nel carcere erano detenuti anche i fratelli Lombardi di Ciano d’Enza, i quali ricordano perfettamente il momento in cui i partigiani entrarono nel carcere e lessero l’elenco di coloro che furono poi assassinati lungo la scarpata”.

La cifra di 3500 uccisioni che circolava negli ambienti del Pci reggiano, resa nota dall’ex capo partigiano Ferrari, è verosimile se si considerano quelle compiute dall’8 set­tembre ‘43 a tutto il 1947.


Bologna 1945

liberazione-BoBologna “la rossa”, si fece sentire subito (cioè non appena possibile) alle prime luci dell’alba del 21 aprile 1945, giorno della liberazione. Manipoli di partigiani (NP = non patrioti) passarono al setaccio la città uccidendo (come in un deathmach di Unreal Tournament) uomini e donne i cui nomi erano elencati in una lista di morte compilata dai capi bolognesi del PCI. brig.PaoloDai documenti d’un capo partigiano del capoluogo trovati qualche anno fa, era saltato fuori un elenco di quattro pagine coi nomi di 190 persone, uomini e donne che risultarono poi uccise in quei giorni del ’45. Curioso il fatto che fossero più donne che uomini, immuni da colpe o responsabilità oggettive, colpevoli forse d’esser stati in qualche modo legati al vecchio o al nuovo fascismo. Si trattava di stradini, sarte, casalinghe, infermiere, postini, impiegati di posti pubblici che per le loro mansioni non potevano non avere la tessera “repubblichina”. Tutti rovesciati in una fossa comune alla Certosa. Responsabili di queste soppressioni: i partigiani NP della 7° Brigata “Gianni” (vedi foto sotto)
7-Brig.-Giannie quelli della brigata GAP “Paolo” che dopo poco si unirono in un’unica struttura per continuare il repulisti del residuo fascista in tutto il bolognese cominciando dal possidente, poi all’agrario, al notaio, all’avvocato, ecc. Come ho detto, centinaia e centinaia di persone oltre la Certosa, come scrisse il Renato Romagnoli, gappista NP della 7°, riferendosi ai giorni di Bologna liberata.

La “lotta contro gli oppressori” continuava furibonda ed implacabile.
E per lotta si intendeva l’eliminazione fisica.

653 persone furono accoppate nel 1945 nella città di Bologna e comuni limitrofi, CastelMaggiore, Argelato, San Giorgio in Piano, San Giovanni in Persiceto. Mi sono sempre chiesto: come mai non si è mai registrato un tentativo di vendetta nei confronti di questi signori dopo la sconfitta del comunismo del 1948? Gli animi si erano sopiti? In questo modo, poi con le amnistie di Togliatti, la corsa dei rossi è stata “gratis”. Anzi, hanno ricevuto poi il permesso di fare parate, ricevere onorificenze e ringraziamenti pubblici come se la liberazione fosse stata merito loro. Incredibile.
Ma questo è un altro discorso fatto e rifatto in questo blog.


Faenza 1943 (mappa)

Trovata, da un inglese, una cartina tedesca del 1943 per motociclisti della Wehrmacht.

Si noti “v. Domizia” (ora c.so Matteotti) e ” v. V. Emanuele III” (ora v. Vittorio Veneto).

Faenza-1940


un gesto…carino

SudetiLa sera del 14 marzo 1939 la Nuova cancelleria del Reich era illuminata come non mai. Tirata a lucido (beh, poca fatica: era nuova di pacca ed era costata circa 88,9 milioni di marchi), attendeva l’arrivo di Hachà, il presidente della seconda Repubblica cecoslovacca, per la discussione finale sulla cessione dei Sudeti. Si saprà, di lì a qualche anno, che nelle stanze attigue Keitel, Schumundt e altri ufficiali dello Stato maggiore stavano già studiando i piani d’invasione della Cecoslovacchia. Per farsi avanti coi lavori! … Si capisce. Un gesto di distensione. Nota curiosa. Hachà, giunto a Berlino verso sera, era alloggiato all’Hotel Adlon. Hitler, adot­tando la famosa tattica di « ammorbidimento» che ‘gli era abituale, fece attendere il capo del governo cecoslovacco fino all’una di notte, prima di riceverlo nella Nuova Cancelleria del Reich. Così, per metterlo a suo agio. E per lo stesso motivo ha predisposto il passaggio dell’ospite attraverso un ‘intera compagnia di Leibstandarte “Adolf Hitler”. Tutti impettiti e con l’aria minacciosa. Va bene.

Hachà-arriveHachà entra, accompagnato dal suo ministro degli Esteri Chvalkovsky. Dopo aver percorso l’interminabile cammino per tutto l’edificio della Nuova Cancelleria ((146 metri)), essi compaiono davanti a Hitler. Questa volta Hitler non abbisogna di uno specchio per provare l’espres­sione del viso adatta allo scopo. Quando i due entrano, egli è ritto con il volto del più grande dominatore di tutti i tempi.

Le porte si chiudono.

Hacha-Hitler1939Dopo un gelido saluto, Hitler chiese ai due statisti cechi Hachà e Chvalkovsky di prendere posto al tavolo, dove si sedettero anche Ribbentrop, Goering e il segretario di Stato del ministero degli Inter­ni Stuckart.
Quest’ultimo è incaricato dell’amministrazione dei Paesi occupati.
Hachà viene messo di fronte alla richiesta di sottoscrivere un do­cumento già preparato che dichiara la Boemia un protettorato della Germania e fa della Slovacchia uno Stato indipendente. Questa volta Hitler non si accontentò, come aveva fatto durante l’incontro con il cancelliere austriaco Schuschnigg, di far comparire Keitel nel ruolo di Marte, il dio della guerra, per alludere alla con­centrazione di truppe tedesche alla frontiera. Egli dichiarò a Hachà, senza giri di parole, che la Wehrmacht tedesca era pronta a occupa­re tutta la Cecoslovacchia.

Hacha si rifiuta di firmare il documento. L’atmosfera nello stu­dio di Hitler si arroventa. Ribbentrop salta in piedi e si precipita su Hachà, per mettergli davanti ancora una volta il foglio da firmare, al quale Hitler ha appena apposto la sua firma.
Hitler minaccia Hachà: « Se lei non firma, i bombardieri tedeschi ridurranno Praga ad un cumulo di macerie fumanti!…».

Ore 01.09: dopo una 10 di minuti e sbraiti vari del Fuhrer Hachà sviene.

Intorno all’una e venti venne chiamato nello studio il medico per­sonale di Hitler, insieme alle SS Bornholdt, Hansen e Koster, che fa­cevano parte della guardia del corpo di Hitler. Poco dopo essi usciro­no portando a braccia il corpo immobile di Hachà, che collocarono in una stanza attigua. Morell pratica a Hachà, che è svenuto, un’inie­zione. Dopo qualche minuto il medico riesce a riportare in sé Hachà con una delle sue pozioni magiche e misteriose..

Hachà viene riportato a forza presso Hitler. Gli ficcarono in mano una penna stilografica e gli assicurarono che nessuno aveva l’intenzione di germanizzare il suo Paese. Al popolo ceco sarebbe stata garantita piena autonomia (la stessa di cui egli disponeva in quel momento…(nota leggermente sarcastica)).
Alla fine Hachà cedette e firmò.

Emil-HachaDopo che Hitler è riuscito a costringere Hachà a firmare, gli vie­ne in mente che al documento è necessaria una motivazione. Quindi, su due piedi viene formulato un « appello» della Repubblica cecoslovacca, che prega la Germania di prenderla sotto la sua protezione militare, liberandola subito in tal modo dai « disordini interni» e dalla « pressione sui propri confini».
Hachà firma anche l’appello.
Poi l’aiutante di campo di Hitler Schaub dà ordine all’ufficio te­lefonico di creare un collegamento diretto con Praga.
Barcollando e respirando a fatica, Hachà portò a conoscenza governo di Praga del documento appena firmato.
Le forze armate della Cecoslovacchia ricevettero l’ordine di deporre le armi.


nero intorno a Faenza

nero-a-FaenzaE chi se lo ricorda più? Ormai non c’è rimasto più nessuno per parlarne, ma all’inizio le pochissime ( e sto già esagerando…) persone ideologicamente contrarie al fascismo furono costrette progressivamente al silenzio dal consenso popolare, pressochè totale. Perchè è di questo che parlo, del consenso della provincia. Di tutti. Poi le ritualità del partito si riflettono quindi in tutti i paesi circostanti, con le esagerazioni e le goffaggini che un mondo piccolo comporta, di fatto. Questo però lo diciamo noi oggi. Perchè allora NON sembrava nè goffo nè esagerato. legione-ManfredaQuindi non esisteva nessuna idea di comunismo, non si conosceva nemmeno Stalin, non si pensava a nessuna Bandiera Rossa (che non” trionferà per nulla…”) ed esisteva una coesione di popolo mai raggiunta prima nella storia.
Si alzi in piedi chi vuole sostenere il contrario!

Poca meraviglia quindi che Granarolo, orgogliosa di aver dato i natali a Berti, conti un agguerrito gruppo fascista che sarà il primo a confermare un’acritica adesione alla RSI (e, più tardi, alle Brigate Nere locali). sindacato-bracciantile-di-M
A monte, Modigliana aveva supplicato più volte il Duce di cencederle il passaggio dalla regione Toscana alla provincia di Forlì, cosa che otterrà, offrendo con gratitudine all’Acerreta un terreno ideale per periodici « campi DUX » di grande richiamo. Alla faccia dell’antifascismo. Brisighella a sua volta ospita campi estivi per la gioventù fascista, tra il borgo e il fiume, con frequenti manifestazioni pubbliche ricche di coreografie nella piazza o nel teatro cittadino (in tempi già bellici la visita di S.E. Russo, Capo di Stato Maggiore della MVSN, che passa in rassegna le Camicie Nere faentine, i cosiddetti «Falchi di Romagna»).fed.Tosi-in-teatro-Brisighe
Di Marradi restano le foto ricordo del cumulativo matrimonio di 16 CC.NN. della 71° Manfreda (21 settembre 1939).
L’agricola Russi infine si specializza in concorsi zootecnici (il «co­niglio fulvo») e di incremento demografico; Cotignola esprime il me­glio di sè con carnevaleschi carri finalizzati alla allegorica glorificazio­ne del Regime.
Intanto, negli anni ‘30, s’accentua nel faentino il fenomeno della immigrazione interna, con l’affluire in città di braccianti (ma anche coloni) indigenti, che specie dalle valli a monte si trasferiscono per evitare la più assoluta miseria. Finiranno per incrementare, con forti contrasti, i piccoli esercizi commerciali cittadini. Molte di queste cittadine entusiaste si dichiareranno poi ” Città chiuse al Fascismo” e aspireranno a diventare satelliti di Stalin. Dal ’43.
Il grande “voltone” era ormai alle porte.


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