Archivi del mese: novembre 2013

4 giornate. film o documentario?

Proclama_Schloss_NapoliIl titolo potrebbe anche trarre in inganno. Il senso che intendo dargli è se sia il caso di minarne la credibilità o se confermarne la veridicità. Non ho la minima intenzione di essere presuntuoso. Sia chiaro. Dato però che sono anch’io un lettore attento di ciò che mi capita, mi occorre proporre delle valutazioni per rendere partecipe, chi mi segue, di alcune perplessità . Stiamo parlando, direi, di un baluardo della Resistenza: le 4 giornate di Napoli nel 1943. Diversi anni fa RaiStoria pubblicò un documento video che riportava numerose interviste di testimoni che esaltavano l’insurrezione, la rivolta, il grande movimento di popolo.

Non so. Forse bisognerebbe essere tutti più napoletani, cioè più consapevoli di un sacrificio che ha prodotto una svolta così importante per la città e per l’Italia tutta. Quindi ci potremmo stringere attorno a na’ tazzulella ‘e caffè per conoscere i momenti, le gesta, e respirarne l’aria attraverso i racconti e rivivendone le emozioni con il celebre film del 1962 di Nanni Loy; ma poi ci si può imbattere in alcune voci fuori dal coro.  E.ErraCome quella di Enzo Erra, giornalista e scrittore. Di Napoli, dal 1926. Uno della RSI; un ufficiale della Guardia Nazionale Repubblicana inquadrato nella Div. San Marco. Seguace di una linea revisionista sulle pagine della rivista “Storia Verità” molto attiva, nel 1993 scrisse un libro inquietante: “Napoli 1943 – le quattro giornate che non ci furono”. Inquietante per il purista della Resistenza, non per lo smaliziato curioso della storia che vuole sentire anche “altre campane”. In un articolo del 2011 si legge: « Io ho scritto un libro “Napoli 1943 – le quattro giornate che non ci furono” per confutare la storiografia ufficiale e nessuno ha potuto smentire quello che ho detto. napoli1943Neppure l’attuale Assessore alla Cultura del Comune di Napoli che ha scritto di recente un libro sull’argomento ha potuto confutare le mie tesi che si basano soprattutto sul fatto che Kesselring diede l’ordine generale di ritirata da Salerno al Volturno – vale a dire da 30 km a Sud di Napoli a 30 km a Nord di Napoli – il 16 settembre e questo è certissimo e risulta da tutte le fonti. Se il 16 viene dato l’ordine di ritirata all’esercito tedesco, com’è possibile “scacciare dalla città a furor di popolo” il 28 e il 29 le forze germaniche?.  Che cosa avvenne in realtà?   Quei moti iniziarono con atti di lotta fratricida. Il primo si verifica il 27 sera alla contrada Pagliarone al Vomero Vecchio. Ecco che cosa avvenne ».

E continua.

manifesto4G-Scholl« Si sparge la voce che gli americani stanno per arrivare in città ed allora dalla fattoria Pagliarone escono un gruppo di persone che vi si erano nascoste per sfuggire ai bandi del colonnello Scholl emanati il 22 sul servizio obbligatorio del lavoro.   Escono e prima di rendersi conto che gli americani ancora non sono in città, incontrano un noto fascista, Vincenzo Calvi, lo afferrano, gli tolgono la camicia e a colpi di frusta lo spingono verso la masseria per fucilarlo. Vi dico questo perché tutta la storia successiva fino a Piazzale Loreto è piena di gente che si arroga il diritto di fucilare cittadini italiani senza averne alcun titolo per farlo e si comincia addirittura il 27 settembre quando non c’era ancora niente: i tedeschi non avevano sparato neanche una fucilata e già quei signori volevano ammazzare un fascista.  

4G_3Passa un tedesco in motocicletta, si ferma perché vede questa scena e viene ucciso, al colpo arrivano altri due tedeschi, questa volta con una motocarrozzetta, e vengono anche loro colpiti, ma uno di loro, ferito, riesce a fuggire. Arriva un grosso pattuglione di tedeschi che spara: gli armati fuggono a terra restano 5 passanti, poi i soldati rastrellano la zona. La storia della resistenza, o della cosiddetta resistenza, si svolge tutta così in questa sequenza: una vile aggressione, un assassinio a tradimento, una reazione tedesca o fascista, i cosiddetti partigiani che scappano, la gente che ci va di mezzo.   Per questo unico episodio il 27 viene addirittura preso come il primo delle quattro giornate. Nella motivazione della Medaglia d’oro alla città di Napoli viene così citata. Poi devono essersi vergognati ed hanno spostato le date dal 28 al I ottobre senza tenere conto che il I ottobre a Napoli c’erano già gli americani e non si capisce contro chi diavolo i “patrioti” si dovevano ribellare.

4G_1Arriviamo al giorno 28. Sul 28 io posso riferire un ricordo personale: ho attraversato l’intera città dopo aver dormito nella notte tra il 27 e il 28 in quella che viene definita la tana dell’orco, l’albergo Parco, dove era il comando di Scholl. Non vidi neanche una sentinella davanti alla porta, neppure una. La mattina poi attraversai tutta la città fino a Piazza Carlo III senza sentire un solo colpo di fucile. Questo affermo in piena mia scienza.   Nel pomeriggio poi, quello che successe me lo ha raccontato bene Franco Tilena, figlio di Domenico il quale (aveva forse otto anni) corse a vedere che fine stava per fare il padre nella Federazione che era stata spostata da poco in Via Cimarosa, angolo Via Luigi Sanfelice, perché la sede che era a Via Medina si era dovuta spostare a causa dello sgombro della fascia costiera entro i 300 metri. Franco Tilena mi ha raccontato che le cose sarebbero cominciate non con un attacco ai tedeschi ma con un attentato con armi da fuoco contro i due militi che erano di guardia davanti alla porta della Federazione. Uno dei due rimase ucciso: un ragazzo. Ai colpi di arma da fuoco corsero i tedeschi e quindi ci furono i primi scontri. A quel punto ci furono ancora numerosi disordini e alcune sparatorie fino alle 18 quando un violento acquazzone investì e disperse i ribelli.
4G-2Su questi fatti ho avuto un dibattito con Max Vajro e Antonio Ghirelli al Circolo della Contea e lì dissi che i guerriglieri erano provvisti di armi ma non di ombrelli e perciò avevano dovuto rimandare la rivoluzione al giorno dopo causa il maltempo, e purtroppo è la verità. Il giorno 29 poi ci furono una serie di scontri con ultimissime pattuglie tedesche che stavano uscendo dalla città, appunto per raggiungere il grosso sul Volturno: erano circa 150/200 uomini, i guastatori, gli artificieri, i genieri che stavano facendo saltare la centrale elettrica e quella del gas. Per tutto il 29 ci furono altri scontri, il 30 non ve ne furono affatto. Perché il 30 mattina alle cinque il colonnello Scholl, come un buon comandante, ultimo, usciva dalla città. Dietro di lui non c’era nessuno. Il 30 la città rimase in mano ad alcuni individui scatenati i quali, come Ciccio Fatica illustra nel suo libro, diedero la caccia al fascista che spesso si difese.

4G_4Ribadisco che il giorno 30 ci furono scontri soltanto tra questi pretesi insorti e i fascisti perché i tedeschi non c’erano più. Quindi questo esordio di “lotta partigiana” comincia con un fratricidio, prosegue con un fratricidio e finisce con una serie di fratricidi ».

Alla luce di questo articolo rivelatore e, per molti versi, inusitato forse occorre rivedere un pochino una parte della memoria collettiva che riguarda l’episodio. Senza caricarsi di revisionismo, rovescismo o chissà cos’altro, si può forse ridimensionare la parte cruenta non dimenticando il sacrificio di 168 patrioti, altrettanti feriti, invalidi che hanno dato vita alla reazione popolare più famosa in Italia. villa-BelSitoPer non dimenticare, cito anche l’episodio di villa S.Paolo Belsito (villa Montesano) ove i tedeschi distrussero l’inestimabile archivio storico di Napoli, animati dall’odio che si portavano dietro dall’8 settembre e che li spronava a distruggere l’Italia. L’immancabile gesto efferato, tedesco.

Montesano

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Mein Fuhrer 38-39

carta-strappata1936

OsterreichFu definito un genio della politica. Cos’era successo alla Vienna comunista? Il verbale del partito social democratico di aprile 1938 registra un successo senza precedenti; i militari gongolano: di colpo hanno aggiunto altri 5 milioni di soldati al loro esercito. L’ annessione dell’Austria al Reich fa scalpore in tutta Europa. Nessuno vede ancora l’ombra oscura della guerra che si avvicina. Però a Vienna è gioia totale. Anche qui, la cosa che sorprende sono i bambini che acclamano la “guida decisa e sicura” del Fuhrer. Ma quando mai si sono sentiti i bambini parlare di politica?

bimbaMerito del bombardamento propagandistico dei nazisti. A cominciare dalle maestre in classe. A Linz, in 3° elementare, si faceva un’ora di educazione civica (politica) parlando di quanto il Fuhrer amava i bambini, di come li voleva vestiti, ordinati e ubbidienti. Questi, alla fine della mattinata tornavano a casa parlando del Fuhrer e con le tasche piene di opuscoli nazisti!
Come sfuggire a tutto questo?

Non era possibile. Ma qualcosa comincia a scricchiolare. All’inizio dell’anno iniziano a pervenire a Berlino i primi rapporti confidenziali che registrano i primi dissensi alle azioni anti-semite dei nazisti. L’atteggiamento liberale di molti crea un’inattesa sollevazione del popolo in favore degli ebrei che si rafforza ulteriormante dopo le prime distruzioni di sinagoghe. I rapporti indicano che il malcontento è più radicato nelle zone meridionali e basso-occidentali del Reich (eccezion fatta per l’Austria – guarda caso -ndr) ma non è ancora il caso di preoccuparsi. Preoccupante invece è la situazione economica del 1938. Allora Hitler impone un’esazione di un miliardo di marchi tedeschi agli ebrei che scuote molto le opinioni, ma nonostante tutto, per i suoi 50 anni (1939) viene organizzata una festa che il creato ricorderà a lungo.
E’, verosimilmente, il culmine della venerazione dei tedeschi per Hitler.

entusiasmo

Ma fino al 1941, l’inserviente Johanna Stangassinger ci racconta che sono arrivati treni speciali con centinaia e centinaia di persone che si accalcavano e stipavano la piccola stazione per incontrarlo. Ore e ore anche solo per vederlo. HitlerOberIn quei momenti, L’Hitler attore di se stesso andava in scena nel ruolo di leader della comunità nazionale. Usciva, stringeva la mano alla gente e baciava i bambini. Dopo di che, le persone raccoglievano i sassi su cui si era casualmente seduto o che aveva semplicemente toccato. E si azzuffavano per ogni più piccola cosa. Le signore avevano il vezzo di staccare pezzi di legno dalla staccionata dell’Obersalzberg per farseli incastonare d’oro; tutto, perché Hitler vi aveva posato la mano sopra!
Poi c’era il rito delle fotografie. La lotta per il posto più vicino possibile al Fuhrer.
Quelle a cui aveva stretto la mano non si sarebbero lavate le mani per giorni. Qualcuno racconta di aver notato oltre 50 guardie, che avevano il compito di gestire le visite e di garantire la sicurezza.

Hitler228

Per ottenere questi risultati con le persone diceva di usare sempre la stessa tecnica adoperata nei discorsi di fronte alle masse: iniziare lentamente con toni profondi e seri, per poi accelerare lentamente portando la folla o l’interlocutore quasi in uno stato di trance. Chi lo guardava e/o lo ascoltava diceva che c’era qualcosa di ipnotico nella sua voce, nei suoi modi. « Ci si sentiva sopraffatti », diceva il Duce. Si dirà, negli anni a seguire, che il popolo tedesco era particolarmente recettivo, che si è lasciato plagiare. Ma le sue seduzioni gli avevano fruttato il sostegno di 70 milioni di tedeschi + 12 milioni di austriaci e aveva sostenitori in Francia, Inghilterra  e America. Non poco, per un artista fallito.

Riferimenti:

(i riferimenti qui riportati sono relativi a documentari video andati in onda)

  1. Mein-Fuhrer-smallmio Fuhrer
  2. Hitler: il mito
  3. Hitler: l’uomo il mito
  4. Hitler: le parole di un dittatore
  5. Obersalzberg
  6. segretaria di Hitler
  7. ascesa di Hitler
  8. Terzo Reich a colori

pensierino della sera

germania1945Oggi mi va di parlare della cosiddetta “parte sbagliata”.  In effetti, il lettore più attento saprà che ne ho già parlato qua e là (e come evitarlo…) in questo diario della mia mente. Prima di andare a letto, dopo aver visionato il documentario “mio caro Fuhrer” su History channel ( ma che cacchio guardi, idiota? ma vai su Sky e falla finita…!), dicevo.. DOPO aver guardato per 50 minuti (pubblicità esclusa) la vergognosa quantità di lettere di ammmirazione e amore che l’infausto cancelliere austriaco riceveva, io mi sono chiesto: ma quei 60 o 70 milioni (ho detto: milioni) di tedeschi che hanno respirato la stessa aria di Hitler erano forse tutti stupidi? invasati? plagiati?

E in quei 12 anni, da… “stupidi” nessuno ha pensato mai di essere complice di  qualche “crimine”? Possibile? Possibile che potesse sempre bastare il scaricare le proprie responsabilità sui propri superiori per scagionarsi? Difficile da sostenere. Ne consegue che quasi tutti i tedeschi debbano oggi disconoscere i loro padri e i loro nonni… (quelli rimasti). Urca. Per esempio, quei 9 milioni di soldati che nel ’45 sono rientrati in Patria e che sono riusciti a rifarsi una vita, hanno poi gettato un colpo di spugna sul loro passato prossimo? Mi chiedo se hanno voltato pagina, cercando di dimenticare e adducendo il tutto al dovere dell’obbedienza al Fuhrer. Se è così, per molti non deve essere stato facile.

ger1945Esterno questo concetto perché dai documentari visti non se ne ricava l’idea che il tedesco del dopoguerra si sia cosparso il capo di cenere. Lo si è visto bisognoso, ansioso di ricominciare, di ricostruire. Non “dispiaciuto“. Forse sbaglio, spero; ma non ne sono molto convinto. Ciò che mi è rimasto impresso è che le persone intervistate (soggetti nati dal 1930) hanno deplorato la guerra persa, l’olocausto (politically uncorrect), NON il nazismo in sè. Si dirà che dei nazisti non ce n’è più da un pezzo. Probabilmente è vero. Ma quello che voglio dire io è che nessuno, almeno apertamente, deplora il nazismo. O lo appella come il “peccato originale”. Ho letto che attorno al 1960, Albert Kesselring radunava nelle piazze antistanti certe birrerie folle di persone per raccontare le sue esperienze e le sue convinzioni ai suoi nuovi connazionali. Bah, lo dicevano i giornali: “alla faccia dei reduci! – Kesselring parla a 1400 curiosi“.

Mi rendo conto di essermi avventurato in un discorso difficile. Quasi un “minority report”! Ma l’idea rimane. Cresce il sospetto che la cosa sia un po’ più complessa di come l’ho messa giù io. Non fosse altro che per quei tedeschi del 1945, chiuso un capitolo se ne stava aprendo un altro che poteva apparire anche più tosto; parlo della guerra fredda, del pericolo dei comunisti, da sommare poi agli argomenti sopracitati.

germanyAfterIl punto di questa paginetta, però, è non nel dopo ma nel “mentre”.  In Germania non c’è stato, come in Italia, quell’imponderabile, insostenibile, “ribaltone” ideologico che fatto cambiare bandiera da un giorno all’altro! Cioè, quando nel 1935 venivano strappati alla famiglia i giovani per entrare nella Hitler jugend, i loro genitori si sentivano orgogliosi o vittime del nazismo? Parlo di migliaia e migliaia di giovanissimi, fino al 1942. Mi chiedo questo pensando a città come Francoforte, Colonia, Stoccarda, Amburgo. Lì le notizie, i respiri del nazismo arrivavano chiari e forti. Erano davvero tutti convinti?

HitlerJugend

Il problema, penso, è che laddove si è prigionieri di quei tempi, nulla si possa.
Tantomeno contro se stessi.

aftertheFall

polemichedaBar

(se non si è d’accordo, o non si ritengono abbastanza autorevoli le parole di Team557, si faccia un giro in internet e negli studi legali che hanno trattato questi argomenti che sapranno fornire spiegazioni molto dettagliate ed esaurienti. questo è solo un blog)

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Mussolini: ultima verità

Quindi sembrerebbe che i vari colonnello “Valerio” (alias Walter Audisio),  i Bruno Lonati (autore di “quel 28 aprile” e protagonista di un documentario x History channel), oltre che Aldo Lampredi “Guido”, e Michele Moretti siano dei mostruosi “pallonari” o bugiardi di sette leghe. Come sappiamo, questi protagonisti, non solo si sono contraddetti tra di loro, ma anche presi singolarmente hanno anche tramandato versioni incredibilmente diverse nella sequenza dei fatti. È il caso di Audisio, che ha dettato tre o quattro successivi racconti, evidenziando incredibili incongruenze.

questionLa versione ufficiale che racconta di Mussolini e la Petacci abbattuti dai mitra del commando partigiano, alle 16,10 del 28 aprile, davanti al cancello di Villa Belmonte è una panzana assodata.

Negli ultimi anni, ha preso consistenza una nuova teoria, quella del suicidio che il capo del fascismo si sarebbe procurato attraverso una capsula di cianuro di potassio occultata in una protesi mobile.

cianuroPuò essere stato quell’evento imponderabile, cioè lo stato comatoso autoindottosi dal Duce, durante le prime ore della mattina del 28 aprile, mentre si trovava nel casolare dei contadini De Maria, ad aver fatto volgere la situazione verso l’epilogo cruento? In altre parole: è possibile che su Mussolini, ancora vivo, in preda a convulsioni, avesse esploso alcuni colpi di grazia uno dei due carcerieri che montavano di guardia a casa De Maria? Facciamo un passo indietro. Alle prime ore del 28 aprile 1945, Mussolini viene scortato da Dongo, verso un nuovo nascondiglio. Luogo scelto per il prigioniero, al quale si è unita Claretta Petacci, è un rustico situato in località Bonzanigo di Mezzegra. I proprietari dell’abitazione colonica, i coniugi Giacomo e Lia De Maria, fanno accomodare i due ospiti in una stanza al secondo piano, con finestra.

Mussolini si corica sul lato destro del letto matrimoniale, mentre Claretta occupa il lato opposto. Si tratta di un particolare non secondario, in quanto alcuni dei colpi ricogniti sul cadavere del Duce – in particolare, uno al fianco, in posizione difficilmente spiegabile nell’ipotesi di un’esecuzione avvenuta con Mussolini in stazione eretta, con gli esecutori posizionati frontalmente – lo attinsero sul lato destro, con traiettoria dall’alto il basso e da sinistra a destra: come se l’esecutore gli si fosse avvicinato mentre si trovava ancora sdraiato a letto. Come sappiamo, il Duce, sappiamo tentò il suicidio, nell’estate del 1943, durante la prigionia a Campo Imperatore, sul Gran Sasso. Se Mussolini a Mezzegra fece ricorso al veleno, sicuramente il suo carnefice fu il partigiano Giuseppe Frangi, “Lino”, che con Guglielmo Cantoni, “Sandrino”, era di guardia davanti alla stanza da letto dei due prigionieri. “Lino”, nei giorni successivi al 28 aprile, rivendicò con sicumera il suo ruolo di giustiziere e fu a sua volta assassinato il 5 maggio da elementi partigiani comunisti (guarda caso…).
Frangi potrebbe avere esploso i colpi di grazia sul rantolante dittatore.

Però qualcosa di strano c’è. Quel 28 aprile, il Duce aveva chiesto alla signora Lia De Maria di assaggiare la pietanza perché temeva di essere avvelenato. Poi, qualche ora più tardi, quando capì che per lui non c’era più nulla da fare, Mussolini ingerì del veleno inserito nella capsula di un dente. Come mai, se aveva intenzione di togliersi la vita, temeva di essere avvelenato col cibo?
O forse decise di farla finita solo in un momento successivo?
Comunque, la Petacci sarebbe stata uccisa in un secondo tempo, qualche ora dopo, in un prato sottostante la chiesa di Mezzegra, in frazione Bonzanigo».

Loreto-back

Il mistero continua. Di sicuro, La cosa fu troppo importante per il PCI. Per mantenere viva la sceneggiata, I testimoni scomodi vennero liquidati alla sovietica.

– il partigiano “Lino” (Giuseppe Frangi), uno dei due carcerieri del Duce nella casa dei De Maria a Bonzanigo, fu ucciso la notte tra il 4 e il 5 maggio nella periferia di Dongo;

– il “capitano Neri” sparì il 7 maggio 1945 lungo l’Alzaia Naviglio Pavese, ucciso dai suoi compagni, a Milano;

la sua fidanzata, la partigiana “Gianna”, anch’essa presente il 28 aprile al momento della fucilazione di Mussolini, fu eliminata nel giugno seguente insieme ad altri due o tre testimoni dei fatti.

– persino Franco De Agazio, il giornalista direttore del settimanale “Il Meridiano d’Italia”, che per primo aveva indagato sulla vicenda rivelando la vera identità del “colonnello Valerio”, venne ucciso agli inizi del 1947.

La paura di essere smascherati non fa 90, fa 101!

lultima-foto-da-vivo.

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Comunque questa è l’ultima foto
di Mussolini, vivo.


Hitler: un figlio segreto

    «Voleva i diritti del Mein Kampf».

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fotoH+figlio

Un figlio segreto. Un piccolo Fuhrer che si è aggirato per anni per le strade francesi ma non è mai stato davvero riconosciuto ufficialmente. Dalle pagine del settimanale Le Point è emersa l’incredibile storia dell’erede segreto di Adolf Hitler.
La vicenda è stata raccontata dall’avvocato al quale l’uomo si era rivolto negli anni settanta per vedere riconosciute le sue origini.

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father&sonIL FIGLIO DEL FUHRER È MORTO NEL 1985. In base alle parole del legale, il figlio segreto di Hitler si chiamava Jean-Marie Loret ed è morto senza riuscire a dimostrare al mondo di essere l’erede di sangue del Fuhrer, per quanto se ne possa essere fieri. Secondo quanto ha riportato dal settimanale francese, Loret aveva anche pubblicato un libro di memorie nei primi anni ’80 dello scorso secolo, ma è stato storicamente ignorato da tutti.
UNA BREVE RELAZIONE AMOROSA DI HITLER NEL 1914. Eppure, come nei migliori romanzi, proprio poco prima di morire la madre di Loret, Charlotte, aveva rivelato all’avvocato Francois Gibault di avere avuto una breve relazione con Hilter nel 1914, mentre il Fuhrer era impegnato come caporale dell’esercito tedesco nel Nord della Francia.
LE PROVE: TEST MEDICI E TELE FIRMATE DAL CAPO NAZISTA. Sempre Le Point ha raccontato come Loret abbia cercato in ogni modo di far rivalere il proprio legame di parentela con il capo nazista: si era impegnato per ottenere dei test medici comparativi che indicavano la somiglianza tra padre e figlio e aveva portato come prova all’avvocato anche alcune tele firmate dallo stesso Hitler e che aveva ritrovato nel granaio della casa della madre.
Sul perché di questa rincorsa verso le proprie, presunte, origini, in molti possono domandare: secondo l’avvocato, Loret avrebbe potuto rivendicare una parte dei diritti del Mein Kampf. confrontoO semplicemente, senza farne una questione di soldi, invece di vergognarsi dei crimini contro l’umanità che ha compiuto il Fuhrer, l’erede diretto di Adolf Hitler voleva soltanto che il mondo riconoscesse la sua vera identità e quella di suo padre.

Considerazioni.

Questo sign. Jean-Marie Loret poteva fare valere la sua posizione fin dal 1946 e, probabilmente, qualche testata giornalistica lo avrebbe almeno ascoltato. Non dico creduto. Per questo esistono altre metodologie. Se, come dice, non era solo per una mera questione di soldi, a maggior ragione, imporre la propria identità doveva diventare una priorità da perseguire a tutti i costi. Più che scrivere un libro di memorie.


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