Archivi del mese: marzo 2013

crimini partigiani successivi

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E’ una questione di prospettive. Ma se si guardano le cose con gli occhi di oggi tutto sembra ai limiti del possibile. Come si fa a lavorare di giorno come muratore o come bracciante e la sera, poi, trasformarsi in esecutore di delitti indicati quasi all’istante? E, addirittura, su piazza? Forti delle conoscenze personali quotidiane, si facevano garanti di false collaborazioni altrui con fascisti o tedeschi e prelevavano con false promesse di ritorno al malcapitato. Ma di questo ho già parlato mille altre volte. Il nodo di questa situazione è la sua forzata “pseudo legalizzazione“. Il Decreto legislativo luogotenenziale n. 96 del 6 settembre 1946 estese i termini massimi al 31 luglio 1945. Esso all’articolo 1 recitava: “[…] non può essere emesso un mandato di cattura e se è stato emesso deve essere revocato, nei confronti di partigiani, dei patrioti e (degli altri cittadini che li abbiano aiutati) per i fatti da costoro commessi durante l’occupazione nazifascista e successivamente sino al 31 luglio 1945 […]”, escludendo i casi di rapina. Il Decreto fu ratificato con la Legge n. 73 del 10 febbraio 1953 (Ratifica di decreti legislativi concernenti il Ministero di grazia e giustizia, emanati dal Governo durante il periodo dell’Assemblea Costituente).

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La situazione di quei giorni era complessa e confusionaria: nelle pubbliche istituzioni vigeva uno status di cose che prevedeva due polizie: una politica, costituita da ex-partigiani (mica tanto ex…) e una istituzionale retta dai Carabinieri appena ricostituiti. La “polizia politica” faceva capo alle federazioni del PCI e all’ANPI che ne nominava i capi. Generalmente scelti tra le figure che avevano ricoperto il ruolo di commissari politici nel corso della guerra, si avvalevano dell’appoggio armato di quanti detenevano ancora armi a dispetto delle disposizioni di smobilitazione. L’altra polizia, erano i Carabinieri non scioltisi nella GNR nel 1943. Fra le due polizie v’erano fortissime contrapposizioni. Direi, al limite. Qualcuno racconta di una mal tollerata ed insostenibile coesistenza.

GenunzioGuerriniCome nell’episodio del 24 ottobre alla Questura di Ravenna, condotta ancora dal Partito comunista attraverso il questore-muratore Genunzio Guerrini, già capo del GAP a Ravenna e da Mario La Sala, Mario-La-salasedicente capo della squadra politica Mario Piermattei e da altri agenti ex partigiani comunisti. A garantire invece, per quanto si poteva e con le forze di cui potevano disporre, i soli Carabinieri che si trovarono obbligati ad eseguire un ordine di cattura contro quattro partigiani di Lugo accusati di omicidio plurimo aggravato.

Il fatto.

Il Guerrini entrò furioso senza bussare, nello studio del procuratore, a Palazzo di Giustizia, Angelo Maria Gasbarro, pretendendo l’annullamento di quegli ordini perché, a suo dire, i partigiani erano i “liberatori del Paese dal nazifascismo”. Con molta tranquillità il procuratore rispose che se un ordine era stato emesso nel rispetto della legge, significava che doveva essere eseguito senza tante storie. Il Guerrini si infuriò. Si abbandonò a offese e minacce e disse: « se lei non revoca quei mandati di cattura io la faccio arrestare! ». « E lei farebbe arrestare me? » e alzò il telefono per chiamare il maggiore Argenziano e due graduati. Guerrini uscì precipitosamente per ritornare qualche istante dopo accompagnato da un individuo armato che si presentò come segretario provinciale dell’ANPI. Il procuratore lo invitò a ripetere la frase – se non avesse revocato gli ordini lo avrebbe fatto arrestare – ed il Guerrini replicò la frase con la stessa veemenza ma notando la mani del militi sulle armi e, sbraitando altre minacce, uscì gesticolando dall’ufficio.

La cosa avrebbe potuto innescare una guerra aperta tra Carabinieri e partigiani. Il procuratore informò la presidenza del Consiglio e il ministro di Grazie e Giustizia che era Togliatti che qualche giorno dopo rispose con una lettera di scuse. ” ... mi associo al deploro dei magistrati di codesto ufficio per l’increscioso incidente. Le giunga all’occasione la mia parola di incoraggiamento e di solidarietà nella difesa delle istituzioni dell’Ordine Giudiziario. Cordialmente, Togliatti“.

Coerentemente con la sua doppiezza, ne scrisse un’altra ai compagni dirigenti di Ravenna con la quale esprimeva loro la solidarietà del Partito.

circolareBoldriniA difesa dell’operato partigiano nella provincia e per rimarcare il disturbo creato dall’Arma dei Carabinieri, l’amico Boldrini si fece sentire per lettera, forte del peso politico del Partito.

nelle foto :  Genunzio Guerrini – a destra

Mario La Sala – a sinistra

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crimini partigiani provati

eroi senza macchia

il lato oscuro di Bulow

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Gino Gatta – Zalet

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Questo simpatico signore si chiamava Gino Gatta. Qualcuno ancora lo ricorderà come il ” sindaco della liberazione” di Ravenna ma era conosciuto dapprima come commissario politico della 28° Brigata Garibaldi.

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Sulla figura del commissario politico ho scritto e riportato reperti storici negli articoli  de ” l’ora politica “, ma il soggetto in questione forse merita una menzione speciale. Il merito è quello di aver fatto parte di una cricca speciale; quella composta da Bulow, Ennio Cervellati e Gino Gatta. Il commissario politico era la mente che consigliava, che segnalava. E in effetti, dal 29 aprile al 10 maggio 1945 la Brigata comandata da Boldrini con commissario politico Gino Gatta segnalò gli obiettivi e organizzò il famoso rastrellamento di giovani ex militari già smobilitati nelle zone di Bussolengo-Codevigo. Se Bulow fu il braccio, Gatta ne fu la mente. C’è poco da stupirsi. Se la parte hardware (legare i prigionieri col fil di ferro,  trapassare le mani con chiodi da 20 cm e una “ciudela” nella nuca) fu compito degli sgherri sfuggiti al controllo¹, la parte software che regolava il tutto ne era il lato strategico. Se ne è sempre parlato meno. Direi… affatto. Questa era tecnica del consiglio. Di selezionare e provvedere. Ce lo diceva Vittorio Tabanelli. Suo padre, medico condotto a Ravenna, spesso curava l’on. Boldrini e, in 30 anni di professione in cui ebbe modo di vederlo professionalmente, mai un volta si disse pentito della responsabilità degli eccidi ordinati; la stessa cosa accadde anche per Gino Gatta che si trovò costretto a chiamare il medico per le doglie della moglie perché non si fidava più dei medici di partito! Curiosamente, il dottor Giacomo Tabanelli (padre di Vittorio) curò anche il commissario politico poi senatore del PCI Ennio Cervellati, di cui era amico d’infanzia, che fu l’unico a pentirsi di ciò che era successo tanto che rifiutò un funerale di partito.

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La cricca sembra che consigliasse anche per le zone dove potevano avere qualche influenza. A Faenza, le esecuzioni furono compiute da partigiani della 36° Brigata Garibaldi, una unità comunista che operò nelle zone collinari sotto le direttive che arrivavano da Ravenna. E parliamo di Alfredo Succi, Guido Bissi, Silvana Castellani, Pietro Liverani, Achille Mamini, Sante Bulgarelli, Pasquale Chiodi, Primo Donati e ce ne sono finché se ne vuole. Selezionati e curati.

Bulow+ZaccagniniCè stato un secondo momento in cui l’amico Gatta² vedeva e provvedeva. Come giurato o come giudice; « questo sì, questo no ». Deve essere bello poter disporre del futuro di altre persone, quasi …divino. Nel periodo successivo ebbe l’incarico di faccia pubblica difronte alle suppliche dei parenti delle vittime che gli si prostravano davanti per chiedere informazioni. Gatta li mandava da Bulow. E Bulow li rimandava dal sindaco. Divertente no? « andì da Bulow, lo ul sa!». Con l’aiuto saltuario di Zaccagnini, la cosa ha funzionato per 30 anni. Poi la vita ha avuto il sopravvento. Gino Gatta finì i suoi giorni malamente. Molto. Abbandonato dal Partito (non si seppe per quale motivo) tornò a fare i mestieri più umili; in ultimo portava a domicilio le bombole del gas da cucina. Ritiratosi in un casolare nella pineta di Classe, ove, malato,  lo colse la morte a 63 anni.

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¹ lo disse Boldrini interrogato nei vari processi fino al 1957

² Boldrini si avvalse anche della testimonianza di Gino Gatta per sostenere che nei giorni indicati degli eccidi era assente per malattia ( non c’era o se c’era dormiva…). Una tecnica vecchia come il mondo. Far testimoniare il falso da un amico o di far in modo di risultare all’oscuro di tutto.

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eroi senza macchia

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E’ evidente che ogni winner-side (come dicono i nostri nemici-amici inglesi), elegga i suoi eroi e i suoi paladini.

Ma eroe non è forse colui che sopravvive a se stesso e al tempo che lo segue? Nella storia esistono casi in cui stragi, efferatezze di ogni genere vengono viste come statistiche o, semplicemente, come “pagine di storia” e non più tardi di un secolo dopo. O anche meno.
Chi stabilisce l’attribuzione del titolo di eroe? In passato è stata la volontà di poche persone, magari testimoni di gesta straordinariamente meritevoli; ma credo invece che dovrebbe essere il giudizio collettivo.

Mi chiedo:

non sarebbe forse giusto rettificare la memoria di colui che ne è comprovato il disonore?

bulow_oldDico questo per un vago senso di giustizia. Nell’esercito ti degradano se vieni scoperto autore di atti non proprio meritori, nella vita no. Post mortem poi, il discorso si complica. Se si facesse per esempio la storia del Risorgimento soltanto sulla base dei giudizi più o meno sbalestrati di qualche opposizione contemporanea o sul giudizio popolare, qualche eroe famoso forse non lo sarebbe certamente diventato, o comunque non lo avremmo poi studiato a scuola. Qualche esempio? Cavour fu chiamato un ciurmatore, bugiardo, cortigiano, affarista e la sua politica ” un tessuto di errori e di colpe attraverso metodi infami “; nel 1860, a Torino e a Milano si dicevano di Garibaldi le cose più schifose del mondo e lo stesso Garibaldi asseriva che i cavouriani “volevano vederlo impiccato“.

BulowMa non volevo spingermi così tanto lontano. Però mi dispiacerebbe sapere che il nome di alcune persone venisse ricordato solo per le cose che gli hanno conferito una medaglia. Non è giusto.
Stiamo parlando di disonore. E’ chiaro che i tuoi amici ti fanno grande, ti fanno onorevole, ti proteggono, anche con la legge dei Thompson, ma le madri (ormai tutte decedute) di quelle vittime ci parlano ancora  del gesto che hai fatto compiere dai tuoi aguzzini. E non può essere bastevole l’amnistia di Togliatti del ’46 a chiudere un discorso così raccapricciante.
Ma io non sono giudice, sono solo un appassionato di contro-storia e per un motivo: perché i vincitori hanno sempre il vizio di omettere un sacco di cose. Desidero soltanto che vengano citate anche le melefatte. Almeno su Wikipedia.

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Il lato oscuro di Bulow

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crimini partigiani successivi “.

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Bugie e ancora bugie

Siamo forse vittime di un grande e storico imbroglio? E’ poi accettabile pensare ad una manovra attentamente studiata da un censore occulto? Mi spiego.

Il fatto.

Hitler-bilancio.ricattatoreDa un paio di lunedì, su RaiStoria sono andate in onda 2 puntate della serie “Hiltler: un Bilancio” , intitolate ” il ricattatore” e il “comandante-criminale”, un’ edizione italiana curata da Giuliana Varone dei documentari creati dal famoso Guido Knopp. Qui (Dixit docet …) appaiono spesso testimonial (tedeschi) ansiosi di spiegare che il popolo non sapeva, o meglio, non poteva sapere nulla dell’Olocausto, del fatto che bruciassero le persone, che ci fossero i campi di sterminio, etc.

Hitler-comandanteStiamo scherzando? Figliolo, ma chi vuoi prendere per i fondelli? Durante la prima puntata mi sono stupito ma ho mandato giù la cosa; nella seconda però, dove si affronta da vicino l’impatto sulle persone della “soluzione finale”, mi sono deciso a rendere partecipe chi mi legge al mio pensiero.

Il mio pensiero.

Facciamo 2 numeri? Intanto, per chi vuole farsene un’idea, può farsi un giro in Europa e guardare la piantina dei campi nazisti  e intuire che stiamo parlando di circa 15.000 campi installati nell’Europa occupata (qualcuno parla di oltre 20.000) e non tenendo conto di altri piccoli campi creati di supporto per la popolazione locale. Mi piacerebbe ricordare (con molto ossequio) alla sign. Varone che ha curato la traduzione italiana di questi Dixit, che in ogni più piccolo insediamento di transito, di lavoro e di sterminio, esistevano lavoratori esterni al campo (chiamati all’occorrenza) per svolgere compiti di smistamento materiali. Cioè, c’era chi apriva le valigie dei deportati, chi separava la fotografie, che smistava i pettini, chi ammucchiava i vestiti, chi valutava l’0ro, chi raccoglieva i capelli e le barbe tagliate; in pratica ogni campo annoverava dalle 250 alle 300 persone per separare e per smaltire. Fino alle 11 di sera (in base agli arrivi dei treni della morte), ed in più turni di lavoro, era un continuo andirivieni di lavoranti tedeschi addetti ai più svariati compiti.  Una volta terminato il turno, rientravano a casa. Solitamente (per praticità) abitavano nelle vicinanze; alcuni arrivavano in bicicletta, molti avevano punti di ritrovo prestabiliti con evidenti vantaggi di snellezza nelle pratiche di controllo alle entrate. 

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Ma il punto è: queste persone avranno avuto occasione di relazionarsi con parenti e amici? Avranno detto in famiglia dove lavoravano? Chi vedevano? Cosa stavano facendo? Sono domande normali, stupide, se vuoi; ma naturali. Perciò non è pensabile che nessuno abbia detto nulla. E comunque ho detto 2 numeri: 250 x 15.000 = 3.750.000 persone esterne che aiutavano le guardie. Perdonatemi il turpiloquio: …azz! ma stiamo parlando di quasi 4 milioni di persone!

Come è possibile che nessuno sapesse niente?

Poi ci sono i trasportatori. I camionisti. Coloro che riportavano sul mercato nero, in altri stabilimenti di trasformazione, i vari materiali. Parlo di vettovaglie in alluminio, cuoio, gomma, stoffa, etc. Ma si ha idea di che mole  di roba si dovesse muovere? Mi spiace ma qui non so quantificare. E ancora; per il sostentamento del campo, ogni giorno arrivavano camion e camion di derrate alimentari; le guardie non potevano mica fare la fatica di caricare e scaricare le merci! Quindi… altre persone addette alle operazioni da aggiungere al nostro conto. Vogliamo essere cauti e pensare ad altri 500.000 impiegati del Terzo Reich? Mah.

Non puoi fare un’operazione così grande se non hai l’appoggio e il consenso del popolo.

Commento finale

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le scelte degli altri

Gli anni 60, rivisti con gli occhi di oggi e per come li ho vissuti io, sono stati un periodo nel quale si è parlato poco del retaggio ideologico che la guerra ha lasciato. Almeno qui, in provincia,   nulla si è discusso sul “prima”, vuoi per paura delle vendette, per le preoccupazioni dettate dal bisogno di ricostruzione.  E poi si era aperto “un libro nuovo”. gente1950Le persone possono anche mutare radicalmente il loro atteggiamento, ma difficilmente riescono a nascondersi “le loro verità” interiori. C’è chi ha vinto la guerra e c’è chi l’ha persa. Parlo della gente normale, non intercettata dalla politica. Mia madre diceva, che a quel tempo, un sacco di nomi del vicinato, saliti al tempo sul carro del vincitore, che invitavano amici a prendere il the’ nei salotti buoni, avevano rinnegato completamente il loro pensiero. Ciò è capitato col Fascismo prima e col comunismo poi e  con il Garofano, ancora più tardi.  L’ italiano, spesso, è così: io per primo ho creduto in Craxi e poi l’ho rinnegato e quando andò su Prodi, poi, si sentì dire che “nessuno aveva mai votato Berlusconi nel ’94” e così via. Ma la verità è che nessuno si sente più di dover stringere una bandiera per sempre, oggi. Perché è pericoloso. Per le conseguenze che la cosa può comportare. L’italiano ha imparato a conoscersi. Non si fida più di se stesso. La realtà è talmente multiforme, politicamente parlando, che mostra l’Italia per quello che è.

Ma non è sempre stato così. Continua a leggere


un grande errore di Hitler

questionUboot

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