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germans on drug 2

seconda parte

I centri medici germanici cominciarono ad accogliere i primi pazienti affetti da dipendenza, associata a difficoltà accentuata di recupero, dapprima con casi di civili, poi di colpo si manifestarono quelli dei soldati e la notizia arrivò sul tavolo di Leonardo Conti, segretario di Stato alla Sanità del Terzo Reich, chi impose subito un checkUp medico ed una prescrizione medica per limitarne l’uso smodato. Conti aveva l’intendimento di impedire il diffondersi della dipendenza tra i civili e tra i soldati, ma a quel punto, anche se sui secondi sapeva di aver poca giurisdizione, il fenomeno era già in completa ed incontrollata escalation.
Come prevedibile, Conti non venne preso sul serio ed il consumo di Pervitin continuò a crescere a dismisura.
I genitori inviavano a figli in guerra il farmaco quando l’esercito ne era a corto, anche a costo di rivolgersi al mercato nero. Ma i timori di Leonardo Conti si verificarono molto prima di quanto potesse aspettarsi e anche la Panzerschokolade diventò il simbolo di un incubo per moltissimi.
Allora si stabilirono delle regole per controllarne la distribuzione. Il Pervitin stava mostrando il suo vero volto: abbassava l’appetito e riduceva la sete e colui che ne faceva un uso smodato perdeva tutti i fabbisogni naturali. Per vivere occorre bere, mangiare, evacuare e dormire. Invece i soldati cominciavano a perdere la concentrazione, non volevano più mangiare e se sopraggiungeva una crisi di astinenza cadevano in una crisi profonda fatta di turbe d’ansia, forme di epilessia, allucinazioni e soprattutto, incapacità di portare a termine i propri compiti. Quest’ultimo aspetto era forse il più problematico, per il Comando.


Dopo un solo anno di distribuzione il Pervitin era arrivato ai livelli più alti del Reich sopraffacendo anche gli stessi ideali nazisti.
Poi c’era un nuovo problema. L’uso della droga non si sposava con l’ideale della razza superiore germanica; dover ammettere che i soldati dovevano prendere un droga per vincere gli scontri armati era un’ammissione di debolezza. E ciò era inammissibile.

Hitler voleva far credere di essere un vegetariano, che non fumava e non beveva, ma diverse prove rivelarono che era una falsità. Presto iniziò una crociata contro il Pervitin ma tutti gli alti funzionari del Reich ignorarono gli avvertimenti che stavano giungendo dal fronte medico; gli ufficiali della sanità inviarono nuovi rapporti alla Wehrmacht specificando gli effetti nefasti dell’uso del farmaco. Il Pervitin doveva essere allontanato dall’esercito, ma i rapporti vennero bellamente ignorati. Addirittura, il Reich inviò alla Temmler Werke l’ordine di intensificare la produzione di Pervitin per le Forze Armate. Si arrivò al punto che la domanda del mercato era troppo alta e alla fine furono cinque le aziende impegnate alla produzione di milioni e milioni di pillole.

All’inizio del 1940 la Temmler scrisse alla Wehrmacht che su richiesta la produzione di Pervitin sarebbe potuta aumentare ancora e il vertice del Reich rispose che aveva deciso di non tener conto degli avvertimenti della Sanità dato che le priorità miltari di quel momento erano altre.
La Wehrmacht acquistò 35 milioni di confezioni di Pervitin, utili per l’invasione della Francia. Dovevano attraversare la Mosa in una settimana ed il farmaco era assolutamente necessario.

La divisione Panzer di Kleist, quella che ridicolizzò i carri francesi e spezzò l’esercito in due, provocandone la disfatta, fece 200mila prigionieri al giorno e con la sua velocità non si può dire che abbia vinto grazie al Pervitin, ma che sicuramente diede una grossa mano, lasciando anche tracce evidenti anche tra gli ufficiali più vicini ad Hitler. Per esempio, le armate di von Mainstein e Rommel ebbero sicuramente dei piani dove tutto è stato brillantemente studiato ed eseguito ma anche dove la sorpresa e la velocità era una parte integrante e decisiva e dove il farmaco contribuì in modo preponderante.


Si dice che a Parigi i soldati tedeschi pagassero le prostitute con il Pervitin, che era molto richiesto e con quello riuscivano a stare sveglie tutta la notte.
Si dice anche che subito dopo l’invasione della Francia siano stati effettuati nuovi studi sulle conseguenze dell’uso del Pervitin. Un documento ritrovato negli archivi della Temmler rivela che gli esperimenti della Wehrmacht sui soldati dovevano rimanere assolutamente segreti. Studi finanziati dallo Stato sui pericoli derivati dal Pervitin confermarono subito probabili problemi per i civili tedeschi, ma per quanto riguardava i soldati tutto doveva rispettare il segreto militare. Nulla poteva essere pubblicato.

Ma le case di cura erano piene di pazienti assuefatti dal farmaco. Migliaia di piloti della Luftwaffe, che con 2 pillole riuscirono a stare svegli 30 ore, al ritorno erano spappolati dalla spossatezza fisica e indisponibili per due giorni almeno. Così per i normali soldati di fanteria.

I piloti della Luftwaffe, alimentati per giorni, con pillole ed alcool, cominciarono quasi di colpo ad acquistare coloriti cerulei (per la permanenza in alta quota) ed ad assumere comportamenti depressi, alternati ad altri estremamente aggressivi, dove i medici non sapevano che fare. Alcuni dissero di aver sofferto di allucinazioni prolungate e molto realistiche. La Wehrmacht stava creando una specie di zombie drogati di Pervitin. Quelli che avevavano preso il Pervitin ininterrottamente per mesi soffrivano ora di eruzioni cutanee sul viso, eccessiva sudorazione, disturbi circolatori e carie nei denti, ma le vittime erano però lasciate da sole. La Wehrmacht non si preoccupò affatto dei problemi conseguenti all’assunzione fintanto che i soldati adempivano ai loro doveri; voleva soldati forti, anche al prezzo di farne morire una parte lungo la strada. I primi decessi per il Pervitin furono nascosti dietro altre cause; ma poi cominciarono a vedersi i rapporti di episodi psicotici, crolli completi, comportamento aggressivo od irrazionale, che avevano conseguentemente causato il decesso.

Ma nonostante questo la produzione della Temmler Werke continuò imperterrita; ancor prima del conflitto l’azienda era stata già classificata come – Azienda di Guerra importante – e tutti i prodotti immessi sul mercato erano protetti dal segreto militare. Dal 1938.
Nel 1942 Leonardo Conti riuscì ad inserirlo nella lista degli oppiacei proibiti nel Terzo Reich, temendo che la popolazione tedesca diventasse a poco a poco incontrollabile. Il Pervitin quindi divenne illegale; venduto al mercato nero e riconosciuto come elemento di devianza sociale che causava problemi di ordine pubblico, sparì improvvisamente da tutte le farmacie. Ma il peggio ormai era stato fatto. I soldati furono costretti ad acquistare il prodotto in Francia dove era ancora un farmaco da banco.

Il Pervitin venne assicurato nella dotazione base dei soldati della campagna del Fronte Orientale, sin dal 1941.
I russi ricordano ancora che i tedeschi del 56° battaglione corazzato che avanzarono su Dunaburg coprirono una distanza di 240 Km in 48 ore. Oggi può far sorridere. Già, oggi. Ma nel 1941, con carri che potevano marciare a 30 km/h, con tutto quello che doveva servire ad un esercito, era una cosa da urlo. Quindi, senza mai dormire e al massimo dell’intensità. Ma il Fronte Orientale ben presto si mostrò ben più letale del Pervitin: i soldati, incapaci a quel punto di percepire il pericolo del freddo, del nemico e a corto di ogni genere di rifornimenti, diventarono facili bersagli da colpire, decretando di conseguenza il crollo dell’operazione Barbarossa.

Nel 1944, probabilmente a causa del momento militare in caduta libera e dopo aver riconosciuto che il Pervitin era responsabile dello stato pietoso in cui versavano i suoi soldati l’Alto Comando tedesco si mise nell’ordine di idee di cercare nuovi farmaci in grado di consentire l’invincibilità, ma di qualità migliore.
Questa fu la ragione per la quale iniziò una serie di nuovi progetti di ricerca: dal D1 al progetto D10.
Il progetto segreto Doses consisteva in una serie di preparazioni basate sulla molecola del Pervitin, tutte testate sulla pelle di alcuni soldati-cavia. La nona, la D-9 fu considerata la più efficace ed era composta da 3 sostanze principali: l’ossicodone, la cocaina e Pervitin (ora a marchio Desoxyn). Questo farmaco, prodotto nei laboratori della KriegsMarine di Kiel fu testato sui marinai della K-verband, un’unità navale tedesca da guerra che gestiva la serie di sottomarini tascabili esplosivi ad in pilota singolo o a due. Questa iniziativa rappresentava l’ultimo desiderio di aumentare il potere combattivo dei rimanenti soldati nella Wehrmacht e riprendere l’offensiva contro la Royal Navy. Un migliaio di pillole di nuova concezione furono confezionate per essere testate esclusivamente su questi marinai. Il D-9 consentiva di rimanere svegli e vigili per 4 giorni a bordo dei Seehund (sottomarini tascabili), ma in quel momento era solo un esperimento perchè il corretto dosaggio doveva essere ancora trovato. Di sicuro, si conosce il destino atroce di quei 285 mini-sottomarini approntati, tutti mai rientrati alle loro basi. Episodi assolutamente associabili ai kamikaze giapponesi.

La Germania stava per capitolare, ma c’erano ancora moltissimi soldati pronti a sacrificarsi per la Germania e che speravano di vincere la guerra e un’ordine venne diramato dai vertici del Terzo Reich: – i membri delle Forze Armate non avrebbero più fatto da cavie, ora sarebbero stati usati i prigionieri dei campi di concentramento -. I risultati di quei test furono ritrovati nel momento della liberazione di quei campi (foto) e si sa effettivamente poco sull’applicazione effettiva del nuovo prodotto; vero è che si sa che pillole sperimentali siano state date a persone che nei giorni di fine aprile 1945 stavano cercando di fuggire a piedi dai disastri della capitolazione e dagli eccidi.

Fino al 1946, le case di cura (o sanatori) dell’esercito hanno tentato di curare soldati affetti da patologie derivate dall’assunzione di droghe, facendo ben poco perchè ben poco si poteva fare, davvero.
Nel 1947, case di cura delle SS furono evacuate e smantellate dagli Alleati e molti registri furono distrutti o nascosti per cancellare tracce del passato nazista. Molti ufficiali medici modificarono il loro cognome per non essere riconosciuti dagli inquisitori incaricati della denazification.
Così ai bassi livelli e altrettanto alle alte sfere del nazismo, dove i dottori non poterono nascondersi per via dei loro incarichi, ma in tutti i casi nessuno fu poi perseguito.
Hitler, sul quale ho scritto forse più di molti, nella sua carica di cancelliere ha avuto prestazioni a fasi alterne dai dottori: E. Brinkmann, A. Nissle, Karl Weber, Walter Loehlein, Erwin Giesling e Teo Morell.


Quest’ultimo ha goduto (è il caso di sottolinearlo) delle attenzioni del Fuhrer fino a che è rimasto in Germania, nel 1945. Per maggiori info, invito a visitare gli articoli a lui dedicati.
In base ad interogazioni effettuate dagli Alleati dopo la capitolazione è risultato che nel 1944, all’età di 56 anni, era in buona salute (contrariamente a quanto ho trovato scritto in molti autori, pesava circa 74 Kg e di altezza 1,76 cm.
La cosa più particolare di questa epopea è che nel maggio del 1945, poco dopo la capitolazione del Reich, al Pervitin fu tolto lo status di farmaco pericoloso, imposto da Leonardo Conti e tornò nelle farmacie libero da prescrizioni mediche e resterà tale per altri 25 anni, prima di essere classificato come stupefacente.
Ora è noto che la Temmler Werke produsse oltre 740 milioni di dosi durante la seconda guerra mondiale e oggi è ancora prodotto nella Repubblica ceca. Dal 1939 il suo prezzo è aumentato circa 250 volte ed è in vendita in diverse nazioni d’Europa, invadendo anche molti circoli americani, ma chi lo assume ancora oggi non conosce i fantasmi del suo passato.

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germans on drug

prima parte

Alla fine del 1937 non si pensava affatto all’uso militare di qualche sostanza stupefacente, perchè il prodotto della Temmler Werke era destinato solo ai civili ed era considerato un veicolo facile per andare a soldi, a gran soldi. Un business sicuro, frutto di una ricerca durata 10 anni su di una molecola, senza troppi successi, di metanfetamina, che ebbe una svolta dopo averne acquistato il brevetto dai giapponesi.
Lo scopo, come ho già scritto, era quello di migliorare la vita dei tedeschi. Poca spesa, molta resa. La sua immissione nel mercato, in grado di regalare tanta fiducia in se stessi, al tempo non era soggetta a particolari controlli e se fossero sorte complicazioni di qualsiasi natura si sarebbe potuto correre ai ripari in un secondo tempo.
Nel 1938 iniziò la vendita nelle farmacie di tutta la Germania. Era una soluzione pratica, molto economica, facilmente reperibile, che consentiva di dimenticare la fatica e la depressione senza il bisogno di prescrizione medica.


Hitler, a quel punto, era al potere già da cinque anni e aveva preso il controllo della Wehrmacht, la società tedesca era sotto pressione; chi perdeva tempo nei luoghi di lavoro era subito segnalato ed arrestato dalla Gestapo, agli ordini di Himmler. Capi squadre e operai lavoravano duramente dalle 12 alle 15 ore al giorno, 6 giorni alla settimana, perchè l’industria bellica doveva costruire il suo arsenale senza soste ed il Pervitin, sostenuto da una grandissima campagna di marketing, si presentava come una soluzione efficace per far fronte alle fatiche giornaliere.
La Temmler Werke, conosciuta per essere un’azienda all’avanguardia che già dagli anni 20 e 30 si era proposta sul mercato con promozioni in stile americano, si era servita dei migliori editor e grafici pubblicitari, dei migliori veicoli di distribuzione ed in pochi mesi spinse la commercializzazione con una campagna molto efficace diventando immediatamente molto popolare tra la popolazione tedesca.
Nulla di strano.


Il farmaco divenne subito un best-seller e, addirittura, un pasticcere di Berlino (la cioccolateria Hildebrand) pensò di confezionare dei cioccolatini ripeni di un estratto di Pervitin, per migliorare l’umore. La quantità di metanfetamina in questi cioccolatini era di 18 mg, l’equivalente di… 6 pillole!
Una quantità notevole!
In Germania si ricorda che le donne organizzassero pomeriggi con le amiche per gustare queste prelibatezze che regalavano felicità ed euforia. Per quasi due anni nessuno si accorse di problemi di qualsiasi genere derivati dall’uso quotidiano. Incredibile, ma vero.
Ma già nel 1939, il direttore dell’Istituto di fisiologia – Otto Friedrich Ranke – si accorse subito di avere per le mani un prodotto stimolante di assoluta efficacia che sembrava stimolare la concentrazione e aumentare le prestazioni complessive. Gli era giunta voce che i ragazzi usassero il Pervitin per studiare meglio e senza apparenti controindicazioni. Ranke lesse tutti i rapporti disponibili sul farmaco e si convinse. Per l’esercito sarebbe stata una soluzione decisamente indovinata per consentire prestazioni più elevate alle truppe che stavano per entrare in guerra.
Anche Mussolini, il paziente “D”, – fu tenuto sotto stretta sorveglianza dai medici nazisti dopo aver assunto alcune pillole-test, proprio nel 1939.
In pochi giorni si organizzò un esperimento diretto sui soldati, per confrontare i suoi effetti con la caffeina ed altri stimolanti, chiedendo loro di rispondere a quesiti matematici per 36 ore di fila, senza dormire. Il risultato del test fu sorprendente: 4 pillole di Pervitin corrispondevano ad un intero sacco di caffè!
Nel frattempo, la vendita del Pervitin stava raggiungendo punte ineguagliate e la Temmler Werke iniziò ad esportarlo in Francia.
Così, nell’agosto del 1939, il prodotto arrivò in un paese sul punto di dichiarare guerra alla Germania: Parigi avrebbe preso le armi se Hitler avesse invaso la Polonia.

Contemporaneamente, all’ufficio di Ranke pervennero le prime avvisaglie di qualche problema collaterale derivato dalle pillole magiche, ma tempestivamente giunse un ordine dal Comando Supremo della Wehrmacht di ignorare ogni distrazione sociale perchè la Germania stava per iniziare la campagna di Polonia.
Ranke allora inviò un messaggio riservato ai comandanti di truppa invitandoli a presentare un rapporto dopo la somministrazione del prodotto farmaceutico; voleva che fosse dato solo a piccoli gruppi di soldati per visionarne gli effetti pratici. Dopo le prime giornate di invasione gli esiti dei rapporti furono entusiastici, tanto che la Wehrmacht fece pervenire alla Temmler un ordinativo tale che costrinse l’azienda a coinvolgere altre aziende consorelle alla produzione di pillole per far fronte ad un ordinativo così imponente.

Intanto il mondo rimase stupito dalla velocità dell’esercito tedesco e soprattutto dalla persistenza della forza d’urto.
Ma quello che impressionava di più era la capacità di picchiata dei piloti della Luftwaffe. Il cambiamento di quota repentino dei bombardieri Stuka, più volte ripetuto, appariva demoniaco.

In pochi giorni di scontri non furono più pochi soldati ad impasticcarsi, ma ora interi battaglioni di carri armati erano disposti ad assumere il prodotto sistematicamente, tantopiù che i Comandi lo consideravano solo un farmaco “di supporto”, direi… “di aiuto”. Alle schiaccianti vittorie ora si aggiungevano la soddisfazione per questa nuova sostanza insperata e, visibilmente, senza controindicazioni.

Ma in realtà Otto Ranke teneva monitorate le condizioni dei soldati che sembravano dover assumere continuamente il farmaco perchè gli effetti postumi erano disastrosi. Non solo per la conseguente dipendenza che andava a generarsi, ma per la stanchezza debilitante che si manifestava una volta finito l’effetto. Ma da par suo, l’esercito non sembrava preoccuparsene. Abbagliato dai successi e dal continuo giungere sempre di nuovi ordini di conquista; “ma no! adesso si riprendono… e poi non c’è tempo! e il Fuhrer pretende…“, il Comando Supremo non poteva discutere gli ordini, tantomeno i tempi e tantomeno ancora, il Fuhrer stesso.
La Panzerschokolade sembrava rendere invincibili. A larghissima distribuzione, pareva essere la soluzione di tutti i problemi militari del momento.
In breve diventò per i soldati una sostanza “rilassante”.

 

fine prima parte


una verità su Pearl Harbor

Il 7 dicembre 1941, a Pearl Harbour, furono davvero i giapponesi a sparare il primo colpo?
Più di un’ora prima del famoso attacco giapponese un cacciatorpediniere americano (l’USS Ward) asserì di aver aperto il fuoco contro un sottomarino giapponese e di averlo poi affondato a colpi di cannone.


Una notizia decisamente poco nota e mai rivelata prima.
In questo caso allora furono gli americani i primi ad aprire il fuoco contro il Giappone, aprendo così di fatto la guerra nel Pacifico.
Dai rapporti di guerra risulta ancora poco. Però il sottomarino giapponese risultò davvero scomparso ma nessun allarme venne mai diramato. Nè in America, nè in Giappone; presi com’erano nell’imminenza del grande attacco aereo che stava per avverarsi.
Nel mentre del momento, le autorità americane dichiararono in un messaggio, per la verità – molto striminzito, che l’equipaggio dell’USS Ward molto probabilmente si stava sbagliando; infatti non potevano produrre in alcun modo alcuna prova dell’affondamento dichiarato – che, nel caso, avrebbe significato un atto chiaro di guerra contro la nazione giapponese provocandone lo stato immediato di guerra.
Ed era una caso, quello, da evitare a tutti i costi.
Prima di tutto un atto politico – un atto di guerra che avrebbe rovesciato le responsabilità e che avrebbe poi certamente alterato la determinazione morale americana.

Comunque l’equipaggio dello USS effettivamente sparò al sottomarino tascabile (quelli con solo 2 persone di equipaggio) perchè intese che volesse entrare nella baia di Pearl Harbor per silurare le navi all’ancora, ma per almeno altri 60 anni non ebbero mai la conferma dell’affondamento.


Lo USS Ward, al comando del tenente William Outerbridge, che era stato in Marina per 14 anni e ne aveva preso il comando meno di 24 ore prima, era entusiasta di aver finalmente ottenuto un comando suo, per la prima volta.
La sua missione era quella di sorvegliare i bordi esterni del porto contro eventuali navi nemiche o sottomarini che cercassero di introdursi furtivamente nel porto di Pearl Harbor.

Da un altro rapporto ritrovato si rileva che alle ore 4:00 un dragamine in zona segnalò al Ward di aver avvistato un sottomarino immerso nella vicinanze dell’ingresso della baia.
Una ricerca fu avviata ma col radar non si riuscì a rilevare nulla.
Sui diari di bordo è scritto che, appena allertato, l’equipaggio chiamò Outerbridge sul ponte. Scorse l’oggetto e confermò che si trattava di una torre di comando di un sottomarino, ma era diverso rispetto ai soliti sottomarini americani. Quindi ordinò all’equipaggio alla nave di aumentare la velocità a 25 nodi.
Velocemente si avvicinò e diede l’ordine di “iniziare a sparare!”
Ora era a meno di 200 metri di distanza e aprì il tiro americano sul sottomarino giapponese. Un proiettile del cannone della nave lo mancò, ma non appena a soli 50 metri di distanza, l’equipaggio di nove uomini del cannone n.3 sparò un colpo che colpì la base della torre di comando del sommergibile. Questi sembrò rallentare e lentamente scomparve sotto le onde. Il Ward allora lanciò quattro cariche di profondità dal set di poppa per 100 piedi e le cariche esplosero. In breve emerse una chiazza di petrolio, ma il sonar continuò a non rilevare nulla.
Dopo qualche istante di incertezza il cacciatorpediniere USS Ward invertì la rotta e ritornò alle sue posizioni.
La seconda guerra mondiale era iniziata per gli Stati Uniti, ma nessuno lo sapeva ancora.
Da questo momento i fatti possono confondersi tra loro. comunque questo è il racconto.

Il Ward notificò immediatamente al Comando Navale di Pearl Harbor che qualcosa aveva forse tentato di attaccare e il suo equipaggio aveva sparato contro un sottomarino che operava nell’area di sorveglianza a loro assegnata. Per sottolineare che questa era una vera emergenza, Outerbridge inviò un altro messaggio alle 06:53: “Attaccato, sparato, bombardato in profondità sottomarino. – operante nell’area difensiva del mare di ingresso – Quasi sicuramente, affondato “.


Il suo rapporto fu accolto però con molto scetticismo e incredulità. Il capo di stato maggiore del 14° distretto navale, il capitano John B. Earle, ebbe l’impressione che “era solo un’altra di quelle false notizie che arrivavano, di tanto in tanto“.
Anche il suo capo, l’ammiraglio Claude Bloch lo respinse, intuendo fosse solo un altro falso rapporto.
Alle 7:40 il messaggio giunse all’ammiraglio Kimmel, il comandante di Pearl Harbor e solo 15 minuti più tardi, alle 7:55, l’attacco giapponese era appena iniziato in tutta la sua ferocia.
Rimane comunque la domanda: sono stati davvero gli americani i primi a far fuoco contro i Giapponesi?
Anche se tutelati dal loro compito di sorveglianza della baia di Pearl Harbor, è in tutti i casi un atto di guerra che rovescia le responsabilità dell’inizio della guerra nel Pacifico, ma il punto ora è:   se gli americani avessero preso sul serio la segnalazione del loro cacciatorpediniere probabilmente si sarebbero allertati in tempo e sicuramente avrebbero potuto subire molte meno perdite nell’attacco di circa un’ora dopo, quindi parte della responsabilità del disastro deve necessariamente ricadere su quegli ufficiali che hanno peccato di incredulità e poca considerazione per l’avvisaglia da poco riportata.
Certo, non ci fosse stato poi l’attacco famoso, si sarebbe trattato di un vero atto di guerra, ma poi, col succedere del raid aereo giapponese tutto è invitabilmente caduto nell’oblio, fino agli ’90.


Questo, quando un team di ricercatori partì alla ricerca del mini-sommergibile con un attrezzo speciale, con un’autonomia di immersione di circa 8 ore. Lo scandaglio della zona di mare segnalata portò effettivamente al ritrovamento del sottomarino giapponese affondato da un colpo subito nella torretta centrale.
Per il resto, il mini-sommergibile è ancora intatto dopo decenni.

E’ incredibile che l’americano ricercatore intervistato dica: “è importante averlo trovato affondato, perchè altrimenti sarebbe entrato nella baia…“; valutando così solo un suo punto di vista. Diversamente, non si rende conto che in quel caso, non essendo ancora entrato in Pearl Harbor, si trattava di un ineccepibile atto di guerra americano contro il Giappone, seguito dopo dal raid aereo.

Outerbridge lasciò il Ward nel 1942. Sarebbe stata convertito in un trasporto veloce tre anni dopo i giorni di Pearl Harbor.
Fu colpito da un bombardiere con un kamikaze a Ormoc Bay nelle Filippine. Colpito nella linea di galleggiamento di dritta, venne affondato quasi subito con armi da fuoco. Un altro cacciatorpediniere americano, tre anni dopo il giorno di Pearl venne rimandato sul posto. Per uno strano scherzo del destino, il comandante dell’O’Brien fu di nuovo William Outerbridge.

affondamento del Ward

Un’ultima curiosità. Nel web mondiale, (so che è una ripetizione) gli articoli dedicati a questo argomento sono apparsi solo dal 2003. Anno nel quale il Congresso degli Stati Uniti ha riconosciuto ufficialmente che all’affondamento DOVEVA seguire un’immediata – allerta generale -.
Commento team557: sicuramente se il documentario fosse stato prodotto dai giapponesi avrebbe subito un’altra piega.
Per non parlare dei tedeschi.
Ma allora…la storia sarebbe ancora un’altra.


un punto di partenza

Un punto di partenza chiaro fu che la politica italiana, non solo dal punto di vista di un fascista, ma della gente normale, era sempre partita dal concetto realistico che un urto violento fra le Potenze dell’Asse e il bolscevismo si sarebbe fatalamente prodotto, non solo per il naturale dissidio ideologico che ha sempre diviso queste nazioni dalla Russia, ma perchè era loro vitale necessità difendersi dalla pressione russa verso occidente e dall’attacco che il bolscevismo stava muovendo alla struttura civile dell’Europa.
Queste motivazioni erano condivise, forse in maniera più o meno cruenta, da quasi tutti gli Stati europei dell’epoca. Certamente verrà naturale pensare subito alla Germania, certo, ma così la pensavano tutti: dai polacchi agli spagnoli, ai francesi, ai danesi e così via.
Il Duce aveva tratto la convinzione che fosse necessario preparare un fronte antibolscevico, sostenuto a voce alta appunto dalla Germania e dal Giappone e che diede il via al famoso Patto Anticomintern, concluso con soddisfazione nel 1937.

Bisogna che ci raccontiamo le cose come sono state, senza tanti fronzoli.
Proprio nel 1939 la Russia aveva iniziato la sua avanzata verso occidente, prima occupando parte della Polonia (e senza farci troppa pubblicità…) e i Paesi Baltici, poi attaccando vilmente la Finlandia, poi infine strappando la Bessarabia (altrettando vilmente) alla Romania.
Questa avanzata era chiaramente diretta a precostituire le posizioni dalle quali la Russia si sarebbe mossa per attaccare la Germania, prima, i Balcani, poi e spingersi verso l’Egeo e l’Adriatico.

Certo che la Russia, con quei 180 e passa milioni di sovieti e con tutte le risorse di cui disponeva, faceva davvero paura. Si dice che in Bulgaria, nel 1940 dormissero con un occhio solo. Tanto per dirne una. Forse noi in Italia ancora no, ma qualcuno stava già in allerta perchè intanto qualche politico comunista, o se non già comunista comunque di sinistra – estrema, era già volato a Mosca per imparare i dogmi di quella dottrina.
Tra quelli c’era anche uno di Faenza, diobono! Si chiamava Pietro Nenni e mio pro-zio, che era uno del 1895, lo conosceva bene perchè andava sempre al Teatro Comunale della città e gli chiedeva i biglietti gratis per entrare, dato che era uno dell’amministrazione. Quando si vedevano parlavano dei momento cupo della politica italiana e Nenni si illuminava se poteva illustrare il pensiero futuristico di Stalin. A Faenza. Ma dai!
Raccontato oggi fa quasi ridere. E’ nulla, in tutto.
Ma allora le cose avevano un altro peso.
Nello specifico, il pro-zio di cui parlo si proclamava allora un repubblicano e soleva raccontare che una volta, sollecitato dalle millanterie sovietiche del compaesano e investito dalla notizia che Nenni sarebbe di lì a poco ripartito per Mosca per un periodo di almeno 2 mesi, si lasciò scappare una frase del tipo: “ma se hai tanta voglia di Russia, non ti conviene prendere casa lì? magari… e pure cittadinanza…“. Sembra che Nenni si impettì e con orgoglio affermò: “mi sto già muovendo in questo senso e sono a buon punto!“. Scherzando, il pro-zio rincarò la dose e disse, ridendo: “ma allora sei proprio un traditore!“. Mentre si avvicinava l’inizio dello spettacolo il politico aggiunse: “si tratta solo di abbracciare il futuro, facendo i passi necessari…“.
Niente di che, in effetti. Ma si pensi ad un fatto uguale, recitato oggi; sembrerebbe comunque strano e davvero “anticonformista”.
Andare ad abitare per lunghi periodi in un altro Stato dimostra un’inclinazione politica non usuale, unita ad una intolleranza politica insostenibile che, anche se deve essere pur rispettabile – in qualche modo – si presta però a stupore, scherzo e un po’ di compassione da parte dell’interlocutore del caso.
E poi sono punti di vista.

Di fronte a questa minaccia sovietica Germania ed Italia decisero nell’estate del 1940 di creare una prima linea di resistenza e di sbarramento assumendosi la garanzia dei confini rumeni e mettendo, di fatto, un fermo alle mire sovietiche nei Balcani.
Da quel momento si aprì in realtà un conflitto ideologico con la Russia che intravide chiare le posizioni di molti stati europei e fece il punto oltre il quale lo scontro politico sarebbe diventato meramente bellico.
Dal canto loro, L’Asse già aveva intuito che il conflitto sarebbe sfociato in una guerra di preservazione e di difesa, dal cui risultato dipendeva la conservazione di quel patrimonio di civiltà al quale eravamo attaccati fin dal primo momento della nostra vita.
Ma se il piano dell’aggressione russa, pressochè condotto a termine in perfetta intesa e tolleranza dell’Inghilterra e la preordinata compartecipazione della Jugoslavia e della Grecia, finanziata ed armata dai britannici, potè essere prevenuto e sventato, non lo si deve solo all’attività diplomatica italiana ma alle iniziative militari del Patto Tripartito, dove l’Italia si è dimostrata sicura nella successione dei fatti ed appare ancora oggi, alla luce di inoppugnabili documenti, non soltanto pienamente giustificata, ma addirittura provvidenzialmente e goffamente ispirata.

un punto finale (il mio)

E’ sicuramente possibile che il popolo italiano, all’oscuro delle problematiche politiche italiane, oppure allertato sono in parte, non abbia compreso la gravità della situazione italiana e degli stati europei più interessati e chiamando poi questa come “la guerra dei fascisti” abbia frainteso gli intendimenti del governo italiano, che comunque non esente da colpe assolute ha operato sempre in modo goffo, puntando tutto sulla scommessa che il conflitto si sarebbe divuto risolvere in pochi mesi, data la forza devastante dell’esercito tedesco. Rimane comunque il fatto che l’Italia ha tradito l’alleato germanico e questa è una cosa senza precedenti nella storia dei popoli oltretutto macchiata da un mero tentativo di un golpe rosso che nell’immediato dopoguerra stava per sostanziarsi in modo catastrofico soprattutto in Emilia-Romagna e regioni attigue, facendo quello che ha fatto e compromettendo l’immagine di pochi partigiani onesti. A mio modo di vedere correvamo il rischi da cadere dalla padella nella brace, diventando un Paese satellite della Russia, alla stregua di una Lituania o simili. Le bombe alleate hanno poi fatto il resto, sul morale della gente.
Una cosa curiosa che mi ha fatto pensare è che sul fascismo si è detto tutto o quasi tutto (il possibile), ma del comunismo e dei comunisti non è stato detto quasi nulla. Strano e di parte.
Sia sufficiente guardare cosa ha provocato il bolscevismo in Russia e nei Paesi dove ha operato, con la miseria ed oltre 23milioni di morti, prima di fare paragoni e prima di lanciare sentenze.
Rimanga allora una mia domanda: dov’erano gli antifascisti nel 1942? Perchè in quel momento, Mussolini stava governando già da 19 anni e non ricordo di manifestazioni in opposizione così entusiaste contro il regime come quelle viste nell’aprile del 1945.
Ne ho parlato e ne riparlerò al momento opportuno.
E’ un punto di vista. Punto e a capo.


Strategia e definizione

 

Nei circoli militari tedeschi oggi si afferma:

1) che ogni <offensiva tedesca> in grande stile è — come l’andamento della guerra ha finora dimostrato — un’azione bellica di grande estensione nello spazio, con una concentrazione massima di forze umane e di materiale. Una volta iniziata, essa apre invitabilmente una nuova fase della guerra;

2) che la definizione di “offensiva” non si applica dunque, secondo l’uso corrente di Germania, ad operazioni locali limitate nello spazio e nelle dimensioni.
Un'<offensiva> significa un complesso di operazioni di attacco in un vasto spazio, allo scopo di spezzare il fronte avvesario e di distruggere una gran parte delle sue forze armate;

3) che per tali ragioni una <offensiva> non viene condotta con piccoli reparti e sia pure divisioni, ma piuttosto con la partecipazione di grandi unità e cioè di gruppi di armate.
Negli ultimi tempi divisioni tedesche hanno compiuto operazioni di attacco a riprese successive ottenendo notevoli effetti in uno spazio limitato, ma questo è ben lontano da ciò che veramente può definirsi una <offensiva tedesca>.

NOTA

Sarebbe un’errore se l’avversario credesse al momento della nuova campagna, di trovarsi di fronte alle stesse armi e alle stesse concezioni operative tedesche dell’estate o dell’autunno scorso.
L’Alto Comando tedesco ha certamente utilizzato la sosta invernale nelle operazioni offensive, per preparare il nuovo piano di attacco mediante un accurato e sistematico lavoro di studio del dettaglio.
Le esperienze della prima fase dell’offensiva sono state pertanto esaminate e migliorate. Le migliori premesse dell’offensiva sono quindi state create durante la difensiva osservata nella stagione invernale, durante la quale si ha avuto cura di mantenere le posizioni di partenza più favorevoli per quei movimenti strategici atti all’indebolimento della difesa avversaria.

Si è poi potuto constatare fino a qual punto le enunciazioni rispondessero alle realizzazioni.
Nella fase estiva, i tedeschi potevano proporsi obiettivi come:

1) quello di distruggere il nemico sul posto per avere, una volta liberato il campo, via libera verso un vero e proprio dominio territoriale;

2) quello di rendersi padroni, insieme col territorio, anche delle risorse del nemico in modo da trarne i maggiori vantaggi possibili;

3) quello di poter provocare:

  • una crisi morale e politica dell’avversario;
  • un collasso delle sue capacità produttive in seguito alla distruzione dei suoi stabilimenti o per l’impossibilità che esso possa valersi delle risorse del proprio territorio, data l’interruzione delle comunicazioni e l’impadronimento delle fonti di produzione;
  • l’isolamento delle forze operanti per cui mancando un’azione in forza prima contro l’uno e poi contro altro degli eserciti nemici con l’aggravante che almeno uno di essi manchi di qualsiasi possibilità di rifornimento e riarmo.

Questo sarà sufficiente per il successo, in quanto toglierà alla Russia ogni possibilità di svolgere qualsiasi azione controffensiva.


Il Duce in Marmarica

Dal 2 giugno, giorno della conquista di Marsa Matruh e fino al 20 luglio successivo il Duce è stato nelle zone delle operazioni della Marmarica. Egli, oltre i quotidiani rapporti alla sede del Comando Superiore dell’Africa settentrionale, ha ispezionato truppe, campi di aviazioni, basi navali, ospedali militari italiani e tedeschi, centri logistici e di addestramento, villaggi di coloni italiani ed ha distrubuito ricompense al valore a piloti della 5° Squadra aerea.

Le rassegne inaspettate del Duce hanno sollevato grande entusiasmo fra le truppe che, dopo aver compiuto un balzo di 700 Km, si accingono riordinate, rifornite e col morale sempre alto, ad affrontare con i camerati tedeschi la seconda fase della battaglia.
Sulla via del ritorno il Duce ha poi sostato per alcune ore ad Atene dove, al campo di Tatoi, erano ad attenderlo il Generale Geloso, comandante dell’11° armata e il Ministro Chigi.
Dopo la rituale visita tra i Granatieri del 3° Reggimento e tra i Cavalleggeri del Reggimento Guide-Milano, ovunque è stato accolto da fervide manifestazioni.

Alla sede della Legazione italiana il Duce ha ricevuto il Ministro di Germania ad Atene, von Altenburg, il Capo del Governo greco, Generale Tsolakoglu, il Ministro dell’Economia, dott. Gotzamonis ed il Podestà di Atene, Gheordiaddos. Queste autorità hanno presentato al Duce l’omaggio delle popolazioni di Atene.
All’imbrunire del 20 luglio il Duce atterrava infine regolarmente all’aeroporto di Guidonia dopo aver volato durante i 20 giorni per 6mila Km sul mare e sul deserto.


il secondo fronte

La richiesta di apertura di un secondo fronte, in questi giorni di luglio, si è fatta più che angosciosa da parte russa dopo gli avvenimenti sul Don. Un secondo fronte non si crea con la sola volontà, però una qualche soddisfazione all’alleato bisognerà pur darla. Churchill ha detto al traduttore di Stalin al proposito che:

  1. si è cercato di intensificare al massimo i bombardamenti aerei sulla Germania;
  2. che comunque loro possono fare quel che possono; tenendo conto che sono indebitati fino al collo con gli Stati Uniti e, pergiunta, sono anche fuori dal budget stabilito;
  3. che anche i britannici, nel caso se ne fosse dimenticato, stanno mandando aiuti in viveri, aerei e quant’altro ad Arcangelsk, ogni 20 gg.
  4. che stanno preparando operazioni segretissime di infiltrazione nell’Europa e che, comunque, non sono cose che si fanno in due giorni e perciò stia un po’ calmino;
  5. che i tedeschi, è vero che stiano avanzando, ma intanto, dal giugno 1941, sembra stiano perdendo 2000 uomini al giorno.
    Questo dato crea una serie di moltiplicazioni che fa anche un bambino di 8 anni e cioè:
    2mila x 30gg= 60mila uomini perduti al mese
    60mila uomini per 12 mesi= 720mila uomini in un anno
  6. che comunque la guerra è guerra e che anche gli americani ora hanno i loro problemini con i jap e anche loro fanno quello che possono e perciò stia sempre più calmino;
  7. la cosa migliore che si può fare è combinare un incontro per parlarne a tavolino, con serenità e tenedo ben presente la situazione contingente di tutti.

Stampa, radio, uomini politici qualificati trattano sempre il problema ed il proprio impegno che si contrappone, …azzo, alla spinta tedesca che non è trascurabile! Aggiungo, sperando che il proprio impegno distragga ed alleggerisca il fonte attuale.
Da non sottovalutare l’aspetto che chiunque possa tener testa alla pressione germanica, fosse anche pronta oggi pomeriggio, dovrebbe considerare che per raggiungere i luoghi di scontro dovrebbe avere i mezzi in necesssari a raggiungere in forze i luoghi stabiliti e occupando un tempo di spostamento enorme, da valutare in mesi, dopo aver speso un tempo di tempo nella preparazione delle forze misurabile in altrettanti mesi? forse anni?
E’ opinione di molti che se l’Inghilterra potrebbe essere una piattaforma di lancio per un’operazione come Stalin si aspetta, quanti mezzi navali servirebbero per trasportare oltre la Manica una forza d’urto che non si faccia annientare subito dopo aver messo il primo piede in Europa?
Sia chiaro: l’Inghilterra non ha ora questi uomini da dedicare ad un corpo di spedizione tale e dovrebbe richiedere aiuti ai Domini, ai canadesi, ai neo-zelandesi ed infine, come minimo, ad un grosso contingente americano, il quale dovrebbe essere già pronto e disponibile. Solo gli spostamenti necessari potrebbero essere svolti, mezzi – ripeto – permettendo, in 8/10 mesi.
Non prima.

Intanto si era giunti al punto di esagerare le perdite incontrate dalla RAF nelle incursioni contro la Germania e un comunicato britannico, per esempio, riferiva che in una delle prime incursioni su Colonia avevano perduto 44 aerei, mentre il comunicato tedesco relativo dichiarava che gli apparecchi inglesi abbattuti erano solo 37 e che il numero corrispondeva alla metà dei velivoli impegnati, il che significava che che il numero degli incursori si aggirava sull’ottantina di velivoli. Gli inglesi per contro asserivano che oltre mille apparecchi avevano volato su Colonia. Ora, tra 1000 e 80 c’è una bella differenza!
Quanto poi ai caduti avutisi in quella circostanza dalla popolazione civile di Colonia, da parte tedesca si facevano contare circa 300 morti mentre , secondo Churchill, essi sarebbero stati 20mila!
E tra 20mila e 300, c’è ancora una bella differenza.

Ma a queste disparità di dati siamo abituati. Ne abbiamo parlato sempre. Sempre a proposito delle capacità di calcolo britanniche.

Da tenere in conto, che al momento i sudditi britannici NON stanno vincendo la guerra e sono impegnati ogni giorno in Atlantico, nelle infuocate regioni dell’Egitto e del Medio Oriente.
Dove niente sta andando così bene.

E i sovieti seguitano a reclamare aiuti e a richiedere un secondo fronte.
L’andamento rovinoso assunto dalle operazioni militari nel Caucaso ha provocato a Londra un fatto assolutamente eccezionale.
Il Comandante britannico delle forze di bombardamento, maresciallo Harris, ha voluto parlare al popolo tedesco per annunciargli che le incursioni contro le cittò del Reich saranno messe a ferro e fuoco finchè il popolo tedesco sarà solidale con il suo Fuhrer.

Questa singolare trovata propagandistica, come se servisse a qualcosa e affidata ad un alto capo militare,  si prefigge due scopi:

  1. dimostrare alla Russia che l’Inghilterra nel settore aereo sta facendo miracoli per aiutarla e che maggiori ne farà in seguito;
  2. intimidire il popolo tedesco spingendolo ad una rivolta che costituisce solo un’inutile illusione anglosassone.

L’inutile trovata propagandistica non è che l’estensione su più vasta scala della guerra aerea a scopo terroristico che l’Inghilterra potrà forse vincere. A parte le immediate rappresaglie tedesche che saranno sempre più tremende come può un popolo britannico farsi grande della potenza altrui? Come può arrogarsi qualsiasi titolo se ciò che produce è merito di altri?
Faccio un’altra domanda a quell’idiota di Harris: ci si può davvero vantare dopo aver infierito ad libitum su civili ignari?

In questo caso specifico, ci riferiamo sia a Russia, sia all’America.


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