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situazione del 1942. commenti

Guardando la successione degli eventi bellici del 1942 già a settembre si possono intravedere i segnali della inevitabile disfatta tedesca.
Il fatto stesso che il Gruppo A non avesse il carburante per coprire i restanti 60 Km dai pozzi di Baku (nel Caucaso) la diceva lunga sulla situazione-risorse della Germania, a questo punto del conflitto.
Il Gruppo B (quello su Stalingrado) è stato quello che sul fronte orientale ha toccato con mano, forse per primo, il problema di carenze di rifornimento della Wehrmacht.
Appena a fine estate era giunta la notizia che i soldati NON avrebbero ricevuto le divise invernali programmate. Un’avvisaglia pratica della situazione economica già critica a fine ’42.
Il Fronte orientale era stato concepito sotto la luce di una nuova Blietzkrieg; come un affare solo estivo e di breve durata. Questa presuntuosa ed errata stima tedesca era figlia di una interpretazione del problema di superare poche forze, mal addestrate e rinunciatarie, offerta dall’Abwehr, che al tempo fu incaricata di calcolare la possibile resistenza russa, secondo i tedeschi, compromessa da un’atavica impreparazione bellica.
Le cose però non stavano proprio così.
Persino l’aviazione sovietica, che fino a quel momento non era stata incisiva, se non per qualche sporadico bombardamento sulla Prussia orientale, dopo essere stata liberata dagli impegni su Mosca, riuscì a contrastare efficacemente i tedeschi sulle basi a 80/150 Km da Stalingrado impedendone i rifornimenti necessari.
Decisivo fu lo sforzo del popolo sovietico nel produrre caccia di nuova generazione (vedi il Fronte aereo) ed importantissimi furono anche gli aiuti forniti dagli Alleati attraverso il porti di Arcangelo e Murmansk.
Per inciso, scrivo che quegli aiuti avrebbero resuscitato un morto; se poi si aggiunge l’aspetto che un popolo, che dalle industrie negli Urali, fornì una quantità tale da raggiungere in breve il record di produzione mai raggiunto dai russi, si può comprendere il divario che separava i sovietici dalle forze di invasione già dal 1942 .
Anche la Marina sovietica, che fino a quel momento non aveva rappresentato che una forza di supporto, sul Mar Nero rappresentò un ostacolo decisivo per le armate dell’Asse.
Quello che certi storici definirono il lento logoramento dell’esercito tedesco, tanto leggero non fu affatto.
Perdere prima 1500, poi 2000 soldati al giorno, era di fatto un’ecatombe che avrebbe condotto prevedibilmente alla disfatta.
Non si capisce come ciò sia stato reso possibile e reiterato per tanti mesi. Anche se l’importanza politica di una vittoria era giudicata imprescindibile, dopo 2 mesi di fronte orientale a questi ritmi era possibile fare una proiezione sicura della situazione bellica di settembre e che sarebbe diventata poi esponenziale, per inerzia, nei mesi successivi.
Sul fronte africano ancora una volta la questione-rifornimenti era estremamente scottante. L’impegno delle forze navali inglesi nel contrastare gli aiuti italiani e germanici fu sempre a loro favore. Da Malta e in tutto il Mediterraneo la Royal Navy dettò legge fino allo sfinimento. La strategia di Rommel dovette soccombere nell’attimo in cui iniziarono i rifornimenti americani. Gli inglesi, che fino a quel momento avevano collezionato una serie infinita di sconfitte, si videro piovere in casa una quantità imbarazzante di aiuti tale da risollevare prima e rovesciare poi le sorti di un conflitto. Una iniezione di carri armati, semoventi di ogni genere, munizioni e viveri che avrebbe fatto vincere anche il Lussemburgo se attaccato dalla Russia. Si pensi ad un esercito, costretto da mesi a indietreggiamenti e ritirate continue, che ad un attimo dal soffocamento viene offerta una boccata di puro ossigeno ed un’iniezione di adrenalina di inestimabile efficacia. Per gli inglesi perdere qui sarebbe stato fatale per la guerra. I tedeschi avrebbero potuto raggiungere Suez con tutti i benefici del caso, l’Inghilterra sarebbe caduta invitabilmente in un ridimensionamento inevitabile che l’avrebbe costretta a patteggiare con chiunque. Avrebbe, in primis, perso il petrolio della Libia, poi della Siria. Non si sarebbe avviata l’operazione Torch e l’invasione della Sicilia non si sarebbe potuta svolgere.
Ma i tedeschi non riuscirono nemmeno a conquistare Gibilterra. Un punto chiave, per l’entrata nel bacino del Mediterraneo. Aveva, al proposito, regalato a Franco un mega-cannone per bombardare appunto Gibilterra. Cosa che Franco però, non fece mai.
Si è scritto che Hitler considerò sempre l’Africa un fronte secondario; può darsi che in parte fosse vero, ma di sicuro la cosa coincise con una NON disponibilità germanica di mezzi e di risorse. Perché poter vincere in quel teatro di guerra non l’avrebbe disturbato affatto. Anzi.

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Stalingrado. il Fronte aereo

Per tutto luglio e agosto 1942, artiglieria e Luftwaffe avevano martellato la città con ogni mezzo respingendo abbastanza agevolmente ogni resistenza incontrata.
L’aviazione sovietica aveva diradato molto le sue incursioni e non aveva rappresentato fino a quel momento un pericolo molto serio.
Dopo 2 mesi abbondanti di lotte furiose nel centro abitato, il 22 nov 1942 il Comando aereo tedesco venne informato che la base Stukas di Kalach (sul fiume Don) di Junkers 52 era stata improvvisamente distrutta. La situazione era diventata pesante.
Le colonne sovietiche avevano circondato la zona di Kalach intrappolandovi ben 250mila uomini. Paulus a Stalingrado venne informato via-radio che a causa del freddo e del pericolo dei caccia sovietici il ponte aereo dei rifornimenti, già precario, era ormai impraticabile.


Hitler venne informato della situazione facendogli presente che l’accerchiamento doveva essere spezzato, altrimenti sarebbero servite almeno 700 tonn. al giorno di rifornimenti e solo macellando tutti i cavalli da traino si poteva scendere a 500 tonn., ma un punto chiave del ponte-aereo era l’importanza di evacuare i moltissimi feriti ed ammalati che ogni settimana aumentavano sempre e che i viaggi avrebbero dovuto di conseguenza aumentare.
Il Fuhrer preoccupato ordinò che tutta la zona venisse messa sotto tiro con un tiro incessante per evitare una possibile avanzata sovietica a fianco di Stalingrado.


Goering assicurò il Fuhrer che avrebbe consegnato il necessario alla 6° Armata senza alcun problema. Intanto la temperatura era scesa a -20 gradi e le cose stavano per peggiorare ancora.
Il 24 novembre alle unità aeree di Tatsinskaya e Morozovskaya venne ordinato di consegnare ogni giorno 300 tonn. di armi e carburante a Stalingrado. 3 giorni dopo la 6° Armata richiese più viveri ma le scorte si stavano assottigliando. Ma a causa del tempo inclemente e la carenza di mezzi, solo un terzo di Junkers 52 poterono decollare e sole 65 tonn. di rifornimenti vennero consegnate. Nei giorni seguenti ne arrivarono ancora meno.
Il 30 nov. venne registrata una settimana terribile: una tempesta di neve dopo l’altra, la situazione era disperata.
Fu chiaro che gli Junkers 52 non erano sufficienti a rispettare le consegne, perciò vennero quindi in aiuto gli Heinkel della base di Morozovskaya e per difendere le basi di decollo furono inviati altri Messerschmitt 109 e Stukas.
In questo modo riuscirono a portare 100 tonn. di rifornimenti al giorno, ma era ancora appena 1/5 del necessario per Stalingrado.
Dopo qualche giorno il tempo non concesse la possibilità di decollo e il grande freddo ridusse in modo drastico il numero di aerei disponibili. Gli aerei erano tenuti sulle piste; mancavano strutture, legna per costruire ripari e la contraerea era insufficiente.
Nel frattempo la 4° Armata (30:33) si era preparata a portare aiuti a Stalingrado ma la 6° Armata aveva bisogno di rifornimenti di carburante per andarle incontro. Tra il 19 e il 20 decollarono circa 450 missioni e furono trasportate 700 tonn. di approvvigionamenti ma il 22 cadde la nebbia e il ponte aereo stava cadendo. Nel frattempo, i sovietici erano riusciti a spezzare le linee tedesche sul Don puntando verso Rostov e minacciando Tatsinskaya e Morozovskaya.
Le difese tedesche a nord di Tatsinskaya furono travolte.
I 180 Junkers si prepravano a decollare, ma Goering ordinò che non si muovessero, anche se da loro dipendeva il ponte aereo per Stalingrado. Il 24 dicembre l’artiglieria sovietica cominciò a martellare le linee tedesche mentre le truppe stavano avanzando nella nebbia. I soldati a difesa della pista, gli ufficiali, riuscirono a stento a scappare dalla base proprio mentre un carro sovietico T-34 stava irrompendo nel perimetro della base. Molti aerei raggiunsero basi più ad ovest, ma vennero abbandonate molte munizioni e molti viveri.


Il ritardo voluto da Goering si rivelò determinante per le truppe a Stalingrado. Nuovi attacchi sovietici di metà dicembre vennero respinti dai bombardieri Stukas, ma solo fino al 3 gennaio, quando anche la base di Morozovskaya venne evacuata.
A quel punto la Luftwaffe operava da SSalsk e da Novocherkasssk, 90 Km più ad ovest.
Da Natale ’42 alla prima settimana di gennaio gli approvvigionamenti furono superiori alla media ma poi la nebbia ritornò, frustrando nuovamente il ponte aereo vitale.
I sovietici, una volta individuate le rotte della Luftwaffe, disseminarono i tracciati con un infinità di batterie contraeree e incursioni di caccia sopra Pitomnik.


Il 16 gennaio 1943 anche la base di Pitomnik cadde. Era stata attaccata dai caccia Mig3, Il2 e Lag3 fin dal dicembre.
L’ultima base possibile per i tedeschi fu Gumrack, ma ormai era una questione di ore.
Il fronte orientale si era rivelato troppo costoso per le risorse di qualsiasi esercito, anche per quello della Germania più forte di sempre.
La gestione dissennata delle forze e delle retroguardie si stava rivelando letale per Hitler, che ora stava collezionando sconfitte su tutti i teatri di guerra. Oltretutto, le truppe erano ormai definitivamente disilluse sull’arrivo delle famose Wunderwaffe.


Stalingrado map. locations & targets in 1942


Stalingrado. e dopo. la disfatta

All’inizio dell’attacco su Stalingrado l’armata tedesca era composta da circa 250mila soldati, ma con una media di 2400/2500 caduti giornalieri registrata in Novembre e Dicembre, all’inizio di Gennaio erano rimasti circa in 100mila.

La situazione rimpiazzi era praticamente azzerata, i rinforzi erano praticamente sospesi, ma nonostante il freddo e le malattie de esso provocate, la malnutrizione, non si riusciva ad avere la meglio sulle truppe russe del settore nord. I carri rimasti non potevano muoversi, nemmeno i semplici cingolati avevano gioco, solo a piedi e se ci si muoveva si correva il rischio di perdersi, di rimanere isolati e senza via di scampo. Il panorama attorno concedeva pochi riferimenti ed il rischio di essere colpiti era altissimo.
Erano stati promessi aiuti, ma ormai nessuno ci credeva più.
Sembrava essere impossibile: Hitler che abbandona il suo esercito, ma sembrava così. Era così.

Dov’era e cosa faceva l’Armata del Gruppo A nel momento dell’accerchiamento in atto? Perchè non corse in aiuto di quella del Gruppo B (6° Armata)?
Probabilmente chi scrive non è sufficientemente preparato sulla gestione delle risorse militari, ma queste sono domande di un profano che si pone dei quesiti irrisolvibili.
Intanto, a fine gennaio, la situazione era tragica. Pochi gruppi di resistenti tedeschi erano abbarbicati nella fabbrica dei trattori (quella che si vede ricostruita nel film “Il Nemico alla Porte“) e riuscivano ad opporre una tenue resistenza con gli aiuti lanciati dai pochi aerei (Junkers52) che riuscivano a sorvolare la zona.
Così, contro ogni speranza, gli ultimi continuarono a combattere cercando di raggiungere la Piazza Rossa dove si stava formando una nuova linea del fronte contro i russi nel settore nord.
Il 2 febbraio anche l’ultima linea tedesca del settore nord si dovette arrendere perchè non avevano più possibilità di resistere.
Senza munizioni, senza aiuti sostanziali, senza più morale, non ci fu altra alternativa che la resa.

Il dopo.

Una volta in prigionia i tedeschi vennero trattati in modo disumano; alcuni rimasero nei gulag per 13 anni.
Sebbene avessero combattuto per un regime disumano ora erano nelle mani di un altro regime altrettanto implacabile, ostile, insensibile e desideroso di vendetta.
Il risultato fu permeato di maggiore crudeltà e disumanità.
Al Maresciallo Paulus, al processo di Norimberga venne chiesto: “come stanno ora i prigionieri tedeschi?” – “Bene, molto bene!” – rispose. Lui, che era passato alla causa russa da diverso tempo e si dichiarava membro di “Germania Libera”, il nuovo movimento anti-nazismo.
Dite alle loro madri e mogli che stanno tutti bene!” – recitò ai pochi giornalisti autorizzati.
Dei 93mila presi prigionieri ne morirono 80mila.
A Paulus venne data in gestione una villa, cibo a non finire, il giornale tutte le mattine e gli lasciarono anche indossare tutte le decorazioni che aveva guadagnato (visibili in un film russo del 1947) e quando morì i russi gli fecero pure un funerale di Stato.
Per i soldati fu un tradimento terribile. A quel punto, ai sopravvissuti si rese solo disponibile una morte per assideramento, malattia o per abbandono.


Pochi resistettero da soli, al freddo per 3 settimane, dietro le macerie dopo la fine della battaglia ed assistettero alla fucilazione di quelli arresisi subito. Altri furono mandati in contro alla morte a piedi, nella steppa, senza cibo, nè riparo alcuno.
Altri, in grado ancora di camminare, furono mandati a Bigidowka (a sud di Stalingrado) e dovettero marciare per 4 giorni, senza cibo e senza soste.


Solo 6mila ritornarono a casa, altri morirono di meningite o distrofia. Il campo di prigionia fu quindi la macabra prospettiva per coloro che scamparono alla carneficina, per altri ancora ci fu l’incubo delle cave di pietra, a -20 o -30°.

Dopo la guerra la questione Stalingrado non era ancora finita.
I campi di prigionia diventarono campi di lavoro forzato dove gli uomini della Wehrmacht furono costretti a lavorare per la ricostruzione per 13 o 14 anni, trattenuti sulla base di accuse, spesso false, dopo processi farsa, o peggio, traditi dai propri compagni.
La verità è che la battaglia di Stalingrado non era sta contemplata da nessuna delle due parti, nessuno si aspettava di doverla combattere. Per Hitler e Stalin fu una battaglia di volontà, una prova di capacità politica e, quindi, un segnale politico per il mondo.
Qualcuno ha detto: “l’apoteosi del compimento del dovere dei soldati tedeschi verso la Madre Patria” e questa, per me è una sonora puttanata: – il dovere dei soldati NON è quello di morire per la Patria, ma far morire i propri nemici!
Secondo alcuni storici, non ci furono vincitori a Stalingrado.
Gli uomini che pagarono il prezzo della vanità di Hitler sono quelli che giacciono nella tombe della steppa russa o quelli che marcirono in un campo di lavoro forzato.
Per i russi il premio furono altri 40 anni di comunismo.
I veri vincitori di questa battaglia furono la morte, la miseria e la distruzione.


Stalingrado. e dopo. la lotta

A tutti i tedeschi quella strana forma di fumo dapprima sembrò la pietra tombale per la città, oltretutto, dopo 2 settimane non era rimasto più quasi niente da bombardare.
Il 13 settembre i soldati della Wehrmacht entrarono in Stalingrado.
In un deserto fatto di macerie il combattimento si rivelò subito poco adatto al soldato germanico. La chiamarono “la guerra dei topi“.
problema 3.
La grande difficoltà si manifestò subito: i soldati non avevavano nessuna esperienza del combattimento nelle strade. Nella lotta casa per casa, dentro la città, si verificarono presto situazioni assurde: negli scantinati i russi, i tedeschi in mezzo e al piano di sopra di nuovo i russi. I mezzi blindati e carri armati, a causa delle macerie, non poterono partecipare a questa tipo di battaglia. Soltanto a piedi, sempre tra le macerie, solo con mitragliatrici e bombe a mano e lanciafiamme. Contro un nemico totalmente invisibile, e poi, dappertutto.

Molti sopravvissuti rientrati soffrirono di disturbi mentali per anni; sembravano distrutti, con scatti d’ira che svaniva sovente d’incanto. Ma nei cinegiornali la guerra mostrata da Hitler era un’altra. Poteva sembrare un gioco. Vennero ripresi dei soldati in perfetta forma, durante una tregua che in realtà non avveniva mai. Mentre per i soldati ancora sul campo il pericolo maggiore, se quel giorno la battaglia li aveva risparmiati, era il crollo nervoso.
Avanti così fino al 7 ottobre 1942, quando un cinegiornale tedesco annunciò ufficialmente al popolo esultante la caduta di Stalingrado.
Ma Halder, il Capo di Stato Maggiore fece presente che il fronte era troppo lungo e le perdite troppo ingenti e la catastrofe stava incombendo. Hitler lo accusò di disfattismo, si infuriò e lo estromise dal comando.
Sul campo la realtà era molto dura: le truppe erano esauste, con pochissime munizioni a disposizione e con il morale sempre più basso.
In quel momento l’Armata Rossa perdeva 2500 soldati al giorno.
I tedeschi non erano da meno. Stalingrado, in poche settimane era diventata una città di terrore e di orrore.

A metà ottobre la città era conquistata al 90%; solo qualche piccola sacca di resistenza lungo le rive del Volga era ancora attiva, solo a 100/150m dal fiume si difendevano ancora, i tedeschi non riuscivano ad avanzare, ma Hitler già celebrava la conquista della città di Stalin. Il 9 novembre pronunciò un discorso alla birreria di Monaco gridando che “nessuna nave poteva più risalire il Volga!“, certo: neanche quelle tedesche, però! Dimenticando le perdite catastrofiche del suo esercito.
E il pubblico entusiasto lo applaudì.

problema 4.
Nonostante la notizia della catastrofe di perdite fosse ormai diffusa ovunque, il Gruppo A (quello ai pozzi di Baku) non ricevette mai l’ordine di andare ad aiutare i ragazzi di Stalingrado.   Perchè?    Senza risposta.

La cosa incredibile è che il 19 novembre il Comando tedesco segnalò che i fianchi della 6° Armata erano deboli e, di lì a pochi giorni, oltre un milione di sovietici attaccò tutto il fronte stringendo un cappio mortale intorno alla città.

problema 5.
La vittoria su Stalingrado si stava rivelando costruita sulla sabbia. Il grande sacrificio di centinaia di migliaia di soldati non era servito a nulla.
Da dove erano saltati fuori oltre un milione di soldati russi?
Se davvero erano disponibili, perchè non si erano fatti vivi prima?
Se Stalin avesse avuto altri soldati (e parliamo di milioni di uomini) perchè non li ha impiegati prima per fermare l’avanzata tedesca in tutti i teatri di scontri dove ha registrato perdite colossali?
Una domanda destinata a rimanere senza risposta.
Si pensi come ad un generale che sull’orlo della disfatta nazionale totale improvvisamente gli appaiano sul campo milioni di uomini a disposizione (che prima non c’erano) per rovesciare completamente l’ago della bilancia bellica e passare all’attacco!
Averli potuti impiegare prima avrebbe consentito di essere in superiorità numerica rispetto ai tedeschi e sicuramente vincere moltissime battaglie e risparmiare moltissime vite sovietiche. Assolutamente inspiegabile. Una questione senza risposta.


Hitler venne a conoscenza di questa nuova situazione solo il 22 novembre e ordinò di difendere la città di Stalingrado a tutti i costi e fino all’ultimo uomo, condannando di fatto tutta la 6° Armata (o quello che ne rimaneva) ad una fine certa.
Perchè questo atteggiamento verso i suoi soldati?
Un pazzo furioso? Un masochista?    senza risposta.
Come fu possibile che i tedeschi si siano fatti circondare, in un perimetro di 40 Km, senza che nessuno se ne sia accorto in tempo?    senza risposta.
Oltre un milione di uomini e mezzi non poteva essere invisibile…
Vorrei chiedere se non ci fosse stato un aereo della Luftwaffe che avesse potuto sorvolare la zona di Stalingrado per poter notare l’accerchiamento sovietico in atto: le cose non succedono da un attimo all’altro! (risposta nell’articolo: Stalingrado il fronte aereo)

problema 6.
In quel momento, le retrovie, i rifornimenti si trovavano dietro, a 300 Km e non c’erano più i mezzi sufficienti per evacuare i feriti. In più nell’Alto Comando tedesco si dovevano superare le discrepanze di opinione sulla metodologia di aiuto per la 6° armata: Goering non era d’accordo con Hitler, mancavano le risorse, non c’erano rincalzi disponibili di soldati e il tempo meteorologico ci metteva del suo.

Fotogrammi della battaglia.

continua – la disfatta


Stalingrado. e dopo

Il 23 agosto 1942 i tedeschi raggiunsero una città da cui quasi tutti non sarebbero ritornati mai più. L’iilusione di una vittoria facile era destinata a morire tra le case e le strade di Staligrado.
Nessuno avrebbe potuto immaginare, prima. Sì, c’erano stati successi ed insuccessi parziali lungo il cammino, ma mai definitivi e poi però erano sempre sfociati in una avanzata senza fine.
Invece qui sarà un’ecatombe che condurrà i tedeschi a perdere 1000 soldati al giorno, contro i 500mila sovietici.
A mio modo di vedere, per macroscopici errori di strategia, per una situazione economica che allora si pensava in ascesa, invece era in una picchiata preoccupante, analizzata a fondo dopo la guerra.

Oggi che scrivo, però, dico anche che non si può ridurre una battaglia di 7 mesi a mere statistiche e a 2 commenti già letti da qualsiasi parte. La realtà è molto più complessa ed è la risultante di episodi e azioni quotidiane favorevoli e sfavorevoli.

Se si va fondo dell’argomento ci si accorge che a sentire la voce dei soldati si ottiene ancora un panorama abbastanza triste e deludente. Ovviamente, da parte tedesca.


problema 1.
Già dalle fasi del primo attacco e qui parlo della fase di avvicinamento ai pozzi di Baku, si ottiene l’informazione che, giunti a 60 Km dai pozzi petroliferi, i tedeschi del Gruppo A furono impossibilitati ad affondare il colpo perchè completamente a secco di benzina per i carri, viveri e munizioni.
Certo, il ritardo di 2 settimane su questo fronte si era rivelato letale e anche se avessero potuto attaccare, i pozzi erano già stati bruciati.
Quindi, ciccia! L’argomento dove Hitler si dimostrava più intransigente fu quello perennemente sotto torchio per tutto il fronte orientale. Gli ordini di avanzare arrivavano sempre puntuali ed imperterriti, i rifornimenti mai. Quando in qualche modo giunsero per via aerea erano insufficienti ed estremamente tardivi. Con queste condizioni è impossibile sostenere un’ideale roboante di conquista e di vittoria.
Prima la frammentazione delle forze, poi la scelta delle persone al comando, dettata dalla poca fiducia, così in Russia come in Africa.
Speer l’aveva preannunciato all’inizio del 1940: “quando il nostro vantaggio iniziale sarà sfumato – aveva detto – il nostro futuro sarà, se non nella nostra politica, almeno nelle mani di Dio!
Purtroppo l’dea base di Hitler era quella di voler conquistare tutto simultaneamente e per questo aveva diviso in tre bracci l’offensiva sul Fronte Orientale: il Gruppo A cercava di raggiungere i pozzi di Baku e il Gruppo B doveva marciare verso Stalingrado, mentre le forze diminuivano sempre più.
La maggior parte dei generali subì l’ira di Hitler, si opposero, poi si fecero umiliare e tornarono affranti ai loro comandi.
L’avanzata sulla città moderna di Stalingrado potè riprendere solo 3 settimane più tardi.
Così si aggiungeva ritardo ai ritardi già accumulati.


problema 2.
Poi una sorpresa: i russi si ritirarono e i tedeschi avanzarono nel vuoto. E fu la distanza. Ad un certo punto, il Gruppo B si trovava a 300 km dalle proprie retrovie: davanti il nulla, dietro il nulla.
Un po’ in camion, in po’ a piedi. Deprimente.

La città obiettivo era famosa nel mondo per gli armamenti prodotti, il traffico nelle strade e quello decisivo sul fiume.
Si estendeva per oltre 30 Km sul Volga e dal 19 luglio aveva ricevuto l’ordine di costruire le difese necessarie.

Quando la 6° armata arrivò a Stalingrado trovò una città che era diventata una fortezza. Per la Germania, conquistarla significava che la guerra poteva finire subito. Con la totale conquista del Volga, infatti, interrompendo i rifornimenti via-fiume, per i russi non ci sarebbe stata più speranza. Nonostante tutto, il morale tedesco era abbastanza buono e per allietare l’avanzata, sul finire dell’estate all’esercito tedesco venne confermata la notizia che non avrebbero ricevuto le divise invernali per la momentanea mancanza di risorse. Casomai verso gennaio ’43.
Intanto, l’anello d’acciaio costruito intorno al perimetro sembrava inespugnabile. Con grande sorpresa dei tedeschi si scontrarono con una serie di batterie contraeree sorprendentemente formate solo da donne.

L’aviazione tedesca allora cominciò a bombardare ogni cosa ogni ora; con 1600 incursioni sul nucleo abitato e sulla periferia. Migliaia di tonnellate di bombe trasformarono il centro abitato ed il centro industriale in un inferno.
In una settimana morirono più di 40mila persone. Un’enorme nuvola nera si formò sopra Stalingrado e la pressione sopra di essa la spingeva creando una forma che a tutti sembrava una croce.

continua – la lotta per la città


nota di percorso 2018 sul 1942

Ho studiato.
Per prepararmi sommariamente e prima di scrivere cretinate, ho guardato una serie di documentari sul fronte orientale, che fortunatamente avevo registrato quasi 18 anni fa, letto un paio di libri, letto sul web qualche pagina di diari di reduci tedeschi e altre piccole cose.
La cosa che ho notato e che mi è rimasta è che quasi nessuno esprime qualsiasi opinione; tutti fanno storiografia, squisitamente asettica, senza mettere nulla che sembri un ragionamento, un commento o una semplice nota a margine. Strano.
Se hai un sito, un blog o una semplice pagina web, lo scopo sarebbe quello proprio quello di esternare il proprio pensiero in merito all’argomento trattato, sia che sia una piccola cronistoria o una revisione personale.
Bene. Comunque il punto è un altro.
Il risultato di tutto questo mio interessamento è che tutto questo mio informarmi, tutto il leggere, mi ha portato a scrivere sei articoli (6):

Stalingrado e dopo
Stalingrado e dopo. la lotta
Stalingrado e dopo. la disfatta
Stalingrado. il fronte aereo
Stalingrado. riassunto breve
situazione 1942

e dopo aver già pubblicato:

verso la caduta di Stalingrado
verso la caduta di Stalingrado 2.

Dal 10 ottobreogni 2 giorni pubblicherò quanto mi è rimasto in testa.
Buona lettura agli eventuali interessati.


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