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storie e contro-storie della seconda guerra mondiale. La Romagna in guerra.

Considerazioni sul witness USA

Certamente alcune domande possono nascere sul fatto raccontato dal soldato americano
Aubrey Temples.

D.1: come mai il 91enne americano si è deciso solo ora a rivelare una cosa così particolare, dopo che in 75 anni sono stati scritti migliaia di libri sulla fine del Terzo Reich, per non parlare dei documentari video prodotti sino ad oggi, come mai non si è deciso prima?

R. Perchè da subito gli è stato consigliato di non parlare del fatto per via delle sue probabili implicazioni e di seguito si è lasciato passare tutto questo tempo. In America, se per caso cadevi nelle mani dell’FBI, finivi in un tunnel di interrogatori continui che ti avrebbero cambiato la vita. L’FBI di Hoover, incaricata delle indagini, era particolarmente pressante, invasiva e sospettosa se intuiva il coinvolgimento di un privato nell’argomento Hitler.

D.2: Ma se ora il soldato ha 91 anni si può pensare che la vita gli potesse riservare anche una fine più precoce; per esempio poteva morire a 82 anni e portarsi questo segreto nella tomba!

R. Vero. Ma valgono le considerazioni fatte sopra.

D.3: Possibile che in tutti questi anni nessun giornalista abbia avuto modo di intervistarlo prima per eventualmente sbugiardarlo (eventualmente) o convalidarlo e dato che, da quanto ci ha raccontato, aveva annotato l’avvistamento particolare del 30aprile1945 e lo aveva fatto prevenire alle autorità militari (tedesche)?

R. Il soldato è dell’Illinois, non esattamente nell’area di intercettazione dell FBI, e comunque è probabile che il suo volontario silenzio sull’accaduto abbia contribuito alla non diffusione della notizia. In quei giorni non esisteva una diramazione delle informazioni così come la conosciamo oggi.

D.4: E da quando in qua un soldato americano va a fare una nota per il governo nemico?

R. Non era affatto una spiata; tutto il paese sapeva del passaggio del Fuhrer, in più, il soldato sapeva di essere stato intercettato e magari il fatto non è esattamente come raccontato: può darsi che la signora che lo ospitava avesse contattato le autorità per complimentarsi, dicendo, tra la altre cose, che c’era anche il soldato americano che aveva visto tutto.

D.5: I velivoli dichiarati in altitudine facevano fatica ad oltrepassare una collina, dove pensavano di andare?

R. Il tragitto poteva prevedere di condure il Fuhrer solo ad un altro aeroporto militare.
Nel nord della Germania ce ne erano 7 o 8 ancora disponibili, in quei giorni.
Verificato dal team di Baer nel 2012.
E, oltretutto, per volare in Danimarca nel 1945 non occorreva un Boeing 707… e forse ci si poteva arrivare anche con degli aereoplanini.

Sicuramente, non basta il racconto (da verificare, e poi non so in che modo…) di un soldato americano a rovesciare l’epilogo della storia, ma può aiutare ad alimentare un sospetto di una fuga che risale al luglio del 1945 e se sommato alle centinaia di libri e saggi che riportano la vita di Hitler in Argentina, in Paraguay poi, infine in Cile, non importati in Italia, aumenta considerevolmente l’ipotesi della fuga del capo del Terzo Reich.


Hitler è volato via. Un giovane testimone oculare.

La notizia può essere clamorosa e può rovesciare l’epilogo della seconda guerra mondiale. Un giovane soldato americano prigioniero il 30 aprile 1945 ha visto coi propri occhi Adolf Hitler che lo fissava incredulo dal finestrino di una macchina girare per la cittadina di Nussdorf nonostante fosse, al tempo, prigioniero.

Si chiama Aubrey Temples ed era un soldato decorato che aveva trascorso gli ultimi periodi della guerra in un campo di reclusione presso la città di Nussdorf. Godeva di alcune libertà, come leggerete nell’intervista, garantitegli dalla famiglia che gestiva quel campo.
Aubrey Temples oggi ha 91 anni.

Qui riporto le sue parole.

il 30 aprile 1945, lasciai l’accampamento la mattina presto per poter andare a fare colazione con i Mosurs (non ho idea di come sia scritto il cognome).
Ero l’unico rimasto ad avere il privilegio di mangiare insieme alla famiglia, ma sulla strada comparvero improvvisamente tre macchine nere, scortate, che mi passarono vicino… ovviamente il mio cuore accelerò parecchio.
Ero piuttosto preoccupato: questi erano armati e io assolutamente inerme, ma all’inizio non prestarono attenzione a me, la prima macchina passò con dentro giusto un autista e una guardia. Quando la seconda auto mi raggiunse, si fermò alla mia altezza e di conseguenza così fece quella in cima al convoglio. Seduto in quell’auto c’era Adolf Hitler. Era a due metri
circa da me, se ne stava lì seduto in macchina e mi guardava. Davanti le guardie.
Ma… nessuno pronunciò una parola, per circa 3 minuti che a me sembrarono eterni. Poi proseguirono. Intanto 3 piccoli aerei atterrarono in un campo a circa 200 metri. Le tre macchine si portarono nelle vicinanze. Scesero 3 persone ed entrarono nei rispettivi velivoli. Ho visto le scalette e le persone tendere le braccia per aiutarli di montare a bordo. Erano piccoli aerei che subito dopo presero il volo, uno dopo l’altro e sparirono.
Non ho più visto nulla, anche le tre macchine si dileguarono.
Ma raggiunsi i Mosurs e tutto eccitato gli parlai di Hitler. E la signora mi disse che il Fuhrer aveva passato la notte a casa del signor Pullen, un ricco signore bene in vista in città, amico di lunga data di Adolf Hitler da molto tempo prima della guerra.

Fu un giorno speciale per la gente di Nussdorf e la signora si dimostrò molto protettiva nei miei confronti, temeva che potessi essere ferito in qualche modo.

Il fatto si potrebbe associare alle tesi proposta a suo tempo da Baer (di Hunting Hitler) che recitava la possibilità che Hitler si fosse appoggiato ad un altro piccolo aereoporto tedesco per volare in Danimarca (ancora in salde mani tedesche, in quei giorni).

Link YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=CJ-8d6N_Ok4
(Aggiungo che c’è la possibilità che il filmato-intervista sia rimosso velocemente.).


la difesa di Roma. domande

Sette domande sicuramente destinate a rimenere senza risposta.

1) Come mai, pur essendo a conoscenza delle nostre croniche carenze di approvvigionamento di carburante, nelle prime ore dopo la proclamazione dell’armistizio, la sera dell’8 settembre, il nostro C.S. non si preoccupò di difendere adeguatamente i due depositi di Mezzocamino e Valleranello?
Tale ingiustificabile di­menticanza permise ai tedeschi, già fin dalle ore 20,30 dell’ 8 settembre, di occupare entrambi i nostri preziosissimi depositi, mettendo in ginocchio la mobilità delle nostre poche truppe a difesa dei punti chiave.

2) Come mai i tedeschi, la notte dell’8 settembre, lasciarono passare il corteo reale sulla Tiburtina, senza creare alcuna dif­ficoltà, né ostacolo? Un’ipotesi formulata da Ruggero Zangrandi parla addirittura di un patto: il famoso “patto scellerato” conclu­so tra Ambrosio e Kesselring: in cambio della libertà del re, del Governo e dei comandi militari, si sarebbe concesso ai tedeschi di prendere possesso di Roma, di liberare Mussolini e soprattutto di poter contare sul… dissolvimento del nostro esercito.
Cosa suc­cesse quella notte? In particolare cosa successe tra le ore 23 del giorno 8 e le ore 4 della mattina del giorno 9 quando si decise la fuga a Pescara?

3) Come mai si preferí non dare nes­suna specifica istruzione agli oltre due milioni di soldati impe­gnati sui vari fronti di combattimento?

4) Coma mai Carboni, la mattina del 10 settembre, smentendo se stesso, riacquistò un tono determinato dopo ore di silenzio, emanando ordi­ni precisi per la difesa di Roma? Ma poi, come mai, nel pomeriggio, accettò anche lui l’ipotesi della resa?

5) Come mai il generale Ambrosio decise di partire per Torino proprio la sera del 7 settembre, sapendo che il generale america­no Taylor era in arrivo a Roma per organizzare l’aviosbarco della 82° divisione paracadutisti? E come mai decise, vista la delicatez­za del momento, di prendere il treno e non l’aereo com’era stato ripetutamente consigliato dai suoi collaboratori? È vera l’ipotesi che Ambrosio prese il treno perché doveva portare, in gran segre­to, a Roma il maresciallo Caviglia che avrebbe dovuto sostituire Badoglio alla guida di un nuovo Governo in grado di gestire me­glio sia i rapporti con gli alleati sia con i tedeschi?

6) Qualcuno sabotò la difesa di Roma e se sí, perché?
All’alba del 10 il comando della Granatieri ricevette un ordine di cessare qualunque ostilità contro i tedeschi. «Sono in corso le modalità della sospensione delle ostilità – diceva il fonogramma ricevuto dallo S.M. della divisione del generale Solinas – Le truppe riman­gono sul posto e si fronteggeranno senza sparare».
Si pensava che l’ordine fosse stato diramato dal comando del C.A.M.: in realtà nessuno tra i collaboratori di Carboni emanò tale direttiva. Le conseguenze furono deleterie e colpirono soprattutto gli avampo­sti della Granatieri.
Si è parlato della “quinta colonna” tedesca ma qualcuno fece un ipotesi molto piú sconvolgente: furono ufficiali italiani, in divisa o in borghese, quasi sempre non meglio indivi­duati, a far circolare tra le truppe notizie false e comunque esortanti il “cessate il fuoco”.
Perché? E per ordine di chi?
La Commissione d’Inchiesta Palermo non si occupò della questione! Perché?

7) L’ultimo mistero non chiarito riguarda il mancato intervento dell’aviazione alleata su Roma nelle giornate del 9 e del 10 settembre 1943.
Nonostante le specifiche richieste formulate a riguardo dal gen. Carboni, non si vide neanche l’ombra di un caccia o di un bombardiere alleato. Come mai?
Come mai gli alleati furono così sordi alle nostre richieste?

 


1943: la fuga del re. altri dettagli_2

Questo, secondo un racconto di Marchesi.
Arrivammo sulla banchina del porto che era già notte. Buio pesto.
C’erano già 4 o 5 automobili. Al centro della banchina c’era un gruppo di persone: tra esse il re, la regina e Ambrosio. Mi avvicinai a lui e gli feci vedere l’auto dove saremmo rimasti ad attendere. Poi ritornai alla macchina e mi addormentai. In breve, sulla banchina si erano ammassate tutte le auto. Ufficiali silenziosi si aggiravano nei corridoi tra le macchine; erano gli stati maggiori delle tre armi al gran completo. C’era anche una marea di generali. Sembrava irreale vedere un assembramento così ampio di personalità, tutte insieme, sulla banchina di un molo.
Vide il re e la regina seduti su due valigie; certamente un’immagine poco regale. Più tardi, sulla banchina di attracco, vidi un fascio di luce di una lampadina tascabile. Si creò subito un certo movimento. In breve si udì il caratteristico battito di un motore e un fascio di luce illuminò la scaletta di imbarco di una nave da guerra. Salirono il re, la regina e il principe di Piemonte. “Avanti i generali” gridò una voce, e sospinti si fecero avanti Ambrosio, De Francesco, Adam, Mallaby, il maresciallo Baldanza, che portava sulle spalle la radio, il sergente Della Corte ed io. De Courten aveva cercato di opporsi al passaggio della nostra carovana (chissà perchè…) ma aveva dovuto cedere all’ordine di Ambrosio.
Qualcuno gridò di ritirare la scaletta e urlò, vedendo il gran numero di generali ancora a terra, di non accalcarsi perchè stava per arrivare un’altra corvetta. La voce creò immediatamente una grande agitazione.
E per i restanti fu un vero miracolo che i tedeschi non giungessero in tempo: sulla banchina non meno 100/120 generali e ufficiali, abbandonati al loro destino, presero a disperdersi imprecando.
La seconda corvetta si presentò a Ortona verso le 7 del mattino e verso l’una del 10 settembre, la corvetta Baionetta, sulla quale eravamo imbarcati, salpò dalla rada di Ortona.
A bordo gli animi erano ancora molto preoccupati, complice il fatto che sul ponte non brillava la minima luce. Vidi il re, la regina e il Principe di Piemonte seduti su delle sedie a sdraio, un po’ appartati rispetto agli altri.
La corvetta aveva imbarcato un numero relativamente piccolo di persone sia per ragioni di sicurezza, sia per non ostacolare le manovre di bordo.
All’alba, sulla nostra sinistra, nella foschia, intravidi l’incrociatore Scipione l’Africano che non aveva imbarcato nessuno. Ci aveva raggiunti in alto mare e assunto il compito di civetta.. Avvicinai Ambrosio e chiesi dove eravamo diretti. Nessuno lo sapeva. Forse in Sicilia, forse a Taranto.
Verso le 11 si udì il legero ronzio di un motore di aeroplano. Subito suonò la sirena d’allarme e tutti i marinai raggiunsero i posti di combattimento.
Qualcuno portò la cintura di salvataggio al re e alla regina.
Poi, in alto proveniente da poppa si distinse nettamente un ricognitore tedesco. L’aereo fece due larghi giri intorno a noi tenedosi sempre in quota mentre i mitraglieri nostri lo tenevano sotto mira.
Poi se ne andò.
La possibilità che avvertisse una formazione di bombardieri fece deviare la corvetta verso terra, che si intravedeva in lontananza.
Fu questo che decise lo sbarco a Brindisi.
Non altro”.


1943: la fuga del Re. altri dettagli

Torniamo al 9 settembre 1943.
Durante la notte, i generali – si è detto – che si erano trasferiti al Ministero della Guerra, decisero che Roma era indifendibile (a loro modo di vedere, ma non era afftto vero…) e che era meglio abbandonarla, per non correre il rischio di essere arrestati dai tedeschi.
Probabilmente il primo a proporre quest’idea fu Roatta, appoggiato da Badoglio. Il Maresciallo andò così a svegliare il re, poco dopo le quattro, e gli comunicò che era necessario abbandonare subito la capitale.
Il re mosse, forse qualche obiezione, ma poi accettò. Qualche minuto dopo era già, con la regina ed il principe, nel cortile del ministero della Guerra, dalla parte di via Napoli e disse: “se il Governo ha deciso di allontanarsi, io lo seguo. Anche lei, con lo stato maggiore deve seguire il nostro movimento… L’appuntamento, mi è stato detto, è a Pescara, in giornata“. E salì in macchina, con la regina, il generale Puntoni e il tenente colonnello De Buzzacarini, sulla Fiat 2800 grigioverde di quest’ultimo.
Il principe lo seguì a breve distanza, con Badoglio e Acquarone.
Badoglio racconta che, andando Pescara e vedendo le colonne tedesche in movimento, pensava: “Chissà a quale di questi alberi m’impiccheranno…”.
Prima partono, in diverse vetture, il re, la regina, Umberto, il duca d’Acquarone, gli aiutanti di campo e Badoglio, che viaggia col principe.
Poi Ambrosio con Roatta, preceduti da Zanussi, su una delle autoblindo della scorta. Seguono De Courten e Sandalli, secondo gli ordini.
Certamente, come ho scritto, non un convoglio anonimo: più di cinquanta macchine, vistose, non di servizio, che si muovevano alle prime luci dell’alba avrebbero potuto insospettire chiunque con risultati immaginabili.
Erano state disposte due corvette e l’incrociatore Scipione l’Africano per fare rotta per i porti di adriatici di Pescara e Ortona a Mare.
A questo punto la destinazione finale è ancora incerta.
A Carsoli, De Courten e Sandalli fanno una breve sosta, ma poi il viaggio riprende verso l’Abruzzo.
Improvvisamente la macchina sulla quale viaggia Badoglio si guasta e lo costringe a passare nell’auto del principe Umberto il quale, vedendolo infreddolito, gli prestò il suo cappotto. Badoglio si preoccupò di rimboccarsi le maniche per evitare che fossero visibili i gradi.
Si colse l’occasione di avvertire le due autoblindo che sarebbero state lasciate indietro poichè costringevano le vetture ad una velocità troppo ridotta.
Poco dopo l’auto venne fermata da tre posti di blocco tedeschi, che comunque vennero superati facilmente con il semplice avvertimento che a bordo vi erano “ufficiali generali”.
Comunque, sull’istante del fermo, paura a mille.

A Chieti, Roatta ordina al generale Olmi, comandante della divisione Legnano, di sbarrare tutti gli accessi.
Poi si oltrepassa Crecchio, il castello dei duchi di Bovino, dove è ospitata la famiglia reale con Badoglio e l’aeroporto di Pescara, dove nel frattempo erano giunti altri personaggi avvertiti della cosa.
All’aeroporto era presente un gruppo di volo comandato dal principe Carlo Ruspoli che, avuta notizia delle intenzioni dei Reali, espresse con vigore, stupore e sdegno per quella fuga; Vittorio Emanuele III si trincerò dietro gli obblighi costituzionali “Devo essere ossequente alle decisioni del mio governo“.
Nel timore di possibili ribellioni il corteo reale si rivolse ad altri piloti della zona ma anche questi erano contrari a partecipare ad un’azione così indecorosa. Più tardi si adotterà la scusa del non viaggio aereo al fatto che
– la regina, sofferente di cuore, non avrebbe potuto sopportare il volo -.
Data la situazione, si decise di continuare il viaggio in nave partendo dal porto di Ortona.
Particolare. Qualcuno ricorda il principe Umberto bofonchiare: “Dio mio, che figura, Dio mio, che figura!
Qui, si nota il maggiore Campiello piagnucolare e chiedere al principe di riflettere bene sul gesto della fuga: “Perchè vostra altezza reale non prende l’aereo e torna a Roma, dove certamente nessuno ha pensato a dare ordini di nessun genere? Potrebbe accordarsi coi tedeschi perchè sgomberino Roma senza spargimento di sangue. Potrebbe parlare alla nazione. Potrebbe tornare a Roma come Umberto II…“.
A questo punto Umberto lo interrompe: “Questo mai, se non me lo dice mio padre. E poi, in casa Savoia si è regnato sempre uno alla volta!“.

Nel progetto, i sovrani, Badoglio e i generali dovevano partire via mare da Pescara con tre navi da guerra: l’incrociatore Scipione l’Africano e le corvette Baionetta e Chimera. L’incrociatore non avrebbe imbarcato nessuno, serviva solo da “civetta”, per attirare su di sè gli eventuali attacchi nemici via aria o in mare, con sommergibili.
Ma a Pescara, dove la gente del posto si mostrò indignata per i fuggiaschi, si imbarcarono solo il ministro della marina De Courten e il Maresciallo Badoglio; il re, la regina e gli altri furono diretti invece ad Ortona mare, con appuntamento alle ventitrè alla banchina del porto.
Sull’istante, il convoglio ora conta oltre settanta auto, a lumi spenti nella notte lunare. Giunti alla banchina però non trovarono nulla. Panico.
Un’attesa lunga e snervante fece apparire finalmente il Baionetta.


10 settembre 1943. cronaca militare

il 10 settembre, venerdi, è la giornata in cui crolla quasi tutto.
E’ la resa militare italiana.

  •  ore 3,30: il colonnello Giaccone riferisce prima a Calvi e poi a Carboni l’esito dei colloqui notturni con il comando tedesco: Roma sarebbe stata dichiarata “città aperta”; i tedeschi sarebbero rimasti fuori dei limiti cittadini; la divisione Piave avrebbe presidiato il centro della capitale; tutti i reparti italiani sarebbero stati sciolti dopo aver ricevuto l’onore delle armi. I tedeschi avrebbero potuto occupare soltanto la loro ambasciata, la centrale telefonica e la stazione radio.
    Una tregua d’armi sarebbe stata dichiarata dalle sei alle dieci del mattino in attesa della risposta ufficiale italiana.
    Carboni, in linea di principio, si dice d’accordo.
  • ore 6,10: Caviglia invia, tramite Supermarina, un radiogramma al re chiedendogli la temporanea concessione dei pieni poteri, onde far funzionare il Governo in assenza di Badoglio.
    La risposta, positiva, del re non arriverà mai a Roma!
    L’ipotesi più accreditata è che Badoglio, non fidandosi di Caviglia, abbia “bloccato” l’invio.
  • ore 7,00: Carboni rientra improvvisamente a Roma, convocato da Sorice, al Ministero della Guerra.
    Giaccone poi torna da Kesselring comunicandogli l’accettazione di Carboni.
    Kesselring cambia il testo dell’accordo: ci sarà un comando militare tedesco dentro Roma.
    Giaccone contesta e Kesselring, ormai imbaldanzito, gli dà un ultimatum: o entro le sedici si firma la resa, oppure i tedeschi faranno saltare gli acquedotti e bombarderanno pesantemente Roma.
  • ore 8,00: riunione al Ministero della Guerra tra Caviglia Sorice e Carboni: si esamina l’ordine lasciato da Roatta e si discute sulla possibile difesa militare della capitale.
    Carboni installa il suo comando a piazzale delle Muse: teme di essere catturato dai tedeschi ma comunque non si fida neanche de­gli… italiani!
    La tregua intanto non viene rispettata da nessuna par­te.
    Si spara dovunque.
  • ore 10,45: Carboni ordina alla divisione Piave di rientrare su Roma entro le ore sedici; alla divisione Ariete di attaccare con due colonne motocorazzate i tedeschi, sul fianco da est, per alleggerire la pressione sulla Granatieri; ordina alla Granatieri di resistere ad oltranza, se possibile, contrattaccando!
  • ore 11,00: Cadorna tergiversa e non esegue l’ordine.
    Lo farà soltanto nel pomeriggio… cinque ore più tardi, quando ormai la si­tuazione sarà definitivamente compromessa.
  • ore 12,00: Carboni ordina di dissequestrare le armi per i civili: il Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.) romano può utilizzarle a porta San Paolo dove si combatte aspramente.
  • ore 14,00: si diffondono le prime notizie della fuga del re e dei capi militari. L’impatto della notizia è devastante.
    Caviglia suggerisce a Calvi di accettare l’ultimatum di Kesselring:
    il C.L.N. romano è d’accordo.
  • ore 15,30: al Ministero della Guerra si continua a discutere se accettare o meno l’ultimatum tedesco. Calvi e Giaccone sono favorevoli mentre Carboni e, con meno impeto, Sorice sono contrari.
    Caviglia insiste sulla resa. Nessuno vuole comunque assumersi la responsabilità della firma del documento: Giaccone, alla fine, si assume tale compito e riparte per Frascati per comunicare a Kesselring l’adesione alla sua proposta.
  • ore 16,00: nei pressi della piramide Cestia muore, sotto i colpi del nemico. Raffaele Persichetti, divenuto al simbolo dell’eroi­ca difesa di Roma, anche se per la verità una difesa sparuta, da parte dei civili.
    Giaccone firma la resa davanti al maresciallo tedesco: Roma vie­ne dichiarata “città aperta”. Il generale Calvi di Bergolo è nominato comandante della piazza.
    Proprio nello stesso momento la Baionetta entra nel porto di Brindisi:
    il re sbarca a terra con tutto l’Alto comando italiano!
    L’Ariete, finalmente lanciata da Cadorna, e la Piave, sono fer­mate nella loro offensiva dall’annuncio della resa proprio quando hanno iniziato l’ultima battaglia. C’e rabbia e avvilimento tra gli uomini: rimane il rammarico di aver abbassato le armi proprio di fronte ad un’opportunità forte di successo!
  • ore 16,30: i tedeschi non rispettano i patti ed entrano in Roma, saccheggiando alcuni quartieri periferici.
  • ore 20,30: gli ultimi scontri si esauriscono nel centro di Roma, vicino alla stazione Termini.
    Berlino comunica: – L’esercito tedesco, senza incontrare notevole resistenza, ha conquistato Roma! -.
    L’alto comando tedesco annuncia: – l’esercito italiano non esiste più! -.
  • il pensiero di Hitler sul tradimento ignobile italiano.

8 settembre 1943: solo poche parole finali

L’8 settembre fu oggettivamente una tragedia la cui genesi fu forse anche positiva (l’uscita dalla guerra, la caduta del regime fascista), ma la cui gestione fu un vergognoso disastro condotto da una classe dirigente totalmente incapace e codarda, “figlia” di venti anni di dittatura; inetta perchè non più abituata ad assumersi le vere responsabilità di comando nelle ore “fatali” delle decisioni difficili.


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