Archivi del mese: ottobre 2000

discorso Hitler_lebensraum

Noi nazionalsocialisti dobbiamo attenerci incrollabilmente al nostro obiettivo di politica estera, che è quello di assicurare al popolo tedesco il suolo e lo spazio che gli competono su questa terra.

E questa iniziativa è l’unica che, al cospetto di Dio e della posterità tedesca, possa giustificare una carneficina:

al cospetto di Dio, in quanto, su questa terra, noi siamo legati alla sorte dell’eterna lotta per il pane quotidiano, nella nostra qualità di esseri cui nulla viene regalato, e che devono ringraziare, per la proprla condizione di sovrani della terra, soltanto la genialità e il coraggio con i quali sanno conquistarsela e difendersela;

al cospetto della posterità tedesca, in quanto noi non spargeremo neppure una goccia del sangue di un cittadino, se mille gocce non potranno venirne alla posterità.

Il suolo e la terra, sui quale un tempo le stirpi dei contadini tedeschi potranno allevare figli robusti, sarà la giustificazione dei rischio corso dai figli di oggi, e permetterà agli uomini di stato responsabili, anche se perseguiti dai loro contemporanei, di parlare domani liberamente di debito di sangue e di sacrificio delle nazioni…

Nessun popolo su questa terra possiede neppure un metro quadrato di suolo che abbia maggiormente desiderato e nei confronti del quale possa vantare più alti diritti.

Come le frontiere della Germania sono confini dettati dal caso in un momento particolare della perenne lotta politica, cosi accade anche con le frontiere degli spazi vitali di altri popoli..

I confini degli stati sono creati dagli uomini e sono gli uomini a mutarli…

Ma noi nazionalsocialisti dobbiamo spingerci ancor più in là: il diritto alla conquista di terra può diventare un dovere qualora accada che, mancandogli l’espansione territoriale, un grande popolo sia destinato al tramonto…

Il Reich prima o poi dominerà l’Europa intera…

A tale fine, dovremo sostenere ancora moltissime battaglie, le quali però indubbiamente si concluderanno con il più luminoso successo.

Da quel momento, la strada per il dominio del mondo sarà aperta.

Chi possieda domani l’Europa è destinato infatti ad assicurarsi anche il dominio del mondo…

Stando così le cose, non possiamo neppure accettare di discutere il problema del torto e della ragione.

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discorso Mussolini 2dic1942

Roma è stata vittoriosa dopo Zama, ma è stata grande dopo Canne. Non dico che nelle nostre vene corra tutto il sangue che correva nelle vene degli antichi romani, ma è certo che noi siamo il popolo nelle vene del quale scorre la maggior parte del sangue che scorreva nelle vene degli antichi romani. E lo dimostreremo.

Quindi terremo duro. Questo ci viene imposto dal dolore, dall’onore e dalla dignità…

Signori!

Non si fa una guerra senza odiare il nemico. 

Non si fa la guerra senza odiare il nemico dalla mattina alla sera, in tutte le ore del giorno e della notte, senza propagandare quest’odio e senza farne l’intima essenza di se stessi. 

Bisogna spogliarsi una volta per tutte dei falsi sentimentalismi. 

Noi abbiamo di fronte dei bruti, dei barbari. 

Roma, che pure era clemente dopo la vittoria, era spietata quando si trattava dell’esistenza del popolo romano.

Bisogna quindi reagire con la massima energia a tutte le tendenze che vorrebbero illanguidire il nostro spirito, fornendo la falsa immagine di un popolo italiano capace soltanto delle cose leggiadre. 

Se c’è un popolo che è stato durissimo durante i secoli dell’alto medioevo (purtroppo eravamo durissimi tra di noi), questo è il popolo italiano. 

E solo dopo la caduta della repubblica fiorentina, della gloriosa repubblica fiorentina (ma ci fu anche allora una quinta colonna, capitanata da Malatesta Baglioni), incomincia il pericolo dell’imbellicosità degli italiani, escluso il Piemonte. 

Da allora, tra Arcadia, balletti e canti, si è diffuso nel mondo il luogo comune di un’ Italia che deve occuparsi soltanto di pennelli, scalpelli e strumenti musicali. Io vi dirò una cosa che vi stupirà, un paradosso, forse un’ eresia. 

Ebbene, io preferirei di avere in Italia meno statue, meno quadri nei musei, e più bandiere strappate al nemico…

Dappertutto il popolo italiano, al quale non dobbiamo chiedere quello che già esso dà spontaneamente, cioè la sua disciplina, la sua comprensione, il suo spirito di sacrificio, il popoìo italiano è pienamente consapevole della necessità di questa guerra.

Questa non è soltanto una guerra necessaria, è una guerra che io proclamo sacrosanta e dalla quale non potevamo, in nessun modo, esimerci.

La nostra posizione ci impone sempre di scegliere: o si va con gli uni quando si vuole risolvere il problema delle nostre frontiere continentali, o si va con gli altri quando si vuol risolvere il problema delle nostre frontiere marittime. Un grande popolo come l’italiano non può rimanere in bilico. 

Ed è un orgoglio per noi partecipare a questa lotta di giganti, destinata a trasformare geograficamente, politicamente, spiritualmente il mondo…

Anche gli obiettivi, in questo dilatarsi della guerra, gli obiettivi di carattere territoriale e politico hanno perduto alquanto della loro importanza. 

Oggi sono in gioco i valori eterni. in gioco l’essere o il non essere. 

Oggi è veramente in atto la formidabile lotta tra due mondi. 

Mai la storia dell’umanità ha visto spettacolo simile, spettacolo dal quale noi siamo tra i grandi protagonisti.

Il compito dell’ora è unico e solo: combattere!

Combattere insieme coi nostri alleati, combattere fianco a fianco con la Germania. 

Il cameratismo tra noi e i tedeschi diventa ogni giorno più profondo: diventa un modo di vita comune. 

Siamo abbastanza affini e abbastanza dissimili per comprenderci, per reciprocamente stimarci, per fondere insieme tutte le nostre energie, dato che la causa è unica…

Ora, camerati, bisogna combattere per i vivi, combattere per il futuro, ma anche per i morti. Bisogna combattere perché il sacrificio dei nostri morti non sia vano; non sia vano il sacrificio di quelli che caddero durante la guerra di Spagna, durante la guerra attuale, trenta quattromila fascisti, tra cui millecinquecento gerarchi.

Essi, i morti, ci comandano con voce imperiosa di combattere fino alla vittoria. Noi obbediamo.


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