1943: la fuga del Re. altri dettagli

Torniamo al 9 settembre 1943.
Durante la notte, i generali – si è detto – che si erano trasferiti al Ministero della Guerra, decisero che Roma era indifendibile (a loro modo di vedere, ma non era afftto vero…) e che era meglio abbandonarla, per non correre il rischio di essere arrestati dai tedeschi.
Probabilmente il primo a proporre quest’idea fu Roatta, appoggiato da Badoglio. Il Maresciallo andò così a svegliare il re, poco dopo le quattro, e gli comunicò che era necessario abbandonare subito la capitale.
Il re mosse, forse qualche obiezione, ma poi accettò. Qualche minuto dopo era già, con la regina ed il principe, nel cortile del ministero della Guerra, dalla parte di via Napoli e disse: “se il Governo ha deciso di allontanarsi, io lo seguo. Anche lei, con lo stato maggiore deve seguire il nostro movimento… L’appuntamento, mi è stato detto, è a Pescara, in giornata“. E salì in macchina, con la regina, il generale Puntoni e il tenente colonnello De Buzzacarini, sulla Fiat 2800 grigioverde di quest’ultimo.
Il principe lo seguì a breve distanza, con Badoglio e Acquarone.
Badoglio racconta che, andando Pescara e vedendo le colonne tedesche in movimento, pensava: “Chissà a quale di questi alberi m’impiccheranno…”.
Prima partono, in diverse vetture, il re, la regina, Umberto, il duca d’Acquarone, gli aiutanti di campo e Badoglio, che viaggia col principe.
Poi Ambrosio con Roatta, preceduti da Zanussi, su una delle autoblindo della scorta. Seguono De Courten e Sandalli, secondo gli ordini.
Certamente, come ho scritto, non un convoglio anonimo: più di cinquanta macchine, vistose, non di servizio, che si muovevano alle prime luci dell’alba avrebbero potuto insospettire chiunque con risultati immaginabili.
Erano state disposte due corvette e l’incrociatore Scipione l’Africano per fare rotta per i porti di adriatici di Pescara e Ortona a Mare.
A questo punto la destinazione finale è ancora incerta.
A Carsoli, De Courten e Sandalli fanno una breve sosta, ma poi il viaggio riprende verso l’Abruzzo.
Improvvisamente la macchina sulla quale viaggia Badoglio si guasta e lo costringe a passare nell’auto del principe Umberto il quale, vedendolo infreddolito, gli prestò il suo cappotto. Badoglio si preoccupò di rimboccarsi le maniche per evitare che fossero visibili i gradi.
Si colse l’occasione di avvertire le due autoblindo che sarebbero state lasciate indietro poichè costringevano le vetture ad una velocità troppo ridotta.
Poco dopo l’auto venne fermata da tre posti di blocco tedeschi, che comunque vennero superati facilmente con il semplice avvertimento che a bordo vi erano “ufficiali generali”.
Comunque, sull’istante del fermo, paura a mille.

A Chieti, Roatta ordina al generale Olmi, comandante della divisione Legnano, di sbarrare tutti gli accessi.
Poi si oltrepassa Crecchio, il castello dei duchi di Bovino, dove è ospitata la famiglia reale con Badoglio e l’aeroporto di Pescara, dove nel frattempo erano giunti altri personaggi avvertiti della cosa.
All’aeroporto era presente un gruppo di volo comandato dal principe Carlo Ruspoli che, avuta notizia delle intenzioni dei Reali, espresse con vigore, stupore e sdegno per quella fuga; Vittorio Emanuele III si trincerò dietro gli obblighi costituzionali “Devo essere ossequente alle decisioni del mio governo“.
Nel timore di possibili ribellioni il corteo reale si rivolse ad altri piloti della zona ma anche questi erano contrari a partecipare ad un’azione così indecorosa. Più tardi si adotterà la scusa del non viaggio aereo al fatto che
– la regina, sofferente di cuore, non avrebbe potuto sopportare il volo -.
Data la situazione, si decise di continuare il viaggio in nave partendo dal porto di Ortona.
Particolare. Qualcuno ricorda il principe Umberto bofonchiare: “Dio mio, che figura, Dio mio, che figura!
Qui, si nota il maggiore Campiello piagnucolare e chiedere al principe di riflettere bene sul gesto della fuga: “Perchè vostra altezza reale non prende l’aereo e torna a Roma, dove certamente nessuno ha pensato a dare ordini di nessun genere? Potrebbe accordarsi coi tedeschi perchè sgomberino Roma senza spargimento di sangue. Potrebbe parlare alla nazione. Potrebbe tornare a Roma come Umberto II…“.
A questo punto Umberto lo interrompe: “Questo mai, se non me lo dice mio padre. E poi, in casa Savoia si è regnato sempre uno alla volta!“.

Nel progetto, i sovrani, Badoglio e i generali dovevano partire via mare da Pescara con tre navi da guerra: l’incrociatore Scipione l’Africano e le corvette Baionetta e Chimera. L’incrociatore non avrebbe imbarcato nessuno, serviva solo da “civetta”, per attirare su di sè gli eventuali attacchi nemici via aria o in mare, con sommergibili.
Ma a Pescara, dove la gente del posto si mostrò indignata per i fuggiaschi, si imbarcarono solo il ministro della marina De Courten e il Maresciallo Badoglio; il re, la regina e gli altri furono diretti invece ad Ortona mare, con appuntamento alle ventitrè alla banchina del porto.
Sull’istante, il convoglio ora conta oltre settanta auto, a lumi spenti nella notte lunare. Giunti alla banchina però non trovarono nulla. Panico.
Un’attesa lunga e snervante fece apparire finalmente il Baionetta.

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