Archivi del mese: aprile 2015

Ben: il nuovo socialista

Rocca-delle-CaminateIl 27 settembre 1943 (15gg dopo la sua liberazione dal GranSasso) il Duce si stabilisce alla Rocca delle Caminate per tenere il primo Consiglio dei Ministri del “dopo”.

Le sue mire erano ufficialmente tre:
1) convocazione di un’assemblea costituente che gettasse le basi del nuovo stato repubblicano;
2) ricostituzione dell’esercito, così da cancellare il 25 luglio e l’8 sett. agli occhi degli alleati tedeschi e del mondo intero;
( era l’unica garanzia per non perdere anche la futura pace, dopo aver perduto la guerra… ndr);
3) scelta di Roma come capitale del nuovo stato.

Gazz-RSIDa quello che ho letto in giro, il primo punto non interessava ai tedeschi, quindi non sollevarono obiezioni. Il secondo era ancora nel limbo dei desideri e i crucchi opposero un diplomatico silenzio. Il terzo li toccava da vicino: Kesselring dichiarò che … non lo voleva tra le balle… in accordo anche con Rommel che voleva evitare impedimenti nelle zone di operazione.
Furono i tedeschi, a questo punto, a dichiarare Roma « città aperta ».

Ma il vero punto che premeva al Duce era un altro.
Voleva rivedere tutta l’impostazione sociale del fascismo, tornando così, a suo dire, alle originarie intenzioni del movimento. Sempre a suo dire, quelle intenzioni non si erano potute poi realizzare nel regime a causa dei molti compromessi ai quali il Mussolini era stato costretto dalla monarchia, dalla borghesia industriale, dalle tradizioni liberali degli uomini di cultura, dei funzionari dello stato, degli ufficiali superiori, dal sostanziale qualunquismo politico della pubblica opinione.       Scuse? Attenuanti? o addirittura…balle?

Solo questo aspetto meriterebbe un dibattito infinito!

E così si cominciò a parlare in lungo e in largo della svolta sociale del fascismo, della socializzazione delle fabbriche, della gestione diretta del lavoro da parte di tutte le maestranze, di divisione degli utili nelle aziende fra tutti i lavoratori, della « partecipazione ». Cioè, come nuovo criterio che sarebbe stato messo alla base dei salari, delle nuove corporazioni come organo di accresciuto e, anzi, di decisivo potere nello stato. Mussolini si compiaceva molto di questi discorsi, così come si compiaceva di tutti quei progetti di ampio ed audace orizzonte, espressamente concepiti, per rimanere nel mondo del vago e fantasioso delle pure idee platoniche e per rimanere sempre rivolti al futuro e mai al reale presente. Questo atteggiamento ricalcava la sua tecnica di governo, che sulla scorta di alcuni e pochi reali successi, ammantava per lo più di magniloquenza retorica la più modesta e tentennante delle prassi. Musso_card
Il sogno della socializzazione ricalcava ora le medesime contraddizioni: a parole il progetto assumeva toni di grandezza; il fascismo si sarebbe finalmente rivolto, come sempre aveva sognato, al popolo e alle masse; l’odiata e deprecata borghesia avrebbe finalmente scontato i propri torti e i continui tradi­menti del regime. Il comunismo, battuto sul suo stesso terreno, si sarebbe disciolto per sempre come neve al sole. Tutto questo in teoria. Ma in pratica, esistevano davvero i necessari presupposti e le necessarie intenzioni? Evidentemente no. Innanzi tutto Mussolini non era uomo capace di un’azione tanto complessa e difficile che avrebbe richiesto un’estrema fermezza, oltre ad una chiarezza e una costanza di propositi. Proprio le virtù delle quali era notoriamente meno provvisto! Continua a leggere

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direttiva per l’insurrezione

arrendersiOperireCome ho avuto modo di ripetere in precedenti articoli, negli ultimi mesi del 1945 nella Resistenza ognuno lavorava per sé. Chi aveva fini solo patriottici era ormai una minoranza perché i comunisti lavoravano principalmente per il futuro politico del Partito. Il 10 aprile 1945, con un’iniziativa assolutamente autonoma, il PCI diramò le “direttive per l’insurrezione” in base alle quali, riconoscendo che – l’esercito tedesco è in rotta disordinata su tutti i fronti “, avvertiva che «anche noi dobbiamo scatenare l’assalto definitivo. Non si tratta più solo di intensificare la guer­riglia ma di predisporre e scatenare vere e proprie azioni insurrezionali». Ancora ammoniva, la direttiva comunista, che «per nessuna ragione il nostro partito e i compagni che lo rappresentano.., devono accettare proposte, consigli, pia­ni tendenti a limitare, a evitare, impedire l’insurrezione na­zionale di tutto il popolo». Un’ossessione, questa di non lasciar perdere la gran­de occasione, che comportava odio profondo verso gli «atte­sisti», ossia verso coloro che consideravano inutili su un piano militare altri lutti e rovine, e ingenuo o velleitario sul piano politico il tentativo di ridare all’Italia una verginità antifasci­sta acquistata mentre Hitler stava per immolarsi nel Bunker di Berlino e Mussolini era già condannato. Nella sua – storia della Resistenza -, Roberto Battaglia ha riassunto con foga tribunizia il punto di vista comunista defi­nendo «rete d’intrighi, vero e proprio nido di vipere che de­ve essere schiacciato decisamente» ogni tesi anti-insurrezio­nale. Il Battaglia riconosce che «la liberazione d’Italia si inse­risce tra gli avvenimenti già scontati sul piano militare» ma aggiunge che ne restava impregiudicato
«il modo, decisivo per l’avvenire del nostro paese» (c’erano dubbi? n.d.r).

fuori-i-tedeschiSi trattava, quindi, di cogliere la palla al balzo. Facendo, però segretamente, i propri interessi e disponendo del tacito consenso del popolo che voleva essere liberato… da tutto. E’ proprio in quei giorni che a Nenni venne in mente di richiedere a mamma-Russia, tramite missiva, armi ed istruttori per la rivoluzione armata.

Nella parte avversa «la lotta per l’essere e il NON essere ha raggiunto il suo punto culminante. Impiegando grandi masse e materiali, il bolscevismo e il giudaismo si sono impegnati a fondo per riunire sul territorio tedesco le loro forze distruttive al fine di precipitare nel caos il nostro continente. Tuttavia nel suo spirito di tenace sprezzo della morte si scaglierà alla riscossa e, per quanto dura sia la lotta e con il suo impareggiabile eroismo, farà mutare il corso della guerra in questo storico momento in cui si decidono le sorti dell’Europa nei secoli a venire…». Insieme a questo sproloquio, un po’ amletico e un po’ invasato si contrappone questo documento del 10 aprile. Sinceramente, oggi è difficile stabilire quale futuro avrebbe dovuto subire un’Italia-satellite della Russia. Un regime che decise da subito molti destini tragici e appoggiò l’ambizione della rivoluzione, ma di questa spartì solo in piccolissima parte i connotati nobili ed epici, l’ardore del nuovo, la genuinità delle convinzioni e delle passioni, la speranza del futuro che però avrebbe dovuto passare attraverso ferocia e vendette. Politiche e di classe.

Quante furono le persone coinvolte dall’ondata della liberazione? Giustiziati e assassinati, perché nel conto vanno messe anche le vittime di vendette personali alle quali furono sovrapposte ad hoc improbabili motivazioni politiche, poi innocenti indicati da delazioni ignobili e pure errori madornali di scambi di persone per cognomi simili. Il calcolo è reso difficile dal prolungarsi nel tempo di questi regolamenti di conti. Basti ricordare i vari “Triangoli della morte” in Emilia-Romagna (vedi in archivio) alle “Volanti rosse”, senza dimenticare le irruzioni nelle carceri e le spicciative esecuzioni con tanto di liste nere.

partisansBocca ammette 18.000 caduti in tutta l’Italia del Nord, Pansa ne ha censiti 33.000, ma quello che personalmente mi rende perplesso è il sapere che gli Alleati, responsabili dell’ordine pubblico nel primo dopoguerra, dichiarassero che non sapevano di questa caccia all’uomo e anche quando lo sapevano forse ritennero, cinicamente, che convenisse lasciar sfogare gli odi intestini interni, purché non disturbassero troppo gli ultimi strascichi delle operazioni amministrative nelle varie provincie italiane. Voto 10 redline.

 


13 ottobre 1943

Title13101943

voltagabbanaProbabilmente, questa data non dirà molto, ma rappresenta il grande giro di boa della nuova Italia dopo l’armistizio.
Il giro del voltagabbana diranno alcuni.
La storia di questo evento è conosciuta, ma forse, non completamente nel dettaglio.

quadratino  Scena. Nelle prime ore del pomeriggio del 13 ottobre un’automobile varcava il cancello dell’ambasciata di Germania a Madrid (perché proprio a Madrid?) (R. perché in terreno neutrale – fuori dai giochi…) e sostava sul lato destro dell’edificio, dove c’era spazio e dove si poteva uscire più in fretta. Dall’auto scendeva il consigliere dell’ambasciata italiana nella capitale spagnola, Pierluigi La Terza, il quale chiedeva di essere ricevuto dall’ambasciatore Hans Dieckhoff. La richiesta veniva subito accolta. La Germania (nota questo punto…) aveva riconosciuto La repubblica Sociale Italiana costituita da Mussolini dopo la sua liberazione dal Gran Sasso e negava quindi qualsiasi legittimità al Governo Badoglio. E in quale veste si presentava ‘sto tizio? Ciò nonostante l’ambasciatore tedesco, ignorando i motivi della visita, lo fece entrare. Mentre attraversava le anticamere pensò che l’ambasciatore italiano Giacomo Paolucci de’ Calboli, che aveva ricevuto l’offerta di ricoprire il ministero degli Esteri nella RSI dalla sede diplomatica tedesca, avesse avuto un ripensamento e declinasse l’incarico. Per questo Dieckhoff lo accolse affabilmente e lo fece accomodare in un divano alla sua destra.

quadratimoRED La Terza era latore di un documento da parte del ministro Paolucci redatto in lingua italiana. Il documento diceva: « Signor Ambasciatore, d’ordine di Sua Maestà il re mio Augusto sovrano ho l’onore di pregare Vostra Eccellenza di voler comunicare al Governo del Reich, tramite l’ambasciatore tedesco a Madrid, che a partire dalle ore 15 (ore di Grenwïch) di oggi, 13 ottobre 1943, l’Italia si considera in stato di guerra con la Germania ». L’ambasciatore tedesco aprì la busta, prese il foglio e comiciò a leggerlo con attenzione. Lo stesso La Terza raccontò il momento. «Vedo ad un tratto Dieckoff accasciarsi su se stesso e piegarsi un po’ verso me, sempre con lo sguardo fisso alla lettera. Mi viene il dubbio che non capisca bene il significato del testo e gli dico: – Wollen Sie das ich ubersetze den Brief? – (Vuole che le traduca la lettera?) Non mi risponde. Si piega sempre più sul documento che ha nelle mani. Poi, rosso paonazzo in viso, si alza, prende la busta sul tavolo davanti al divano su cui egli l’ha deposta, la unisce alla lettera e mi dice: – Ich nehme es nicht an(io non l’accetto!) e fa cenno di restituirmi il tutto. Io mi alzo, faccio un passo indietro per non prendere i fogli che mi tende e gli rispondo: – Aber die Kriegserklärung ist gemacht – (Ma la dichiarazione di guerra è già fatta!). Dieckoff si avvicina alla porta dello studio, l’apre e s’inchina leggermente dicendo: – Bitte (prego). Gli passo davanti, m’inchino anch’io, come lui, esco dall’anticamera con una certa apprensione e volgo lo sguardo alle guardie armate all’ingresso. Riesco a tornare alla mia ambasciata indenne».

dichiarazioneBadoglio
Il resto è storia. La dichiarazione ufficiale serviva, non solo per poter inviare al fronte gli uomini dell’esercito regolare (al centro nord molti italiani combattevano già contro i tedeschi), ma soprattutto per attribuire lo status di prigionieri di guerra ai 600.000 soldati italiani (IMI) che erano stati catturati e deportati dai tedeschi nei territori del Terzo Reich dall’ 8 settembre, dopo la proclamazione del cosiddetto “armistizio corto” con il quale si cessavano le ostilità contro gli Alleati. In realtà, lo disse anche mio padre, l’atto contribuì notevolmente a peggiorare le condizioni di prigionia e l’atteggiamento dei carcerieri.

 

 

 

 


stati d’animo…rossi

frase

Nel 1947, periodo del quale mi sono occupato molto spesso, il Pci «parallelo» mostrò la sua faccia violenta specialmente durante l’occupazione della prefettura di Milano. Non contento, la mostrò anche nei giorni successivi con i raduni e le sfilate indetti, in molte città italiane, per il I° Congresso nazionale della Resistenza. piazza-Comune-CrA Modena, presenti ventimila partigiani e duecentomila persone affluite da tutta l’Emilia rossa, furono decorati di medaglia d’oro Longo e Secchia. Lo fu perfino Togliatti che accettava senza entusiasmo questi rituali. Ma è più significativo il clima del 6 dicembre a Roma, dove si svolse la manifestazione conclusiva. Centomila partigiani irruppero nella città sorpresa e preoccupata. Nella notte precedente, gli arrivi alla stazione. Per alcuni quarti d’ora, non si è mai capito perché, qualcuno lasciò partire dei colpi d’arma da fuoco. Seguì una sparatoria infernale, per pchi secondi, ma infernale. Una cosa del tipo kermesse messicana, come nei film di Pancho Villa o Che Guevara, dove tutto si accende all’incanto senza una ragione e si spegne allo stesso modo. Raffiche si sten, colpi di pistola e scoppi di bombe a mano… Roma si paralizzò. Molta gente applaudì. Non si vide né polizia né soldati. follaRomaLa mattina del 6 alle 11 circa, nel discorso ufficiale, Longo raccomandò la calma: delusione generale. Un gelo attraversò gli animi e le intenzioni di tutti che erano ben diverse. Da parte di tutti c’era il proposito di spaccare il mondo ed fino ad un certo punto visse la sensazione che si stava per concludere qualcosa di grosso. Poi, all’improvviso, la tensione cadde. Si avvertì un senso di scoramento generale. Le armi erano rimaste sotto il giubbotto, l’atteso annuncio di inizio rivoluzione armata non era arrivato e ogni tanto si poteva intravedere con facilità spuntare da sotto l’abito qualche manico di rivoltella. Forse centinaia di migliaia erano le pistole custodite da ex-partigiani e duri del Pci per l’ora X; moltissime le mitragliatrici, le bombe a mano, non pochi bazooka. L’ambasciatore degli USA a Roma, Dunn, scrisse in un rapporto che il Pci poteva contare su 50.000 uomini addestrati ed equipaggiati con armi legger e medie. Togliatti finse sempre di ignorare questo inquietante e segreto (neanche tanto…) volto del suo partito. Se ne compiaceva invece Pietro Secchia, potente e irruente capo dell’organizzazione. Colui che sapeva incoraggiare o coprire sottobanco le azioni dei facinorosi sanguinari, lasciando ai vari Togliatti, Amendola e Boldrini, il compito di deplorarli ufficialmente.pci_tes_47 Il partito, in quel momento, era numericamente imponente – quasi 2.300.000 iscritti e a questa massa Secchia ripetè spesso: « possiamo ancora prendere l’offensiva, vi sono le forze per farlo e se il nemico (notare la parola nemico e non “opposizione” come si dice oggi, ndr) cercasse di sbarrarci la strada con la violenza, noi disponiamo di un potenziale di forza tale che saremmo in grado di spezzare ogni violenza e di portare i lavoratori italiani al successo decisivo e finale!».

L’agognata “soluzione finale” dei fasci rossi.

 sfilatapartigiana


fuochi… di donne

E’ opinione di molti che Mussolini avrebbe potuto fino all’ultimo salvarsi, qualora fosse riuscito a sganciarsi dai suoi seguaci e a trovare scampo per sé e per la sua famiglia. Pochi sanno che il sottosegretario all’Aeronautica Ruggero Bonomi aveva disposto che un S79 fosse tenuto pronto all’aeroporto di Ghedi (Brescia) per portare il fuggiasco in Spagna, ove l’avrebbero accolto i parenti della moglie di Luigi Gatti, il suo ultimo segretario particolare, che era spagnola. S79In ogni istante erano garantite scorte di carburante e le possibilità di immediato decollo…
Infatti, quel volo ebbe luogo e quell’apparecchio arrivò senza intoppi in Spagna; il 22 aprile 1945. Solo 6 giorni prima di morire! Senonché a bordo non c’era Mussolini. Nella carlinga dell’S79 sedevano il prof. F. Petacci, sua moglie e sua figlia Myriam, la moglie dell’ambasciatore germanico a Lisbona e l’avvocato Mancini, un amico dei Petacci che portava con sé una ricca documentazione dei crediti italiani nei riguardi della Spagna.
L’aereo atterrò indenne a Barcellona. Claretta Petacci voleva restare accanto a Mussolini nell’ora della disfatta, con una abnegazione che sa di eroico.
Ma nessuno la voleva sul Garda quando la RSI vi installò i suoi vertici.
Non la voleva Rachele (ovviamente), non la volevano i fascisti intransigenti che a Claretta imputavano l’imborghesimento e la sua “mollezza” di quei giorni. Non la voleva nemmeno il Duce stesso, che finì per cedere alle sue insistenze chiedendo solo che prendesse dimora non a Gargnano, ma a 4 Km di distanza. E fu proprio Villa Fiordaliso il teatro dove in scena andavano le chiacchere, gli odi, le piccole congiure, con Buffarini Guidi che si divideva tra la moglie Rachele e Claretta, confidente –  complice di entrambe e di nessuna. ClarettaUn giorno, avendo Rachele detto al marito che “quella” passava regolarmente le lettere ai tedeschi che egli le andava scrivendo, il funzionario di polizia Bigazzi, incaricato di perquisire la villa, si vide puntare una pistola dalla Petacci infuriata dopo averne saputo il motivo. Ci fu una lite. Ma in ottobre ’44 Rachele, tanto più forte quanto Mussolini era più vulnerabile e frastornato, tentò di aggredire la rivale Claretta nel suo rifugio, facendosi accompagnare da Buffarini Guidi e da alcuni tipi fidati. L’aiutante Spoegler tentò di bloccare il «commando»  al cancello, mentre Buffarini, fradicio per il sudore e la pioggia che cadeva teneva per la gonna Rachele, furiosa che accennava ad arrampicarsi sulle sbarre di recinzione. Finalmente Claretta fece entrare i visitatori e Rachele l’abbordò con la battuta: «Che cosa siete voi? Signora o signorina?». La conversazione divenne ben presto una scenata, poi un alterco, poi tentativo di aggressione ( è tipico di queste situazioni)  e fu interrotta solo nel momento in cui telefonò un Mussolini avvertito (da Buffarini) dell’accaduto, che impose a Rachele di piantarla e di tornare a casa.

Rachele«Però, che eleganza! Veste proprio bene la mantenuta! Ecco come ci si fa mantenere da un Capo di stato! E guardate me che me lo sono sposato…». Il Capo di un fascismo ormai morente, quella sera non rincasò per incontrare Rachele e non telefonò nemmeno a Claretta; trascorse la notte su una branda in ufficio. Prudentemente.

villaFiordaliso


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