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radioMussolini: 31ott.-1939

radioMussolini31ottTanto per essere precisi voglio ricordare che:
nel 1931 hanno iniziato i lavori di bonifica dell’AgroPontino; i bufali vengono tratti in cattività e sostituiti con trattrici e aggeggi meccanizzati.
– Il 30 giugno 1932 fu fondata Littoria che fu inau­gurata il 18 dicembre.
– Il 5 agosto 1933 fu trebbiato il primo grano e fu fon­data Sabaudia che venne inaugurata il 15 aprile 1934.
– Il 18 dic. 1934 fu costituita la provincia di Littoria e il 19 dic. fu fondata Pontinia.
– Il 18 dic. 1935, giornata della fede, in pieno assedio economico, fu fondata con il solco: Aprilia.
– Il 29 ottobre 1937 fu inaugurata Aprilia.
– Infine il 25 aprile 1938 fu fondata Pomezia.
– Ieri 29 ottobre 1939 viene inaugurata Pomezia.

Andiamo avanti!

Vogliamo, come ha detto l’Adele del podere di Pome­zia, che il sorgere del sole la mattina sui campi dia ai coloni una gioia tanto intensa da stordirli ed esaltarli!
Tanto per cominciare il nuovo calendario del Partito non mi piace.
Un muso duro, degli sgorbi e la ginna­siale scritta di “usque ad finem” non mi piace!
E passiamo ai cambi della guardia nel Governo e nel Partito.
Galeazzo è raggiante — fa e fa; è riuscito a mettere a posto i suoi protetti
Ecco il nuovo segret. del Partito. Ettore Muti un tarchiato giovanotto, grande eroe, un puro — ma quel che conta è che sia idoneo a fare il segret. del Partito. Speriamo bene…
Ricci alle Corporazioni. Strano il suo aspetto non muta dal «cliché» del popolano rincivilito
Riccardi agli Scambi — (prudente, serio, posato)
Pavolini alla Cultura Popolare (è all’altezza del suo compito — ma è uno schizofrenico pericoloso)
Host Venturi alle Comunicazioni (una specie di Ci­rano di Bergerac a riposo)
Tassinari all’Agricoltura (un Menenio Agrippa fedele)
Serena ai Lavori Pubblici (un ligio incorruttibile)
Russo sottosegret. alla Presidenza (uno che dice sì)
Soddu alla Guerra (un vecchio retrogrado, inadatto)
Pricolo all’Aeronautica (è bravo — ma io preferivo Valle e Valle era invece inviso a Ciano)
Nannini alla Bonifica (un uomo allo specchio).
Lombrassa commissario per le migraz. interne (un le­gnoso per niente simpatico).
Starace l’espulso ha avuto un dono: è capo di Stato Magg. della Milizia.
Aumentano in modo impressionante i tesserati ma il fenomeno non è da attribuirsi a fervore per l’idea, ma unicamente a sfondo pratico per i vantaggi che l’iscrizione offre all’accesso al pubblico impiego; van­taggi in ogni ordine di classi.
La tessera è una piccola miniera da sfruttare ai fini personali —
Le associazioni fasciste una base per il lancio alle carriere ai benefici alle credulità dell’uomo della strada — pronto a simulare, a buffoneggiare e a conclu­dere: “tira a campà…!”.

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il caso Ciano (una prospettiva)

Bortolo Giovanni Dolfin è una figura di un certo interesse, a mio modo di vedere, nel panorama RSI che si stava creando. L’ex federale di Ferrara, che sarà l’autore di ” Con Mussolini nella tragedia – Diario del capo della Segreteria particolare del Duce – 1943-1944,  Milano (1949) -“, è l’uomo tra i primi a sincerarsi delle condizioni di Mussolini, al rientro in Italia, dopo la sua liberazione. Rocca-delle-Caminate2Dopo il rientro dalla Germania, non appena ricevuta la notizia della possibilità, lascia Roma a tutta velocità per andare a Rocca delle Caminate per visitarlo; siamo ai primi d’ottobre ’43. Se non fosse per la quantità di distaccamenti militari tedeschi, in Romagna si potrebbe pensare che la guerra sia lontana, molto lontana, o forse inesistente. “Com’è diverso! Invecchiato, stanco. Sono colpito dal suo pallore e dalla sua magrezza – scrive – il suo cranio rasato, lucido è solcato da venature violacee, livide. E’ trasandato, sciatto. Osservo una macchia di unto sul bavero, in alto, a sinistra. Il lasco della camicia nera gli scopre il collo ed aumenta la sua magrezza“. Dolfin è un uomo di fiducia di Buffarini Guidi scelto a Roma, convinto ad accettare l’incarico con la consueta abilità che caratterizzava la sua azione; prima gli comunica bruscamente che il Duce lo ha personalmente scelto come segretario (in realtà Mussolini era in Germania e non se lo sognava nemmeno…), gli esprime in tono asciutto e autoritario le sue congratulazioni e gli ingiunge di prepararsi a partire. Un ordine è un ordine e non si discute. Poi, visto che Dolfin è così stupefatto da non spiccicar parola, lo attacca con lusinghe personali, patriottiche e politiche, assumendo un tono confidenziale ed amichevole. In questo modo, Dolfin, prevenuto e zittito, brutalizzato e adulato al tempo stesso, si trova ad aver già accettato senza nemmeno aver detto «sì». E’ questo il modo di diventare il Capo della “segreteria particolare” del Duce. Un ruolo che gli permetterà di auscultare molte riflessioni segrete che il lettore curioso troverà nel libro citato. Un fatto meno noto, per esempio, sono i dialoghi con Edda che riescono a far mutare radicalmente l’opinione del Duce riguardo Ciano. Fatto davvero meno noto:

Ciano è rientrato nelle buone grazie di Mussolini,

a dispetto dei tedeschi. «Ciano è un traditore e deve essere punito!», gridano i gerarchi nazisti. E’ ovvio che il Duce non può iniziare un procedimento penale contro i traditori del fascismo se non è disposto a punire ” il proprio genero”. Ciano, infatti, non aveva lesinato sgarberie ed ironici commenti alle persone private dei capi tedeschi mentre era ministro degli esteri e la cosa non era affatto piaciuta. Gli umori giornalieri sono di scena quotidianamente nell’ufficio di Dolfin a Gargnano, dove lavora con entusiasmo e dedizione. E questa stanza diventa l’ambiente più aggiornato e dove forse vengono a galla tutti i rumors della nuova RSI. Dolfin dice ciò che pensa. La sua influenza sul capo del governo preoccupa molto i tedeschi; dal caso Ciano a tutto il resto. Preoccupa anche molti gerarchi fascisti che impongono un secondo segretario che supervisioni il primo; viene scelto il figlio Vittorio. Si fa particolarmente intricata la posizione dell’ufficio riguardo le informazioni assunte e rilasciate e questa situazione servì solo a mettere a nudo contrasti insanabili e un generale disorientamento di idee e di propositi. Musso-leftMussolini, a proposito di Ciano, aveva deciso di tenersi ufficialmente il più possibile estraneo alla cosa. Questo era un punto delicato: i rapporti personali con l’interessato e con la figlia Edda. Sempre via-Dolfin. E proprio al segretario particolare, per primo, confidò di essersi convinto che fosse il caso di dimenticare le promesse fatte al genero e alla figlia, nonchè le patetiche scene di riconciliazione: «non colpire Ciano sarebbe come dire che non è possibile colpire nessuno; il caso Ciano è l’elemento che deve chiarire l’atmosfera creata dal crollo del regime!». Ancora via-Dolfin tutta la gestione della problematica della legittimità giuridica della condanna: non esisteva (secondo il ministro della Giustizia Pisenti) alcuna prova oggettiva di un preventivo accordo tra i membri dissidenti del GranConsiglio con il Re o con Badoglio. E non era una cosa da poco. Qui il Duce non volle assolutamente esporsi. Come è noto che egli non vide mai la domanda di grazia inoltratagli dai prigionieri di Verona dopo la condanna a morte. L’episodio ebbe Pavolini come protagonista. Ciano-incarcere-a-VeronaUn aspetto curioso che Dolfin ci ricorda è che i tedeschi, che tanto avevano fatto per arrestarlo prima a Monaco, poi preteso di tenere costantemente nella sua cella due SS ( attenzione esclusiva per Ciano), fossero poi ad un pelo dal liberarlo in extremis mediante un teatrale rapimento. La cosa tirava in ballo il famoso diario di Ciano e gli intrighi di sua moglie con i gerarchi nazisti; Edda si battè disperatamente sino all’ultimo per salvare il marito. Ma il Duce ostentò un atteggiamento di completo distacco. Hitler in persona, il 6 gennaio, ordinò la sospensione della liberazione di Ciano in cambio del diario! La sorte di Ciano fu segnata molto dalla sua feroce antipatia mostrata durante il processo di Verona, come ricorda Dolfin, che motivò ulteriormente la condanna nella cosiddetta “notte degli scalzi” carcere-degli-Scalzi (- carcere degli Scalzi – era il nome del carcere che ospitava i prigionieri). Secondo la sua testimonianza e quella di Pino Rauti (da Omnibus ’98), la sentenza venne emessa con l’avvallo dei battaglioni della Gnr e della Milizia che avevano preparato una sorta di “marcia su Verona” a favore di queste condanne; la notte – cita Rauti – i camion di molte caserme avevano i motori accesi. Il plotone di esecuzione fu composto da volontari che ne avevano fatto domanda; il nuovo fascismo aveva bisogno di questa catarsi rivoluzionaria, secondo loro: i traditori dovevano essere puniti e i battaglioni sui camion erano disposti a farsi giustizia da soli in caso fosse uscita un’inaspettata assoluzione. La sorte di Ciano era segnata.


qualche domanda…di grazia!

Dopo il famoso 25 luglio Pavolini avrebbe detto: «Non punire i membri del Gran Consiglio significherebbe l’ immediato ed irrimediabile discredito di Mussolini presso tutti i fascisti, non esculso uno, i quali interpreterebbero un atto di clemenza come un banale espediente per la salvezza di Ciano!»
E si arriva di volata al processo di Castelvecchio. Mille cose sono state dette sul processo di Verona, ma c’è ancora qualche curiosità poco nota. E di queste cose io vado matto.

Stabilito, per ragioni evidenti e di ordine superiore, che il Duce doveva essere tenuto fuori dalle questioni dirette, qualcuno pensò che a Mussolini dovevano pervenire (al massimo) le domande di grazia dei condannati (sicuri) a morte.
Anzi, no. «Facciamo in un altro modo: le domande NON devono giungere a Mussolini, ci basta solo un appiglio fanta-giuridico per poterle respingere legalmente. Lo dico a Pisenti, ci penserà lui! » – aggiunse Pavolini.
Nella mattinata dell’11 gennaio, il gruppo di Pavolini fu informato che , essendo stato il processo istruito e celebrato nell’ambito del partito, il Ministro di Giustizia non poteva che continuare a rimanere estraneo alla questione e che, se gli fossero state trasmesse le domande di grazia, non avrebbe potuto trasmetterle a sua volta a Mussolini per una ragione di competenze. (?!) Queste domande dovevano essere raccolte dal generale Piatti dal Pozzo che però rifiutò questo incarico perchè il tribunale che aveva emesso la sentenza era (a suo parere) politico e non militare. Da qui la decisione di ripiegare sull’ufficiale più in alto della zona, il console Italo Vianini che dapprima rifiutò, poi, messo alle strette, accettò di respingerle solo dopo aver ottenuto la garanzia di una richiesta firmata da Pavolini e controfirmata da Ricci.
La sera del 10 gennaio, alle ore 22, la situazione era questa:
1) per ordine della Direzione del P.F.R le domande di grazia presentate dai cinque condannati a morte non dovevano essere inoltrate al Duce.
2) A seguito di questa disposizione una macchina si era recata a Padova con una persona incaricata di sottoporre le domande al gen. Piatti (comandante della regione militare) che avrebbe dovuto firmare e respingerle. Di fatto però il generale non firmò e non volle assumersi nessuna responsabilità asserendo che il tribunale doveva essere considerato politico e non militare.
3) Al rientro della macchina a Verona venne quindi interpellato il col. De Giorgio che si rifiutò anch’egli per gli stessi motivi esposti dal gen. Piatti.
4) Si era cercato alla Direzione qualcuno disposto a prendersi la responsabilità di rigettare le domande: nessuno!
5) Poichè il prefetto Cosmin aveva previsto che anche la direzione del partito si sarebbe trincerata dietro qualche scusa pur di non mettere nulla per iscritto quanto verbalmente ordinato, si era reso necessario trovare il comandante della Milizia per costringerlo a firmare il fatidico rigetto.

Lo sfortunato fu il console Italo Vianini, dopo una difficilissima nottata (di urla, destituzione dalla sua carica di comandante, minacce alla famiglia, un’infinità di telefonate sino alle 8 di mattina), fu convinto ad ottemperare all’ordine pretendendo una dichiarazione che il rigetto era stato da lui effettuato in seguito ad un categorico ordine del gen. Ricci e controfirmato da tutte le autorità presenti in Prefettura.

Sulle verità di quei giorni si è parlato molto. Mi basta ricordare che nel pomeriggio dell’11 Mussolini ricevette in udienza il direttore del carcere di Verona, per quasi venticinque minuti, lamentandosi dell’eccessiva lentezza nel fargli pervenire le domande di grazia eventuali…

Per chi vuole approfondire, in Mussolini-l’alleato c’è una lista di libri che approfondiscono il tema, davvero spaventosa.

Team557


alla corte di Mussolini

11/03/10 – Per la serie <La Grande Storia> di Rai3 ecco il documentario “alla corte di Mussolini“, con le biografie degli uomini che hanno fatto il Ventennio: Farinacci, Balbo, Starace e Pavolini. In verità, è un po’ un reimpasto di quanto mandato in onda nel 2006 (credo) con il nome “gli uomini di Mussolini”. Prima erano 3 puntate e comprendeva anche la biografia di Ciano, ora mi sembra che abbiano condensato tutto in una di 2 ore. Bella però. Per un curioso che ne vuol sapere sempre di più le immagini non bastano mai; tuttavia, in questo numero si vedono un po’ di cose che i nostalgici non mancheranno di apprezzare.


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