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diamo i numeri

oggi 26 luglio 1943.

Se fossimo a Milano potremmo assistere al primo comizio tenuto dai comunisti in Italia dopo vent’anni di fascismo. Oratori del PCI parlerebbero dal tetto di un camioncino della Bompiani davanti ad una folla di alcune centinaia di persone in piazzale Oberdan a porta Venezia. ingrao_comizioMiPromotore della manifestazione sarà Elio Vittorini che inviterà a parlare ad un contesissimo microfono anche Pietro Ingrao, un militante clandestino comunista che in quel momento non poteva essere considerato ancora nemmeno un cronista dell’ «Unità».

Di questo avvenimento, per esempio, Giorgio Pisanò ne capovolge il senso politico modificandone completamente anche il successo popolare .

Potrebbe sembrare una tecnica da risoluto imbonitore, ma sebbene in qualche modo comprensibile, le cifre fornite dai libri che trattano di storia possono variare anche di molto. Forse troppo. Come risultato appare evidente che la vicinanza alla verità è sempre comunque difficile da raggiungere. Ne deriva un assioma: chi scrive racconta la sua verità.

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Difficile. Chi scrive ha capito che solo respirando la stessa aria di Mussolini si può capire la ” vera verità” sul Fascismo e sulla Resistenza. Chi scrive spesso è reo di fazio. Non del fascio, ma della fazio, della faziosità. Quando ci si relaziona con qualcuno è molto difficile prescindere dalla propria animosità, dal proprio ” io “.

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Se nel momento della caduta del fascismo il PCI clandestino contava circa 3 o 4 mila iscritti (fonte: P. Chessa), lo scrivere che erano 6 mila e forse oltre (fonte: ANPI) significa imporre una verità doppia o più. E c’è una bella differenza. Renzo De Felice, seguendo i dati del PCI, valuta in 20 mila i comunisti che nel febbraio 1945 erano nelle formazioni partigiane. Una dato non confermato ma che in breve aumenterà a 30 o 40 mila nel marzo 44. Infatti Montanelli (fonte: L’Italia della Guerra civile) asserisce che quegli iscritti non erano invece più di 3 mila in tutta Italia. Registriamo anche questa informazione.

A fine guerra, i certificati di – partigiano combattente – concessi dall’ANPI saranno 223.639.

Secondo Ferruccio Parri, al momento dell’insurrezione sarebbero stati almeno 70 mila. Ma secondo i dati del Cvl (Corpo volontari della libertà) al 26 aprile 1945 ammonterebbero invece a 130 mila. Un calcolo offerto dalla Storia del servizio militare in Italia di V. Ilari ci mostra 371.633 combattenti (?!?) tra comunisti e «patrioti». Quindi considerato che man mano che gli Alleati conquistavano la penisola i partigiani delle zone liberate smettevano di essere tali, è verosimile che si contino 130 mila combattenti e circa 72 mila patrioti (cioè … non comunisti). Un numero decisamente diverso da quello sbandierato dall’ANPI di 280 mila combattenti, subito dopo la Liberazione, da opporre ai 202 mila (ottenuti dai 130mila+72mila).

Sembra uno di quei dannati problemi di matematica coi rubinetti e l’acqua che non ci hanno fatto dormire alle elementari. Stessa manfrina (o solfa) per il conto delle vittime di guerra. Quindi un altro assioma:

per studiare la storia occorre essere laureati in matematica!

Infatti si parla di tabelle. Secondo quelle di Ilari, gli arruolati di leva, richiamati e volontari le armate di Salò furono 575 mila soldati (fonte: Chessa). Secondo l’OKW (Wehrmacht) erano solo 320 mila soldati + 260 mila lavoratori militarizzati, secondo l’ANPI invece i saloini furono più di un milione e secondo Pisanò 850 mila. Qui all’ angolo c’è una farmacia se si ha mal di testa.

Per le vittime è un po’ più complesso. (Aiuto!) La statistica offerta dalla bibliografia è sconvolgente. Fra il settembre 1943 e l’aprile del 45 si contano 188 mila morti (fonte: Chessa); per Renzo De Felice sono 122 mila e circa 300 mila per l’ANPI con predominanza di civili.

Sulle dimensioni effettive delle violenze postbelliche si è sollevata un’aspra polemica in Italia fin dal dopoguerra. I due estremi parlano di 1.732 morti secondo l’allora ministro Mario Scelba e di 300 mila morti, secondo diverse fonti neofasciste. Reportage e studi scientifici più accurati hanno riscontrato cifre intermedie: 12.060 assassinati nel 1945 e 6.027 nel 1946 secondo lo studioso tedesco Hans Woller dell’Università di Monaco; 30 mila, secondo Ferruccio Parri, in una intervista con Silvio Bertoldi; il reduce della RSI Giorgio Pisanò giunse a stimare il numero dei morti fascisti o presunti tali in 48 mila, comprendendo però nel computo anche gli italiani d’Istria e Dalmazia trucidati dai partigiani jugoslavi. Guido Crainz analizza i vari dati, spesso molto criticamente, ritenendo esagerate le cifre proposte da Pansa e da Pisanò e indicando invece come realistica la cifra di 9.364 uccisi o scomparsi “per cause politiche” secondo i rapporti di polizia del 1946. Pansa afferma che Crainz è un visionario parlando di 30 mila epurati dalla polizia partigiana fino al 1948. Altri rapporti ufficiali ci ricordano che i fascisti uccisi sono 19 mila; molti siti e blog scrivono fino a 40 mila. Enzo Biagi (la Seconda Guerra mondiale) riporta cifre ancora diverse. Onde evitare emicranie altrui chiudo qui il discorso con una utile massima di Harold MacMillian:

chi paga il suonatore stabilisce la musica -.

non si può avere un direttore d’orchestra?

(osservazione di Team557)


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