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La congiura del silenzio

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L’ho detto e ridetto. E oggi lo ridico: le biblioteche (quella di Faenza, compresa) sono piene di libri, testimonianze, diari e rapporti che fanno chiarezza sugli anni bui. Questi volumi rimangono pressoché intonsi: quasi nessuno più li legge e, anzi, se ne sconsiglia la lettura. Dico questo perché anche a me è capitato e lo considero un gioco sporco. Ma, tuttosommato, niente di nuovo. La Resistenza non è riuscita in 70 anni a rivedere criticamente ciò che avvenne dal 1943 al 1946 (e fino al ‘48). Essa riceve il plauso nelle cerimonie pubbliche, si è espande nella menzione toponomasti­ca dei nuovi quartieri, miete l’ossequio della retorica; ma non può ignorare di raccogliere qualche malcelato biasimo in privato. Nella scuola si incontrano non pochi falsi storici sul tema della Resistenza. In molti volumi sta scritto che l’Italia fu liberata dai Partigiani; gli Alleati vi appaiono quasi dei turisti. Nei libri di testo si propone un’altra mistificazione: le agitazioni del 1968 vi appaiono come una nuova lotta di liberazione, decisiva per le conquiste civili; alle medie superiori in quel periodo si consigliavano libri del tipo “Porci con le ali”, come esempio di pensiero forte. non-parloLa congiura del silenzio, la pigrizia e non di rado la vigliaccheria sono vizi frequenti nelle classi politiche; la scuola spesso vi si adegua, in una tranquilla e voluta acquiescenza. E questo è un peccato grave. Perché leggendo (in biblioteca) ho imparato cose che voi umani..., volevo dire, cose non proprio di dominio pubblico. Ma qui spesso si trattano robe strane e di nicchia. Come ad esempio, che nel 1943, il socialista Carlo Silvestri, su mandato del PSI, trattò la possibilità di resa delle forze armate della Repubblica Sociale e il passaggio indolore dei poteri da questa al Comitato di Liberazione Nazionale (CLN). Mai sentita ‘sta cosa? Mussolini avrebbe garantito che la Guardia Nazionale Repubblicana e tutto l’apparato burocratico dello Stato si sarebbero posti lealmente agli ordini del CLN, per l’ordine pubblico e per la difesa dei confini orientali dell’Italia. Speranze tragicamente abortite per l’opposizio­ne prevalente di Longo, di Pertini e di Valiani. Il Silvestri, negli anni seguenti pubblicò voluminose documen­tazioni sui fatti conosciuti e da lui ritenuti inoppugnabili, che non piacquero né all’Unità, né al PCI, perché rimettevano in discussio­ne le responsabilità del delitto Matteotti, in forza dei documenti consultati e per le confidenze del “compagno” Bombacci, altro esem­pio di antifascista alla corte del Duce. Gli storici si interrogano ancora sui motivi della presenza di Bombacci al fianco di Mussolini in quei momenti cruciali, poiché egli era stato un accanito oppositore del fascismo, subendo anche carcere ed esilio. Nicola Bombacci era quasi conterraneo di Mussolini: era nativo di Civitella, contigua a Predappio. Uomo inte­gerrimo, inviso ai suoi compagni italiani, ma considerato e protetto da Zinov’ev. 180px-Zinovieff_2Durante gli anni 30 si avvicinò al regime e finì a Salò come consulente ideologico, presso il vecchio compagno Mussolini, che lo stimava e aveva aiutato la sua famiglia. Così Bombacci, inseguendo l’utopia che aveva ispirato la sua politi­ca negli anni giovanili, e sfiduciato nel futuro che si proponeva la Resistenza in cui militavano i suoi ex compagni, restò con Mussolini fino all’ultimo: finì fucilato dai partigiani di Valerio a Dongo, a fian­co dei ministri fascisti, gridando “viva l’Italia, viva il socialismo”.
Carlo Silvestri nei suoi scritti riporta un pensiero di Lucio Labriola, tratto dal quotidiano “ROMA” di Napoli, del 18 febbraio 1947:

«Non è il caso di scandalizzarsi se la sua voce discorde (quella di C. Silvestri – Ndr.) corrisponde a verità. Fra qualche mese andrà in vigore una Costituzione che dovrà sancire per tutti il diritto di dire quel che sanno e che pensano. Se non ci abituiamo fin d’ora a lasciar dire le cose che non confermano le nostre opinioni, sarà un bel guaio affrontare l’esplosione delle opinioni discordi e delle “verità” che non teniamo per tali…».
Chi scrisse queste parole si poneva il problema della piena democrazia, che è dibattito e confronto, con rispetto per le opinioni e per chi le esprime. Il nostro costume di libertà non ha pienamente realizzato, dopo tanto tempo questa istanza civile.

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stati d’animo…rossi

frase

Nel 1947, periodo del quale mi sono occupato molto spesso, il Pci «parallelo» mostrò la sua faccia violenta specialmente durante l’occupazione della prefettura di Milano. Non contento, la mostrò anche nei giorni successivi con i raduni e le sfilate indetti, in molte città italiane, per il I° Congresso nazionale della Resistenza. piazza-Comune-CrA Modena, presenti ventimila partigiani e duecentomila persone affluite da tutta l’Emilia rossa, furono decorati di medaglia d’oro Longo e Secchia. Lo fu perfino Togliatti che accettava senza entusiasmo questi rituali. Ma è più significativo il clima del 6 dicembre a Roma, dove si svolse la manifestazione conclusiva. Centomila partigiani irruppero nella città sorpresa e preoccupata. Nella notte precedente, gli arrivi alla stazione. Per alcuni quarti d’ora, non si è mai capito perché, qualcuno lasciò partire dei colpi d’arma da fuoco. Seguì una sparatoria infernale, per pchi secondi, ma infernale. Una cosa del tipo kermesse messicana, come nei film di Pancho Villa o Che Guevara, dove tutto si accende all’incanto senza una ragione e si spegne allo stesso modo. Raffiche si sten, colpi di pistola e scoppi di bombe a mano… Roma si paralizzò. Molta gente applaudì. Non si vide né polizia né soldati. follaRomaLa mattina del 6 alle 11 circa, nel discorso ufficiale, Longo raccomandò la calma: delusione generale. Un gelo attraversò gli animi e le intenzioni di tutti che erano ben diverse. Da parte di tutti c’era il proposito di spaccare il mondo ed fino ad un certo punto visse la sensazione che si stava per concludere qualcosa di grosso. Poi, all’improvviso, la tensione cadde. Si avvertì un senso di scoramento generale. Le armi erano rimaste sotto il giubbotto, l’atteso annuncio di inizio rivoluzione armata non era arrivato e ogni tanto si poteva intravedere con facilità spuntare da sotto l’abito qualche manico di rivoltella. Forse centinaia di migliaia erano le pistole custodite da ex-partigiani e duri del Pci per l’ora X; moltissime le mitragliatrici, le bombe a mano, non pochi bazooka. L’ambasciatore degli USA a Roma, Dunn, scrisse in un rapporto che il Pci poteva contare su 50.000 uomini addestrati ed equipaggiati con armi legger e medie. Togliatti finse sempre di ignorare questo inquietante e segreto (neanche tanto…) volto del suo partito. Se ne compiaceva invece Pietro Secchia, potente e irruente capo dell’organizzazione. Colui che sapeva incoraggiare o coprire sottobanco le azioni dei facinorosi sanguinari, lasciando ai vari Togliatti, Amendola e Boldrini, il compito di deplorarli ufficialmente.pci_tes_47 Il partito, in quel momento, era numericamente imponente – quasi 2.300.000 iscritti e a questa massa Secchia ripetè spesso: « possiamo ancora prendere l’offensiva, vi sono le forze per farlo e se il nemico (notare la parola nemico e non “opposizione” come si dice oggi, ndr) cercasse di sbarrarci la strada con la violenza, noi disponiamo di un potenziale di forza tale che saremmo in grado di spezzare ogni violenza e di portare i lavoratori italiani al successo decisivo e finale!».

L’agognata “soluzione finale” dei fasci rossi.

 sfilatapartigiana


ANPI romagna: come e perché

            La Romagna non esportabile

romagnaLasciando da parte per un attimo lo stereotipo di estrema simpatia, ospitalità, cucina, sapori, ballo e motori che la mia terra suscita ovunque, vorrei far conoscere alcuni indiscussi protagonisti del dopoguerra romagnolo che tanto hanno fatto per salire alla ribalta.

Già a questo punto una nota. Ricordo che quando ero piccolo mi capitava spesso di sentire dire ” in quella casa ci stava un fascistONE…” ma mai un “comunistONE…!” e ciò fa notare una palese mancanza di par condicio. Questo , anche 30 o 40 anni dopo quei fatti e quando ormai tutti negavano  di essere stati comunisti. Invece, non è giusto cercare di dimenticare. Aiuta ad imparare. Non pensiamo di poter trovare queste informazioni sui libri ufficiali di storia. Non oggi, almeno. Ma è ugualmente importante far conoscere i protagonisti e coloro che li hanno coperti per anni; solo così si può avere un quadro più completo della questione in oggetto. Oltretutto, per quanto mi è possibile.

Come ho avuto modo di scrivere in un recente passato, la Resistenza che si compra in libreria non ha avuto quel carattere sentimentale o quella spontanea e romantica partecipazione popolare che la letteratura di Sinistra ha voluto far credere in questi 70 anni. Il disegno finalizzato ad un nuovo totalitarismo rosso ha cercato di realizzarsi attraverso persone-chiave che in Romagna hanno nomi noti. Non saranno tutte figure popolari, ma anche l’ignoto sa rendersi efficace nelle efferatezze e nelle viltà. E anche in questo, in Romagna, siamo stati bravissimi.

LuigiLongoChi ha saputo vestirsi da “giustiziere ” anziché “assassino” è stato Luigi Longo, comandante generale della 28° brigata Garibaldi, promulgatore della nota disposizione allucinante di non tenere in vita i prigionieri fascisti (o presunti) oltre le 3 ore dalla loro cattura. «Il partigiano non doveva sentirsi un assassino ma un giustiziere», appunto. Così si diede il via al fiume di stragi del dopoguerra. La cosa avrebbe potuto anche essere ancora più devestante se le sinistre non avessero mancato la vittoria politica, nell’aprile del 1948, nonostante si fossero presentate unite. Ciò,di fatto, decretò l’annullamento dei presupposti necessari all’insurrezione tramata da Mosca e dal PCI e alla conseguente legalità.  Non rimase altro che la fuga per le centinaia di partigiani delinquenti, debitori di di gravissime condanne, verso la Jugoslavia e la Cecoslovacchia, fresca di stalinismo. Emigrazione strategica per non subire neanche un giorno di carcere. In una sentenza di condanna si lessero queste considerazioni: « è molto probabile che il movente (…) sia da ricercarsi nella natura sanguinaria e malvagia degli imputati e nella loro spiccata e vasta capacità a delinquere dettata dall’appartenenza ideologica ».
G.GuerriniNel ravennate, capo dei GAP si ricordano Genunzio Guerrini questore-muratore  e Mario La Sala, che riuscirono a coprire molte nefandezze grazie all’impunità, garantita dalle loro alte cariche imposte dal PCI. Nomi eccellenti della questura partigiana che si distinsero per aver cercato prima, di coprire, o meglio..insabbiare, l’omicidio dei Conti Manzoni e di far rientrare, dopo, in una delle amnistie di Togliatti il delitto dei Manzoni, facendolo passare per omicidio politico. La Sala, in due occasioni invitò dapprima formalmente i carabinieri di non interessarsi alle indagini « perché se ne occupava già la questura » poi riuscirono a far ottenere la libertà ai partigiani comunisti, già condannati all’ergastolo per omicidio e rapina, con l’aiuto opportuno del PCI e di Togliatti.
Mario-LaSalaUn aiuto straodinario per coprire un omicidio plurimo commesso per odio di classe e motivato dalla giustizia popolare che reputava i Manzoni iscritti al partito fascista repubblicano. FALSO. Tutti in paese sapevano non erano iscritti a nessun partito. Non appena si intuì che la questura era collusa con il PCI le indagini passarono ai Carabinieri, ma a nulla servì la manovra. Una letteratura colpevole di calunnia e mendace, a proposito, fu quella di Giadresco nel 2004 e smentita subito dagli atti e dalla storia. Letteratura di un conclamato irriducibile a sostegno della causa. E l’ANPI? L’associazioni che rappresenta gli ex-partigiani comunisti, non ha mai preso le distanze che si macchiarono di gravi reati, anzi: li ha sempre protetti. Ciò la dice lunga.
Ancora nel 1946, l’ANPI si considerava un corpo paramilitare dello Stato. Moltissimi appartenenenti all’organizzazione erano comunisti e per questo l’associazione divenne tentacolare, ermetica, così come la voleva l’anima clandestina del PCI. Con qualche dettame un po’ rigido: chi non era del PCI era contro. E basta. Finì con l’esasperare i veri partigiani che si dissociarono dall’ANPI creando la FIVL (Federazione Italiana Volontari della Libertà), oraganismo riconosciuto il 16 aprile 1948, mentre la stessa ANPI venì definita “l’organizzazione paramilitare al servizio della Russia”. Da ricordare sono gli screzi e gli scontri coi ricostituiti Carabinieri, sorti dopo la Liberazione. Fu Togliatti a redarguire un po’ tutti. Dal marzo del ’47, gli arresti di partigiani delinquenti msi susseguivano con notevole frequenza. Solo in Romagna si contarono oltre 72mila istruttorie basate su prove concrete: non fu un caso che alla fine di quel travagliato anno Arrigo Boldrini scrisse una vibrata protesta al Presidente del Consiglio:

boldrinilettera

Ma i primi protagonisti si erano già fatti notare. Nella zone di Forlì, Ravenna, Lugo, Lavezzola, Massalombarda i lavoratori oscuri del Partito avevano già operato con una frequenza raccapricciante. C’era addirittura chi se vantava mentre beveva al bar della Casa del Popolo!

AL PROSSIMO ARTICOLO


Mussolini – l’ultima verità

Oggi, 28 aprile 1945.

ultimaveritaMSulla fine di Mussolini sono stati scritti fiumi di parole, si sono fatte mille ipotesi, sono stati portati alla ribalta diversi testimoni con contrastanti rivelazioni che non hanno fatto altro che confondere le acque.  Per dare nuova linfa vitale ai possibilisti che mi leggono ripropongo una tesi apparsa diverso tempo fa.

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per 30 denari

contrattoCLNAIApprendo e pubblico una vicenda sicuramente poco nota al grande pubblico:  un contratto con il quale il CLNAI, in pratica, vendette i propri diritti  (conquistato sul campo) agli Alleati, in cambio di forti sovvenzioni ma accettando però pesanti condizioni politiche che oggi direi, come minimo, ” … da definire “.

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riga

Tutto parte da un bisogno pressante: trovare soldi per aiutare la guerra partigiana, in quel momento in grande difficoltà (1944), dato che il governo italiano, sotto tutela della Commissione di Controllo Alleata, non poteva fare nulla. Dopo un incontro di Parri e di Valiani in Svizzera con esponenti inglesi, fu stabilito che una delegazione del CLNAI  sarebbe andata nelle Puglie per trattare questioni essenziali per la lotta clandestina col comandante della  Special Forces e con l’O.S.S.

delegazione

Un problemino; gli alleati mettono a disposizione un aereo con soli 4 posti, quindi decidono di andare Pizzoni      (presidente e tesoriere del CLNAI), Parri (Comando Volontari), Sogno (partigiano di collegamento fra gli alleati e il CLNAI) e Pajetta, (vice-comandante nazionale CLNAI e comunista), questo con un certo riserbo perché i comunisti non erano ben visti (eufemismo) dagli Alleati.   Bene.    Il 14 novembre 1944 il gruppo giunge a Monopoli, sede degli uffici ed inizia una serie di trattative che si prolunga per 3 settimane. Dopo aver rischiato di veder crollare miseramente la guerra partigiana per posizioni intransigenti dettate da esigenze opposte, si concluderanno il 7 dicembre a Roma firmando l’accordo (che pubblico sotto). Gli Alleati riconoscono così il Cvl e si impegnano a sostenerlo con regolari finanziamenti; dall’altro, il CLNAI accetta come comandante del Cvl il generale Raffaele Cadorna e garantisce di operare in modo militarmente totalmente subordinato agli anglo-americani, oltre che di mantenere la legge e l’ordine nelle zone via via liberate, di cedere successivamente i poteri al governo militare alleato e di sciogliere e disarmare le formazioni alla fine del conflitto.

In base a questo testo, politicamente e militarmente, al CLNAI, in compenso di una sudditanza assoluta e totale, gli Alleati offrirono un contratto mercenario di 160 milioni mensili.

contrCLNAI

contratto (in formato .doc – scaricabile)

Sintomatico è che nei loro rispettivi memoriali, Longo non fa il minimo accenno al patto; Valiani dà per certo che i 160 milioni li versava il governo di Roma. Viene da credere che gli stessi firmatari provassero un profondo senso di umiliazione, disgusto e vergogna. Nei successivi anni, il patto segreto e la dipendenza dall’O.S.S. sono stati dimenticati e non se ne è più parlato; cancellati dalla memoria storica così come tante altre cose non troppo gradite.

arrendetevi

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ergo sum/CLN

CLN-6mag1945

didascaliaCln

La politica del C.L.N sarà determinata dai due più grossi partiti. Quello comunista, cui s’accodano socialisti e azionisti e quello democristiano. Il partito comunista ha tro­vato nel CLN uno strumento effi­cace per il suo programma. As­sociare i tedeschi ai fascisti, per­fino nel termine di « nazifascisti », significa spostare la guerra sul pia­no politico. E significherà dopo, col pretesto dell’epurazione, lo smantellamento degli apparati del­lo Stato cosiddetto borghese. Ma i comunisti si aspettano soprattut­to l’occasione della guerra civile. Guerra civile è lo stesso che di­struzione dell’unità morale e dei legami tradizionali della società na­zionale. Una distruzione completa e irreparabile di cui ha bisogno il comunismo per instaurare diretta­mente o gradualmente il suo re­gime. Né la Democrazia Cristiana pensa a opporglisi. I democristia­ni non si prospettano problemi fu­turi. Per mettere definitivamente le basi di un loro potere, son di­sposti sul momento a stringere al­leanza anche coi comunisti. L’in­teresse di eliminare qualsiasi altra forza che li possa preoccupare, co­me quella fascista, è adesso co­mune. Da poco erano arrivati a Roma e già comunisti e democri­stiani si scambiavano complimen­ti. De Gasperi esaltava in un di­scorso « il merito immenso, stori­co, secolare delle Armate organizzate dal genio di Stalin », e trovava che « c’è qual­che cosa d’immensamente simpa­tico, qualche cosa d’immensamen­te suggestivo in questa tendenza universalistica del comunismo rus­so ». (a Roma direbbero… annamo bene!)  Non solo. Ma De Gasperi, in un discorso famoso, sco­priva anche un parente lontano per Marx: « Lassù sull’erta cammina un altro proletario, anch’Egli israe­lita come Marx: duemila anni fa Egli fondò l’ Internazionale! ». Me­no enfatico, ma pieno di amabili­tà e di buoni propositi per gl’idea­li cattolici (e per la stessa Chie­sa) il capo dei comunisti, Togliat­ti, ricambiava le cortesie democri­stiane. Sotto, però, manovrava già il suo partito per impegnare quel­lo di De Gasperi nei prossimi av­venimenti del Nord.

Per l’Alta Italia

CLN-assumePer il Nord si costituirà un Co­mitato di Liberazione Nazionale Al­ta Italia, emanazione del CLN di Roma. Il CLNAI sarà clandestino perché « in territorio occupato dal­le forze nazifasciste », e autonomo per la « interruzione di rapporti » con Roma. Il CLNAI sarà anche l’unico organo di governo nei cen­tri occupati di volta in volta dagli « alleati ». Il 30 agosto ‘44 esso di­ramava una circolare ai Comitati dipendenti, specificando di essere stato «delegato » dal R. Governo, di cui si qualificava rappresentan­te. La circolare parlava di « mo­bilitazione delle più larghe masse popolari », di «basi di una demo­crazia profondamente legata al po­polo », di «organismi di massa e di combattimento » e perfino di or­ganizzazione cellulare <i CLN di fab­brica e di azienda>; insomma, la preparazione a un regime dove già si risentiva l’influenza del partito comunista.
Successivamente, in un suo or­dine del giorno del 3 dicembre ‘44, a proposito della crisi Bonomi, il CLNAI afferma « esplicitamente che sino alla riunione della Costi­tuente i Comitati (CLN) sono l’unica rappresentanza legittima del popolo ». Pertanto si nega che « qualsiasi autorità ed anche la Co­rona, possa legittimamente appel­larsi a gruppi camarille estranei ai Comitati dei quali, soltanto, il Governo dev’essere emanazione ». Evidente che la Corona si trovava già bloccata; e così ogni manife­stazione di altre situazioni politi­che estranee al Comitato, che fini­rà con l’essere manovrato dai due più grossi partiti, comunista e de­mocristiano.
Per il territorio della Repubblica Sociale in previsione di un’ avan­zata « alleata» s’era già compila­to un tipo di bando per l’assunzio­ne graduale dei poteri derivanti da tre autorità, R. Governo, CLN, e quella non nominata ma onnipo­tente degli <alleati ». Il bando pre­cisava attribuzioni e giurisdizione dei nuovi organi, tra cui il coman­do sulle forze armate in quanto già dipendenti dal Corpo Volonta­ri della Libertà, e la istituzione di Commissioni di giustizia.

partigianiCVLLe formazioni « partigiane » ave­vano trovato il loro inquadramen­to nel CVL (Corpo Volontari della Libertà) costituito dal giugno ‘44 con un rappresentante del R. Go­verno, il generale R. Cadorna, e definitivamente organizzato nel no­vembre con comandante generale il gen. Cadorna e vice comandanti i signori prof. Ferruccio Parri (Maurizio) e Longo Luigi (Gallo), già membro a Mosca del Komin­tern e commissario politico di «bri­gate » rosse nella guerra di Spagna. Oltre i fondi rimessi dal R. Go­verno e quelli raccolti o offerti da privati, il CLNAI ebbe un regolare finanziamento da parte degli « al­leati ». La convenzione con le mo­dalità fu firmata l’8-12-’44 dal gen. M. Wilson, per il Comando Supre­mo « alleato » e dai signori Longhi (A. Pizzoni), Maurizio (F. Parri), Mare (G.C. Pajetta) per il CLNAI. In essa il CLNAI s’impegnava col suo Comando Militare ad « agire per conto del Comando Supremo alleato » e ne riceveva una sovven­zione mensile di 60 milioni di lire, per le esigenze delle formazioni « partigiane » del Nord.
Circa l’attività dei CLN man ma­no che si istituivano, è superfluo fare riferimenti. Qui si ricorda so­lo la particolare evoluzione politica che essi rappresentarono per tutto il paese. Il 29 marzo ‘45 un rappre­sentante del Governo di Roma (il sottosegretario di Stato per l’« Ita­lia occupata ») s’incontrò segreta­mente a Milano con i capi del CLNAI. Fu specificata la nuova or­ganizzazione governativa che nel­l’Italia « liberata » si sarebbe im­perniata tutta sul CLNAI. In quel­l’occasione i partiti del CLNAI di­chiararono al rappresentante di Roma che non intendevano « nè rinunciare, nè modificare il loro principio relativamente alla posizione del CLN nel quadro della rinnovata democrazia italiana ».

La prima legislazione del CLNAI

In quanto ai provvedimenti « ri­voluzionari » del CLNAI (ometten­do quelli terroristici o di somma­ria « giustizia popolare ») si regi­strano qui i decreti e le disposizio­ni più notevoli.
Decreto del 4 dicembre ‘44, con cui il CLNAI « istituisce un’imposta straordinaria di guerra ed incarica i CLN regionali di prendere imme­diatamente tutte le misure neces­sarie per riscuoterla »: sono tas­sabili le persone facoltose,  i mo­rosi, considerati « traditori », so­no « deferiti agli organi di giustizia dei patrioti per una esemplare ap­plicazione nei loro confronti di tut­te quelle sanzioni punitive che gli organi stessi riterranno del caso ».
Decreto del 14 dicembre, con cui si proibisce di pagare tasse, impo­ste, penalità ecc, nel ‘territorio del­la R. S.I., come s’inibisce agli uffici di Registro, Bollo, Esattoriali, di Tesoreria ecc. ogni servizio rela­tivo.
Bando circa la costituzione e il funzionamento dei tribunali di guerra, più noti come tribunali del popolo. Dal bando emanato dal CVL, Comando Militare Piemonte­se, in data 15-4-’45, si rileva che:
a)    …i ministri di Stato, i sottose­gretari di Stato, i prefetti, i segre­tari federali — in carica dopo l’8 settembre ‘43 — son già tutti con­dannati a morte per intesa col nemico e opera diretta a colpire le Forze Armate del Governo legitti­mo. Di conseguenza, sarà per que­sti sufficiente l’accertamento del­la identità fisica per ordinarne la esecuzione capitale; b) …sarà suf­ficiente stabilire l’appartenenza ecc. a Brigate Nere, « Muti », «Decima Mas », SS italiane, « Cacciatori de­gli Appennini », Milizie speciali in­dossanti la camicia nera ecc. per pronunziare condanna all’esecu­zione capitale che dovrà avere im­mediata esecuzione senza diritto ad inoltrare domanda di grazia; c) per i direttori della stampa fasci­sta dopo l’8 settembre ‘43 «per aver favorito le forze nazifasciste ecc. »sarà pronunziata e fatta eseguire immediatamente la sentenza capi­tale.
Direttive del 16 aprile ‘44, riguar­danti l’« insurrezione »: essa si ef­fettuerà — come è noto — dopo che le Forze Armate tedesche si so­no arrese e dopo che quelle fasci­ste sono costrette a deporre le ar­mi. Criterio ispiratore, quello della « direttiva insurrezionale n. 16 » del P.C.I. del 10 aprile, che consi­gliava «quanti più esempi è pos­sibile di gerarchi, di nazifascisti, di alti funzionari, di dirigenti col­laborazionisti, abbattuti dal piom­bo giustiziere dei patrioti ».
Bando del CLNAI di Milano, da­tato 25 aprile ‘45, con la premessa:
« Il CLNAI delegato del Governo italiano ecc. ». Stato di eccezione, facoltà di perquisizione, requisizio­ne e arresti, campi di concentra­mento, tribunali di guerra, esecu­zione sommaria sul posto per i contravventori agli ordini del ban­do ecc., questi sono i principali ar­ticoli. Il CLNAI assume col bando « tutti i poteri civili e militari »(vedi sopra), nell’orbita però delle autorità « al­leate » di occupazione.

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Il Comitato governa

Non passano ventiquattr’ore dal primo bando di governo, e il CLNAI, in vista di un rimaneggia­mento del Governo centrale, dopo la « liberazione », chiede per sé — con un o.d.g. del 26 aprile — i mi­nisteri-chiave, a nome delle «mas­se lavoratrici e partigiane ».
Intanto (sempre a parte l’elimi­nazione fisica di alcune centinaia di migliaia di avversari, argomento che esula da questo cenno storico), si cominciano ad eliminare i residui della Repubblica Sociale Ita­liana.
Il CLNAI, rappresentante di « masse lavoratrici » comincerà col decretare (26 aprile ‘45) l’abroga­zione della socializzazione e dei re­lativi decreti legislativi del Gover­no fascista. E ciò, « considerando l’alta sensibilità politica e nazio­nale delle maestranze » e il « carat­tere antinazionale e demagogico della pretesa socializzazione fasci­sta ». Le aziende vengono così re­stituite come prima ai « responsa­bili tecnici della produzione » ossia ai padroni (art. 5 del decreto).
Come poi il « vento del nord », riuscito a spazzar via la Monarchia, si perderà per i corridoi dei mini­steri di Roma e come lì si com­batterà la battaglia tra i due ge­renti del CLNAI, Partito Comuni­sta e Democrazia Cristiana, que­sto farà parte della storia di dopo. La storia del Nord, quella dei CLN, continuerà per dei mesi se­condo le direttive stabilite. Le qua­li potevano riconoscersi già nella chiusa del manifesto con cui il CLNAI diede notizia al popolo del­l’assunzione dei poteri.
Avvertiva la chiusa che chi vi avesse contrastato «sarebbe stato trattato come nemico della patria e come tale sterminato ». Le firme erano di Luigi Longo (Gallo) del P.C.I.; di Emilio Sereni, del P.C.I.; di Ferruccio Parri, del P. d’A.; di Leo Valiani, del P. d’A.; di Achille Marazza, della D.C.; di Augusto De Gasperi, della D..C.; di Giustino Ar­pesani, del P.L.; di Filippo Jacini, del P.L.; di Rodolfo Morandi, del P.S.I.U.P.; e di Sandro Pertini, del P.S.I.U.P.
Il manifesto portava la data:
« Dal palazzo della prefettura, 24 aprile 1945 ». Inconvenienti dei ma­nifesti preparati prima. Perché il 24 Mussolini non se n’era andato ancora dalla prefettura di Milano. Se ne andò il 25 pomeriggio.   (ndr. poi ne fu cambiata la data e riaffissovedi sopra)

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