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La congiura del silenzio

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L’ho detto e ridetto. E oggi lo ridico: le biblioteche (quella di Faenza, compresa) sono piene di libri, testimonianze, diari e rapporti che fanno chiarezza sugli anni bui. Questi volumi rimangono pressoché intonsi: quasi nessuno più li legge e, anzi, se ne sconsiglia la lettura. Dico questo perché anche a me è capitato e lo considero un gioco sporco. Ma, tuttosommato, niente di nuovo. La Resistenza non è riuscita in 70 anni a rivedere criticamente ciò che avvenne dal 1943 al 1946 (e fino al ‘48). Essa riceve il plauso nelle cerimonie pubbliche, si è espande nella menzione toponomasti­ca dei nuovi quartieri, miete l’ossequio della retorica; ma non può ignorare di raccogliere qualche malcelato biasimo in privato. Nella scuola si incontrano non pochi falsi storici sul tema della Resistenza. In molti volumi sta scritto che l’Italia fu liberata dai Partigiani; gli Alleati vi appaiono quasi dei turisti. Nei libri di testo si propone un’altra mistificazione: le agitazioni del 1968 vi appaiono come una nuova lotta di liberazione, decisiva per le conquiste civili; alle medie superiori in quel periodo si consigliavano libri del tipo “Porci con le ali”, come esempio di pensiero forte. non-parloLa congiura del silenzio, la pigrizia e non di rado la vigliaccheria sono vizi frequenti nelle classi politiche; la scuola spesso vi si adegua, in una tranquilla e voluta acquiescenza. E questo è un peccato grave. Perché leggendo (in biblioteca) ho imparato cose che voi umani..., volevo dire, cose non proprio di dominio pubblico. Ma qui spesso si trattano robe strane e di nicchia. Come ad esempio, che nel 1943, il socialista Carlo Silvestri, su mandato del PSI, trattò la possibilità di resa delle forze armate della Repubblica Sociale e il passaggio indolore dei poteri da questa al Comitato di Liberazione Nazionale (CLN). Mai sentita ‘sta cosa? Mussolini avrebbe garantito che la Guardia Nazionale Repubblicana e tutto l’apparato burocratico dello Stato si sarebbero posti lealmente agli ordini del CLN, per l’ordine pubblico e per la difesa dei confini orientali dell’Italia. Speranze tragicamente abortite per l’opposizio­ne prevalente di Longo, di Pertini e di Valiani. Il Silvestri, negli anni seguenti pubblicò voluminose documen­tazioni sui fatti conosciuti e da lui ritenuti inoppugnabili, che non piacquero né all’Unità, né al PCI, perché rimettevano in discussio­ne le responsabilità del delitto Matteotti, in forza dei documenti consultati e per le confidenze del “compagno” Bombacci, altro esem­pio di antifascista alla corte del Duce. Gli storici si interrogano ancora sui motivi della presenza di Bombacci al fianco di Mussolini in quei momenti cruciali, poiché egli era stato un accanito oppositore del fascismo, subendo anche carcere ed esilio. Nicola Bombacci era quasi conterraneo di Mussolini: era nativo di Civitella, contigua a Predappio. Uomo inte­gerrimo, inviso ai suoi compagni italiani, ma considerato e protetto da Zinov’ev. 180px-Zinovieff_2Durante gli anni 30 si avvicinò al regime e finì a Salò come consulente ideologico, presso il vecchio compagno Mussolini, che lo stimava e aveva aiutato la sua famiglia. Così Bombacci, inseguendo l’utopia che aveva ispirato la sua politi­ca negli anni giovanili, e sfiduciato nel futuro che si proponeva la Resistenza in cui militavano i suoi ex compagni, restò con Mussolini fino all’ultimo: finì fucilato dai partigiani di Valerio a Dongo, a fian­co dei ministri fascisti, gridando “viva l’Italia, viva il socialismo”.
Carlo Silvestri nei suoi scritti riporta un pensiero di Lucio Labriola, tratto dal quotidiano “ROMA” di Napoli, del 18 febbraio 1947:

«Non è il caso di scandalizzarsi se la sua voce discorde (quella di C. Silvestri – Ndr.) corrisponde a verità. Fra qualche mese andrà in vigore una Costituzione che dovrà sancire per tutti il diritto di dire quel che sanno e che pensano. Se non ci abituiamo fin d’ora a lasciar dire le cose che non confermano le nostre opinioni, sarà un bel guaio affrontare l’esplosione delle opinioni discordi e delle “verità” che non teniamo per tali…».
Chi scrisse queste parole si poneva il problema della piena democrazia, che è dibattito e confronto, con rispetto per le opinioni e per chi le esprime. Il nostro costume di libertà non ha pienamente realizzato, dopo tanto tempo questa istanza civile.

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