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25 luglio 1943: subito dopo e ancora dopo

Come ho segnalato nella puntata precedente, davvero nessuno dei 19 firmatari e distruttori del fascismo potè dormire nel proprio letto per la paura di essere arrestato.


Comunque Mussolini alle 9 di mattina si recò a Palazzo Venezia percorrendo il tragitto fortemente vigilato da poliziotti in borghese. Una volta arrivato il sottosegretario Albini gli portò il rapporto mattutino dov’erano riportate le notizie del bombardamento notturno di Bologna.
Verso mezzogiorno, Mussolini ricevette l’ambasciatore del Giappone, il segretario De Cesare telefonò al Quirinale dicendo che il Duce desiderava conferire con il Re, infine ricevette Bastianini dicendogli di preparare un progetto per dichiarare Roma città aperta.


Alle 14 uscì da palazzo Venezia e andò a visitare le macerie del Tiburtino che appariva quello di sempre.
Dopo pranzo Mussolini rientrò a casa per cambiarsi. Indossò un vestito blu con un cappello marrone e così uscì per l’ultima volta da Villa Torlonia, per correre in contro al suo destino.

Dal Re l’incontro durò meno di 20 minuti, ripeto, con la pistola sotto un cuscino e con Puntoni dietro un uscio ad origliare (una cosa da operetta. Forse il monarca prevedeva la reazione di un energumeno imbizzarrito) pronto ad intervenire nel caso le cose si fossero messe male. Il Re, ricordiamolo, era alto come un bambino o come tre lattine di Coca Cola, se si preferisce ed una persona di statura normale poteva sembrargli un gigante).
Uscendo, Mussolini cercò la sua macchina ma l’auto era stata fatta allontanare e un carabiniere si avvicinò e lo avvertì che per ordini superiori dioveva invitarlo a salire su un’altra vettura. Alle parole: “è per la Vostra incolumità” e il Duce si limitò a rispondere “non ci credo!“. Salì sull’autoambulanza senza opporre resistenza.

E’ già accaduto sia in pace, sia in guerra, che un ministro sia dimissionato e un comandante silurato ma è un fatto unico, nella storia, che un uomo che per 21 anni aveva servito il Re con assoluta lealtà sia fatto arrestare sulla soglia della casa privata del Re, poi costretto a salire su un’autoambulanza della Croce Rossa col pretesto di sottrarlo ad un complotto e condotto ad una velocità pazza prima in una, poi in un’altra caserma dei Carabinieri.

Ma esiste un retroscena poco noto.
Gli eventi precipitano velocemente. C’è l’ 8 settembre, l’armistizio, la fuga del Re a Brindisi, Roma occupata immediatamente dai tedeschi, il pericolo della ritorsione tedesca.
Il colonnello Giovanni Frignani, il capitano Aversa e tutti i Carabinieri fedeli al Re che avevano partecipato all’arresto di Mussolini sono cercati in ogni dove dalle SS scatenate da Kesselring; Mussolini stesso vuole la testa di Frignani e la moglie Lina chiede aiuto ad un’amica germanica (Helena Hoen) per cercare di temperare il giudizio che gravava sulla testa del marito carabiniere. Ma l’ordine di arresto – ad ogni costo – era già stato emesso dallo stesso Hitler che da tempo voleva spazzare via tutta la marmaglia che circondava il Duce.
Il 15 settembre 1943 l’Arma dei Carabinieri Reali venne sciolta e i soldati italiani furono deportati in Germania. Molti dei carabinieri coinvolti nell’arresto e altri dell’Arma furono trovati e caricati su carri bestiame e portati in Germania. Si parla di 4 o 5mila uomini.

Non appena accadde l’evento dell’armistizio tra l’Italia e gli Alleati i tedeschi fecero scattare l’operazione Asse. Un piano militare gigantesco che prevedeva la cattura dell’esercito militare italiano e la deportazione in campi speciali in Germania e nell’Europa orientale.
Gli italiani erano colpevoli di aver interrotto la guerra a fianco di Hitler e di aver firmato l’ armistizio dell’ 8 settembre, rovesciando il regime.
Da subito, l’Italia fu spaccata in due.
A sud fu costituito il Governo minuscolo dal Re, Badoglio e pochi altri fedeli, al nord Mussolini fu liberato dai tedeschi sul Gran Sasso e rimesso in corsa con la costituzione del Governo di Salò insediatosi a Gargnano, sul lago di Garda.
Nel caos della guerra i soldati italiani erano stati disseminati su diversi fronti: dalla Francia alla Russia, dalle basi navali del Mar Baltico a isole dell’Egeo e del Peloponneso.
80 divisioni: un milione e mezzo di uomini, la metà dei quali dislocata fuori dai confini della patria. Le operazioni trovarono i nostri soldati totalmente impreparati, specialmente i comandanti di reparto.
Per fare un esempio, sopra Trento una camionetta con 4 uomini tedeschi prese prigioniera una caserma di 11mila uomini.


Molti riuscirono a fuggire in mezzo a 1000 traversie, ma 600mila furono presi e deportati nei campi di concentramento.
Nel frattempo, 7 o 8 fascisti repubblichini riuscirono ad ottenere informazioni su dove si poteva nascondere Frigani: in v. Panama. Irruppero e cercarono il Carabiniere dappertutto. Scassinarono porte, armadi, cassetti senza alcun scrupolo mettendo a soqquadro tutta la casa senza trovarlo.

Il tel. colonnello era riuscito fortunosamente ad entrare in clandestinità con l’aiuto di alcuni commilitoni.
Tra le varie operazioni di Frignani, divenuto responsabile del servizio informazioni del fronte di Resistenza clandestino dei Carabinieri, c’è il recupero del carteggio Mussolini-Petacci e dei diari dal 1937 al 1943. Questo materiale era stato sottratto alle sorelle Petacci nell’agosto del 43, durante il loro tentativo di fuga. A Frignani venne dato il compito di copiare questo materiale, ma non c’era tempo, tempo per nascondersi e nemmeno per rileggere quanto copiato, quindi si pensò di sotterrare il materiale nel giardino del Comando di viale Liegi.
Riuscirà poi a recuperare i documenti, classificati – di importanza primaria – dopo varie vicissitudini. Per raccontare solo questa fase si potrebbe fare un libro. Ma la situazione intanto era precaria.
Il 22 gennaio 1944 cominciò a correre voce che i tedeschi stessero per lasciare Roma; gli Alleati completarono le operazioni incontrastate degli sbarchi di Anzio e Nettuno.
Il 23 gennaio, in un clima di quasi euforia per l’arrivo degli Alleati, Frignani era in casa in vestaglia quando suonarono alla porta.
La moglie andò ad aprire e una pistola le fu puntata allla testa con la frase in un italiano stentato: “Polizia germanica!“.
Un signore in borghese si presentò alla testa di 8 o 10 persone armate e in un lampo tutto era finito. Tutti furono arrestati e portati in v.Tasso. La moglie e una amica furono rilasciate il giorno dopo ma Frignani era accusato di tradimento e rischiava la fucilazione, dopo essere stato torturato pesantemente per giorni.

Il 22 febbraio 1944, l’istruttoria tedesca giunse al termine e ormai si attendeva solo il verdetto di Kesselring per l’esecuzione capitale di Frignani, del cap. Raffaele Aversa e del magg. Ugo De Carolis.

A marzo le cose risultarono più complicate: gli Alleati ebbero 1000 difficoltà.
A Cassino, 46 Diavoli Verdi tedeschi fermarono un fronte di 50mila americani.
Da Nettuno gli americani non si muovevano e gli italiani mossero le prime frasi sarcastiche nei loro confronti: “americani, resistete! verremo noi a salvarVi!“.

Il 23 marzo 1944, alle ore 15,45, una grossa bomba ad orologeria di tritolo e ferro scoppiò in v. Rasella, proprio mentre la moglie Lina e l’amica Helena Hoen erano in v. Tasso dove sembrava che potessero ottenere qualche risultato per i malcapitati.
Kappler, deus ex-machina di v. Tasso, conttattò i suoi superiori Kesselring e Mackensen sul da farsi. Il resto è storia.
Frignani, Aversa e De Carolis furono vittime della strage delle Fosse Ardeatine.


Grecia. un brutta storia

Roma 26ott.

Mussolini ha deciso di far scattare il piano “Emergenza G” alle prime luci dell’alba.
Il Maresciallo di stato Badoglio, capo di Stato Maggiore Generale, è riuscito ad ottenere dal Duce una proroga di 48 ore.
italiani-a-durazzoL’obiettivo finale è quello di occupare l’intero territorio greco: dall’Epiro a Salonicco, ad Atene, al Peloponneso, alle isole dell’Egeo e dello Ionio.
Ad Atene i vertici politici e militari ignorano completamente l’imminenza dell’attacco italiano.
Quello stesso 26 ottobre, un sabato, nella sede dell’ambasciata di Atene si vivono ore di drammatica attesa.
In mattinata, un telegramma da Roma ha annunciato che nel corso della giornata sarebbero seguite comunicazioni cifrate urgenti e segretissime. Roma riprende le trasmissioni in codice al tramonto.
grazziProprio quel giorno,  l’ambasciatore italiano ha invitato a cena esponenti politici greci per festeggiare la tradizionale amicizia tra Italia e Grecia. “Mi sentivo arrossire” – ricorda Grazzi –  al pensiero che mentre si offriva una cena ai greci,  a Roma era maturato il disegno di pugnalarli alle spalle”.
Solo a tarda notte è possibile visionare il testo completo del lungo dispaccio inviato (alle ore 3:00).
Il telegramma di Mussolini è un perentorio ultimatum italiano alla Grecia (visionabile in news del 28ott.).
ita-a-durazzo1In assenza di accettazione delle proposte fatte, le truppe italiane, alle 6 antimeridiane, avrabbero avuto l’ordine di invadere il territorio greco.

Che cosa è accaduto a Roma per indurre Mussolini ad inviare un ultimatum?

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Il Duce e gli alti Comandi italiani hanno maturato la decisione dell’attacco in soli tre giorni: dal 12 al 15 ottobre.

 

ita-a-durazzo2Nella mattinata del 15 ottobre Mussolini ha convocato una riunione segreta e, sentito il parere favorevole del Comandante Superiore in Albania, Visconti Prasca, ha dato gli ordini esecutivi.

Due gli esclusi dal vertice ristretto: il Capo di Stato maggiore della Marina, Ammiraglio Cavagnari e quello dell’Aeronautica, generale Pricolo. Ad aggiornare gli assenti penserà il maresciallo Badoglio 2 giorni dopo, in una riunione al Comando Supremo.
Badoglio illustra a tutti i desideri del Duce e afferma che il comando delle operazioni contro l’Epiro  è delegato alle forze dislocate in Albania. Gli viene fatto notare che le truppe inviate in settembre in Albania, però, non sono granchè: sono troppo poco addestrate. Sono truppe di stanza, non da attacco.
Badoglio fa spallucce, glissando la nota.

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Una volta occupato, il comandante di Albania chiederà tre divisioni di rinforzo che dovranno sbarcare nel golfo di Arta per poi proseguire verso Atene.
La Marina, che era stata tenuta completamente all’oscuro di tutto, si trova investita di due compiti decisivi: uno sbarco immediato a Corfù ed uno a Preveza, da lì a 15 giorni.
Mentre per il primo incarico non dice di no, per il secondo si oppone con tutte le sue forze, per motivi tecnici: il fondale è troppo basso.
mussolini1Ecco un primo ostacolo a Mussolini, a Prasca e imposto anche a Badoglio. Il rifiuto della Marina fa cadere subito ogni probabilità di successo per l’operazione G, ammesso che queste possibilità poi esistessero davvero. “Dato che anche l’aeronautica chiede una proroga – dice Badoglio – a questo punto spetta al Duce prendere una decisione definitiva, avendo lui la responsabilità del comando“.

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Dal diario di Ciano, di quei giorni (in breve).

15ott.     Presso il Duce a Palazzo Venezia, ha luogo una riunione per l’affare greco. Vi partecipano Badoglio, Roatta, Soddu, Jacomoni, Visconti Prasca ed io. La riunione è stenografata. Dopo, a P. Chigi, parlo con Ranza e Visconti Prasca, che mostrano il loro piano militare e con Jacomoni, che espone la situazione politica. Dice che in Albania l’attesa è vivissima ed entusiastica.

17ott.   Viene a vedermi il Maresciallo Badoglio e mi parla con grande serietà dell’azione in Grecia. I tre Capi di Stato Maggiore si sono unanimemente pronunziati contro.
Le forze attuali sarebbero insufficienti e la Marina non ritiene di poter eseguire alcun sbarco a Prevesa perché i fondali sono troppo bassi. Tutto il discorso di Badoglio ha un’intonazione pessimistica: prevede il prolungarsi della guerra e con esso l’esaurimento delle nostre magre, magrissime risorse.

18ott. (sera) Mussolini si infuria come una bestia. Dice che andrà personalmente in Grecia “per assistere all’incredibile onta degli italiani che hanno paura dei greci”. Intende marciare a qualunque costo e se Badoglio, che è dubbioso, darà le dimissioni le accetterà seduta stante.

25ott.  von Mackensen comunica intanto qualche maggior
particolare sui colloqui di Hitler coi Francesi e con gli Spagnoli e annuncia la stipulazione di un protocollo segreto tripartito colla Spagna. Il Duce manda una lettera al Gen. Visconti-Prasca: il colpo di sperone sull’ostacolo.

27ott.   Gli incidenti in Albania si moltiplicano: ormai c’è aria di vigilia di azione. Non si tengono più.

28ott.   Le cose sembra che vadano bene. Nonostante il tempo cattivo le truppe marciano con celerità, anche se manca l’appoggio dell’aviazione.
giornali-greciI quotidiani escono con la notizia dell’ultimatum già consegnato al Governo greco; a Mussolini i greci rispondono “OXI”, che significa NO. Metaxas fa leva sull’onore della nazione; l’ordine della mobilitazione è generale.

 

I retroscena segreti.

Dice uno storico: “paradossalmente i rapporti con la Grecia erano stati fino a quel momento abbastanza buoni; le mire espansionistiche di Roma erano semmai verso la Jugoslavia e non certo verso la Grecia. Soltanto nell’estate del ’40, dopo che la nostra offensiva preparata contro la Jugoslavia era stata fermata dal desiderio di Hitler di non provocare incidenti nei Balcani, successe che il gruppo di Ciano premette fortemente perchè si attaccasse la Grecia e così seguirono una serie di provocazioni, di una straordinaria stupidità, ordite dai gerarchi fascisti e dagli uomini di Ciano contro la Grecia che avevano come effetto di far crescere un’indignazione popolare autentica in Grecia senza avere nessuna eco in Italia.
attacco-allincrociatore-grIl culmine di queste provocazioni fu l’attacco proditorio all’incrociatore greco Helli, che fu affondato da un sottomarino italiano, rimasto ufficialmente ignoto, ma chiaramente individuato dai resti del siluro lanciato nel culmine di una festa religiosa, popolarissima in Grecia, il 15 agosto 1940. Il sottomarino italiano Delfino aveva sparato 4 siluri di cui solo uno colpì la nave vicino alle caldaie, causando l’incendio che determinò l’affondamento. Nell’episodio morirono 9 ufficiali e altri 24 furono feriti (ndr. team557)*.
annunci-greci-28ottIl fatto destò in Grecia una sorpresa assoluta. La situazione mostrava due aspetti ben distinti. Da una parte c’era il regime dittatoriale di stampo fascista di Metaxas che rischiava di vacillare sotto la minaccia dell’aggressione italiana, dall’altra vi era il popolo greco, che in maggioranza era contrario al regime, però davanti alla possibilità di un’invasione italiana si doveva raccogliere attorno a Metaxas. Gli inglesi, alleati da tempo della Grecia, spingevano il Governo greco a resistere agli italiani.
D’altra parte a Metaxas non rimaneva altro che una resistenza ad oltranza.
L’aggressione della Grecia apriva un terzo fronte principale per le Forze armate italiane che erano già impegnate pesantemente in Africa settentrionale (secondo fronte), dove Graziani aveva già marciato su Sidi el Barrani e dove stava avanzando verso l’Egitto.
Il primo fronte, per importanza, era il Mediterraneo ove la Marina e l’Aviazione cercavano di acquisire il controllo completo contro la flotta inglese.
E, come se non bastasse, 170 aerei erano stati anche mandati contro l’Inghilterra (un quarto fronte?).

Questa dispersione di forze era originata dalla convinzione dei politici e militari romani che la guerra fosse ormai sicuramente decisa con la vittoria tedesca e che all’Italia rimanesse solo il mettere le mani su alcuni pegni in previsione del trattato di pace. L’opposizione all’Italia era dato dall’appoggio di tutti i partiti al Governo Metaxas con la copertura della flotta inglese nel Mediterraneo.
Il 28ott. intanto le forze contrapposte, a scapito di quanto sostenuto dai reporter inglesi, erano 120mila italiani contro 90mila greci (e non 30mila!).
L’approccio iniziale dell’invasione non fu esattamente da “gita scolastica“, come era stato prospettato da qualche comandante di reparto. Il tempo estremamente piovoso, la mancanza di appoggio aereo, i rifornimenti difficoltosissimi e, non ultimo, la tenace resistenza greca, hanno disegnato l’immediato futuro di una battaglia all’insegna dell’impreparazione dei Comandi e dei soldati italiani che nessuno dei protagonisti aveva desiderato.
Le difficoltà nascevano dal fatto che le truppe italiane erano troppo distaccate dalle loro basi e i rifornimenti divenivano sempre più radi e irti di difficoltà; le strade erano pantano ovunque; poi c’era stato lo smacco della sostituzione delle armi.
Un fatto strano. Fino a tre giorni prima (quindi al 25ott) i reparti che erano stati addestrati per usare mitragliatrici Breda, si sono visti sostituire all’ultimo momento, queste armi con la mitragliatrice Fiat14, un’arma antiquata e poco funzionale, che i soldati non conoscevano affatto; poi la 35, il fucile G91 e pochissimi mortai. Questo era tutto l’armamento. I soldati li chiamavano “i fucili a tappi”.
Ma la cosa incredibile che ad alcuni ufficiali, all’atto della partenza per la Grecia, non è stata consegnata l’arma di ordinanza, oppure è stata consegnata scarica. Senza munizioni. Tanto che alcuni si sono dovuti fermare in armerie nel pressi del porto per acquistare, con soldi personali (189 lire), alcuni caricatori con l’assicurazione che però, una volta in battaglia, le munizioni poi sarebbero poi state disponibili.

* Dopo la guerra, l’Italia, come compensazione per l’affondamento dell’incrociatore Helli ha inviato l’incrociatore Eugenio di Savoia.
La notizia della responsabilità dell’affondamento fu inizialmente mantenuta ignota per non scatenare focolai di una guerra che poi è scoppiata 2 mesi più tardi.


visita al fronte russo

« Sono stufo! – si lamenta il duce – di essere chiamato con il campanel­lo. Io non oso, di notte, disturbare i servitori e…  i tedeschi mi fanno salta­re dal letto senza il minimo riguar­do”. Ne ho piene le tasche di Hitler e del suo modo di fare! Questi collo­qui non mi piacciono… E poi che raz­za di colloqui sono? Debbo per cin­que ore assistere ad un monologo, abbastanza noioso ed inutile”… Ma sono sfoghi senza conseguenze. An­che se non sa rendersi conto del per­ché di questo precipitato colloquio, Mussolini si mette subito in treno per il Brennero senza fiatare, come al solito.
E’ il 24 agosto 1941. Lo ac­compagnano il generale Cavallero, l’ambasciatore Anfuso, il generale Gandin, il figlio Vittorio e l’amba­sciatore tedesco von Mackensen, il generale von Rintelen e il colonnello delle SS Dollmann. Al Brennero si aggiungono alla comitiva il principe Urah, l’interprete Schmidt, l’amba­sciatore italiano a Berlino Alfieri, il generale Marras e l’addetto stampa Ridoni. Il giorno seguente il treno speciale del duce si ferma a Rasten­burg, in Prussia, dove avviene l’incontro con il Fuhrer, alla sede del suo quartier generale, in mezzo a una fitta foresta dì betulle trasfor­mata da Hitler in un sinistro campo trincerato.
Il 26 agosto Hitler e Mussolini, con il loro seguito, salgono su due qua­drimotori Condor e volano verso Brest Litowsk dove li accolgono il maresciallo von Kluge, comandante della quarta armata, e il maresciallo Kesserling, comandante delle forze aeree, che illustrano ai due capi i piani operativi della campagna di Russia. Rientrati a Rastenburg, iL 27 Mussolini e Hitler si mettono di nuovo in viaggio su due treni speciali e si dirigono verso Strychov, fra Leopoli e Cracovia.

Mussolini-e-Hitler_28ago
Il 28, il quadrimotore del Fuhrer prende a bordo tutta la comitiva: Mussolini, Hitler, Ribbentrop, Die­trich, Himmler, Alfieri, Anfuso e altri del seguito e la trasporta a Uman dove aspetta il maresciallo von Rundstedt.
A venti chilometri dal piccolo cen­tro russo, presso Tekuscha, il gene­rale Messe, comandante del corpo di spedizione italiano, ha riunito reparti della divisione Torino e della le­gione Tagliamento che vengono pas­sati in rassegna dal duce.
Gli italiani erano “motorizzati” ri­corda Anfuso ed apparvero immobili sugli autocarri e presso le motoci­clette, a Mussolini e Hitler. La moto­rizzazione dava l’impressione di es­sere stata faticosa: su alcuni auto­carri si leggeva ancora, sotto un’af­frettata vernice, il nome della ditta italiana a cui erano stati requisiti: Bir­ra Peroni, Fratelli Gondrand,Yoga, Magneti Marelli…
Quegli autocarri, chiaramente rimediati attraverso grosse fatiche e soprusi, erano quanto di meglio su cui il nostro corpo di spedizione potesse con­tare ed il primo dei numerosi incerti logistici su cui era basata la nostra parteci­pazione alla guerra di Hitler”.

Conclusa la visita, Mussolini e Hi­tler riprendono posto sull’aereo per rientrare a Leopoli. Durante il volo, il duce ha una trovata che fa impallidire tutti e specialmente le SS cui è affidata la vita del Fuhrer: chiede di poter pilotare l’aereo. Hitler, colto alla sprovvista dalla inaspettata ri­chiesta del suo ospite, volge lo sguar­do intorno a sé in cerca d’aiuto. Il primo pilota Bauer, fa un impercet­tibile cenno di assenso, e Mussolini, soddisfatto del panico che aveva provocato si dirige al posto di pilotaggio dove rimane per tre quarti d’ora a dare prova della sua bravura. Sono tre quarti d’ora di silenzio e di sudore freddo.

Mussolini-pilota

Final­mente, prima dell’atterraggio, il du­ce cede nuovamente i comandi al se­condo pilota che riprende a respirare normalmente.
Da Rastenburg, il viaggio di ritor­no si compie di nuovo in treno.
Il 30 agosto il duce rimette piede in Italia e si ferma a Riccione per godersi l’ultimo sole di fine estate. Non è tornato di buon umore dal­la Russia.
Alla nostra ambasciata di Berlino si dice che i tedeschi al pas­saggio del duce esclamassero: “Ecco il nostro Gauleiter per l’Italia”.


indiscrezione

carristi_in_filaA questo punto poco di quello so è vero. RESET. Il 27 maggio 1940, pochi giorni prima dell’entrata italiana in guerra, Balbo va da Mussolini e gli dice (in ferrarese): ” guarda che se si fa la guerra, in Libia ci vogliono non pochi carri pesanti e non quelle stupide scatolette di sardine!  ne avevo chiesti 500 a Badoglio e me li ha rifiutati!…“. Il colloquio si sposta con lo stesso argomento all’ambasciatore Von Mackensen che riferisce a Berlino. Il Fuhrer offre 250 carri. Badoglio (informato al volo) rifiuta. Dice che in Libia non si potrebbero utilizzare convenientemente.

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