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note di viaggio

E’ vero. Sono in giro per la storia. E tutte quelle informazioni che raccolgo (leggendo a sinistra e a destra), anzichè darmi risposte mi creano nuove domande. E’ il destino dei pirla! Mi dicono in casa. Va bene. Ma i quesiti rimangono inevasi. Ho letto su “I grandi enigmi degli anni terribili” che un ambasciatore russo a Roma aveva detto a Mussolini: «la prima guerra mondiale bolscevizzò la Russia, la seconda bolscevizzerà l’Europa!». La frase era giunta anche alle orecchie di Pietro Nenni che fu visto “Yukkare”Pippo-Yuk più volte. Ora la domanda che mi sorge spontanea è:
davvero l’italiano era disposto e consapevole per ciò che faceva gioire il bolscevizzato Nenni? Parlo di Nenni, ma intendo tutta la cricca di comunisti di scuola russa ma di lingua italiana. Cioè, il cittadino di Giovecca o di Bagnacavallo era davvero felice all’idea di diventare un automa servo di Stalin? Mah, direi… viva la beata ignoranza di quei giorni! Rivolgo la stessa domanda anche ai partigiani e ai figli di quei partigiani che vanno in televisione a decantare l’operato dei propri padri, trattando gli Alleati come dei turisti…

Durante la quarta conferenza di Mosca vennero stabilite le zone possibili di influenza alla fine del conflitto, dando per scontato che la Polonia era già assegnata integralmente alla Russia e l’Italia lo poteva diventare. Saranno poi i grandi temi della guerra fredda che seguirà. Ma la cosa curiosa probabilmente sulle conseguenze di quella Conferenza è che determinò “uno slittamento a destra di tutta la politica alleata in Europa”.  Ce lo dice Giorgio Bocca.
Strano. ___Perchè l’intento iniziale era esattamente l’opposto.
Mi spiego meglio. Stalin aveva l’intenzione di mettere le mani su tutto. Ma la diffidenza verso i movimenti partigiani, sempre giudicati di tendenza estremista, consigliò le nuove amministrazioni alleate a disfarsi nel modo più rapido e magari più drastico delle bande armate. Queste ultime, ormai avevano assolto i loro compiti di liberazione e la loro ulteriore presenza costituiva un indubbio elemento di disturbo. ripartizione-Balcani
In Belgio, il primo atto del governo rientrato dall’esilio fu quello di smobilitare le bande; in Francia, De Gaulle provvide subito ad inquadrare i partigiani nei reparti regolari dell’esercito. In Grecia, terra di influenza inglese, furono buttati fuori dal governo tutti i comunisti in un colpo. In Italia no. Si continuò a manifestare l’idea che la liberazione dovesse avvenire il meno possibile per opera del popolo italiano per ovvie ragioni politiche, le stesse ragioni evidenziate proprio nella Conferenza di Mosca. L’impressione che moltissimi italiani abbiano creduto di lottare, per cadere poi dalla padella… nella brace, ormai è più che sostenibile; se sulla bilancia metto il desiderio di Nenni di forze sovietiche per il dominio politico in Italia (ne ho scritto più volte), le sue lotte contro il Patto Atlantico, cioè al sistema di alleanza militare con gli Stati Uniti e gli Stati dell’Europa occidentale, mi si apre uno scenario da incubo che no voglio nemmeno immaginare. Curioso, ancora, ma coerente (a suo modo), il fatto che nel 1951 i sovietici assegnarono a Nenni il Premio Stalin per la pace e gli concessero pure un incontro privato con Stalin (1952). Ancora impressionante è che alla morte di Stalin, il venerato compa­gno Sandro Pertini, che fu direttore del­l’Avanti, agli inizi degli anni ’50, celebrò il dittatore russo in Parlamento, in veste di ca­pogruppo socialista, anche per compia­cere il Pci. E ispirò la prima pagina del­­l’ Avanti!, complice il solito Pietro Nenni (che pu­r­e non amava Pertini e lo riteneva un vio­lento iracondo).  L’italiano però lo ricorda per quell’immagine festosa al mondiali dell’82.
Impressionante, in egual misura, che i comunisti non siano riusciti ad imporre la loro ideologia nemmeno con l’uso del Thompson della loro polizia partigiana… A Giovecca, Conselice, Massalombarda e paesi limitrofi, però, qualche anziano se lo ricorda ancora. E non con piacere.liber


La congiura del silenzio

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L’ho detto e ridetto. E oggi lo ridico: le biblioteche (quella di Faenza, compresa) sono piene di libri, testimonianze, diari e rapporti che fanno chiarezza sugli anni bui. Questi volumi rimangono pressoché intonsi: quasi nessuno più li legge e, anzi, se ne sconsiglia la lettura. Dico questo perché anche a me è capitato e lo considero un gioco sporco. Ma, tuttosommato, niente di nuovo. La Resistenza non è riuscita in 70 anni a rivedere criticamente ciò che avvenne dal 1943 al 1946 (e fino al ‘48). Essa riceve il plauso nelle cerimonie pubbliche, si è espande nella menzione toponomasti­ca dei nuovi quartieri, miete l’ossequio della retorica; ma non può ignorare di raccogliere qualche malcelato biasimo in privato. Nella scuola si incontrano non pochi falsi storici sul tema della Resistenza. In molti volumi sta scritto che l’Italia fu liberata dai Partigiani; gli Alleati vi appaiono quasi dei turisti. Nei libri di testo si propone un’altra mistificazione: le agitazioni del 1968 vi appaiono come una nuova lotta di liberazione, decisiva per le conquiste civili; alle medie superiori in quel periodo si consigliavano libri del tipo “Porci con le ali”, come esempio di pensiero forte. non-parloLa congiura del silenzio, la pigrizia e non di rado la vigliaccheria sono vizi frequenti nelle classi politiche; la scuola spesso vi si adegua, in una tranquilla e voluta acquiescenza. E questo è un peccato grave. Perché leggendo (in biblioteca) ho imparato cose che voi umani..., volevo dire, cose non proprio di dominio pubblico. Ma qui spesso si trattano robe strane e di nicchia. Come ad esempio, che nel 1943, il socialista Carlo Silvestri, su mandato del PSI, trattò la possibilità di resa delle forze armate della Repubblica Sociale e il passaggio indolore dei poteri da questa al Comitato di Liberazione Nazionale (CLN). Mai sentita ‘sta cosa? Mussolini avrebbe garantito che la Guardia Nazionale Repubblicana e tutto l’apparato burocratico dello Stato si sarebbero posti lealmente agli ordini del CLN, per l’ordine pubblico e per la difesa dei confini orientali dell’Italia. Speranze tragicamente abortite per l’opposizio­ne prevalente di Longo, di Pertini e di Valiani. Il Silvestri, negli anni seguenti pubblicò voluminose documen­tazioni sui fatti conosciuti e da lui ritenuti inoppugnabili, che non piacquero né all’Unità, né al PCI, perché rimettevano in discussio­ne le responsabilità del delitto Matteotti, in forza dei documenti consultati e per le confidenze del “compagno” Bombacci, altro esem­pio di antifascista alla corte del Duce. Gli storici si interrogano ancora sui motivi della presenza di Bombacci al fianco di Mussolini in quei momenti cruciali, poiché egli era stato un accanito oppositore del fascismo, subendo anche carcere ed esilio. Nicola Bombacci era quasi conterraneo di Mussolini: era nativo di Civitella, contigua a Predappio. Uomo inte­gerrimo, inviso ai suoi compagni italiani, ma considerato e protetto da Zinov’ev. 180px-Zinovieff_2Durante gli anni 30 si avvicinò al regime e finì a Salò come consulente ideologico, presso il vecchio compagno Mussolini, che lo stimava e aveva aiutato la sua famiglia. Così Bombacci, inseguendo l’utopia che aveva ispirato la sua politi­ca negli anni giovanili, e sfiduciato nel futuro che si proponeva la Resistenza in cui militavano i suoi ex compagni, restò con Mussolini fino all’ultimo: finì fucilato dai partigiani di Valerio a Dongo, a fian­co dei ministri fascisti, gridando “viva l’Italia, viva il socialismo”.
Carlo Silvestri nei suoi scritti riporta un pensiero di Lucio Labriola, tratto dal quotidiano “ROMA” di Napoli, del 18 febbraio 1947:

«Non è il caso di scandalizzarsi se la sua voce discorde (quella di C. Silvestri – Ndr.) corrisponde a verità. Fra qualche mese andrà in vigore una Costituzione che dovrà sancire per tutti il diritto di dire quel che sanno e che pensano. Se non ci abituiamo fin d’ora a lasciar dire le cose che non confermano le nostre opinioni, sarà un bel guaio affrontare l’esplosione delle opinioni discordi e delle “verità” che non teniamo per tali…».
Chi scrisse queste parole si poneva il problema della piena democrazia, che è dibattito e confronto, con rispetto per le opinioni e per chi le esprime. Il nostro costume di libertà non ha pienamente realizzato, dopo tanto tempo questa istanza civile.


ergo sum/CLN

CLN-6mag1945

didascaliaCln

La politica del C.L.N sarà determinata dai due più grossi partiti. Quello comunista, cui s’accodano socialisti e azionisti e quello democristiano. Il partito comunista ha tro­vato nel CLN uno strumento effi­cace per il suo programma. As­sociare i tedeschi ai fascisti, per­fino nel termine di « nazifascisti », significa spostare la guerra sul pia­no politico. E significherà dopo, col pretesto dell’epurazione, lo smantellamento degli apparati del­lo Stato cosiddetto borghese. Ma i comunisti si aspettano soprattut­to l’occasione della guerra civile. Guerra civile è lo stesso che di­struzione dell’unità morale e dei legami tradizionali della società na­zionale. Una distruzione completa e irreparabile di cui ha bisogno il comunismo per instaurare diretta­mente o gradualmente il suo re­gime. Né la Democrazia Cristiana pensa a opporglisi. I democristia­ni non si prospettano problemi fu­turi. Per mettere definitivamente le basi di un loro potere, son di­sposti sul momento a stringere al­leanza anche coi comunisti. L’in­teresse di eliminare qualsiasi altra forza che li possa preoccupare, co­me quella fascista, è adesso co­mune. Da poco erano arrivati a Roma e già comunisti e democri­stiani si scambiavano complimen­ti. De Gasperi esaltava in un di­scorso « il merito immenso, stori­co, secolare delle Armate organizzate dal genio di Stalin », e trovava che « c’è qual­che cosa d’immensamente simpa­tico, qualche cosa d’immensamen­te suggestivo in questa tendenza universalistica del comunismo rus­so ». (a Roma direbbero… annamo bene!)  Non solo. Ma De Gasperi, in un discorso famoso, sco­priva anche un parente lontano per Marx: « Lassù sull’erta cammina un altro proletario, anch’Egli israe­lita come Marx: duemila anni fa Egli fondò l’ Internazionale! ». Me­no enfatico, ma pieno di amabili­tà e di buoni propositi per gl’idea­li cattolici (e per la stessa Chie­sa) il capo dei comunisti, Togliat­ti, ricambiava le cortesie democri­stiane. Sotto, però, manovrava già il suo partito per impegnare quel­lo di De Gasperi nei prossimi av­venimenti del Nord.

Per l’Alta Italia

CLN-assumePer il Nord si costituirà un Co­mitato di Liberazione Nazionale Al­ta Italia, emanazione del CLN di Roma. Il CLNAI sarà clandestino perché « in territorio occupato dal­le forze nazifasciste », e autonomo per la « interruzione di rapporti » con Roma. Il CLNAI sarà anche l’unico organo di governo nei cen­tri occupati di volta in volta dagli « alleati ». Il 30 agosto ‘44 esso di­ramava una circolare ai Comitati dipendenti, specificando di essere stato «delegato » dal R. Governo, di cui si qualificava rappresentan­te. La circolare parlava di « mo­bilitazione delle più larghe masse popolari », di «basi di una demo­crazia profondamente legata al po­polo », di «organismi di massa e di combattimento » e perfino di or­ganizzazione cellulare <i CLN di fab­brica e di azienda>; insomma, la preparazione a un regime dove già si risentiva l’influenza del partito comunista.
Successivamente, in un suo or­dine del giorno del 3 dicembre ‘44, a proposito della crisi Bonomi, il CLNAI afferma « esplicitamente che sino alla riunione della Costi­tuente i Comitati (CLN) sono l’unica rappresentanza legittima del popolo ». Pertanto si nega che « qualsiasi autorità ed anche la Co­rona, possa legittimamente appel­larsi a gruppi camarille estranei ai Comitati dei quali, soltanto, il Governo dev’essere emanazione ». Evidente che la Corona si trovava già bloccata; e così ogni manife­stazione di altre situazioni politi­che estranee al Comitato, che fini­rà con l’essere manovrato dai due più grossi partiti, comunista e de­mocristiano.
Per il territorio della Repubblica Sociale in previsione di un’ avan­zata « alleata» s’era già compila­to un tipo di bando per l’assunzio­ne graduale dei poteri derivanti da tre autorità, R. Governo, CLN, e quella non nominata ma onnipo­tente degli <alleati ». Il bando pre­cisava attribuzioni e giurisdizione dei nuovi organi, tra cui il coman­do sulle forze armate in quanto già dipendenti dal Corpo Volonta­ri della Libertà, e la istituzione di Commissioni di giustizia.

partigianiCVLLe formazioni « partigiane » ave­vano trovato il loro inquadramen­to nel CVL (Corpo Volontari della Libertà) costituito dal giugno ‘44 con un rappresentante del R. Go­verno, il generale R. Cadorna, e definitivamente organizzato nel no­vembre con comandante generale il gen. Cadorna e vice comandanti i signori prof. Ferruccio Parri (Maurizio) e Longo Luigi (Gallo), già membro a Mosca del Komin­tern e commissario politico di «bri­gate » rosse nella guerra di Spagna. Oltre i fondi rimessi dal R. Go­verno e quelli raccolti o offerti da privati, il CLNAI ebbe un regolare finanziamento da parte degli « al­leati ». La convenzione con le mo­dalità fu firmata l’8-12-’44 dal gen. M. Wilson, per il Comando Supre­mo « alleato » e dai signori Longhi (A. Pizzoni), Maurizio (F. Parri), Mare (G.C. Pajetta) per il CLNAI. In essa il CLNAI s’impegnava col suo Comando Militare ad « agire per conto del Comando Supremo alleato » e ne riceveva una sovven­zione mensile di 60 milioni di lire, per le esigenze delle formazioni « partigiane » del Nord.
Circa l’attività dei CLN man ma­no che si istituivano, è superfluo fare riferimenti. Qui si ricorda so­lo la particolare evoluzione politica che essi rappresentarono per tutto il paese. Il 29 marzo ‘45 un rappre­sentante del Governo di Roma (il sottosegretario di Stato per l’« Ita­lia occupata ») s’incontrò segreta­mente a Milano con i capi del CLNAI. Fu specificata la nuova or­ganizzazione governativa che nel­l’Italia « liberata » si sarebbe im­perniata tutta sul CLNAI. In quel­l’occasione i partiti del CLNAI di­chiararono al rappresentante di Roma che non intendevano « nè rinunciare, nè modificare il loro principio relativamente alla posizione del CLN nel quadro della rinnovata democrazia italiana ».

La prima legislazione del CLNAI

In quanto ai provvedimenti « ri­voluzionari » del CLNAI (ometten­do quelli terroristici o di somma­ria « giustizia popolare ») si regi­strano qui i decreti e le disposizio­ni più notevoli.
Decreto del 4 dicembre ‘44, con cui il CLNAI « istituisce un’imposta straordinaria di guerra ed incarica i CLN regionali di prendere imme­diatamente tutte le misure neces­sarie per riscuoterla »: sono tas­sabili le persone facoltose,  i mo­rosi, considerati « traditori », so­no « deferiti agli organi di giustizia dei patrioti per una esemplare ap­plicazione nei loro confronti di tut­te quelle sanzioni punitive che gli organi stessi riterranno del caso ».
Decreto del 14 dicembre, con cui si proibisce di pagare tasse, impo­ste, penalità ecc, nel ‘territorio del­la R. S.I., come s’inibisce agli uffici di Registro, Bollo, Esattoriali, di Tesoreria ecc. ogni servizio rela­tivo.
Bando circa la costituzione e il funzionamento dei tribunali di guerra, più noti come tribunali del popolo. Dal bando emanato dal CVL, Comando Militare Piemonte­se, in data 15-4-’45, si rileva che:
a)    …i ministri di Stato, i sottose­gretari di Stato, i prefetti, i segre­tari federali — in carica dopo l’8 settembre ‘43 — son già tutti con­dannati a morte per intesa col nemico e opera diretta a colpire le Forze Armate del Governo legitti­mo. Di conseguenza, sarà per que­sti sufficiente l’accertamento del­la identità fisica per ordinarne la esecuzione capitale; b) …sarà suf­ficiente stabilire l’appartenenza ecc. a Brigate Nere, « Muti », «Decima Mas », SS italiane, « Cacciatori de­gli Appennini », Milizie speciali in­dossanti la camicia nera ecc. per pronunziare condanna all’esecu­zione capitale che dovrà avere im­mediata esecuzione senza diritto ad inoltrare domanda di grazia; c) per i direttori della stampa fasci­sta dopo l’8 settembre ‘43 «per aver favorito le forze nazifasciste ecc. »sarà pronunziata e fatta eseguire immediatamente la sentenza capi­tale.
Direttive del 16 aprile ‘44, riguar­danti l’« insurrezione »: essa si ef­fettuerà — come è noto — dopo che le Forze Armate tedesche si so­no arrese e dopo che quelle fasci­ste sono costrette a deporre le ar­mi. Criterio ispiratore, quello della « direttiva insurrezionale n. 16 » del P.C.I. del 10 aprile, che consi­gliava «quanti più esempi è pos­sibile di gerarchi, di nazifascisti, di alti funzionari, di dirigenti col­laborazionisti, abbattuti dal piom­bo giustiziere dei patrioti ».
Bando del CLNAI di Milano, da­tato 25 aprile ‘45, con la premessa:
« Il CLNAI delegato del Governo italiano ecc. ». Stato di eccezione, facoltà di perquisizione, requisizio­ne e arresti, campi di concentra­mento, tribunali di guerra, esecu­zione sommaria sul posto per i contravventori agli ordini del ban­do ecc., questi sono i principali ar­ticoli. Il CLNAI assume col bando « tutti i poteri civili e militari »(vedi sopra), nell’orbita però delle autorità « al­leate » di occupazione.

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Il Comitato governa

Non passano ventiquattr’ore dal primo bando di governo, e il CLNAI, in vista di un rimaneggia­mento del Governo centrale, dopo la « liberazione », chiede per sé — con un o.d.g. del 26 aprile — i mi­nisteri-chiave, a nome delle «mas­se lavoratrici e partigiane ».
Intanto (sempre a parte l’elimi­nazione fisica di alcune centinaia di migliaia di avversari, argomento che esula da questo cenno storico), si cominciano ad eliminare i residui della Repubblica Sociale Ita­liana.
Il CLNAI, rappresentante di « masse lavoratrici » comincerà col decretare (26 aprile ‘45) l’abroga­zione della socializzazione e dei re­lativi decreti legislativi del Gover­no fascista. E ciò, « considerando l’alta sensibilità politica e nazio­nale delle maestranze » e il « carat­tere antinazionale e demagogico della pretesa socializzazione fasci­sta ». Le aziende vengono così re­stituite come prima ai « responsa­bili tecnici della produzione » ossia ai padroni (art. 5 del decreto).
Come poi il « vento del nord », riuscito a spazzar via la Monarchia, si perderà per i corridoi dei mini­steri di Roma e come lì si com­batterà la battaglia tra i due ge­renti del CLNAI, Partito Comuni­sta e Democrazia Cristiana, que­sto farà parte della storia di dopo. La storia del Nord, quella dei CLN, continuerà per dei mesi se­condo le direttive stabilite. Le qua­li potevano riconoscersi già nella chiusa del manifesto con cui il CLNAI diede notizia al popolo del­l’assunzione dei poteri.
Avvertiva la chiusa che chi vi avesse contrastato «sarebbe stato trattato come nemico della patria e come tale sterminato ». Le firme erano di Luigi Longo (Gallo) del P.C.I.; di Emilio Sereni, del P.C.I.; di Ferruccio Parri, del P. d’A.; di Leo Valiani, del P. d’A.; di Achille Marazza, della D.C.; di Augusto De Gasperi, della D..C.; di Giustino Ar­pesani, del P.L.; di Filippo Jacini, del P.L.; di Rodolfo Morandi, del P.S.I.U.P.; e di Sandro Pertini, del P.S.I.U.P.
Il manifesto portava la data:
« Dal palazzo della prefettura, 24 aprile 1945 ». Inconvenienti dei ma­nifesti preparati prima. Perché il 24 Mussolini non se n’era andato ancora dalla prefettura di Milano. Se ne andò il 25 pomeriggio.   (ndr. poi ne fu cambiata la data e riaffissovedi sopra)

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avatar185solo


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