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Roma città a…parte; (terza parte)

Facciamo un passo indietro. Partendo dal concetto che Roma NON è stata distrutta per i patteggiamenti di Pio XII.

Se questa tesi la si può accogliere più o meno serenamente, non si può non far menzione dell’atteggiamento tenuto dal pontefice a guerra finita. Qui si alzano nubi che non verranno mai dissipate, temo. Ma andiamo per gradi.

Fonti vicine alla Chiesa lo sostengono asserendo; (cito):

«Solo Dio sa quanto Pio XII, aiutato dai suoi collaboratori, abbia tessuto relazioni, lui, unica autorità rimasta in Roma, perché in Roma non si combattesse, perché Roma non fosse bombardata, perché i nazisti si ritirassero e gli alleati attendessero alcune ore prima dell’ingresso in città, senza iniziare un bombardamento intensivo delle truppe nemiche in ritirata. ll piano di rapire il pontefice, il disegno di combattere casa per casa non si era realizzato anche perché il papa non aveva commesso passi falsi. E le affermazioni sulla città e la sua popolazione erano pesate a mantenere l’equidistanza dei romani e, con loro, degli italiani tutti. Il pontefice, coscientemente, faceva scrivere che la popolazione romana aveva aiutato anche “i nazisti feriti e più affranti”, ad evitare di fornire ogni appiglio per una possibilità di rappresaglia o vendetta nelle successive città dell’Italia del Nord nelle quali si sarebbe ancora combattuto. Continua a leggere

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Roma città a…parte; (seconda parte)

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Bene o male i tedeschi a Roma litigarono quotidianamente col Vaticano per questo veto: era vietato oltrepassare, in piazza San Pietro, una linea bianca che fissava il confine di extraterritorialità concessa al Vaticano stesso. Insopportabile questo divieto. Oltretutto, i quotidiani colloqui erano funestati da vampate di urla dei tedeschi continuamente contrastati dai prelati che tutto facevano ed intercedevano affinché Roma non finisse distrutta dall’ira dei teutonici in probabile ritirata di lì a poco. Si cominciò a parlare (e temere) un’ insurrezione generale partigiana sul tipo di Napoli, per intenderci.

Al “Vicario di Cristo”, Pio XII, furono poi rimproverati cedimenti filo-nazisti per l’affabilità dei rapporti con i comandanti tedeschi; il fatto di essere stato nunzio apostolico in Germania gli fece gioco e per i tedeschi (non per i nazisti) serbò sempre rispetto ed ammirazione. La cosa gli portò vantaggi e svantaggi; riuscì a salvare molte vite ebree in pericolo ma non lo salvò dall’accusa di un certo favoritismo. Dico, nel frattempo, che Hitler aveva a punto un piano per sequestrarlo e aspettava solo un pretesto ufficiale per attuarlo.

Certo che se avesse fatto un “gesto solenne” di denuncia della ferocia nazista, il giudizio storico nei suoi confronti ne avrebbe sicuramente giovato; non lo fece probabilmente per il timore della sua incolumità personale. Comunque, si disse che a Roma metà della popolazione nascondesse l’altra metà. E parlo di ebrei, antifascisti, renitenti al lavoro obbligatorio e alla leva; tutti affollavano collegi religiosi e conventi. In questa “carboneria vaticana” tessero le loro tele molti personaggi famosi: Bonomi, Nenni e Ugo La Malfa.

Nei giorni di fine gennaio del 1944 gli Alleati sbarcarono ad Anzio e per un momento sembrò che la liberazione di Roma fosse imminente. Per un momento. Lo sbarco, lo sappiamo, fu un fallimento e lo fu anche il progetto insurrezionale che era stato preparato malamente. Fu in questo momento che via Tasso a Roma ebbe l’albergo completo; soggetti politici come Simone Simoni (generale della I guerra mondiale), Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo (colonnello) e il gen. Armellini (comandante della piazza di Roma) finirono prigionieri torturati ripetutamente. In v.Tasso c’erano anche ospiti eccellenti come Sandro Pertini, e Giuseppe Saragat. Fuggirono rocambolescamente da Regina Coeli e per questo si veda il documentario “i torturati di v.Tasso” e “testimoni oculari – Fuga da Regina Coeli“. La cosa non piacque affatto ai tedeschi che inasprirono ulteriormente le violenze sui malcapitati.

Si pensò allora alla legittimità morale di una serie di azioni partigiane contro gli occupatori. Da questo momento nasce l’idea dell’attentato di v. Rasella. Da punire era la 11° compagnia del terzo battaglione del Polizei Regiment Bozen, altoatesini che, troppo anziani per il fronte, erano stati destinati al servizio d’ordine in città. L’esplosione fu apocalittica. 12 Kg di tritolo + 6 fecero il loro lavoro. Il leader comunista Giorgio Amendola, da un edificio non lontano, esclamò: «questa deve essere una delle nostre!»; 33 i morti totali + 6 civili italiani e un bambino (di cui nessuno ha mai parlato) che condussero ad una ritorsione terribile e attuata in gran segreto: le fosse Ardeatine.

Credo decisamente che i gappisti non potessero pensare che il gesto rimanesse impunito proprio mentre si negoziava per proclamare Roma città aperta; qui si veda la dichiarazione di Amendola in “il prezzo della Resistenza” e si capirà quindi il piglio, il punto di vista dei GAP. Questo fu il momento in cui Roma avrebbe potuto (dovuto?) insorgere; ma Roma non prese le armi né prima, né dopo, quando gli Alleati furono a pochi chilometri. Sfiancata dalla paura, dalla fame e dalla stanchezza, Roma guardò gli eventi alla finestra. In questo modo i tedeschi poterono ripiegare con ordine, senza problemi; ma non senza una ferocia spietata dell’ultima ora. Qui si colloca l’episodio della “Storta”. Da via Tasso fu fatto uscire un camion con quattordici detenuti, diretti, si disse, verso Firenze: tra essi Bruno Buozzi e Pietro Dodi (generale). In località La Storta, l’ultima stazione di posta prima della città, furono fatti scendere e fucilati.

Nella migliore tradizione nazista.

–   terza parte di <Roma città a…parte> GIO 19 agosto.

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