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13 ottobre 1943

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voltagabbanaProbabilmente, questa data non dirà molto, ma rappresenta il grande giro di boa della nuova Italia dopo l’armistizio.
Il giro del voltagabbana diranno alcuni.
La storia di questo evento è conosciuta, ma forse, non completamente nel dettaglio.

quadratino  Scena. Nelle prime ore del pomeriggio del 13 ottobre un’automobile varcava il cancello dell’ambasciata di Germania a Madrid (perché proprio a Madrid?) (R. perché in terreno neutrale – fuori dai giochi…) e sostava sul lato destro dell’edificio, dove c’era spazio e dove si poteva uscire più in fretta. Dall’auto scendeva il consigliere dell’ambasciata italiana nella capitale spagnola, Pierluigi La Terza, il quale chiedeva di essere ricevuto dall’ambasciatore Hans Dieckhoff. La richiesta veniva subito accolta. La Germania (nota questo punto…) aveva riconosciuto La repubblica Sociale Italiana costituita da Mussolini dopo la sua liberazione dal Gran Sasso e negava quindi qualsiasi legittimità al Governo Badoglio. E in quale veste si presentava ‘sto tizio? Ciò nonostante l’ambasciatore tedesco, ignorando i motivi della visita, lo fece entrare. Mentre attraversava le anticamere pensò che l’ambasciatore italiano Giacomo Paolucci de’ Calboli, che aveva ricevuto l’offerta di ricoprire il ministero degli Esteri nella RSI dalla sede diplomatica tedesca, avesse avuto un ripensamento e declinasse l’incarico. Per questo Dieckhoff lo accolse affabilmente e lo fece accomodare in un divano alla sua destra.

quadratimoRED La Terza era latore di un documento da parte del ministro Paolucci redatto in lingua italiana. Il documento diceva: « Signor Ambasciatore, d’ordine di Sua Maestà il re mio Augusto sovrano ho l’onore di pregare Vostra Eccellenza di voler comunicare al Governo del Reich, tramite l’ambasciatore tedesco a Madrid, che a partire dalle ore 15 (ore di Grenwïch) di oggi, 13 ottobre 1943, l’Italia si considera in stato di guerra con la Germania ». L’ambasciatore tedesco aprì la busta, prese il foglio e comiciò a leggerlo con attenzione. Lo stesso La Terza raccontò il momento. «Vedo ad un tratto Dieckoff accasciarsi su se stesso e piegarsi un po’ verso me, sempre con lo sguardo fisso alla lettera. Mi viene il dubbio che non capisca bene il significato del testo e gli dico: – Wollen Sie das ich ubersetze den Brief? – (Vuole che le traduca la lettera?) Non mi risponde. Si piega sempre più sul documento che ha nelle mani. Poi, rosso paonazzo in viso, si alza, prende la busta sul tavolo davanti al divano su cui egli l’ha deposta, la unisce alla lettera e mi dice: – Ich nehme es nicht an(io non l’accetto!) e fa cenno di restituirmi il tutto. Io mi alzo, faccio un passo indietro per non prendere i fogli che mi tende e gli rispondo: – Aber die Kriegserklärung ist gemacht – (Ma la dichiarazione di guerra è già fatta!). Dieckoff si avvicina alla porta dello studio, l’apre e s’inchina leggermente dicendo: – Bitte (prego). Gli passo davanti, m’inchino anch’io, come lui, esco dall’anticamera con una certa apprensione e volgo lo sguardo alle guardie armate all’ingresso. Riesco a tornare alla mia ambasciata indenne».

dichiarazioneBadoglio
Il resto è storia. La dichiarazione ufficiale serviva, non solo per poter inviare al fronte gli uomini dell’esercito regolare (al centro nord molti italiani combattevano già contro i tedeschi), ma soprattutto per attribuire lo status di prigionieri di guerra ai 600.000 soldati italiani (IMI) che erano stati catturati e deportati dai tedeschi nei territori del Terzo Reich dall’ 8 settembre, dopo la proclamazione del cosiddetto “armistizio corto” con il quale si cessavano le ostilità contro gli Alleati. In realtà, lo disse anche mio padre, l’atto contribuì notevolmente a peggiorare le condizioni di prigionia e l’atteggiamento dei carcerieri.

 

 

 

 

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