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direttiva per l’insurrezione

arrendersiOperireCome ho avuto modo di ripetere in precedenti articoli, negli ultimi mesi del 1945 nella Resistenza ognuno lavorava per sé. Chi aveva fini solo patriottici era ormai una minoranza perché i comunisti lavoravano principalmente per il futuro politico del Partito. Il 10 aprile 1945, con un’iniziativa assolutamente autonoma, il PCI diramò le “direttive per l’insurrezione” in base alle quali, riconoscendo che – l’esercito tedesco è in rotta disordinata su tutti i fronti “, avvertiva che «anche noi dobbiamo scatenare l’assalto definitivo. Non si tratta più solo di intensificare la guer­riglia ma di predisporre e scatenare vere e proprie azioni insurrezionali». Ancora ammoniva, la direttiva comunista, che «per nessuna ragione il nostro partito e i compagni che lo rappresentano.., devono accettare proposte, consigli, pia­ni tendenti a limitare, a evitare, impedire l’insurrezione na­zionale di tutto il popolo». Un’ossessione, questa di non lasciar perdere la gran­de occasione, che comportava odio profondo verso gli «atte­sisti», ossia verso coloro che consideravano inutili su un piano militare altri lutti e rovine, e ingenuo o velleitario sul piano politico il tentativo di ridare all’Italia una verginità antifasci­sta acquistata mentre Hitler stava per immolarsi nel Bunker di Berlino e Mussolini era già condannato. Nella sua – storia della Resistenza -, Roberto Battaglia ha riassunto con foga tribunizia il punto di vista comunista defi­nendo «rete d’intrighi, vero e proprio nido di vipere che de­ve essere schiacciato decisamente» ogni tesi anti-insurrezio­nale. Il Battaglia riconosce che «la liberazione d’Italia si inse­risce tra gli avvenimenti già scontati sul piano militare» ma aggiunge che ne restava impregiudicato
«il modo, decisivo per l’avvenire del nostro paese» (c’erano dubbi? n.d.r).

fuori-i-tedeschiSi trattava, quindi, di cogliere la palla al balzo. Facendo, però segretamente, i propri interessi e disponendo del tacito consenso del popolo che voleva essere liberato… da tutto. E’ proprio in quei giorni che a Nenni venne in mente di richiedere a mamma-Russia, tramite missiva, armi ed istruttori per la rivoluzione armata.

Nella parte avversa «la lotta per l’essere e il NON essere ha raggiunto il suo punto culminante. Impiegando grandi masse e materiali, il bolscevismo e il giudaismo si sono impegnati a fondo per riunire sul territorio tedesco le loro forze distruttive al fine di precipitare nel caos il nostro continente. Tuttavia nel suo spirito di tenace sprezzo della morte si scaglierà alla riscossa e, per quanto dura sia la lotta e con il suo impareggiabile eroismo, farà mutare il corso della guerra in questo storico momento in cui si decidono le sorti dell’Europa nei secoli a venire…». Insieme a questo sproloquio, un po’ amletico e un po’ invasato si contrappone questo documento del 10 aprile. Sinceramente, oggi è difficile stabilire quale futuro avrebbe dovuto subire un’Italia-satellite della Russia. Un regime che decise da subito molti destini tragici e appoggiò l’ambizione della rivoluzione, ma di questa spartì solo in piccolissima parte i connotati nobili ed epici, l’ardore del nuovo, la genuinità delle convinzioni e delle passioni, la speranza del futuro che però avrebbe dovuto passare attraverso ferocia e vendette. Politiche e di classe.

Quante furono le persone coinvolte dall’ondata della liberazione? Giustiziati e assassinati, perché nel conto vanno messe anche le vittime di vendette personali alle quali furono sovrapposte ad hoc improbabili motivazioni politiche, poi innocenti indicati da delazioni ignobili e pure errori madornali di scambi di persone per cognomi simili. Il calcolo è reso difficile dal prolungarsi nel tempo di questi regolamenti di conti. Basti ricordare i vari “Triangoli della morte” in Emilia-Romagna (vedi in archivio) alle “Volanti rosse”, senza dimenticare le irruzioni nelle carceri e le spicciative esecuzioni con tanto di liste nere.

partisansBocca ammette 18.000 caduti in tutta l’Italia del Nord, Pansa ne ha censiti 33.000, ma quello che personalmente mi rende perplesso è il sapere che gli Alleati, responsabili dell’ordine pubblico nel primo dopoguerra, dichiarassero che non sapevano di questa caccia all’uomo e anche quando lo sapevano forse ritennero, cinicamente, che convenisse lasciar sfogare gli odi intestini interni, purché non disturbassero troppo gli ultimi strascichi delle operazioni amministrative nelle varie provincie italiane. Voto 10 redline.

 

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Appunti

titansUna riflessione a questo punto mi pare doverosa. All’inizio della mia passione-ossessione (come l’ho definita) ero convinto che l’inganno, la menzogna fossero una prerogativa del nazismo e del fascismo. Invece no. Mi spiego meglio. Non è che tutto si risolve sempre nella solita lotta del bene contro il male; può esistere anche la lotta del male contro un altro male e quindi è bella lotta tra titani! Facciamo un punto.  Gli ex-comunisti, i vecchi rossi insomma, dicono di aver vinto la guerra in Italia e questo (a mio modo di vedere) è una parte di verità. Ma non direttamente nel ’45. Lo hanno fatto dopo la guerra mondiale. Con la polizia partigiana, con le volanti rosse; qua da noi (e parlo del triangolo rosso) c’era invece una motocicletta (Guzzi 500) e una pistola col silenziatore ad istruire le masse e la cosa ha costruito un’omertà che prima NON esisteva. Dico in Romagna. L’omertà è una roba che sa di …mafia, non di Romagna, di vino rosso, donne, motori, valzer e bellissime donne. E invece no. E’ una roba brutta. La gente, prima,  non aveva paura di dire le cose come stavano; il romagnolo era schietto, sincero, leale. Invece no. La gente è cambiata. Qui ci sta un ” ciò! ” (con la O chiusa).

Invece ci hanno insegnato a stare zitti come mosche, ci hanno tenuto sotto scacco con la loro cultura, con la loro informazione fino almeno agli anni 75/80. E parlo di falsa informazione. Qui torno a piombo al discorso dell’inganno che scopro essere una caratteristica di ogni dittatura, ma anche di ogni tentata-dittatura! Ricordo che alla scuola di mio figlio si insegnava che la lotta al fascismo era un dovere di ogni antifascista. E se questa lotta ha significato poi compiere gesta efferate è stato per rendere pan per focaccia alle gesta dei picchiatori fascisti. Detta così, la cosa mi fece impressione. E’ comunque una questione di prospettive. Peccato che la lotta di cui si parla l’hanno compiuta solo i comunisti. Voglio dire, non hanno partecipato quelli del Partito d’Azione, non gli anarchici, non i partigiani bianchi, non i socialisti riformisti, non i liberali e nemmeno i democristiani. Qualcuno questo lo dimentica spesso nei discorsi. Nel corso di una presentazione di un libro sull’antifascismo, qui a Faenza, ho sentito dichiarare che i comunisti si battevano per ritornare alla democrazia pre-fascista.

Balle. Ed è proprio qui che l’ inganno di cui parlo inizia.

partigiani_manipuliteBalle. Quella della guerra civile è stata una lotta di classe, una lotta politicauna lotta pre-programmata. La Resistenza vera è finita l’8 maggio 1945. Il piano ha previsto l’eliminazione fisica di partigiani non comunisti e di tutti i possibili avversari politici nella corsa verso la democrazia progressiva, che, come dice Pansa, è l’anticamera della dittatura rossa. E se poi si è evitato un drammatico bagno di sangue colossale in Italia lo dobbiamo solo alla presenza degli Alleati. vera_domandaVeri paladini di questo dovere dell’antifascismo ricordiamo Umberto Fusaroli Casadei,  Gustavo Filippi a Voltana, Silvio Pasi a Lavezzola e Giovecca, Umberto Ricci a Massalombarda e Ravenna. Tutti falsi partigiani.

Qui il fascismo rosso ha avuto la più alta espressione nel seguire la linea del Partito che imponeva l’intensificazione della lotta mediante i cosiddetti ” eroi dell’imboscata “. Una tecnica sicura per provocare un inevitabile reazione di fascisti e tedeschi, fino a marzo ’44 quasi inesistente nelle zone citate. Zone tristemente famose per le mattanze di Argenta, al ponte della Bastia (74 assassinati), di Giovecca (oltre 300) e di Lavezzola (oltre 500 giustiziati) e per aver celebrato i propri riti in luoghi come la Villa dei Manzoni di Frascata, Villa Ferné di Lavezzola, Villa Scardovi di Giovecca e Casa Venturoli a Voltana. Tutte località che videro commissario politico Giuseppe D’Alema.

E allora riaffiora il pensiero di molti che non si sentono affatto “liberati” da queste persone e che non mostrano entusiasmo nei festeggiamenti dei 25 aprile o dei 2 giugno. E di conseguenza mostrano perplessità evidenti.

Che libertà c’è nel dovere l’omertà? Quale libertà risiede nel dovere cadere dalla padella nella brace ? E’ davvero liberazione  camminare nel paese d’origine guardandosi la punta dei propri piedi per la paura? Lascio al lettore la risposta. Comunque quelle persone sono già state consegnate alla storia e non sarà certo un blog tematico a riaprire tardive ed inutili discussioni. Anche se chi ha perso familiari ed amici per linee politiche a lui differenti, la pensa in modo sicuramente differente.

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pontedellaBastia


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