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Gino Gatta – Zalet

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Questo simpatico signore si chiamava Gino Gatta. Qualcuno ancora lo ricorderà come il ” sindaco della liberazione” di Ravenna ma era conosciuto dapprima come commissario politico della 28° Brigata Garibaldi.

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Sulla figura del commissario politico ho scritto e riportato reperti storici negli articoli  de ” l’ora politica “, ma il soggetto in questione forse merita una menzione speciale. Il merito è quello di aver fatto parte di una cricca speciale; quella composta da Bulow, Ennio Cervellati e Gino Gatta. Il commissario politico era la mente che consigliava, che segnalava. E in effetti, dal 29 aprile al 10 maggio 1945 la Brigata comandata da Boldrini con commissario politico Gino Gatta segnalò gli obiettivi e organizzò il famoso rastrellamento di giovani ex militari già smobilitati nelle zone di Bussolengo-Codevigo. Se Bulow fu il braccio, Gatta ne fu la mente. C’è poco da stupirsi. Se la parte hardware (legare i prigionieri col fil di ferro,  trapassare le mani con chiodi da 20 cm e una “ciudela” nella nuca) fu compito degli sgherri sfuggiti al controllo¹, la parte software che regolava il tutto ne era il lato strategico. Se ne è sempre parlato meno. Direi… affatto. Questa era tecnica del consiglio. Di selezionare e provvedere. Ce lo diceva Vittorio Tabanelli. Suo padre, medico condotto a Ravenna, spesso curava l’on. Boldrini e, in 30 anni di professione in cui ebbe modo di vederlo professionalmente, mai un volta si disse pentito della responsabilità degli eccidi ordinati; la stessa cosa accadde anche per Gino Gatta che si trovò costretto a chiamare il medico per le doglie della moglie perché non si fidava più dei medici di partito! Curiosamente, il dottor Giacomo Tabanelli (padre di Vittorio) curò anche il commissario politico poi senatore del PCI Ennio Cervellati, di cui era amico d’infanzia, che fu l’unico a pentirsi di ciò che era successo tanto che rifiutò un funerale di partito.

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La cricca sembra che consigliasse anche per le zone dove potevano avere qualche influenza. A Faenza, le esecuzioni furono compiute da partigiani della 36° Brigata Garibaldi, una unità comunista che operò nelle zone collinari sotto le direttive che arrivavano da Ravenna. E parliamo di Alfredo Succi, Guido Bissi, Silvana Castellani, Pietro Liverani, Achille Mamini, Sante Bulgarelli, Pasquale Chiodi, Primo Donati e ce ne sono finché se ne vuole. Selezionati e curati.

Bulow+ZaccagniniCè stato un secondo momento in cui l’amico Gatta² vedeva e provvedeva. Come giurato o come giudice; « questo sì, questo no ». Deve essere bello poter disporre del futuro di altre persone, quasi …divino. Nel periodo successivo ebbe l’incarico di faccia pubblica difronte alle suppliche dei parenti delle vittime che gli si prostravano davanti per chiedere informazioni. Gatta li mandava da Bulow. E Bulow li rimandava dal sindaco. Divertente no? « andì da Bulow, lo ul sa!». Con l’aiuto saltuario di Zaccagnini, la cosa ha funzionato per 30 anni. Poi la vita ha avuto il sopravvento. Gino Gatta finì i suoi giorni malamente. Molto. Abbandonato dal Partito (non si seppe per quale motivo) tornò a fare i mestieri più umili; in ultimo portava a domicilio le bombole del gas da cucina. Ritiratosi in un casolare nella pineta di Classe, ove, malato,  lo colse la morte a 63 anni.

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¹ lo disse Boldrini interrogato nei vari processi fino al 1957

² Boldrini si avvalse anche della testimonianza di Gino Gatta per sostenere che nei giorni indicati degli eccidi era assente per malattia ( non c’era o se c’era dormiva…). Una tecnica vecchia come il mondo. Far testimoniare il falso da un amico o di far in modo di risultare all’oscuro di tutto.

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l’ora politica – il piano finale –

IMG_8041Insomma a poco più di due mesi dall’armistizio, mentre la situazione sembrava si stesse avviando verso uno stato di non belligeranza tra i due schieramenti, nei comunisti maturava l’idea di un nuovo pericolo; un pericolo da scongiurare a tutti i costi. Essi non potrebbero mai accettare che la ‘liberazione’, come in sostanza si attendono i moderati e come e avvenuta nel sud d’Italia, si realizzi a opera degli eserciti alleati, affiancati dalle poche unità regolari del regio esercito salvatesi dal disastro, con l’ausilio tutt’al più (come prevedono i comandi anglo-americani) di una rete d’informazione e nuclei di sabotatori dietro le linee tedesche alle dipendenze dell’Intelligence alleata (sono queste in sostanza le originarie finalità della organizzazione ‘Franchi’ di Edgardo Sogno).

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l’ora politica – l’imperativo –

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Uccidere subito i fascisti.  Ho preso in prestito questo titolo perché mi è sembrato il più calzante per illustrare il forsennato imperativo promulgato dai commissari politici di quei giorni. E tra quei commissari c’erano nomi molto noti. Negli anni dopo il ’50 poi, molti hanno (per così dire…) scelto di modificare le proprie posizioni.

Ma intanto, dal 9 settembre ’43 i comunisti sono gli in grado di muoversi senza intoppi. Nelle varie piazze citate (parlo di Ravenna, Forlì, etc.) si urla di attaccare i fascisti al muro; “la nostra battaglia è la vostra battaglia! trovateli e fategliela pagare..” – dicevano, agitando i pugni come marionette impazzite. E questa NON è giustizia; è solo istigazione alla vendetta nel modo più sbrigativo attuabile. Cosa? Ma cosa è? il far west?

Si chiama “Giustizia” il condannare una dittatura finita, con una serie di omicidi politici e non, in favore di un’altra dittatura, magari di Stalin? Direi, dalla padella alla brace direttamente… Il proposito di instaurare un clima di terrorismo urbano per liberarsi di sicuri e probabili futuri ostacoli si chiama complotto e come tale andrebbe punito anche a distanza  di 100 anni. Diversamente si potrebbe intentare una causa contro questi signori per danni procurati allo Stato Italiano. E’ una vergogna cercare di macchiare la i sacrifici di un popolo, l’ onore della Resistenza vera (il 30% di quella conclamata) con il terrorismo politico che impone una nuova parola d’ ordine: – omertà -. Se parli sei morto. A Massalombarda, a Giovecca, a Lugo. Ad Imola, a S. Piero in Bagno; dove fino al 7 settembre erano tutti fascisti. Tutti. Ho detto: tutti. Il 10 settembre avevano tutti il fazzoletto rosso al collo. Si chiama “creatività”. Trasformismo. Opportunismo. Si chiama paura. Paura dei Thompson dei partigiani che conoscono a fondo il significato di cinismo.                Nell’ ora politica si dice: – più brutale sarà la reazione dei fascisti per gli omicidi compiuti dai GAP, più la guerra civile sarà grande -. Una bella equazione.

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Il selezionare i nomi delle persone da prelevare è programmazione di delinquenza. Si dice che il terrorismo è un fenomeno degli anni ’70, ma non è vero. E’ nato prima. Il terrorismo urbano lo si è praticato a Mosca come a Madrid almeno 30 o 40 anni prima. Qui si replica solo.

terrorismo70Insomma, bisogna uccidere subito il maggior numero di fascisti, soprattutto quelli più indifesi. Per dare l’esempio. Per fargliela pagare. Togliatti, appena rientrato dalla Russia, ha parlato chiaro: «ci vuole un segnale forte…, devono capire chi siamo!». E scorrono fiumi di sangue. Dal settembre ’43 alla primavera ’44 si registra la serie più cruenta di crimini contro i sospetti, i possibili amici dei fascisti, i collaborazionisti. Tutto facile; complice la netta supremazia del PCI nei confronti del CLN. Divertente la circolare che circolò solo nelle sedi principali del Partito: “E’ assolutamente proibito ai commissari politici di far propaganda di partito“. Se la cosa non è sfociata in un’ ecatombe totale, dopo i 20mila uccisi più o meno misteriosamente dopo il 25 aprile ’45, è da attribuirsi alla presenza dei polacchi e delle truppe americane e inglesi sul nostro suolo nazionale. A chi mi legge chiedo di pensare a cosa sarebbe successo se invece di questi Alleati ci fossero stati i reparti di Stalin o di Tito!

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l’ora politica – l’inizio –

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Tutte le sere il commissario politico impartiva «l’ora politica» a cui dovevano partecipare tutti gli uomini liberi, compresi i miei fratelli.  Mio padre invece si teneva in disparte in quanto – come altri contadini anziani – era contrario alla politica e alle tessere, tanto che fu imprigionato per alcuni giorni con l’accusa di diventare un potenziale problema, subito l’indomani.

Quando ho letto queste righe in una testimonianza sono inorridito. Mi consideravo un tipo abbastanza scafato, ma questa cosa mi ha reso ancora più perplesso, davvero. La testimone ci riporta immediatamente all’autunno del 1944 a Ca’ di Malanca, ricordando che, terminata questa “ora di scuola”,  i commissari radunavano le squadre di GAP ed impartivano gli ordini per le azioni: cattura di spie, prelevamenti di persone per interrogarle, armi e approvvigionamento di viveri. Mi sono dovuto documentare. Dovevo.

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Questi protagonisti dell’ultima ora, di scuola chiaramente sovietica, erano chiamati ad assolvere compiti di grande rilevanza politico-militare; organizzare e collegare le varie squadre operative, ma – in primis – stimolare una più matura presa di coscienza politica nei partigiani e soprattutto nei più giovani, da contrapporre alla feroce cattiveria dei repubblichini e dei tedeschi.

Ma siamo per caso matti? Di che cosa vuoi parlare a ragazzi di 16/18 anni, che fino a ieri pomeriggio non hanno fatto altro che tagliare la legna o trebbiare quel poco che rimaneva dopo il blocco del grano; di politica? Sei un grande! Ma cosa ti sei fumato? Lo so che parlo oggi a distanza di 70 anni. Lo so! Ma la gente, allora, non ti poteva seguire, non ti poteva capire! Parlo dei ragazzi di montagna che non sapevano nulla di politica. Tuttalpiù potevano conoscere un sentimento patriottico inculcato dai discorsi sentiti in casa… Ma qui mi sento di abbracciare completamente la tesi di Pansa, laddove dice: che esisteva un piano preordinato del PCI teso unicamente a prendere il potere totale in Italia. Con un traguardo pieno di fascino: un mutamento radicale, politico ed economico, della società italiana, fondato sulla scomparsa del capitalismo privato sostenuto dai fascisti.

Quindi, una strategia mirata a forgiare nuove menti giovani ed incontaminate per ottenere altri scopi privati. Normalmente, sarebbe potuto servire solo il comandante militare.  Già! E le ragazze? L’una per seguire i fratelli, l’altra il “moroso”, l’altra ancora per sfuggire alle rappresaglie nazifasciste. Tutte con compiti di infermiere, staffette, addette al vestiario o al rancio.

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Insomma, quest’azione politica dei commissari della 36° ( in larghissima maggioranza comunisti) diviene così incisiva che alla fine dell’estate del ’44 quasi tutti i partisans sono sensibili alla visione comunista perché vedono nel programma del PCI l’avversario più deciso contro il fascismo. Ma non perdiamo di vista i numeri. Nel marzo dello stesso anno i militanti sono saliti a 30-40mila. In ottobre, nella sola Italia del Nord, i comunisti in continuo contatto col Partito risulteranno circa 70mila. Nelle nostre zone montane si racconta che la 58° Brigata Oreste fosse l’unica a non essere comunista; ma dei suoi 300 partigiani ben 120 avevano la tessera del PCI!

Alla maturazione politica contribuisce anche il «giornale della brigata», un foglio dattiloscritto che un giovane Luciano Bergonzini riesce a compilare clandestinamente a Bologna.

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preziose sono le sue immagini girate il 21 aprile 1945 durante la Liberazione di Bologna. Qui alcuni fotogrammi.

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E con questo giornale il commissario otteneva, diremmo oggi, nuovo materiale promozionale. Il compito primario, quindi, era quello di far diventare – la vera battaglia per il potere – la battaglia della Resistenza. Si apprende che il debole rapporto iniziale fra brigata e popolazione contadina si trasformi poi, con la lotta quotidiana, in partecipazione attiva. Solo in questo modo si raggiungono i numeri sopracitati. Questo clima concitato crea i primi focolai di nuovi personaggi: i falsi partigiani; ladri e rapinatori comuni che hanno come unica bandiera comune la lotta di classe. Avvantaggiati poi dal fatto che, in questi mesi, i GAP e le SAP si sono sostituite alle Forze dell’ordine ormai completamente assenti nelle zone periferiche e di campagna.

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Parallelamente, si registrano situzioni incontrollate. Ad esempio, per il CLN esisteva una regola dichiarata: di controllare che il partigiano avesse in tasca non più di di 150 lire.  Il commissario doveva supervisionare le tasche altrui; ma la regola cambiò. Se si prelevavano contanti a fascisti o a spie, la regola non valeva più perché la cosa andava a rimpinguare le casse del Partito. Va mo là! Quindi si potevano portare o avere anche 3000 lire nello zaino!  Queste cose si sanno perché (come sempre succede) qualcuno ha parlato. Un’altra cosa incredibile è la forsennata esigenza di ricercare sempre nuovi promoter del Partito. Anche tra i preti! Che è una contraddizione nei termini: PCI e Chiesa! Ma nei mesi finali del ’44, i commissari avevano il dovere di contattare il parroco di ogni zona per invitarlo a propagandare in favore della Resistenza. Qui, l’argomento si amplierebbe molto e lo evito.

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