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Hunting Hitler 3 – ep. 1

La tanto attesa stagione 3 inizia con la citazione di una base di sommergibili tedesca, a Narvik, che lasciava ben sperare, ma incredibilmente è stata subito abbandonata.
Almeno per il momento.
Peccato. Dopo il primo rilevamento radar di un sommergibile, dove gli esperti hanno esclamato entusiasti: “è sicuramente fatto dall’uomo!” ( eh, certo; chi pensavi l’avesse fatto? Belzebù?) i sommozzatori si sono tuffati ed hanno ammesso: “è un U-boat nazista!“. A questo punto l’argomento è caduto per ri-enunciare la missione di Hunting Hitler ed i suoi propositi. In questo modo il capitolo Narvik è risultato essere decisamente inconcludente e speriamo venga ripreso più avanti; certo è che se si vogliono inserire spezzoni di questo tipo si dovrebbe dire qualcosina di più.
Così sembra solo striminzito e basta.
La cosa che mi ha stupito e che ormai non mi sorprende più sono i testi. Ad un certo momento Baer dice: “Hitler sarebbe potuto arrivare perfino in Sudamerica!
Perfino? dopo due serie di Hunting Hitler e dopo almeno 7 libri di autori famosi che descrivono testimoni, ascoltati negli anni giusti, dici: “Perfino?“. In questo modo si getta un’ombra su tutte le tesi sviscerate da scrittori famosi e sulle indagini passate?
Va bene. Il proposito attuale si chiama – mappatura delle risorse -.
Team557 ora dice: “è tardi. maledettamente tardi“. Lo dico perchè ormai è morta tutta la gente che ha respirato l’aria di Hitler, i testimoni chiave. La gente cioè che avrebbe potuto parlare, se avesse voluto. E poi non lo avrebbe mai fatto. Ora rimane solo qualche figlio di figure marginali che, se individuato, risulterà riluttante a parlare con persone non conosciute e straniere. Oppure non parla proprio per patti siglati col padre sul letto di morte.
In questa fase di analisi la notizia nuova è sulle due sorelle di Hitler, Angela e Paula, che sarebbero state prelevate dalle proprie abitazioni, una mattina di metà aprile 1945, da un autista per essere condotte a Berchtesgaden. Nella località, alla fine della guerra, molte personalità di spicco del Terzo Reich si stavano radunando poichè sapevano delle strutture di sicurezza presenti in zona.
Nella visita effettuata dal team viene rilevata una porta che presumibilmente conduce all’insieme di sotterranei scavati sotto il complesso di costruzioni costruite attorno all’Obersalzberg.

Appare chiaro, aquesto punto, che da tempo i nazisti avevano pensato a più punti di fuga. Anche se i tempi stavano stringendo, nell’aprile 1945, ormai i piani erano già stati organizzati, da anni, con trasferimenti di beni e strutture, personale e ogni risorsa necessaria.
Hitler aveva due possibilità: andare a nord o a sud.
Ci ricordiamo della puntata di Hunting Hitler del 2017 dove apparve il report dell’FBI che riportava il messaggio che Hitler preferiva andare a sud? Solo che il sud poteva essere nelle strutture all’Obersalzberg, almeno inizialmente.
Un’alternativa poteva risiedere nella fuga verso Nord; luogo probabile: la città di Hohenlychen, dove si trovava un centro di comando delle SS. A poco più di 100 Km da Berlino. A mio modo di vedere, improbabile, perchè avrebbe significato in quei giorni mettersi nelle fauci dell’Armata Rossa.
A Hohenlychen c’era un complesso militare e medico enorme, di due piani, dove potevano rifugiarsi migliaia di SS, protetti dalla croce Rossa disegnata sui tetti; quindi, teoricamente NON bombardabile.
Queste però sono tutte deboli teorie. Il centro di Hohenlychen, a fine conflitto, in una Germania distrutta, interamente occupata dagli americani e dai sovietici, qualsiasi centro di una certa rilevanza e dimensione sarebbe stata visionata e circondata. Qui vicino, il 22 maggio 1945 fu arrestato Himmler dalle truppe americane che stavano scandagliando la zona, quindi il posto non poteva essere considerato sicuro per nazisti di spicco.
Ritorna praticabile l’indagine verso sud, a Berchtesgaden.
Qui sono stati ritrovati, negli anni, i piani di costruzione di una serie di tunnel, disposti su 6 livelli, di dimensioni enormi (oltre 6 Km), che il governo federale tedesco del 1946 ha sigillato e reso inaccessibili.
Oggi le autorità tedesche non vogliono sentir parlare dell’argomento: desiderano insabbiare tutto e cancellare ogni traccia.
Comunque il numero di persone autorizzato ad entrare nel complesso dell’Obersalzberg era veramente limitato e protetto.

Sotto la principale residenza di Hitler, sotto il Berghof, si apre un labirinto di sotterranei che prevedeva anche la costruzione di una strada segreta (non completatata) che si sarebbe dovuta aprire a diversi Km dalla casa del leader nazista.

Ma a causa del non completamento della via di fuga le indagini del team si orientano  verso la ricerca di una struttura sicura che avrebbe potuto ospitare il leader nazista.Ed appare al proposito una struttura governativa diplomatica, delle SS, atta a ricevere leader stranieri e diplomatici e dotata. guarda caso, di un grande sotterraneo con via di fuga, con una gradinata verso il basso lunghissima che conduce all’aperto, con sbocco diretto su di una ferrovia!. All’interno è pieno di stanze, con quella di Hitler (superprotetta), a circa 60m sotto il suolo.

Contemporaneamente, una squadra di ricerca è ancora a nord, dove testimoni (testimoni? veri testimoni? controllati?) dicono di aver visto Hitler il giorno 24 aprile 1945 passeggiare verso il lago vicino a Hohenlychen. Il fatto è sensazionale perchè di fatto smentisce tutta la manfrina degli ultimi giorni di Hitler nel bunker riportata sui libri, nei film e nei documentari ufficiali. Cercando di intervistare gli abitanti del luogo appare una signora che ricorda che la madre, sarta, si era dovuta occupare del cappotto di Hitler mentre era al servizio di una famiglia di capi SS del posto. Ha aggiunto che il dittatore nazista era venuto più volte in città e che risiedeva in una casa che domina il lago.

La puntata termina qui. Forse sarebbe il caso di approfondire la ricerca di testimoni che sappiano fornire particolari aggiuntivi sulla presenza di Hitler in quei giorni, perchè questo sbugiarderebbe in modo ufficiale quanto proclamato in ormai settantanni.

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Obersalzberg e dettagli

seconda parte

 

Si costruì su pareti di roccia quasi inaccessibili, a grande altez­za; l’esplosione di mine, fatte brillare senza sufficienti misure di sicurezza, diede origine a valanghe e frane.
Durante i lavori di costruzione sull’Obersalzberg persero la vita in incidenti quattordici operai. Ultimato a metà del 1936, il castello del Berghoff era composto da sessanta stanze, arredate con mobili costosi, preziosi gobelin e quadri di artisti olandesi, ita­liani e tedeschi.
Hitler fece acquistare i dipinti dalla signora Almers, antiquaria di Monaco e dall’antiquario di Berlino Haberstock, tramite il suo fotografo Hoffmann e il direttore della Pinacoteca di Dresda.


Al piano terra si trovava la sala da pranzo di Hitler, interamente rivestita di legno di pino chiaro. L’arredo consisteva in argenteria da tavola, sontuose porcellane e cristalli, che costavano milioni. Le stovi­glie provenivano dal patrimonio statale e prima della presa del potere di Hitler erano impiegate a Berlino per i ricevimenti di delegazioni governative. Sulle argenterie erano incise, insieme all’aquila tedesca e alla croce uncinata, le iniziali «A. H.» (Adolf Hitler). La tavola era ornata da candelabri d’oro a forma di angeli, che tenevano in mano i portacandele.
Nello stesso piano si trovavano anche il salone e la grande sala.
Il salone era dominato da una stufa, le cui piastrelle brune erano ador­ne da figure in rilievo rappresentanti fanciulle con bandiere naziste e giovani tamburini. E a proposito della stufa, un episodio.
Hitler trascorse sull’Obersalzberg tutta l’estate del 1939, passando il tempo come sempre, in compagnia di Eva Braun e delle sue amiche. Ma spesso si ritirava a leggere romanzi polizieschi e romanzi di avventure.

Forse a causa di questa letteratura di infimo ordine, nell’estate di qull’anno un fuochista che lavorava nel castello di Hitler fu vittima di uno scatto d’ira del padrone di casa. Egli accendeva nello studio personale di Hitler la stufa di maiolica che un’amica di Eva Braun, un’artista di Monaco che si chiamava Stork, aveva dipinto con scene della vita del partito nazista. Il fuochista raccontò ad altri operai del Berghoff di quella immensa biblioteca posseduta da Hitler.
Il servizio di sicurezza venne a saperlo e, per ordine del Fuhrer, l’uomo sparì in un lampo nel campo di concentramento di Dachau.
Un tipico esempio dell’intolleranza alla non riservatezza, di Hitler.

Nella sala pendeva anche un preziosissimo quadro antico di arte italiana, con la raffigurazione del Colosseo a Roma.
Attigui al salone erano da una parte il giardino d’inverno con la terrazza, dall’altra parte l’immensa sala di rappresentanza, con una su­perficie maggiore di 200 metri quadri, separata dal salone da un ve­stibolo. Dal salone scendevano alcuni gradini. Accanto all’ultimo gra­dino era posta, su un piedistallo, una testa di Zeus, proveniente da sca­vi in Italia. L’attrazione della sala era un’immensa finestra panoramica di 32 metri quadrati, chiusa da vetrate che potevano essere interamente asportate.


Hitler attirava l’attenzione di ogni ospite su quella finestra, attraverso la quale si apriva una magnifica vista sulle Alpi e sulla città di Salisburgo, in Austria. Hitler dichiarava con orgoglio di aver fatto costruire il suo castello proprio per realizzare quella finestra.
Di fronte alla finestra era posto un lungo tavolo di marmo, dove Hitler, quando soggiornava nell’Obersalzberg durante la guerra, teneva le sue riunioni di Stato maggiore.

Alle pareti della sala pendevano gobelin e dipinti, fra i quali la Venere di Tiziano.
Ancora a questo proposito, il direttore della Pinacoteca statale di Dresda, professor Heinz Posse, era stato no­minato nel 1939 direttore del «Progetto speciale Linz» e come tale si occupava di sce­gliere i dipinti per le residenze di Hitler e per il Museo che il dittatore aveva deciso di creare nella città di Linz.
Il gruppo di lavoro creato da Posse saccheggiò a questo sco­po i musei dei Paesi occupati e, attraverso propri intermediari, si procacciò dipinti e scul­ture di proprietà ebraica pagandoli una parte irrisoria (per non dire: commovente) del loro valore e pagandoli con fondi ricavati dalla cassa dell’amministrazione centrale del partito nazista. Ad un certo punto si passò all’esproprio diretto senza neanche “passare dal via“.
Il pavimento era coperto di velluto rosso, sul quale erano distesi rari tappeti per­siani. Su una mensola di marmo era collocato un busto di Richard Wagner. Davanti al grande camino, Hitler usava trascorrere le serate in una cerchia ristretta, bevendo tè e ascoltando musica dal grammofono.
Dall’anticamera del castello un largo scalone di marmo conduce­va al primo piano. Nell’anticamera pendeva un ritratto di Bismarck, che all’imbrunire era illuminato dai raggi del tramonto. Un fatto non casuale.

Al primo piano si trovavano le camere private di Hitler, che comunicavano con quelle della sua amante Eva Braun.
Una delle stan­za dell’appartamento di Hitler era in pratica una galleria di pittura. Vi si tro­vava un armadio di gran valore, che un tempo era appartenuto a Fe­derico II di Prussia. L’armadio era rivestito di diversi legni pregiati.


La stanza da lavoro di Hitler era rivestita di legno chiaro e arredata con mobili di acero levigato.
Sul camino pendeva un ritratto del ge­nerale von Moltke.
Le stanze di Eva Braun erano arredate con un lusso esclusivo.
Sempre conservate impeccabili da una servitù efficientissima.


I domestici al Berghoff sono stati sempre sceltissimi e riservatissimi. Ad ogni fine servizio giornaliero, in caso di libera uscita venivano perquisiti e continuamente controllati. Era severamente vietato rilasciare qualsiasi tipo d’informazione a chiunque, compresi i parenti più stretti. Erano previste pene molto severe. La posta personale non era permessa durante i mesi di servizio.
Il personale veniva rinnovato per questo motivo molto frequentemente. Molti non riuscivano a rispettare alcune regole assolute imposte dal Fuhrer: un cartello posto in diversi punti della casa recitava: SILENZIO ASSOLUTO! il minimo rumore poteva significare l’immediato licenziamento.

fine seconda parte


Obersalzberg e dintorni

Hitler piaceva a tutti. Tutti volevano vedere il Fuhrer. Arrivavano centinaia di treni speciali carichi di persone, comitive, scolaresche e tutti si affollavano all’Obersalzberg per incontrarlo.


Il lavoro di accoglienza per il servizio locale e di sicurezza era enorme ed estremamente impegnativo, ma i soldati si sentivano onorati e baciati dalla fortuna, per essere lì a svolgere quel servizio.
Lui usciva, stringeva la mano a tutti e baciava i bambini, dopodiché le persone raccoglievano i sassi sui quali aveva camminato il Fuhrer e se aveva stretto loro la mano non se la lavavano. Oppure staccavano piccoli pezzi dalla staccionata dell’ingresso e se li facevano incastonare in oro, in quanto Hitler vi aveva posato la mano.

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Gli orari spesso erano violati per il numero di visitatori che ogni giorno sembravano aumentare. Per alcuni versi, la situazione poteva apparire quasi surreale: tutte quelle persone, sotto al sole o anche sotto la pioggia, in fila per ore, con un rumore molto contenuto, quasi un bisbiglio. Quasi in attesa del momento di adorazione della divinità.

Per poter accedere alla strada di ingresso allo chalet si poteva stare in fila per ore, dopo magari un viaggio sfibrante in treno e dopo aver superato i controlli delle SS, che controllavano tutto e tutti. Ad ogni passaggio. Però l’attesa veniva pagata anche dalla visione del posto, che non tradiva mai le aspettative.

il Berghoff.

Hitler, che aveva acquistato la Haus Wachenfeld di Berchtesga­den, dopo averla avuta in affitto per oltre cinque anni, aveva deciso di farne una specie di castello, a mille metri d’altezza, per il suo uso personale; una sede-relax che diventerà famosa con il nome di Berghoff (Corte tra i monti).
Per arrivare a tanto si operarono nella zona dell’Obersalzberg demolizioni in grande stile: vennero rase al suolo case d’abitazione, pensioni e persino una casa di cura per bambini mutilati, che si recavano lassù per cure climatiche da tutta la Germania.
Tra il 1933, dopo aver pagato l’acquisto della casa coi proventi ricavati dalle vendite del Mein Kampf, e il 1937 il partito nazionalsocialista acquistò sull’Obersalzberg 54 ter­reni, per una superficie complessiva di circa 2.900.000 metri quadrati; Hitler ne acquistò per­sonalmente 80.000 e l’amministrazione forestale bavarese mise a disposi­zione l’area del Kehlstein di circa 6.700.000 metri quadrati. Nel corso dei lavori di edifi­cazione vennero demolite cinquanta case. I precedenti proprietari furono da principio generosamente rimborsati, ma in seguito le pressioni per costringerli a vendere si fecero più forti. Alcuni proprietari furono minacciati dai pleniporenziari del partito di essere inter­nati in un campo di concentramento e questa non è solo una chiacchera: un medico  riottoso a vendere e signora erano già finiti a Dachau e nel luogo lo avevano saputo in tanti.
L’entità della spesa complessiva per i lavori edilizi sull’intera area, oggi non è più accertabile.
Nella Costruzione dell’edificio sull’Obersalzberg furono impiegati fino a ottomila operai: da principio operai tedeschi, poi, dopo l’inizio della guerra, soprattutto operai specializzati cecoslovacchi e italiani, in nessun momento però lavoratori coatti. Essi era­no alloggiati in baracche, e sottoposti a una disciplina di lavoro rigorosa. Qualsiasi vio­lazione era punita con sanzioni graduate: pene pecuniarie, detrazione di parti del vitto o di buoni per le sigarette, arresto.
Con i suoi viali e i parchi ben curati, il Berghoff venne a costare circa 100 milioni di marchi.
Nei primi momenti, lo chalet ampliato è la base nella quale i primi nazisti si riuniscono a cospirare per ottenere il potere.
Come hanno riferito gli ultimi testimoni del posto, molti vicini guardavano con sospetto i nuovi vicini; Hitler aveva paura che qualcuno gli potesse far del male e perciò era sempre pesantemente scortato. Qualsiasi cosa gli succedesse veniva tenuta segreta e non venive mai riferita a nessuno; si tenevano a distanza dalla comunità e non volevano averci nulla a che fare.
La sorellastra di Hitler, Angela Raubal, gli fa da governante sull’Obersalzberg, per un certo periodo. Poi Hitler in seguito la allontanerà per aver saputo che lei aveva difeso una delle vittime degli omicidi di massa commessi dopo il “putsch di Rohm” del giugno del ’34. Da allora riceverà sua sorella soltanto una volta l’anno, in occasione del suo compleanno. Rare fotografie ritraggono la figlia Geli insieme allo zio ed il suo suicidio del 1931 origineranno una serie di speculazioni su di una strana relazione tra i due, ma nemmeno i vicini di casa riusciranno mai a saperne di più.

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Hitler, nei primi anni 30, a Berchtesga­den era considerato un tipo decisamente stravagante, sempre da solo coi suoi cani e che non avrebbe portato nulla di buono alla Germania. Unitamente ad un carattere repentinamente variabile. Erano frequenti improvvisi cambiamenti d’umore che lo conducevano a scatti furiosi, spesso inspiegabili. Caratteristica, questa, che il Fuhrer non perderà mai.
La presa del potere nel 1933 porta dei grandi cambiamenti non solo alla Germania, ma anche all’Obersalzberg, perchè il Berghoff diventa meta frequente di funzionari di alto rango, personalità in vista, ufficiali di Partito.
Ed è proprio nel giugno del 1933 che il Fuhrer acquista la Haus Wachenfeld per 40mila goldmark e cominciano i grandi progetti.
Improvvisamente, come attirati da un grande magnete, migliaia di persone fanno quindi richiesta di vedere il nuovo cancelliere, di parlare col nuovo cancelliere, di stringere la mano al nuovo cancelliere.
Gli omaggi spontanei, in un primo momento sono ammessi, poi vengono consentite solo manifestazioni di esultanza perfettamente organizzate. La propaganda razzista diffonde migliaia di foto che ritraggono i continui pellegrinaggi dal Fuhrer per dare l’immagine di “Cancelliere del popolo”.

 

Comunque era davvero impressionante. Migliaia di persone che gridavano per strada “Heil !” e cantavano, mentre Hitler, vedendo  ogni giorno queste folle che si accalcavano al suo ingresso, diceva ai suoi intimi: «voglio capire che tipo di persone siano e non capisco più cosa stia succedendo!».
Ed è proprio da questo momento di successo col popolo che il Berghoff assiste all’inizio di una intensa attività edile.

fine prima parte


leggeri…a tavola

Faccio un articolo per sottolineare il distacco che esisteva tra l’Europa in fiamme e il Berghof, residenza estiva und invernale di Hitler. Ricordo al lettore meno esperto che la zona di Berchtesgaden era il quartier generale anche di Goering, Himmler, Ribbentrop e più tardi anche di Donitz e di tutta una serie di super-ufficiali della Wehrmacht; quindi c’era poco da ridere: la località pullulava di SS come un vespaio. Non ci si poteva avvicinare. Neanche per dare solo un’occhiata. Ti sparavano e poi ti chiedevano i documenti. Se eri poi ancora vivo per darglieli. Però sembrava che la guerra fosse molto lontana.

H-al-Berghof

Il ruolo di padrona di casa nel castello fu assunto da Eva Braun. Questo però era noto soltanto alla cerchia delle persone più vicine a Hitler. Non appena al castello comparivano visi estranei, Eva Braun, per disposizione di Hitler, non doveva uscire dalle proprie stanze. E questo la dice lunga. Dopo un incidente avvenuto a Monaco durante la guerra, Hitler ste­se un velo ancora più fitto sul segreto del suo rapporto con lei. Una sera alcune donne sconosciute di Monaco avevano insultato Eva Braun davanti alla sua villa, chiamandola «la puttana del Fuhrer». Quando Hitler venne a saperlo, diede ordine di rafforzare la sorve­glianza della polizia davanti alla sua casa. Al tempo stesso, da allora in poi vigilò in modo ancora più severo che né Eva Braun né le sue amiche al Berghof cadessero sotto gli occhi di ufficiali che non fa­cessero parte del suo staff personale. Hitler non voleva perdere di fronte al popolo la sua fama di «uo­mo solo». Gli orrori della guerra commuovevano poco Eva Braun, che ave­va le proprie ansie e preoccupazioni.

BerghofNella cucina del castello di Berghof erano impiegate allora trenta persone (30). Eva Braun voleva a propria disposizione dieci donne in più, che tuttavia, a causa della mobiitazione totale per la guerra, non era­no subito disponibili. Ella se ne lagnò con Hitler, che, seccato, urlò severo a Bormann: «Io, faccio spazzar via intere divisioni; non dovrebbe essere troppo difficile procurarsi un paio di ragazze per il mio Berghof ! Provveda immediatamente!».

All’Obersalzberg Hitler si alzava di regola intorno a mezzogiorno. Poi il dottor Morell gli praticava la sua iniezione stimolante. Hitler faceva colazione da solo alla scrivania, nel suo studio e vi restava fi­no all’inizio della riunione dedicata alla situazione militare. Questa aveva luogo due volte, fra l’una e l’una e mezza al matti­no e intorno alle dieci di sera. Poco prima dell’inizio arrivavano da Berchtesgaden le automobili di Keitel, Jodl, Warlimont, Korten e altri partecipanti, che poi si radunavano nella grande sala. Infine si comuni­cava a Hitler che tutti erano pronti. Egli scendeva la scala ed entrava nella sala, dove, dopo il saluto fascista, dava la mano a tutti. Poi pren­deva posto al tavolo, in una poltrona preparata per lui. Di fronte a lui sedevano gli stenografi, gli altri stavano in piedi intorno al tavolo. Le riu­nioni di solito duravano circa due ore. Quando i partecipanti alla riunione di mezzogiorno avevano la­sciato il castello, veniva servito il pranzo. In seguito Hitler restava per lo più nella sala, dove parlava con i suoi aiutanti, oppure legge­va le ultime notizie dell’Ufficio tedesco per le informazioni.
Per il pranzo di mezzogiorno si riunivano gli abitanti del castel­lo: il dottor Morell con sua moglie, Brandt, il chirurgo di Hitler, e sua moglie, Hoffmann, Dietrich, Hewel, Lorenz, il reporter cinema­tografico del quartier generale Frentz, le segretarie di Hitler e i suoi aiutanti di campo con le mogli.
Quando tutti erano riuniti, si avvertiva Hitler che il pranzo era pronto. Allora egli si univa alla compagnia e, salutando, baciava la mano alle signore. Poi prendeva ogni volta il braccio di una signora e la conduceva alla tavola. Per questo era prevista una ben preci­sa gerarchia. Le sue compagne di tavola erano di solito le mogli di Bormann, Brandt, Speer o Dietrich, oppure l’amica di Eva Braun, la signora Schonmann. Alla sinistra di Hitler sedeva sempre Eva Braun, che come compa­gno di tavola aveva Bormann.

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Durante il pranzo si chiacchierava delle cose più banali. Della guerra e dei suoi orrori non si diceva una parola. Si parlava dei ve­stiti delle signore, delle difficoltà che esse dovevano sopportare per­ché, a causa della mobilitazione totale, non riuscivano più a trovare dal parrucchiere la permanente a freddo o la manicure, del compor­tamento sfacciato degli ufficiali nei confronti delle donne sui treni. Su insistente richiesta di Eva Braun Hitler ordinò di rimettere in fun­zione presso i parrucchieri la permanente e la manicure. Quando si veniva a parlare del trucco delle signore, Hitler scherzava sul rosset­to di Eva Braun che macchiava le salviette. Egli disse ridendo che adesso, in tempo di guerra, il surrogato di rossetto era fatto con ca­daveri di animali. Temi favoriti di conversazione erano anche il tea­tro e il cinema, soprattutto i film a colori americani. A chiunque però era vietata la visione.
La signora Schonmann, una viennese che aveva sposato un im­presario per le infrastrutture edili di Monaco e aveva un tempera­mento vivace, provocava Hitler a duelli verbali. Il suo charme vien­nese aveva un notevole effetto su di lui. Essi discutevano di attori e direttori d’orchestra viennesi, sui detti di Federico il Grande, e per­sino sul modo in cui andavano preparati certi piatti, o di quanto può pesare un uovo di gallina. Hitler si faceva trascinare a tal punto dal­la discussione, che si faceva portare il dizionario Brockhaus oppure libri su Federico il Grande per consultarli.
Fra simili «dense» conversazioni trascorrevano i pranzi di Hitler al Berghof.
Dopo il pranzo le signore si ritiravano nelle loro stanze, per cam­biarsi in vista della passeggiata. Allora Hitler dava da mangiare al suo cane da pastore Blondi. Poi gli veniva portato il berretto e il basto­ne da passeggiata, e tutti uscivano a passeggio nel parco in direzione della casa da tè al Mooslahner Kopf.
passeggiata-serena

Prima che Hitler iniziasse la sua passeggiata, l’intera zona veniva ogni volta perlustrata da addetti del servizio di sicurezza. I posti di guardia erano collocati in modo da non capitare sotto gli occhi di Hitler. Dietro di lui camminavano il capo del suo reparto di polizia, Hogl e poi Linge, poi gli altri. Ad una certa distanza. Insomma: una vita di stenti.


more underground

Negli stabilimenti sotterranei di Kala in Turingia, nel febbraio ’45, vennero obbligati anche ragazzini di 14/16 anni. Fare presto era una priorità assoluta.  Qui si dovevano costruire gli ME262. Hitler aveva deciso che si sarebbero dovuti sfornare 1200 caccia al mese. Per realizzare questo apparato produttivo i nazisti avevano progettato un sistema di gallerie lunghe oltre 30 km; alla fine della guerra ne approntarono circa la metà. In un’area di 27.000m² avevano attrezzato un sistema automatico per l’assemblaggio dell’aereo, che poi veniva portato in superficie mediante un ascensore, direttamente sulla pista di lancio.

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A Muhldorf (Bavaria), nello stesso periodo, vennero dislocate alcune centinaia di migliaia di deportati per la costruzione di un grosso stabilimento aeronautico formato da 3 piani sotterranei e 3 piani in superficie. Un’opera colossale, degna dei grandi lavori faraonici, tutta sulle spalle dei lavoratori coatti che nel solo mese di marzo del 45 registrarono 2000 decessi. Qui le aspettative di vita erano scese drammaticamente ai 40-60 giorni.
In un altro sito, nel marzo del ’44, vennero portati circa 9000 prigionieri di Flossemburg per lavorare ad un progetto che prevedeva un impianto di 100.000m², ideato per ospitare la costruzione dei motori BMW. In 2 mesi ne morirono 3500. A Konstein c’era una segretissima fabbrica di missili che le SS avevano protetto in maniera maniacale. In un’area di 250.000 avevano stipato 13.000 persone per ultimare lavori considerati vitali per il Reich.  Per i prigionieri di Nordhausen esistevano 2 opzioni: morire di lavoro massacrante o morire per le brutalità delle SS. Il ministero degli armamenti aveva stanziato 200 milioni di marchi per la costruzione di un’altra area sotterranea di 600.000m² destinata alle V2. 1000 al mese, secondo il volere del Fuhrer. Dopo la guerra, americani e sovietici hanno depredato tutto il possibile e fotografato ogni dettaglio di questo sito considerato pressoché inattaccabile.

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La Germania nazista aveva avviato l’immagazzinamento di 55000 tonnellate di sostanze tossiche da lavorare negli stabilimenti di Falkenhagen, a sud-est di Berlino. Qui erano riusciti a realizzare qualcosa di rivoluzionario: il Sarin. Un gas nervino di nuova concezione, completamente insapore, incolore ed inodore che sarebbe diventato la prima arma di distruzione di massa. Ma il gas letale non è mai stato impiegato. Con le sue caratteristiche avrebbe potuto sterminare la popolazione di Londra in circa 80 minuti usufruendo di una diffusione minima. Si pensi che basta un gocciolina in un m³ di aria per renderla letale ed in soli 6 minuti. Erano stati stanziati 44 milioni di marchi per provocare questa morte quasi istantanea, ma fu proprio Hitler a vietarne l’uso. Tutto a vantaggio dei sovietici che si resero conto dell’immenso potenziale di cui tutti gli Alleati erano all’oscuro e del pericolo scampato. Oggi sono rimaste le tracce delle tubature sotterranee che sarebbero servite a caricare il gas. La produzione sarebbe dovuta iniziare nella primavera del 1945; non si conosce quanto realistiche fossero quelle previsioni. Verosimilmente, neanche Hitler era al corrente della vastità del progetto di trasferimento nel sottosuolo degli impianti di produzione bellica; forse chi ne era più a conoscenza erano proprio gli Alleati che studiarono nuovi ordigni speciali per attaccare queste installazioni, con efficacia molto limitata e talvolta nulla, tranne il caso di qualche base in Francia (vedi art. “Watten files“).

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Nella bassa Slesia, vicino alla città di Kluzika i nazisti stavano portando avanti un progetto di proporzioni straordinarie: 7 gallerie sotterranee, alla profondità di 48m, dotato di 8 uscite segrete. Qui si doveva realizzare un nuovo quartier generale per il Fuhrer in un’area di 40.000m² che poteva accogliere migliaia di persone. Una specie di città sotterranea. Nome in codice: Riese (vedi sotto)

Similmente, nelle viscere dell’Obersalzberg esiste una rete di gallerie parzialmente completate che si estendono per 6 Km che comprendevano rifugi per le SS, depositi carburanti, tutti i servizi di comunicazione e le stanze rifugio. Qui si scavò al ritmo di 3 turni al giorno fino alla fine della guerra. Non tutto è stato esplorato.  Ma si è dedotto che il complesso doveva dare alloggio a 400 SS con tutti i servizi logistici, compresi i depositi di munizioni e armi di media portata.  Nelle gallerie lavoravano circa 3000 persone  sotto la direzione omnipresente di Martin Bormann che aveva qui una sua dimora, al pari di altre personalità del Reich.

image11Era costruito molto accuratamente: impossibile penetrare da qualsiasi parte. Tutto sorvegliatissimo già dall’esterno, da una distanza di almeno 500m. Per circolare, gli abitanti del posto necessitavano di uno speciale pass continuamente controllato. Il luogo era totalmente autonomo. Disponeva di ampie riserve d’acqua, di viveri e aveva una serra all’avanguardia, orgoglio del Fuhrer. Annoverava anche un innovativo sistema di smaltimento di gas letali (che gli inglesi poi copiarono in toto cambiandone il nome). Ogni abitazione di superficie aveva una scala di 77 gradini che scendevano nel labirinto di rifugi privati oppure nelle auto rimesse che potevano ospitare anche veicoli blindati. La superficie dell’area destinata ad Hitler era di 1800m². Fino all’ultimo, la gente credeva che si sarebbe rifugiato qui: tutto era stato predisposto, tutto era pronto. Da Berlino qualcuno si era già trasferito stabilmente qui da settimane. Quando il 1° maggio si diffuse la notizia (vera o presunta) della morte di Hitler, gli occupanti dell’Obersalzberg si precipitarono ad appropriarsi di ogni bene possibile: archivi privati, argenteria, foto, abiti, suppellettili varie; un completo  sciacallaggio: « meglio noi che gli americani! » – dissero. Gli americani, comunque, confiscarono quanto rimaneva, cristalleria compresa.

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          Progetto Riese.

Il progetto si compone di 7 complesse strutture militari sotterranee in bassa Slesia, prima in germania, ora in Polonia.

Il Castello di Książ, il complesso Rzeczka, Włodarz, Osówka, Sokolec, Jugowice, Sobon, Miłków e la città di Głuszyca.

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Legenda.

  1. Castello di Książ
  2. complesso Rzeczka
  3. complesso Rzeczka
  4. complesso Rzeczka
  5. complesso Osówka
  6. complesso Osówka
  7. complesso Włodarz
  8. complesso Rzeczka
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Mein Fuhrer 33-37

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Al giorno d’oggi un tale feedback di consenso per Hitler si è registrato solo per star di musica pop o sportivi extra famosi. Ma nel 1935 era tutta un’altra storia. E la cosa fu una sorpresa anche per i tedeschi stessi che non lo avevano conosciuto a fondo. Anche al potere c’era arrivato con una modesta quantità di voti: il 43% dei voti e con un chiaro segno di debolezza di Hindenburg. Ma la chiave del successo non furono le campagne elettorali come le conosciamo oggi, con i mezzi odierni; la chiave di tutto furono 3 cose: la capacità oratoria di Hitler, Goebbels e Speer. A mio modo di vedere, non ci sono stati altri capi di stato che hanno raggiunto un livello così assoluto di consenso negli ultimi 70 anni. Hitler era considerato un dio. Si è detto che molto ha contribuito la crisi del ’29 e che la Germania poteva solo ricrescere. Certamente. Ma ci ha messo molto del suo. Se fossimo in Matrix si parlerebbe dell’Eletto. Altrimenti non si spiega. Gli storici diranno la loro, ma sicuramente lo faranno filtrando tutto con spiegazioni razionali e citando fonti autorevoli; di fatto e, alla base di tutto, c’è la tangibilità dell’entusiasmo nelle strade che era alle stelle. Come mai, fino a quel momento.
Dire che era ragguardevole sarebbe soltanto un eufemismo.

writerFino al 1944, ogni anno arrivavano circa 10.000 lettere indirizzate al Fuhrer. Lettere personali, di gente comune, tese a manifestare principalmente l’ammirazione, la grande devozione a quella specie di semi-Dio che l’onnipotente aveva regalato alla Germania. Una sotto-segretaria, con alcune aiutanti, lavoravano per giorni interi per prendere le prenotazioni per salutare il Fuhrer ogni volta che annunciava di recarsi all’Obersalzberg. Ad attenderlo ci sarebbero stati migliaia di bambini accompagnati e perfettamente inquadrati, in piedi da ore. E le mamme non frignavano affatto.
Ripeto: fino al 1944.
Quando, cioè, le cose si stavano mettendo male per davvero.
panorameObersalzberg

Lettere personali, quindi, ma anche piccoli regali, che il Fuhrer usava per misurare il suo indice di popolarità. 4 persone erano dedite a leggerle e a rispondere, talvolta. Come ho già scritto, chi non ha respirato la sua stessa aria non può immaginare. Possedeva un magnetismo che stregava chiunque. Per moltissima gente c’era un sogno: vederlo almeno una volta nella vita, toccarlo sarebbe stata un apoteosi. Il sogno di ogni donna tedesca: tuffarsi nei suoi occhi blu (si è detto che erano strani per via dell’iprite che lo aveva colpito durante la prima guerra mondiale…).
successDal 1936 fu espressamente richiesto al Fuhrer di impartire benedizioni alla gente perché le persone lo volevano, lo desideravano! Come fosse un pastore di anime e pregavano per lui. A queste condizioni è facile farsi cogliere dal delirio di onnipotenza. Goebbels gongolava. I giovani erano diventati strenui sostenitori del nuovo sistema. Le esercitazioni, i campi di addestramento, avevano improvvisamente messo in secondo piano la scuola e la famiglia, rivoluzionando tutti i valori sociali. La Germania aveva finalmente voltato pagina. Non solo per alcune classi, come accade di solito, ma per tutti. Era nato un meraviglioso nuovo periodo di ottimismo.

giovaniSembra impensabile; ma questa euforia nascondeva tutte le preoccupazioni quotidiane. Non era mai successo prima. Gli uomini vedevano prosperare le loro attività, le donne erano più libere, i giovani erano entusiasticamente occupati.

Com’era potuto succedere?

Moltissime persone erano occupate nel riarmo segreto della Germania (parlo di milioni), Hitler aveva dato il via economico alla costruzione dell’autoBahn, occupando un mare di gente, ora, il nazismo (con tutte le sue attività correlate e derivate) assorbiva e occupava il rimanente del popolo.

bimbi-di-Hitler

Sì. in effetti, guardandoci bene, qualcosa che non andava c’era. Questa nuova invenzione della Hitler-Jugend, di quell’invasato di Baldur von Schirach, stava diventando pressante. I bambini dai 10 anni venivano letteralmente strappati alle famiglie per diventare “futuri soldati” e “buoni cittadini” della nuova Germania e di fatto, i genitori non li vedevano se non dopo qualche anno e di sfuggita.

Ma era per il Fuhrer! direi come minimo: cazzarola! per il Fuhrer! se non mi mandi tuo figlio, ti mando nei campi di lavoro per 4 anni e poi ne riparliamo. Se ci sei ancora. Ma a parte questo dettaglio familiare (!!!), il resto funzionava. Certo, se il partito ti chiamava e tu ti mostravi riluttante nell’aderire, la tua famiglia tutta cadeva in disgrazia. Ma il resto funzionava. Se ti assegnavano un lavoro che in qualche modo ideologicamente non sopportavi, avevi 2 opzioni: o il suicidio o l’internamento forzato (senza ritorno). Ma il resto funzionava.

continua

NB.

q10px_green  in fondo agli articoli di questa serie fornirò una serie di riferimenti video a supporto dei temi trattati.


Mein Fuhrer 38-39

carta-strappata1936

OsterreichFu definito un genio della politica. Cos’era successo alla Vienna comunista? Il verbale del partito social democratico di aprile 1938 registra un successo senza precedenti; i militari gongolano: di colpo hanno aggiunto altri 5 milioni di soldati al loro esercito. L’ annessione dell’Austria al Reich fa scalpore in tutta Europa. Nessuno vede ancora l’ombra oscura della guerra che si avvicina. Però a Vienna è gioia totale. Anche qui, la cosa che sorprende sono i bambini che acclamano la “guida decisa e sicura” del Fuhrer. Ma quando mai si sono sentiti i bambini parlare di politica?

bimbaMerito del bombardamento propagandistico dei nazisti. A cominciare dalle maestre in classe. A Linz, in 3° elementare, si faceva un’ora di educazione civica (politica) parlando di quanto il Fuhrer amava i bambini, di come li voleva vestiti, ordinati e ubbidienti. Questi, alla fine della mattinata tornavano a casa parlando del Fuhrer e con le tasche piene di opuscoli nazisti!
Come sfuggire a tutto questo?

Non era possibile. Ma qualcosa comincia a scricchiolare. All’inizio dell’anno iniziano a pervenire a Berlino i primi rapporti confidenziali che registrano i primi dissensi alle azioni anti-semite dei nazisti. L’atteggiamento liberale di molti crea un’inattesa sollevazione del popolo in favore degli ebrei che si rafforza ulteriormante dopo le prime distruzioni di sinagoghe. I rapporti indicano che il malcontento è più radicato nelle zone meridionali e basso-occidentali del Reich (eccezion fatta per l’Austria – guarda caso -ndr) ma non è ancora il caso di preoccuparsi. Preoccupante invece è la situazione economica del 1938. Allora Hitler impone un’esazione di un miliardo di marchi tedeschi agli ebrei che scuote molto le opinioni, ma nonostante tutto, per i suoi 50 anni (1939) viene organizzata una festa che il creato ricorderà a lungo.
E’, verosimilmente, il culmine della venerazione dei tedeschi per Hitler.

entusiasmo

Ma fino al 1941, l’inserviente Johanna Stangassinger ci racconta che sono arrivati treni speciali con centinaia e centinaia di persone che si accalcavano e stipavano la piccola stazione per incontrarlo. Ore e ore anche solo per vederlo. HitlerOberIn quei momenti, L’Hitler attore di se stesso andava in scena nel ruolo di leader della comunità nazionale. Usciva, stringeva la mano alla gente e baciava i bambini. Dopo di che, le persone raccoglievano i sassi su cui si era casualmente seduto o che aveva semplicemente toccato. E si azzuffavano per ogni più piccola cosa. Le signore avevano il vezzo di staccare pezzi di legno dalla staccionata dell’Obersalzberg per farseli incastonare d’oro; tutto, perché Hitler vi aveva posato la mano sopra!
Poi c’era il rito delle fotografie. La lotta per il posto più vicino possibile al Fuhrer.
Quelle a cui aveva stretto la mano non si sarebbero lavate le mani per giorni. Qualcuno racconta di aver notato oltre 50 guardie, che avevano il compito di gestire le visite e di garantire la sicurezza.

Hitler228

Per ottenere questi risultati con le persone diceva di usare sempre la stessa tecnica adoperata nei discorsi di fronte alle masse: iniziare lentamente con toni profondi e seri, per poi accelerare lentamente portando la folla o l’interlocutore quasi in uno stato di trance. Chi lo guardava e/o lo ascoltava diceva che c’era qualcosa di ipnotico nella sua voce, nei suoi modi. « Ci si sentiva sopraffatti », diceva il Duce. Si dirà, negli anni a seguire, che il popolo tedesco era particolarmente recettivo, che si è lasciato plagiare. Ma le sue seduzioni gli avevano fruttato il sostegno di 70 milioni di tedeschi + 12 milioni di austriaci e aveva sostenitori in Francia, Inghilterra  e America. Non poco, per un artista fallito.

Riferimenti:

(i riferimenti qui riportati sono relativi a documentari video andati in onda)

  1. Mein-Fuhrer-smallmio Fuhrer
  2. Hitler: il mito
  3. Hitler: l’uomo il mito
  4. Hitler: le parole di un dittatore
  5. Obersalzberg
  6. segretaria di Hitler
  7. ascesa di Hitler
  8. Terzo Reich a colori

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