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la battaglia di Mosca 4

quarta parte

 

Il primo di novembre a Mosca cominciò la grande attesa: tutti si aspettavano la grande offensiva tedesca di cui tanto si parlava in ogni dove. Il 6 novembre, vigilia dell’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, Stalin si rifece nuovamente vivo davanti alla folla intervenuta alla stazione Majakovski della Metropolitana, trasformata in rifugio antiaereo; non lo faceva dal 2 luglio 1941.
Nel discorso pronunciato, esaltò il legame di fratellanza con l’Inghilterra e con gli Stati Uniti, ma ammise lealmente che i tedeschi controllavano l’Ucraina, la Russia bianca, la Moldavia, la Lituania e l’Estonia, minacciando Leningrado e ormai erano alle porte di Mosca.
E contrariarmente a quanto annunciato in precedenza, la tradizionale parata di forze dovrà avere luogo per rinvigorire la volontà di resistenza del popolo russo. “Rinunciare a questa festa – dice – sarebbe un segno di debolezza!“.
7 novembre 1941: quelle che sfilano sulla Piazza Rossa non sono però truppe da parata, sono truppe destinate al fronte, pronte per essere trasferite in prima linea appena finita la festa.
Il discorso di Stalin ebbe, contro ogni previsione, un effetto galvanizzante per il popolo; la guerra era diventata improvvisamente una lotta per la libertà, per l’indipendenza dai popoli tirannici dell’occidente, una lotta patriottica. Di colpo il popolo aveva dimenticato le purghe staliniane, le lotte zariste, le deportazioni di massa e Stalin diventava l’animatore della Resistenza: un essere superiore.
In quei giorni, il culto di Stalin raggiunse limiti estremi.
La presenza fisica del dittatore sovietico a Mosca ebbe un’importanza decisiva ai fini psicologici e politici.

Se Mosca trepida, i tedeschi non brindano alla vittoria.
Alla Wolfschanze, Hitler è impaziente. Notizie dal fronte riportano che a Briansk e a Vyazma i tedeschi hanno avuto perdite molto pesanti; che la resistenza sovietica si è rivelata più forte del previsto e le truppe sono costrette a segnare il passo. Le due settimane sono già diventate cinque e la capitale sovietica è ancora lontana.
I generali suggeriscono ad Hitler di sospendere le operazioni. “E’ meglio aspettare la primavera…” – dicono, ma Hitler risponde: “non è stata l’Armata Rossa a fermarci, ma il fango.
Se aspettiamo l’inverno vero cammineremo di nuovo come sull’asfalto!
“.
Fu una decisione sensata? Von Manstein racconterà che Hitler si trovò con le spalle al muro; credeva di aver sconfitto l’esercito sovietico, ma si rendeva conto che concedere a Stalin due o tre mesi significava dare tempo per riorganizzare le sue forze.
Gli Alleati stavano rifornendo di carri armati, aerei e quant’altro, senza dimenticare che la Wehrmacht aveva frazionato le sue forze in tre rami ben distinti; l’avanzata aveva assunto la forma di un grande ventaglio, dal Mar Baltico al Mar Nero e le linee si erano molto assottigliate. Contariamente ai piani iniziali, dove le armate dovevano praticamente collaborare a stretto contatto. Poi alle nostre spalle avevamo centinaia di Km di territorio russo, eravamo troppo lontani dalle basi e i collegamenti erano resi difficoltosi dall’attività dei partigiani locali. I soldati russi invece erano a casa, in posizione molto più vantaggiosa. Per tutte queste ragioni i tedeschi erano costretti ad avanzare perchè altrimenti rischiavano di finire nel nulla sovietico“. Perchè non c’era proprio nulla.
Stessa situazione per le forze alleate dell’Asse: gli italiani del CSIR, che marciarono, a piedi, per 1600 Km, dai Carpazi a Stalino, per appoggiare l’avanzata della 17° armata tedesca, verso Rostov.

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Il freddo tanto atteso da Hitler non tardò ad arrivare, ma giunsero anche le sorprese di trovare ciò che il tritolo della ritirata sovietica aveva lasciato; anche gli italiani si resero conto che i sovietici non erano solo un popolo di contadini, come si erano abituati a credere attraversando l’Ucraina, ma una Nazione industriale e potente.


Il generale italiano E. Chiaramonti raccontò che la Russia, dopo un primo momento in cui aveva evidenziato la sua inferiorità, comunque combatteva, ma la Germania, nel 1041, era qualcosa di spaventoso. Un’organizzazione militare senza pari nel mondo. Una specia di cataclisma miltare: ” la terra tremava quando arrivavano i tedeschi – disse – e noi, poveri italiani mandati allo sbaraglio, con questi fucili G91, che una volta sparavano e tre volte no e le mitragliatrici che provenivano dalla campagna di Libia, con quasi niente da mangiare e da vestire, li guardavamo con una malinconia infinita… Che ci facciamo noi qui? Ci chiedevamo…“. A -20° le marce continuavano, sempre a piedi, con dotazioni di passamotagna, pancere, maglie che forse sarebbero state adattte agli inverni di Sondrio o Varese, ma sicuramente non erano per queste temperature polari. I nostri soldati avevano solo scarponi di vacchetta, fasce e gambiere che non tenevano il caldo.
Di buono c’era il rapporto con la popolazione. Quando i locali incontravano gli italiani erano felici, ringraziavano il loro Dio di averli fatti arrivare, a loro piaceva la lingua italiana, i loro modi umani; erano incredibilmente gentili e comprensivi e che sembrava non ci fosse più la guerra!
Ma queste manifestazioni di cordialità indispettivano Mussolini; egli invidiava Hitler per la carica d’odio che aveva saputo istillare nei suoi soldati e avrebbe voluto imitarlo, ma poi, scrisse Ciano, “non ci riuscì mai…”.

Il 12 novembre il termometro fece un altro salto verso il basso: oltre -42°; le piste gelarono tutte, tornando praticabili.
Il grande freddo che Hitler aspettava era arrivato e con esso, anche le forniture per la Wehrmacht per il grande freddo: stufe, sci, cucine da campo su pattini, racchette per uomini e cavalli, casette trainabili, indumenti di lana, pellicce e tute mimetiche.

I soldati dipinsero di bianco i carriarmati, gli elmetti, i cannoni.
A metà novembre erano così pronti per l’offensiva finale

fine quarta parte

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la battaglia di Mosca 3

terza parte

 

 

Mosca 15 ottobre 1941. Un’improvvisa pioggia di volantini riproduce la foto del figlio di Stalin, Jakov, catturato ed imprigionato in un campo di prigionia tedesco durante la battaglia di Smolensk.
Un figlio già preso prigioniero all’inizio della guerra, che il dittatore non aveva mai voluto ammettere e considerato traditore come tutti quelli che non erano capaci di resistere fino alla morte.
A questo proposito, Stalin aveva proclamato una legge che puniva i familiari di chi cadeva prigioniero! Di conseguenza, non ebbe mai la volontà di riconoscere il figlio Jakov impresso sul volantino.


“Mio figlio è morto. E’ il solito trucco dei tedeschi!”. neppure in seguito volle mai ammettere la verità. Sua figlia Svetlana, che al tempo aveva 15 anni, però lo smentirà clamorosamente nel suo libro.

 

Mentre nei dintorni di Mosca la situazione diventa sempre più drammatica, nei territori occupati la lotta partigiana aumenta d’intensità; i rifornimenti diventano così più difficoltosi. Nella Russia bianca, oltre 300mila partigiani controllano vaste aeree del paese; sono inquadrati e guidati da ufficiali dell’Armata Rossa paracadutati nei territori occupati. La loro è una lotta dura, sanguinosa, dove non si fanno prigionieri.


Ma episodi nuovi fanno capolino nella vita dei moscoviti; cose mai verificatesi prima: il banditismo. Lo sciacallaggio. Case di sfollati lasciate all’improvviso per la fuga verso oriente, diventano meta di bande di elementi che le saccheggiano. Tra la popolazione si registrano, in quel momento, anche episodi di sbandamento.
Gente sembrava alimentare il panico, lasciava il lavoro, traditori riconosciuti ne approfittarono per rubare oggetti di valore di proprietà socialiste e che, addirittura, cercarono di minare il potere sovietico.
Qui Stalin non esitò a ricorrere a leggi eccezionali.
Il 19 ottobre egli dichiarò lo stato d’assedio. Istituì tribunali speciali che, con processi sommari condussero alla morte sabotatori veri e soprattutto presunti. Senza mezze misure.
Occorse comunque un certo tempo per ricondurre la situazione ad una normalità accettabile; nuovi commissari politici esortarono la popolazione alla sforzo massimo per la Patria che portarono all’arruolamento volontario di 25 battaglioni di unità militari operaie per aumentare la capacità di resistenza della città.


Donne, vecchi e ragazzi furono portati a costruire trincee e mura. Con turni estenuanti, giorno e notte, i moscoviti riuscirono a realizzare 98 Km di fosse anticarro, 284 km di reticolati, 8mila Km di trincee.
Furono impiegate 470mila persone, il 75% erano donne, 20mila gli studenti.

Intanto la situazione del fronte era molto confusa e registrava dei mutamenti. Anche nei comandi. Koniev fu destituito in favore di Zhukov, un generale, allora 45enne, che si era sempre tenuto lontano dalla cerchia ristretta di Stalin; un ottimo stratega, specialista nell’uso dei carriarmati e che prometteva essere l’uomo nuovo dell’Armata Rossa. Zhukov non nutriva quella solita soggezione nei confronti di Stalin che tutti mostravano e che aveva sempre condizionato le azioni dei suoi colleghi; probabilmente fu scelto proprio per quel motivo. Soprattutto perchè aveva dimostrato di saper prendere decisioni immediate invece di essere un mediocre esecutore di ordini. Come tutti gli altri.
Il cambiamento fu subito avvertito anche dai tedeschi quando fu notato il cambiamento delle tattiche dei carri sovietici; sul fronte di Briansk i mezzi corazzati infatti si svicolarono dai comandi singoli di divisione per riunirsi in grosse formazioni sfruttando al massimo la forza d’urto corazzata e mietendo i primi successi.
E saranno proprio i carri T-34 i protagonisti della guerra sul Fronte Orientale, assieme ai giganteschi carri KV.
Ma non basteranno ad arrestare la tremenda forza d’urto tedesca. Che si rivelò veramente catastrofica.

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Il 16 ottobre Briansk venne occupata e il 25 cessarono tutti i combattimenti della zona. I tedeschi si trovarono a raccogliere altri 650mila prigionieri. Il termometro quel giorno scese a -10°, di colpo. Zhukov pensò che forse aveva trovato un nuovo alleato.
I tedeschi cominciarono a pensare a Napoleone che 129 anni prima aveva trovato gli stessi ostacoli; Hitler aveva iniziato la campagna il 22giugno come Napoleone, che a Vyazma aveva rischiato la disfatta, come i tedeschi.
E la cosa non faceva affatto morale.


Le sconfitte sovietiche di Briansk e Vjazma, pur nella loro gravità, insegnarono a Zhukov ad accorciare le difese attorno a Mosca per renderle più forti; i tedeschi si trovavano in quel momento a Borodino, a 100 Km da Mosca e fu allora che Zhukov adottò la tattica di creare due linee di difesa: la prima si estendeva da Kalinin a Tula, la seconda dal lago di Mosca, a Klin, a Svenigorod, alla Moscova. Dietro a queste due linee c’erano i 3 sbarramenti costruiti dagli abitanti di Mosca, prima descritti.


la battaglia di Mosca 2

seconda parte

Il FeldMaresciallo von Bock non ha dubbi: la riuscita della prima fase sarà completata – dice – al massimo entro 6 o 7 giorni.
La seconda fase avrà inizio subito dopo.

Il Maresciallo Koniev, che comandava in quei giorni il Fronte occidentale e sarà presto sostituito dal maresciallo Zhukov, ha raccontato che il 2 ottobre i tedeschi sferrarono un attacco molto potente contro Briansk e già il giorno 7, data la preponderanza delle forze germaniche e soprattutto delle forze corazzate, le linee sovietiche a Vjazma e Briansk avevavano già cominciato a crollare.
Il 7 sera l’accerchiamento di Mosca poteva dirsi completato e particolarmente forte, sul lato della strada Mosca/Minsk.
Il Maresciallo George Zhukov, allora Comandante del Fronte di Leningrado, (nella foto con lui, sono lo scrittore Simonov e il gen. Pavlenko) ha rivelato che il 7 sera si recò al Cremlino, nello studio di Stalin; il dittatore stava male: aveva l’influenza ma lavorava lo stesso e subito, indicando una carta sulla parete, si lamentò dicendo che la battaglia per Mosca poteva dirsi perduta. Aggiunse che non riusciva ad avere più notizie certe, non conosceva dove fosse esattamente il nemico e che fine avessero fatto le sue truppe. Stalin lo pregò di recarsi sul Fronte immediatamente per rendersi conto della situazione per informarlo.

La situazione era ormai insostenibile: tutti gli accessi a Mosca erano quasi aperti ai tedeschi.
L’unica consolazione era che le truppe attorno alla città stavano fermando il grosso delle forze nemiche combattendo eroicamente e lo fecero per molti giorni permettendo all’Armata Rossa di riorganizzarsi davanti alla città. Le armate di Koniev a difesa erano 9: oltre 2 milioni di uomini armati di tutto punto, con a disposizione una nuova arma: i lanciarazzi Katiuscia, che i tedeschi subito ribattezzarono “l’organo di Stalin” dopo averlo conosciuto nella battaglia di Smolensk in soli tre esemplari, ma ora era prodotto in serie.


Diventa subito una lotta sanguinosa, senza quartiere, i sovietici tentano ovunque di rompere l’accerchiamento; non esiste più una linea di demarcazione del fronte.
Ma sempre il giorno 7 qui cade la prima neve e i tedeschi cercano di affrettare il passo, di stringere i tempi, sanno che il freddo non è un loro alleato, si combatte corpo a corpo per aprire una via per liberare i compagni rinchiusi in una sacca. Attuano così una serie di contrattacchi e in più punti hanno successo: la linea tedesca del fronte è infranta.

E’ in questa successione che succedono le cose: si incontrano le truppe sovietiche liberatrici con quelle rinchiuse nella sacca; smette di nevicare all’improvviso e tutto si trasforma in un mare di fango impraticabile (la rasputiza, come la chiamano i russi).
La media di percorrenza, che d’estate si aggira sui 30 Km al giorno, per i cingolati non ancora completamente bloccati ora si abbassa a 2 o 3 Km.
Ma anche nel fango, le divisioni sovietiche imbottigliate continuano a battersi tenacemente contrastando le sempre più esaueste truppe tedesche. Furono giorni terribili. Nel caos del panomarama così modificato dagli agenti atmosferici “è capitato – racconta un soldato delle Wehrmacht – di trovarci i russi anche alle spalle. E’ successo, nel caos più totale, anche di spararsi tra compagni perchè non si capiva più dove fosse il fronte.

Poi i russi fecero un ulteriore sforzo per liberare la strada di Mosca con un attacco portato dalla cavalleria cosacca. Arrivarono urlando come belve ferite e molti riuscirono a passare. Dietro il varco aperto dalla cavalleria arrivò un convoglio di carri carichi di truppe; parevano dei “votati alla morte” e forse, lo erano.
Il convoglio infatti finì nel fuoco incrociato delle mitragliatrici della 2° divisione e lo spettacolo fu orrendo. Morirono tutti.
E a combattimento ultimato scoprimmo con orrore che quei soldati erano tutte donne“.

Mentre la battaglia di Vyazma continua in tutta la sua furia, a Mosca l’eco delle drammatiche notizie ha scosso la città. Durante la notte il rombo sordo della battaglia non fa dormire la gente e comiciano a correre voci allarmistiche. Si pensa che a Vyazma si stia combattendo l’ultima battaglia: la sorte di Mosca sembra segnata. Le voci sono confermate dall’annuncio del trasferimento del Governo a Kujbyšev [in origine si chiamava Samara, una città vicino al grande lago di sbarramento Volga-Samara, a 850 Km da Mosca], con trasferimento di tutti i corpi diplomatici, della bara di Lenin (trasportata in luogo segreto) e dalla proclamazione dello stato d’assedio [nota. i diplomatici occidentali e neutrali, ancora presenti a Mosca, sono invitati a raggiungere Kujbyšev col solo bagaglio a mano]. Stalin solo rimane a Mosca. però la gente pensa: “se portano via Lenin, allora vuol dire che è tutto finito!”.
Il morale sta crollando. Anche se circa 500mila persone, tra uomini e donne, stanno costruendo le difese a ridosso della città.

Oltre 2milioni di civili lasciano la città e si avviano verso oriente in lunghe colonne. In questo clima dimesso e pieno di ansia e preoccupazione i tedeschi cercano di alimentare la confusione con trasmissioni demotivanti in lingua russa e lancio di manifestini.
Le bombe cadono anche sulle colonne di civili che fuggono.

 

fine seconda parte


la battaglia di Mosca

La posizione di Hitler.
settembre 1941.

Alla fine di questo mese un fatto appare chiaro al Fuhrer:
l’imprevista e debole resistenza sovietica ha sicuramente ritardato i suoi piani nel piegare il gigante russo in 8 settimane, come aveva previsto e preannunciato all’inizio delle operazioni.
Hitler, oltretutto ora non può accettare i consigli dei suoi generali che vorrebbero rimandare gli attacchi alla prossima primavera; si rende conto che con la rinuncia alla guerra lampo darebbe così alla Russia di Stalin la possibilità di riorganizzarsi e forse riprendersi.

Secondo però a quanto risulta all’HQ tedesco (l’OKW) i sovietici sarebbero in forte crisi. Di norma, in preda alla confusione.
Spesso le armate sarebbero in confusione tra loro e lo stesso Stalin, che ha assunto l’incarico di comandante supremo, non può avere una chiara visione d’insieme soprattutto per l’impossibilità di mettersi in contatto con i vari fronti.
Dal suo punto di vista strategico quindi, Hitler ha ragione nel voler impedire ogni sosta; egli è convinto che fermarsi in un momento simile sarebbe assai più rischioso che andare avanti.
L’esercito tedesco infatti non era stato approntato per l’inverno russo. L’operazione Barbarossa era stata ideata per essere svolta entro una sola campagna estiva.
Hitler infatti non ha mai nascosto la sua fretta.
Mosca – dice – deve cadere entro 2 settimane. Se Mosca cadrà, crollerà anche tutta l’impalcatura dell’esercito russo.

 

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Mosca. La città, la gente.
settembre/ottobre 1941.

Quando l’urlo delle sirene di Mosca ha cominciato a suonare la città ha potuto offrire con la sua gigantesca metropolitana, orgoglio mondiale della capitale, migliaia di rifugiati che non trovavano più spazio nei ricoveri. L’opera più esaltata del regime è stata il luogo di infinite notti dove i moscoviti hanno trovato riparo; all’aperto erano autorizzati a rimanere soltanto i membri delle difesa civile.

 

A Mosca, la prima cosa che venne attuata per contrastare le incursioni, oltre naturalmente all’approntamento delle difese contraeree, fu la distribuzione nelle case e negli stabilimenti lavorativi delle maschere antigas. Fu emanato addiruttura l’obbligo di portarla sempre a tracolla, anche nelle officine, giorno e notte, poi vennero organizzate della squadre di difesa, nelle case e negli edifici pubblici, composte da persone che avevano il compito di raccogliere le bombe incendiarie appena cadute e gettarle nell’acqua o nella sabbia. La raccomandazione era di prenderle con le pinze, ma se non erano disponibili venivano raccolte direttamente con le mani.
A questa attività parteciparono anche i fuoriusciti italiani (comunisti rifugiati in Russia) e gli emigrati politici (ad es. Togliatti, Nenni, ecc).

All’inizio di ottobre la vita a Mosca aveva superato il primo shock delle incursioni e sembrava scorrere relativamente tranquilla; la gente si era abituata a vivere con l’idea di avere il nemico a 300 Km. Fino ad allora la guerra li aveva risparmiati; il conflitto si era spostato a sud e verso Leningrado e, almeno per l’uomo della strada, appariva del tutto improbabile che i nazisti tentassero di occupare la città proprio ora che l’inverno era alle porte.
Mosca dunque, si stava preparando al suo primo inverno di guerra. Fra un bombardamento e l’altro le fabbriche lavoravano per i soldati, mentre i ragazzi stavano scoprendo un nuovo gioco: raccogliere le schegge di granate più strane.

Per risollevare il morale della popolazione si era ricorso ad esporre nelle immense piazze i resti dei bombardieri tedeschi abbattuti, mentre gran parte della popolazione aiutava il trasferimento delle fabbriche verso oriente.
Un’impresa ciclopica senza precedenti nella storia.
In circa 3 mesi, 1500 stabilimenti vennero smantellati e caricati su treni per gli Urali dove, a tempo di record vennero subito resi nuovamente efficienti.

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Ma la completa riuscita dell’evacuazione delle fabbriche, che avrebbe assicurato il rifornimento alle armate russe, non aveva tranquillizzato Stalin che in quei giorni era assillato da un altro gravissimo problema: quello della assoluta impreparazione degli alti comandi dell’esercito.
Stalin stesso si era reso responsabile di questa situazione: la drastica epurazione da lui ordinata alla vigilia della guerra, la fucilazione di brillanti strateghi militari avevano privato l’armata rossa dei suoi migliori comandanti. Questa carenza nel comando era stata avvertita anche dagli avversari tedeschi.
Come raccontava von Mainstein, i generali russi sembravano non avere sufficiente spirito personale di iniziativa; le truppe mancavano di quello che comunemente si chiama il “Comando Unificato“.
Secondo lo storico britannico Ronald Seth, la causa di questa situazione fosse dovuta al fatto che nei comandi sovietici a tutti i livelli a comandare erano sempre in due:il generale ed il commissario politico e quasi mai questi due personaggi andavano d’accordo. Le conseguenze si possono immaginare.
I sovietici non disponevano neppure di un vero quartier generale. Soltanto dopo l’inizio della guerra venne creato qualcosa di simile: la Stavka, un’istituzione che riuniva i capi politici e quelli militari.
Uno dei primi atti di questa organizzazione fu quello di creare tre comandi principali:
– il fronte nord con Voroshilov come comandante e Andrei Zhdanov come comm. politico,
– il fronte occidentale con Timoshenko come generale e Nikolai Bulganin come comm. politico e
– il fronte sud con Budjonny come comandante e Nikita Krusciov come consigliere.

In tal modo i comandi avevano così, sebbene in grave ritardo, una specie di Comando Unico, in grado comunque di avere il quadro completo delle operazioni sui campi di battaglia.

L’operazione Thyphoon, dell’avanzata su Mosca era stata prevista in due fasi: con l’impiego di 46 divisioni di fanteria, 14 divisioni corazzate e 8 divisioni motorizzate.
La prima fase prevedeva a nord la rapida avanzata su Vyazma con 2 gruppi corazzati che dovevano chiudersi attorno alla città per insaccare le armate sovietiche. A sud il gruppo di Guderian doveva puntare su Orel, quindi convergere su Briansk e accerchiare le tre armate sovietiche del gen. Yeremenko.
In definitiva, il piano era quello di partire da Vyazma e Briansk per aggirare Mosca chiudendone tutti i varchi.

fine prima parte


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