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la battaglia del monte Lavane

Diamo a Cesare ciò che è di Cesare. Oggi si dovrebbe dire per “par condicio”, ma in realtà è soltanto per far trionfare la verità che smaschero ((… è la terza volta che mi capita)) questa inarrestabile tendenza alla gigantografia di una certa memorialistica resistenziale. Un falso storico riferito allo scoppio della famosa capanna di Pian dei Porcelli provocato da Adriano Casadei. capanna-esplosa
Ricordate il fatto? Il battaglione Corbari è chiamato a raccogliere l’annunciato lancio di rifornimenti sul monte Lavane del 17 luglio 1944. Difficile e pericolosa era sempre la preparazione di un aviolancio, che doveva sempre avvenire nel cuore della notte in zona montagnosa impervia e di difficile accesso; la scelta del luogo, il più possibile lontano dagli insediamenti nazifascisti e l’addestramento di un buon numero di uomini, che dovevano poi confluire ordinatamente e con la massima cautela nel luogo stabilito erano cose estremamente raccomandate. Inoltre la raccolta del materiale paracadutato doveva avvenire anche nel più breve tempo possibile per poter sfuggire e far fronte all’inevitabile attacco dei tedeschi e delle Brigate Nere.

L’oggetto del contendere.
Nel libro di Eleonoro Dalmonte “Corbari e la sua banda” si riporta:

La squadra di Adriano si fermò un poco presso la capanna, facendo credere al nemico di voler difendere la posizione e dare l’impressione anche di ripararvisi. Quando non rimase altro da fare che mettersi in salvo, davanti alla stragrande superiorità del nemico che incalzava ormai da presso, Adriano ordinò ai suoi compagni di ritirarsi.
Ora i tedeschi avanzavano lentamente, ma inesorabilmente, malgrado subissero gravi perdite. D’un tratto, una raffica di armi automatiche, spazzò il terreno antistante la capanna; una squa­dra nemica era riuscita a salire in quota e batteva la postazione con un fuoco intenso.
I partigiani sono rimasti in tre. Adriano s’avvicina alla ca­panna per far saltare l’esplosivo e le munizioni, affinchè non ca­dano in mano nemica. Si cerca affannosamente una miccia, ma non si trovano i fiammiferi per accenderla. Adriano, allora, decide di scagliare una bomba a mano, quando i tedeschi l’avran­no circondata. Dice: «O riesce o ci resto».
Il Bello ha finalmente trovato un cerino, con il quale accen­de la miccia, la porge ad Adriano che la sistema sotto l’usciolo e si dilegua velocemente, sparando raffiche di mitra senza tregua, contro il nemico che ormai è giunto a pochi metri.
I tedeschi sopraggiungono a centinaia, occupano la radura e circondano la capanna, nella certezza che all’interno si siano asserragliati i ribelli.
All’improvviso, il monte sembrò incendiarsi. Un’enor­me vampata, con un abbagliante riverbero, illuminò il cie­lo; uno scoppio terrificante e un boato tremendo squassaro­no dalle fondamenta la montagna e si ripercossero come un tuo­no lungo le vallate, in lontananza e uno schianto mostruoso fece sobbalzare la terra sotto i piedi dell’ultima pattuglia partigiana che s’allontanava. Furono sollevati in aria come fuscelli dall’im­mane esplosione, ma ricaddero incolumi.
Per il nemico è una strage: circa 200 i morti e oltre 150 i feriti.
I tedeschi sono in preda a un panico indescrivibile e non riescono a capacitarsi dello spaventoso disastro.
Dal racconto dei superstiti, da testimonianze che videro transitare automezzi e ambulanze carichi di morti e di feriti lun­go la strada Marradi-Faenza e dal profondo cratere scavato, la va­lutazione è forse inferiore alla verità. La relazione del comando tedesco avallò l’entità delle perdite subite e la veridicità delle di­chiarazioni di Radio Londra trovò riscontro in quella comunica­zione.
I partigiani della banda, erano esattamente 53, si dimostra­rono tutti ammirevoli in quell’impresa d’importanza ecceziona­le. Rifulse particolarmente il coraggio e la risolutezza di Adria­no Casadei e fu sicuramente l’azione più ragguardevole della banda di Corbari. Il comandante stesso riconobbe e rese atto al valore con il quale l’amico aveva affrontato la durissima pro­va.
«Sei stato grande, Adriano», gli disse «non so dirti come sei stato grande». Adriano rispose: «Dei combattimenti come questi, non so se ne avremo ancora, ma se pur ne avremo, non abbiamo più paura di nulla».

Massimo Novelli in ” Corbari, Iris e gli altri” è più prudente:

dice il Professore, che rincara la dose sostenendo che “dal raccon­to dei superstiti, da testimonianze che videro transitare automezzi e ambulanze cariche di morti e di feriti lungo la strada Marradi­-Faenza e dal profondo cratere scavato, la valutazione è forse infe­riore alla verità”? Ed è vero, sempre stando a Dalmonte, che “la relazione del comando tedesco avallò l’entità delle perdite subite e la veridicità delle dichiarazioni di Radio Londra trovò riscontro in quella comunicazione”?
Oppure, “più realisticamente”, si devono prendere in conside­razione le “diverse decine d’unità fra morti e feriti” di cui parla Veniero Casadio Strozzi?

Un altro storico di Faenza, Arturo Frontali, in un libro, afferma però con decisione che “tutte le testimonianze del luogo e del tempo escludono la morte di militari tedeschi” e che “la strage che avreb­be potuto scatenare un’altra Marzabotto, non ci fu”. A supporto della sua tesi cita le testimonianze di tre contadini del posto. Uno, Enrico Berretti, di Poggiolo in Campigno, che all’epoca aveva ven­totto anni ed era pastore sul Làvane, dice: “Nessun morto per lo scoppio della capanna di Pian dei Porcelli”. E così si esprimono Antonio Gamberi, di Campigno (89 anni), e Biagio Ferrini, anche lui di Campigno, che faceva il boscaiolo e nel 1944 aveva ventinove anni.
Gli stessi partigiani di Corbari, come Luciano di Modigliana e Pino Bartoli, ci vanno cauti. Pino ha pure scritto onestamente che “non si è mai saputo con esattezza quanti nemici siano morti nello scoppio di circa otto quintali di tritolo”. Mentre Battista Casanova, che ricorda “un botto enorme”, mi dice che alcuni contadini del posto gli riferirono che nell’esplosione c’era stato solo qualche ferito.monte-Lavan-verso-la-cima

 

Ma tutto ciò, questa conta dei caduti veri o immaginari, non offusca il valore dell’azione condotta da Casadei e dagli altri com­pagni.
Dice sempre il Professore che “l’impresa straordinaria e l’importanza del suc­cesso meritarono l’encomio del comando alleato e Radio Londra trasmise l’elogio del generale Alexander per la banda di Corbari”.

La tendenza resistenziale ad esagerare sempre tutto comunque rimane.

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Corbari. last secrets

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Lucarelli.

vertGraffitiE’ cominciato così un lunedì sera in cui avevo poco da fare e pochi giorni dopo è arrivata una mail firmata ” quello dell’altra sera! ” e che io chiamerò:

Gola profonda “: l’ informatore.

Sembra l’inizio di un racconto di “Notte Blu“; la famosa trasmissione  di Lucarelli. Ma non lo è.

Senza timore di smentita, oggi è possibile affermare che Corbari e la sua banda (il termine più corretto, credo) hanno scritto le pagine più belle e più poetiche della Resistenza faentino-forlivese. Questo senza nulla voler togliere alle gesta e all’impegno delle brigate ravennati che però sono state altra cosa. Anche solo per l’impegno politico. Gli appassionati di storia avranno sicuramente già divorato gli scritti (come ho già citato) di Massimo Novelli, Dalmonte e Bonfante e sapranno che molto lo si è ricavato da frammenti di immagini rimaste negli occhi di qualche sopravvissuto della banda, tra verità e fantasia, tra poesia e leggenda, tra la testimonianza di qualcuno di una Brigata nera e qualche contadino del posto ancora disponibile a parlarne. Vero è che una cosa che mi è rimasta come impressione leggendo, è forse l’estrema semplicità per entrare nella banda. Capisco il momento, capisco la purezza di intenzioni, l’entusiasmo, ma per farsi accettare dal gruppo bastava presentarsi o qualcuno che fungesse da garante. Non c’era tempo per tanti controlli e garanzie di sorta. E come si poteva fare altrimenti? D’accordo. Ma i rischi c’erano, eccome. La possibilità di un infiltrato, di un doppiogiochista era sempre alla porta. Ma queste cose vanno così. Finché vanno.

CoprbaripaintUna cosa sicura. Silvio Corbari NON era un comunista. Affermò sempre che i partigiani comunisti del Samoggia erano assolutamente incompatibili con le sue idee. Con Corbari non si parlava di politica. Mai. Dice Il Professore (Eleonoro Dalmonte): “la banda, con la sua condotta indipendente e senza un amalgama politico (e dai..), era assogettata quasi ad una sorta di diffidenza da parte delle altre forze partigiane ed era esposto maggiormente al rischio di agguati e di infiltrazioni di traditori e spie”. Certo. E infatti…

Corbari quindi, è una figura scomoda. Scomodo quando rifiuta il commissario politico, scomodo durante la battaglia del grano quando contravviene agli ordini del PCI di Veniero Lombardi e del CLN di non trebbiare, a Tredozio; sostenne che però i contadini dovevano pur mangiare! Scomodo quando non volle dare armi ai comunisti. Questa insofferenza per qualsiasi tipo di condizionamento, per il PCI risultò una tribolazione che risuonava come una sentenza!

Ma in ogni epopea esistono (quasi per definizione) lati oscuri ove si annidano manovre poco chiare, spiate e tradimenti. Sarà perchè in amore ed in guerra tutto vale, la lealtà va spesso a farsi benedire. Poi, la figura del Giuda ha popolato sempre gli eventi tumultuosi.Corbari_estate44

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(da sinistra:  Iris versari, Silvio Corbari e Adriano Casadei con altri compagni di lotta, nell’estate del 1944 nei pressi di Modigliana).distanziatore

Oggi, 1° agosto 1944, Corbari spostò la banda sul monte Pompegno, per evitare probabili scontri contro i tedeschi, per evitare rappresaglie contro i contadini l’ attorno e per non far localizzare la base di S. Valentino. In quei giorni iniziarono i primi scontri (allora chiamati “incomprensioni“)  con altre formazioni partigiane della zona che poi a fine guerra negheranno tutto. Al solito.

Nel prossimo articolo:

secret&discuss

il contesto – ca’ Morelli: il rastrellamento.


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