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Bormann end

James Holland. Storico del II conflitto, di fama mondiale, con 2,6 milioni di follower solo su YouTube e chissà quanti altri su Istagram. Se li merita tutti.
Ma qualche liscia la prende anche lui. Conduttore principale della serie “Megastrutture di Hitler” e di numerosi altri documentari, dice testualmente:

Bormann negli ultimi giorni del Reich venne ritrovato nei pressi della stazione ferroviaria (senza dire quale..); il suo scheletro fu ritrovato molti anni dopo e grazie al DNA si dimostrò che era lui, con assoluta certezza. Dalle indagini risultò che aveva dei frammenti di vetro tra i denti, quindi, in pratica si era avvelenato con una capsula di cianuro“.

In un altro documentario su Rai Storia si narra che Bormann venne ucciso per lo scoppio di un vicino carro armato bersagliato dai russi; oppure, investito da un’auto, ma asserisce che i resti del corpo non permettevano un’analisi che garantisse certezze sull’identità. Poi il caso venne archiviato in una fretta senza precedenti.
Per ulteriori info si veda – Martin Bormann – teorie – e – Martin Bormann . more info -, articoli a me cari.
L’unica cosa certa, – veramente certa -, è che a riguardo di Bormann è stato volutamente distrutto tutto e neanche tanto misteriosamente.
Sia in Germania, sia in Sudamerica.
In Sudamerica però esiste una Bormann-vita2: una seconda vita completamente distaccata dalla precedente. Cosa ha lasciato il buon Martin in Europa? Una moglie, con la quale non andava più tanto d’accordo e 10 figli (ho detto, 10!).

Nella serie Hunting Hitler 3 si trovano prove che Bormann, il 7 aprile 1945, assieme alla sua famiglia e alle due sorelle di Hitler (Angela e Paula) sono trasferiti di corsa al Berghoff per una maggiore sicurezza e James Holland compare proprio nella visita all’Obersalzberg della prima puntata.
Vediamo i fatti sicuri:

1) il 20 aprile Hitler fa l’ultima apparizione pubblica salutando i giovani venuti al Bunker di Berlino;

2) il 2 maggio (1945) i russi attaccano il Bunker e in quei giorni NESSUNO sa dove sia stato il Fuhrer, non si sa nulla;

3) di certo, Hitler era a Berchtesgaden con Bormann, sorelle e alti funzionari nazisti; quindi non era nel bunker di Berlino. Tesi confermata anche da Eisenhover che aveva dirottato le truppe in quella zona.

4) quasi sicuramente, il Berghoff è stato il punto di partenza per la sua fuga e quella del suo entourage fidato, quindi, non dal bunker di Berlino. E da qui sarebbe stato tutto molto più facile e sicuro.

5) Hitler non avrebbe mai lasciato un luogo protetto come il FuhrerBunker se non per un luogo ancora più sicuro e lontano (al momento) dalle truppe russe.

6) si calcoli che sotto il Berghoff è stata recentemente mappata una rete di gallerie e di strutture in 6 livelli diversi, lunga oltre 6 Km, dove il Fuhrer poteva rifugiarsi in modo completamente autosufficiente. Il sito è stato sigillato dalle autorità federali e oggi risulta impenetrabile, ma in perfetta efficienza. Si vuole insabbiare tutto.

7) numerosi testimoni oculari videro Hitler il 24 aprile 1945 passeggiare attorno alla casa di cura delle SS a Hohenlychen e James Holland era presente alla presentazione delle prove. Qualcuno affermò di aver visto il Fuhrer parlare accanitamente con Bormann mentre si avviavano alla casa sul lago, dimora temporanea;

8) conosciamo la testimonianza inequivocabile della signora Elizabeth Kalhammer ( di 92 anni) al suo servizio dal 1943 al 1945;

9) abbiamo appreso la testimonianza della sign.ra Eliana Keller (la figlia adottiva di M. Bormann)

10) abbiamo visitato via-web la casa/fortezza Bormann di Tangeri.

Ora mi chiedo:
conoscendo questi dettagli, conoscendo tutti i retroscena possibili della storia ufficiale e della serie di Hunting Hitler, come si può affermare con naturalezza che Bormann si sia avvelenato vicino ad una stazione della metropolitana, – così come si mangerebbe un gelato – sapendo dei dossier americani sul Gruppo Bormann, dei suoi viaggi in Europa fino al 1954, della sua presenza a Tangeri, della sua temporanea sepoltura a Ita (in Paraguay, a circa 18 Km da Asuncion), dopo essere morto di cancro allo stomaco nella casa di Werner Jung, allora console della Germania orientale in Paraguay, nel 1959,

come può pronunciare nei documentari la frase citata sopra?

Per curiosità, quando possiamo credere a quello che illustri, se da una parte racconti una cosa e da un’altra ne racconti una versione diversa?

Sappiamo inoltre che nella sua tumulazione i suoi resti erano coperti ed impregnati di argilla rossa, non presente in Germania ma caratteristica delle terre sudamericane e questo fatto annulla la tesi ufficiale sostenuta per cinquantanni sulla sua morte per suicidio.
Ancora per curiosità: dato che aveva lasciato in Germania 10 figli, nessuno ha pensato mai di contattarli?
Qualcuno ha mai visitato la proprietà del tedesco di nome Alban Krug nella comunità tedesca di Colonia Hohenau, a circa 250 miglia a sud-est di Asuncion, casa dove Bormann ha vissuto per diversi anni indisturbato?
Tutte queste informazioni, ormai di una certa diffusione, quando potranno essere divulgate ufficialmente?

Una nota. (tanto ne faccio sempre…)

Lo speaker che narra degli ultimi giorni all’Obersalzberg recita, con un piglio ironico, questa frase: “Obersalzberg: 10 anni per costruire, solo due ore per distruggerlo!”.
Risposta: proviamo a mandare 135 bombardieri sopra casa tua che ti bombardano per 2 ore, idiota e vediamo dopo cosa ne rimane…

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cosa ho scoperto…

… con ricerce forsennate nel web, con fatica irraccontabile (per non rompere i vostri santissimi… c……) e l’aiuto di un amico impagabile, ho trovato che alla fine del 2005, la cultura popolare americana ha reso omaggio ad uno dei più grandi giornalisti di tutti i tempi.
In “Goodnight and Good Luck“, la vita e il lavoro del giornalista televisivo e radiofonico della CBS Edward R. Murrow hanno fornito il materiale, addirittura, per un lungometraggio di Hollywood.
Paul Manning è stato probabilmente il più grande dei “Murrow’s Boys“: il gruppo di giornalisti esperti che correvano in Europa durante la seconda guerra mondiale. Dopo esser stato addestrato come mitragliere e inviato in missioni di combattimento in volo in Europa e in Giappone, Manning trasmise le trasmissioni di Germania e Giappone sulla rete radio CBS. Dopo la guerra, Manning intraprese una serie di indagini sul segretario di Hitler, Martin Bormann e sulla rete di capitali del dopoguerra che ispirò, in misura considerevole, le ricerche particolari dei Murrow. Parzialmente patrocinata dalla CBS, la storia dell’organizzazione di Bormann si è dimostrò politicamente troppo delicata per essere diffusa all’opinione pubblica, questo, secondo la rete americana.

Il risultato delle indagini aveva documentato che una rete decisamente potente di entità aziendali, gestite da esperti veterani delle SS, negli anni dopo la guerra il gruppo Bormann costituì quello che un veterano competente chiamò:
la più grande concentrazione di potere monetario sotto un unico controllo, nella storia“.

 

Le basi solide (e dire solide è un’eufemismo…) di tutta questa organizzazione erano i soldi, i molti e molti soldi che i nazisti avevano a disposizione. Controllarono la grande industria tedesca e, attraverso gli investimenti, gran parte del resto dell’economia mondiale.
L’organizzazione fu il deposito delle ricchezze rubate in Europa. Secondo le stime dell’intelligence britannica questo pull di persone aveva a disposizione liquidità per oltre 180 miliardi di dollari, entro la fine del 1943 (escluso il denaro prelevato dalla Grecia e dall’ex Unione Sovietica e quello rubato dopo il 1943).
Direi, impressionante, se si fa un raffronto al valore della moneta in rapporto con quella dei giorni in cui scrivo qui. Questa organizzazione costituiva, dopo il 1945, letteralmente un “Reich sotterraneo” con una gerarchia governativa composta dai figli e dalle figlie di uomini delle SS”, che detenevano ancora gradi militari e titoli del Terzo Reich.
Oltre all’enorme potere derivante dall’influenza economica, il gruppo Bormann esercitò una tremenda influenza globale su tutto; politica (governativa compresa) attraverso la sua rete di intelligence e con forze dell’ordine. Amministrato dal generale SS Heinrich Mueller, capo della Gestapo in tempo di guerra, la rete di intelligence e sicurezza del gruppo Bormann era composta da alcuni dei veterani più seri e capaci delle SS. Inoltre, l’organizzazione di Bormann e la squadra di sicurezza di Mueller comandarono la lealtà ed il comportamento di elementi politici, dell’intelligence e i beni militari requisiti dagli Alleati dopo la guerra.
A tale riguardo, l’operazione Bormann / Mueller poteva attingere alle lealtà del gruppo di spie di Reinhard Gehlen che gestirono l’intelligence della CIA sull’ex Unione Sovietica e che alla fine divennero il servizio di intelligence della Repubblica Federale di Germania. Inoltre, Bormann e Mueller erano i maestri politici dei numerosi scienziati reclutati dagli Stati Uniti e da altre nazioni (op. Paperclip – ne ho parlato nel blog) per la loro esperienza durante la Guerra Fredda, così come i numerosi nazisti portati negli Stati Uniti sotto gli auspici della Crociata per la libertà.
Questi ultimi alla fine si riunirono in un elemento importante del Partito repubblicano, dopo la morte di Hitler, nel 1971.

Con le sue capacità economiche, politiche e di spionaggio, il gruppo Bormann incarnò il trionfo delle forze del nazionalsocialismo nel periodo postbellico.
Mentre gli Stati Uniti erano l’elemento dominante all’interno del sistema internazionale dei cartelli prima e durante la seconda guerra mondiale, il gruppo Bormann fu l’entità primaria nell’economia globale del dopoguerra.

L’influenza dell’organizzazione riuscì a rimanere nell’ombra con successo di fronte alle varie indagini giornalistiche che sorsero nei decenni dopo la guerra fredda. Indagando sul destino “ufficiale” di Bormann sovvertendo quella dubbia verità ufficiale (presumibilmente ucciso alla fine della guerra) con fatti storici dimostrabili, come indicato da Manning.

Riferendosi alle informazioni del fascicolo dell’FBI su Bormann, Manning scrisse:

“. . Il fascicolo rivelava che dal 1941 aveva operato in banca sotto il proprio nome dal suo ufficio in Germania nella Deutsche Bank di Buenos Aires; che aveva un conto congiunto con il dittatore argentino Juan Peron, e il 4 e il 5 e il 14, 1967, aveva scritto assegni su conti enormi nella prima banca nazionale della città (New York City, New York, The Chase Manhattan Bank e produttori) Hanover Trust Co., tutti bonificati tramite la Deutsche Bank di Buenos Aires. . . “.

(fonte: [Martin Bormann: nazista in esilio, pagina 205].)
Info sconvolgenti in Martin Borman – Nazi in Exile
pubblicato come html da animalfarm.org.
Per ulteriori info si contatti: Joseph P. Farrell – via Google.

 

altra nota.

Si noti come per gli italiani di oggi sia sempre così difficile ottenere informazioni sull’argomento.
Non si trovano libri giusti, ci sono solo informazioni censurate (è una mia idea) di scrittori che hanno abbracciato solo le tesi ufficiali e che non ammettono che si possano scoprire altre verità.
E’ difficile. Davvero. Non scrivo “da aver anche paura“, ma quasi.
Una certa prudenza, comunque è da considerare preziosa.

 

thanks to Nils Haven for his support


eschilo che qui si sofocle

Ad agosto 1944 Martin Bormann, a due mesi dallo sbarco in Normandia e su ordine di Hitler, fece pervenire a tutti gli alti comandi delle SS un messaggio segreto recante istruzioni per mettere in salvo quanto più possibile del Reich, fuori dai propri confini.

 

Dal 1936, la Germania aveva stabilito il sudamerica essere una terra promessa per costruirsi un nuovo futuro. Un territorio nuovo, immenso, da scoprire e conquistare. Missioni esplorative erano partite per il lontano Brasile, Bolivia e l’Argentina, spingendosi dentro fin nel cuore della foresta amazzonica, per terminare poi con la famosa “Operazione Sud”, voluta dall’Amm. Doenitz, da marzo 1945, con l’invio di molti U-boot per mettere in salvo quanto più possibile: armi, denaro e migliaia di gerarchi nazisti.
Destinazione: Buenos Aires.

 

Senza dimenticare il santuario tedesco in Argentina: Bariloche; quasi una nuova Germania. Subito, all’indomani dello sbarco alleato del 1944, il 10 agosto a Strasburgo, nella Francia occupata, 77 uomini del Reich avevano avviato una riunione segreta di due giorni per decidere la loro sorte e mettersi in salvo. Erano il numero due della gerarchia hitleriana, il Ministro degli Armamenti Albert Speer, industriali che avevano costruito il motore della macchina bellica tedesca e poi grandi banchieri, i finanzieri, imprenditori in campo assicurativo, nonchè gli industriali dei bacini del Reno e della Ruhr. Gli imprenditori avrebbero qui preso l’impegno di finanziare la fuga dei gerarchi che avrebbero poi custodito e gestito tutti i capitali trasferiti all’estero. Nella riunione vennero delineate tre vie principali di fuga:
la prima, da Monaco di Baviera a Salisburgo per approdare a Madrid, la seconda e la terza, ancora da Monaco, attraverso il sud Tirolo, per giungere a Genova dove imbarcarsi per l’Egitto, il Libano, la Siria o Buenos Aires.
Ma l’esportazione di capitali e beni di ogni genere era iniziata da diverso tempo; dal 1938 si era verificato un invio regolare, ogni 20gg, di macchinari industriali di ogni genere ed ingegneri. Qui  avevano recitato una parte da protagoniste aziende come la Telefunken, Siemens, Mercedes, Krupps, inviando materiali e soprattutto istruttori che dovevano operare da apri-pista.
Rami di questo esodo germanico hanno toccato anche Tangeri, le Canarie, Gerusalemme, sempre con insediamenti decisamente importanti e immensi capitali a disposizione.
E’ in questo contesto geografico che si è sostanziato il trasferimento di quasi 5mila gerarchi SS, dapprima, fino a quello del Fuhrer di fine aprile ’45.
Ecco perché arrivare in località come Bariloche, nel 1945, il colpo d’occhio sarebbe stato come aver fatto solo qualche Km da Berlino: le case erano come in Germania, c’erano scuole tedesche, si parlava ovunque tedesco e c’era una rete di protezione di una efficienza assoluta.
D’altro canto, è certo che i nazisti hanno goduto da subito della simpatia di ampi settori della società sudamericana, come quello del comparto militare, di politici di rilievo, sostenitori del germanesimo ed imprenditori sempre pronti a fare buoni affari, al di là dell’ideologia di turno. Si può affermare che, probabilmente, la fuga di Hitler è stato il caso più alto dell’operazione “Odessa”.
La cosa più incredibile è che quando la guerra era ormai finita vennero effettuati trasferimenti di fondi all’estero senza troppe difficoltà e venne messo in pratica la fuga di migliaia di persone dall’Europa. E’ abbastanza significativo che, nel febbraio del 1997, il centro Simon Wiesenthal abbia formalmente chiesto al governo argentino di indagare su movimenti bancari e bonifici emessi da Germania e Svizzera (soprattutto…) a Buenos Aires effettuati da da oltre trecento gerarchi, inprenditori di tutti i settori e donne del regime nazista. Nella richiesta, all’allora Presidente Carlos Menem e al Presidente in carica della Banca Centrale figuravano in cima alla lista dei nomi da controllare Adolf Hitler, Eva Braun e Martin Bormann. Per la cronaca, tutte richieste finite in una bolla di sapone, spesso con la motivazione che, secondo la storia, i nomi citati erano morti nel 1945 e pertanto non potevano essere presenti in Argentina.
Se ci si informa a dovere si scoprirà che la rete finanziaria che appoggiava il Terzo Reich, dal 1933 incluse persino anche molte imprese degli Stati Uniti, allora Paese nemico della Germania nazista.
Una curiosità. E’ diventato noto, da non molto, che alcuni Paesi, fra cui gli Stati Uniti, hanno nuovamente vincolato documenti segreti declassificati nel 2014 — questo perché è stata presa la decisione di non divulgarli nonostante i 50 anni previsti dalla legge — che svelerebbero in modo incontrovertibile dettagli imbarazzanti e particolari inediti della questione in oggetto.
Una seconda curiosità. Quando arrivò in Argentina Hitler aveva 56 anni e, leggendo su diversi testi e per quanti riferito da testimoni oculari, non sembrava presentare problemi fisici o psichici, il che è in antitesi completa con la storia ufficiale la quale descrive il Fuhrer “finito” negli ultimi giorni della guerra.
Dal 1936 in poi i latifondisti argentini e paraguaiani hanno rappresentato la spina dorsale della sicurezza tedesca in Sudamerica. Nel primo dopoguerra si trattava quindi di rinsaldare i rapporti di amicizia tra le famiglie di tedeschi emigrati da tempo  e i nuovi rappresentanti del regime nazionalsocialista con l’accordo del Governo brasiliano. In questi anni, i cieli brasiliani sono percorsi da idrovolanti con insegne naziste su Rio delle Amazzoni e si spostano nella zona del Pará, dove gli esploratori tedeschi vengono accolti con estremo entusiasmo da tutte le famiglie che vivevano già lì. Per fare due numeri, prima della Seconda Guerra mondiale infatti il Brasile aveva avuto stretti contatti con la Germania nazista: erano partner economici e il Paese sudamericano ospitava il più grande partito nazifascista fuori d’Europa. Contava più di 40 mila iscritti soprattutto nei centri di Belém (Pará), Salvador de Bahia, San Paolo e Rio de Janeiro.
Non fu un caso che Joseph Mengele, l’autore dei più aberranti esperimenti eugenetici nel campo di concentramento di Auschwitz, riuscì a fuggire alla caduta del regime nazista e al processo di Norimberga rifugiandosi in Sud America: prima in Paraguay, poi in Argentina e infine proprio in Brasile. Nel 1937 l’Ambasciatore tedesco a Rio de Janeiro, Karl Ritter, incontrò segretamente Francisco Campos, per discutere la possibilità di entrare nel Patto Anticomintern e l’opportunità di inviare in Germania alcuni ufficiali dell’Esercito brasiliano per seguire un corso di lotta anticomunista. I militari brasiliani sarebbero stati ospiti del Bureau Anticomintern di Berlino dove lo stesso Heinrich Himmler, capo della Gestapo, avrebbe insegnato loro le migliori tecniche di “controllo politico” del paese.

Una curiosità inquietante inedita. Secondo un’intervista di Radio 4 della BBC ad uno scienziato inglese e contenuta nel libro I segreti perduti della tecnologia nazista“, si afferma che molti nazisti erano partiti da mesi dall’Argentina per la Base 211 in Antartide (vedi op. Hi-Jump) e tra i nomi appare il nome Rudolph Hess!
Si esprimono dubbi sull’uomo rimasto chiuso per tanto tempo nella prigione di Spandau e offre prove piuttosto convincenti che non si trattava del vero Hess, ma di un impo­store lasciato morire come un cane nel 1981. Perché una con­danna così lunga? Qualcuno ha suggerito che Hess fosse in qualche mo­do implicato con la Base 211: forse, in qualità di rappresentante del Fuh­rer, e forse ne organizzò le fasi iniziali usando i suoi ampi poteri e gli Alleati lo tennero in vita perché agisse come una sorta di “negoziatore” con i colo­ni. Hess potrebbe effettivamente essere scomparso per sovrintendere allo sviluppo di un Quarto Reich nell’emi­sfero sud.
Fantasie?


Martin Bormann. more info

La curiosità ha spesso un prezzo: per ottenere risultati appaganti occorre essere abbastanza bravi e determinati. Nel mio caso, invece, credo sia solo una questione di mera fortuna. Ecco cosa ho potuto reperire su Bormann, DOPO il 1945.

  • Esistono documenti ufficiali argentini su Bormann, anche se la maggior parte di essi sembra essere misteriosamente scomparsa dagli archivi. C’è comunque ancora un documento, datato 5 ottobre 1960, firmato dal vice Commissario Justo Horacio Gómez – capo dell’Ufficio Divisione Federale – che riporta informazioni precise della presenza di Bormann in Argentina (rapporto 5-5-2. n° 99786). Altri rapporti sono contenuti in documenti della SIDE (Servizio di Intelligence dello Stato) datati 1960, mai desecretati, che si riferivano ad un libro segreto DAE (sempre del 1960) in cui c’era la pratica molto chiara, n. 3163, incredibilmente sparito o distrutto secondo quanto riportato dalla documentazione ufficiale del Coordinamento Federale.
    (qui la storia si allungherebbe ulteriormente, ma qui bisogna avere dei privilegi che io non ho)
  • Il 21 gennaio 1949, gli Stati Uniti richiesero ufficialmente la cattura di Bormann all’Argentina.
    (gli americani non richiedono ufficialmente una cattura se non sono matematicamente sicuri delle informazioni in loro possesso)
    Un sollecito fu inoltrato a tutte le unità del Coordinamento Federale (Polizia federale), secondo pratica dell’Interpol n.7490, ma la richiesta fu abbandonata clamorosamente per mancanza di un documento nel momento in cui si doveva effettuare una copia dei tanti spostamenti a cui il materiale relativo era sottoposto.
    Documentazione “mancante” ab libitum.
  • Nel 1953, nella casa che Perón aveva a Buonos Aires, in calle Teodoro García nel quartiere di Belgrano, il commissario Jorge Colotto (capo della guardia personale del presidente argentino) è stato testimone di almeno un paio di incontri fra Juan Domingo Perón e Martin Bormann.
  • Nel 1996 è stata visionata una copia, autenticata da notaio, di un passaporto che sarebbe stato usato da Bormann. Il documento, emesso a nome di Ricardo Bauer – di nazionalità italiana – (italiano, con un nome così?) era in ottimo stato e apparteneva alla Repubblica dell’Uruguay, con n. 9862. Come registrato nel documento, lo stesso sarebbe stato emesso dall’ambasciata uruguayana di genova, il 3 gennaio 1946 e, conformamente ai timbri dell’ufficio migrazione, sarebbe stato usato per viaggiare fra Italia e Francia nel 1947. Il passaporto scadeva  il 3 gennaio 1951 e non fu mai rinnovato. Nella foto appare un uomo di fisionomia molto simile a Bormann, registrato con professione di agricoltore con la particolarità singolare di una cicatrice vicino all’occhio sinistro, riportata anche alla voce “segni particolari”.
  • Il capitano delle SS Herbert Habel – che arrivò in Argentina con l’identità falsa di Kurt Repa, raccontò che Bormann era scappato da Genova nel 1947 (intervista apparsa sul quotidiano La Mañana del Sur) con l’aiuto dell’agente Franz Ruffinengo (un austriaco che lavorava con Perón) incaricato specializzato nell’aiutare nazisti in fuga dall’Europa. Esiste (se non si è perso) un foglio, scritto a mano, di Bormann che ringrazia Ruffinengo con queste parole: «voglia Dio che io abbia la possibilità di aiutarla così come Lei ha fatto con me. – f.to Martin Bormann -».  Era datato 24 aprile 1947, giorno in cui Bormann si stava imbarcando su una nave, battente bandiera egiziana (che trasportava banane), per uscire dall’Europa.
  • Nel 2011, il collaborazionista belga Paul van Aerscholdt disse che Bormann visse in Paraguay e Bolivia, dopo la guerra, con l’identità del prete Agustin von Lembach. Il belga disse inoltre di essersi incontrato con Bormann “quattro volte nel 1950” a La Paz. “Veniva dal Paraguay e stava preparando, con una ventina di ufficiali un colpo di stato per spodestare Perón, in Argentina”.
    Può sembrare folle che Bormann volesse far cadere Perón che tanto aveva aiutato i nazisti, ma i due erano entrati in conflitto sul tema della confisca dei beni espropriati ai tedeschi dal governo quando l’Argentina  dichiarò guerra all’Asse nel 1945.
    Nel 1945 Perón aveva restituito una percentuale bassissima di queste proprietà ai loro legittimi proprietari tedeschi, nonostante i reclami degli stessi. Il leader del giustizialismo aveva trattenuto alcuni valori introdotti clandestinamente nel Paese dai nazisti, che “non gli spettavano” provocando le ire di Bormann.
    Si parla di una montagna di soldi e proprietà immobiliari. Più propriamente, di una “catena montuosa” di soldi, di cui anche Evita Perón si era avvantaggiata negli anni precedenti.

Certo è che Bormann visse gli ultimi anni della sua vita in Paraguay, dove manteneva rapporti con l’Ambasciata tedesca di Asunción, come rivelato dai documenti ufficiali di quel Paese. Alcuni di questi attestano che anche il suo decesso, causato, come ho già scritto, da un cancoro allo stomaco e la sepoltura nel cimitero di Itá.
Solo il suo cranio venne riesumato e insieme ad altre ossa, sepolto a Berlino, dove fu successivamente dissotterrato per far credere al mondo che là era morto nel 1945, vicino alla stazione Lehrter.

 

secondo la rete:

  1. La testimonianza è di Erich Kempka, autista di Hitler, che lo vide addirittura colpito dall’esplosione di un carro armato.
  2. un’altra rivelazione è di Guido Giannettini, famoso agente «Z» del Sid che lo vedrebbe sepolto a Roma (vedi articolo)

E’ sempre impressionante la montagna di bugie riportate sui libri, sui giornali, nella rete, di moltissime cose relative ai nazisti.

Per ulteriori info:


Obersalzberg nido dell’Aquila

quarta parte

Il Nido dell’Aquila.

Anche questa è un’idea di Bormann. Anzi, direi: un chiodo fisso, una sfida che stava diventando un’ossessione. Un rifugio montano sulla cima del Kehlstein da regalare al Fuhrer per il suo cinquantesimo compleanno. Da qui Hitler avrebbe potuto stupire tutti con una vista mozzafiato grazie all’ingegneria nazista.


Ma l’ing. Haupner, suo sottoposto, non credeva che fosse possibile costruire una struttura così al vertice e, tantomeno, una strada per raggiungerla.
Il primo problema logistico da affrontare per la fattibilità del progetto era sicuramente il costruire una strada per accedervi.
Una strada da farsi, però, su di un pendio quasi interamente verticale. E per di più, alla luce un problema era salito presto alla ribalta: la roccia, ad un certo punto dei lavori era troppo friabile per sostenere la strada; l’unica soluzione affrontabile era allora scavare sul versante.
Una soluzione si rivelò radicale: interrompere la strada poco prima del vertice, realizzare un tunnel nella montagna e salire gli ultimi 120m fino al rifugio usando un ascensore.


Nulla poteva ostacolare l’obiettivo di Bormann. Con sforzo e grande creatività la strada venne realizzata in modo magistrale; anche oggi, ad ogni curva il tracciato sembra soddisfare una sorta di ideale romantico.
La strada, lunga 6,5 km, fu completata con sforzi quasi sovrumani in soli 13 mesi.

il work in progress della strada

Alla fine del 1937, sul vertice, a 1615 m di quota, vengono messi al lavoro altri 800 operai, ma a soli 6 mesi dall’inizio della costruzione per Hans Haupner ed Heinz Noris, incaricati dei lavori di costruzione, c’è un imprevisto: Hitler vuole vedere l’opera. Queste persone ricordano fin troppo bene il carattere di Bormann, così sempre pronto ad esplodere in scatti di ira e a mostrare la sua natura tirannica.
Nonostante le condizioni estreme, nel settembre del 1938 la parte esterna del Nido dell’Aquila era completa.
Alla prima visita del 16 settembre 1938 Hitler vede finalmente il Nido dell’Aquila, per la prima volta.
Bormann, con aria estremamente ansiosa di compiacerlo, gli dice: “mio Fuhrer, tenga presente che lei lo sta visitando con 7 mesi di anticipo. I lavori non sono ancora terminati“. Con aria abbastanza perplessa, il Fuhrer risponde dicendo che visiterà quel luogo solo occasionalmente, perchè l’aria è troppo sottile e l’ascensore non gli sembra molto sicuro e procurandogli anche il timore che possa attirare i fulmini.
Infatti, fedele alla sua parola, lo visiterà solo pochissime volte, confessando anche che ha problemi con l’altitudine. Al contrario Eva Braun sfrutta ogni occasione per guidare fino alla vetta, immortalando ogni viaggio con la sua cinepresa. Lei, che descrive il suo stato come quello di una prigioniera in una gabbia dorata, potrà rifugiarsi in montagna con amici e parenti essendo così spesso esclusa dalle cerimonie ufficiali che si svolgono così spesso al Berghoff.

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Nonostante il parziale insuccesso della presentazione ma, per aver mostrato le sue capacità organizzative, Bormann divenne il custode unico e fiduciario dell’Obersalzberg e sempre più indispensabile per il Cancelliere perchè in astuzia e arguzia superò i diretti rivali in ogni occasione.

Non appena ultimata, la Kehlsteihaus divenne da subito un luogo ideale per impressionare gli ospiti e per creare anche eventi esclusivi.

Per gran parte del periodo di guerra la regione sud orientale dell’Obersalzberg è un luogo virtualmente intoccabile, ma col passare del tempo e l’incalzare degli Alleati si resero necessarie misure di difesa dai bombardamenti più adeguate. E’ allora che Bormann, su esortazione dei servizi SS di sicurezza, fece arrivare difese contraeree e fa attrezzò i bunker difensivi appena costruiti con tutte le tecnologie disponibili.

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mappa (parziale) tunnel e bunker

Venne ultimato anche il tunnel (quasi segreto per tutti) che conduce nel retro della montagna, a valle, dove ad attendere c’è ancora una ferrovia, per la fuga. Con 6 cannoni antiaereo piazzati sui crinali sovrastanti l’Obesalzberg, la realizzazione di 5 km di gallerie comuncanti tra loro e la creazione di un quartier generale sotterraneo per il Fuhrer accanto al Berghoff, pianificò una difesa che doveva essere impenetrabile. Si pensi che la struttura sotterranea realizzata nel vicino paese di Bishofwiesen (a 4 km dal Berghoff) è ancora oggi attrezzata per operare sotto assedio.
Secondo l’opinione di Bormann, se la capitale Berlino fosse caduta, l’Obersalzberg sarebbe stata l’unico luogo dove il suo Fuhrer poteva essere al sicuro.

E a questo punto i documentari i libri che ci illustrano la fine del Reich raccontano un’altra storia.
Ma se la contraerea riuscì ad abbattere un solo bombardiere nell’unico attacco subito, è vero anche che tutti i bunker costruiti tennero egregiamente e la famiglia di Bormann, come tantissime rimasero illese, come la maggior parte dei soldati SS. da un altro punto di vista sipuò dire: 10 anni per costruire, 2 ore per distruggere. Ma è un discorso del menga (detto, credo, romagnolo): la stessa cosa si può dire anche per l’11 settembre. 20 o 30 o 50 anni per costruire, 5 minuti per demolire. E’ solo retorica letteraria.

E quello che racconta in video James Holland è una balla orrenda, sia sulla fine di Hitler, sia sulla fine di Bormann, come è stato ampiamente documentato in questo blog.

Qualche dettaglio.

I lavori di costruzione, nonostante gli enormi capitali del Terzo Reich, incontarono diversi problemi amministrativi ricorrenti che si andavano ad incastrare con quelli tecnici. Un problema non trascurabile fu il cavo dell’ascensore. Anche perche Bormann, all’ultimo momento cambiò la richiesta di portata da 10 persone max a 15. Alla fine si parlò di un montacarichi e per l’uso venne designato una cavo speciale della lunghezza di 1270 metri, sopra un’altitudine di 670m. La cosa non è stata uno scherzo. Per lo sforzo di posizionare il cavo sono stati impiegati cinquanta uomini e attrezzature pesanti, tra cui otto torri di sostegno fino al vertice alto di 1834 m. Oltre 800 uomini lavoranti hanno passato mesi lontano dalle loro famiglie, dormendo in caserme e con turni estremamente logoranti. Una richiesta di Bormann fu di portare le ore settimanali di lavoro da 48 a 60.
Un problema non trascurabile fu il riscaldamento dell’ascensore che doveva essere mantenuto sempre in funzione, sempre alla stessa temperatura interna, a prescindere dal clima esterno. Per mantenere equilibrata la temperatura e per prevenire l’accumulo di condensa fu installato anche un sistema di riscaldamento composto da due ventole di ventilazione principali e una serie  di undi bocchette di aria nell’albero alto di 131m. La stessa cosa per il tunnel di entrata e di servizio.
18gg prima che arrivasse Hitler in visita, mentre una squadra era stata occupata a costruire le prese d’aria, con turni da urlo, un’altra di elettricisti stava febbrilmente installando l’illuminazione necessaria, le scatole di fusibili e i cavi di controllo.
Nel lavoro non ci potevano essere pause.
C’erano originariamente due cabine per ascensore. Mentre la lussuosa ottone e la capsula specchiata era riservata a Hitler e ad altri VIP, un’altra cabina più spartana, direttamente sotto, era stata progettata per trasportare al summit sia le forniture che il personale regolare, comprese le guardie di Hitler e il personale del posto. Mentre la cabina principale si apriva nel primo piano della casa, la cabina inferiore forniva un’uscita al piano seminterrato.
Per garantire la sicurezza completa, è stato installato anche un ascensore di emergenza destinato a trasportare tre persone – in esecuzione con un motore separato e accessibile dalla cabina inferiore. La cabina di ascensore inferiore non è mai stata utilizzata dal momento che il Kehlsteinhaus è stato aperto al pubblico come sono state rimosse anche le panche in pelle della capsula principale.

Il tunnel d’entrata e l’ascensore circolare sono stati rivestiti con marmi locali di alta qualità; il tunnel è stato costruito con il marmo di Kälberstein, mentre il soffitto a cupola della sala d’attesa, di 7 metri di diametro, è stato abilmente vestito con pietra senza malta proveniente da vicino Ruhpolding.

L’interno di ottone massiccio lucido e gli specchi circolari veneziani,  offrivano un’anteprima del lusso che attendeva i visitatori al vertice. La sontuosa cabina dell’ascensore era dotata di un classico quadrante bianco e di un telefono nero di emergenza Bakelite, con illuminazione interna e fornita da un cerchio di otto lampade luminose sul soffitto. In modo che i visitatori non dovessero stare in piedi durante la salita di 124 metri al vertice, erano installati comodi banchi in pelle sui tre lati della cabina.
Il Nido dell’Aquila costerà circa 30 milioni di Reichsmark.

La Sicurezza dell’Obersalzberg prevedeva 3 posti di guardia,  situati come si vede nella mappa:


Quello che si vede in foto è il bunker dove Bormann e famiglia trovarono riparo durante il bombardamento dell’Obersalzberg.

esito del bombardamento alleato.

 

galleria foto

 foto  rare

 

 

 

 

fine quarta parte


Ecco dove è sepolto Hitler…

… e dintorni.

 

Avevo già preannunciato, nella serie Evidence file (che invito a rileggere), relativa alla passata edizione di Hunting Hitler, che il dittatore era sepolto in una cripta, secondo notizie ultime, sotto un albergo visitato ogni anno da nostalgici tedeschi; e finalmente ho trovato l’albergo!

Ciò significa che chi ha i soldi per il viaggio potrà andare a metterci il naso per vedere se è vero. Intanto la foto.


Si chiama: Hotel del Lago ed è sulle rive del lago Ypacarai, nel cuore del centro storico a San Bernardino.
Secondo info, che sembrano precise, per accedere alla cripta bisogna usare un ascensore e sembra che le visite siano molto riservate e controllate. Inutile dire che non si troverà il nome Hitler, ma quello di Kurt Bruno Kirchner, nome dietro al quale si è nascosto, perlomeno, dal 1955 e dove sarebbe sepolto dal 5 febbraio 1971.
Ribadisco che questo Hotel-stabilimento, nella prima settimana di ogni mese di febbraio chiude le sue porte per un gruppo di nazisti o presunti tali che ritornano ad onorare il loro leader.

La cittadina di San Bernardino, fondata nel 1888 da famiglie tedesche, incredibilmente e paradossalmente un anno prima della nascita di Adolf Hitler, oggi ospita ancora una importante e folta colonia tedesca. Anticamente, l’Hotel è stato costruito sopra un vecchio e famoso club germanico. Già dalla metà degli anni 30 il nazismo qui è diventato popolare grazie alla propaganda sostenuta da Bernard Förster, promotore di una delle prime colonie ariane in Paraguay. Il club nazista era al tempo al n.19; 19 come la sua data di nascita vera (e non il 20 – come è stato poi registrato).
Qui, a queste cose ci credono molto.

E a proposito di certezze (o quasi), sempre a bassa voce, qui si sostiene che il Fuhrer sia volato da Berlino in Austria, a Hörsching, poi da qui a Barcellona su un aereo pilotato da Werner Baumbach (morto poi in Argentina nel 1953), poi a Cantabria en Hosteria Las Quebrantas del pueblo de Somo, a sud della baia di Santander, ancora da lì a Vigo (secondo i rapporti dell’MI6) con un sommergibile in Patagonia, dopo una breve sosta di 3 giorni alla Canarie (rileggere il rapporto Evidence 4). Qui riuscì ad insedirsi più stabilmente grazie all’aiuto di Jorge Antonio (nella foto), il proprietario di casa Inalco che abbiamo già conosciuto.
Questa trafila ci ricollega però ad Hunting Hitler 2016.

La saga continua.

Forse un po’ come il closing del Milan, che ha superato lungamente la telenovela di arrivo di Maradona dei tempi passati.
Boh, la battuta forse ci stava, forse no. Vabbè.

Tra le cose folkloristiche c’è anche questa; la camera dove il Fuhrer ed Eva Braun avrebbero dormito.

Tra le notizie mormorate si ricorda il vescovo Alois Hudal, rettore dell’Istituto Pontificale Romano di Santa Maria dell’Anima, che era un seminario di sacerdoti germanici e austriaci che si sono adoperati per far fuggire i criminali di guerra nazisti ricercati e procurare loro documenti di identità tramite l’organizzazione del Vaticano per i rifugiati. Questi documenti falsi erano il primo step necessario per ottenere il passaporto tanto desiderato del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) che rilasciava la prova di identità sulla base delle informazioni rilasciate sulla parola del vescovo Hudal.
I protetti sarebbero stati Erich Priebke, Klaus Barbie, Edward Roschmann, Walter Rauf, Alois Brunner, Franz Stangl, Gustav Wagner, Alois Brunner, Adolf Eichmann e Josef Mengele.
Senza tralasciare Martin Bormann.


Escaping_files2017•16


Reinhard Schabelmann: l’ultima intervista
il nuovo ruolo di Bormann.

La conversazione con questo signore è avvenuta con l’autore dell’intervista negli anni ’90. Nell’ultimo scambio epistolare rilasciò parole che riassumevano la situazione:

vi erano storicamente due schieramenti in campo, da una parte quelli che, con il frutto di ciò che riuscirono a spedire (in Argentina) — i proventi derivati dall‘aver mantenuto il silenzio e i compensi ottenuti per aver lavorato con il partito — comprarono proprietà, misero in piedi piccole industrie o si convertirono in semplici cittadini finanziariamente forti (molti si stabilirono a Bariloche, Rio Negro, altri si spostarono in Cile). Dall’altra — quelli che maneggiavano il grosso del bottino, trasferito già dai primi anni del conflitto — iniziarono a prendere le distanze dall‘utopica idea di riorganizzare il partito da qui (dall‘Argentina) e decisero semplicemente di investire i beni per il proprio personale beneficio. Si produsse quindi un’aspra lotta interna, fra coloro che fecero il lavoro “sporco” durante la guerra (le SS) e quelli più intelligenti che si impossessarono del bottino. Per anni questo è stato motivo di un costante, come dicono qui, “passaggio di esecuzioni” pagate con la vita.
Nello scontro eravamo tutti divisi ”. Fra i beni vi erano “migliaia di ettari a Cordoba, Santa Fé, il Litorale, Tucumàn; nel sud, a Mendoza, laboratori e il finanziamento di certi affari che nulla avevano a che vedere con i principi che avevamo
”, assicurò Schabelmann.

L’arrivo del gerarca nazista Martin Bormann in Argentina, avvenuto quasi tre anni dopo a quello del Fuhrer, accelerò il processo di intrighi e tradimenti fra nazisti latitanti, la cui causa di disputa principale fu disporre di cifre milionarie, terre acquisite, società tedesche create nel contesto dell’organizzazione finanziaria, oro e altri valori. In tal senso, le parole di Schabelmann sono molto chiare: “una volta – morto – l’Adolf Hitler condottiero, ci dovevamo preoccupare soltanto di un civile (lo stesso Hitler latitante in Argentina) questo facemmo e fin là arrivò la nostra missione. Quando Bormann arrivò in Argentina, la questione prese un‘altra piega. Diversi di noi ignoravano la situazione. Il governo di Adenauer, praticamente fino al 1951, fu gestito a livello economico dagli americani e a livello politico da Bormann ”.

Hitler era il passato, il passato doloroso della guerra sempre più lontano. Bormann — riciclatosi nella nuova epoca grazie alla sua intelligenza, ma fondamentalmente perché aveva le chiavi di accesso al denaro — era il presente, l’uomo che gestiva le finanze milionarie dei nazisti in esilio e i rapporti con il potere politico e militare internazionale.

Il punto è che, quando arrivò nel Paese sudamericano, fu chiaro a tutti i nazisti che colui che gestiva le finanze era lui e quindi ” lui ” deteneva il potere reale. In quel momento, l’ “eminenza grigia” — come lo chiamavano tutti — prese le distanze dal Fuhrer, costretto ad un’uscita di scena obbligata e alla clandestinità.
Hitler, morto, ma vivo, non era più utile né a Bormann, né alle Potenze Alleate.

E dal 1952 in poi, alla morte di Evita si aprì una caccia forsennata ai conti svizzeri aperti dalla sua sposa e con esiti letali per alcune persone. Bormann iniziò presto ad avere forti contrasti con Peron soprattutto in materia di affari. Si parla di tonnellate d’oro ed una montagna indescrivibile di soldi; finanze dalle quali Hitler era completamente estraneo e che interessavano solo a nazisti e presunti tali.
Il Fuhrer già non gestiva più l’argomento e per questa ragione si trovò, ad un certo punto, in difficoltà economica; la sua unica preoccupazione era quella di sopravvivere nel mondo del dopoguerra.
Come spesso lo si è sentito di ripetere, ” la sua grande fortuna consisteva nell’essersi salvato e poterne godere, nel suo esilio, insieme con Eva Braun “.


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