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1943: la fuga del Re.


I romani, all’alba dell’11 settembre non sapevano nulla, nè dell’armistizio, nè della fuga del Re, ma si era capito che l’allontanamento sovrano dalla capitale era un fatto politico: se i tedeschi avessero preso prigioniero il Re, l’Italia non avrebbe più avuto un Governo legittimo per trattare l’armistizio e la cosa sarebbe risultata inaccettabile.

Indro Montanelli ci dice che la fuga da Roma fu decisa verso le 4 del giorno 9 settembre. Ma chi aveva riferito a Roatta che la Tiburtina era libera? In realtà non lo era affatto. Pattuglie tedesche correvano avanti e indietro istituendo anche posti di blocco. Si parlerà di un lasciapassare tedesco: – in quei momenti, se a Roma i capi fuggono è tanto meglio per noi! -.   Poi, un possibile accordo Ambrosio-Kesselring per consentire la fuga dell’Alto Comando, dietro l’impegno preso, ma non rispettato, di non far combattere l’esercito italiano.
Comunque la colonna reale interminabile procede indisturbata fino a destinazione. Numerose testimonianze ci raccontano di tedeschi lungo la strada, posti di blocco, controlli aerei. Una colonna di 50 macchine, e per di più lussuose, erano quindi alla mercè dei tedeschi in qualunque momento.
Quindi, intenzionalmente non vollero fermarla.
* (vedi in fondo)

Alle 24, sul molo di Ortona ora ci sono quelle 50 auto: il segreto non aveva retto! Si contano più di duecento generali e ufficiali e almeno una ventina di autisti, attendenti e …domestici. Il luogo non hai visto un assembramento di personalità così ampio e, soprattutto, a quell’ora.
Più i curiosi locali accorsi in massa.
Ed è proprio qui che molto di Casa Savoia si decide.

Venti minuti dopo il Re si imbarca sulla corvetta. E subito sul molo scoppia un’ignobile piazzata su chi abbia diritto a salire a bordo per primo.
Alla fine saranno cinquantasette… i fortunati a godere del privilegio dell’imbarco. I rimasti a terra, per la paura di essere catturati, non aspetteranno le altre navi che, all’alba, non trovando più nessuno, se ne andranno senza passeggeri.
E questo la dice lunga sullo stress di quel momento.

Nella fretta dell’imbarco, Badoglio non aveva dimenticato di portare con sè anche radio trasmittente ed operatore, così, a sera, si trasmettono messaggi che sollecitano l’arrivo degli alleati, messi in contatto dall’apparato radio fornito appunto dagli alleati all’atto dell’armistizio. Tuttociò, nella tremenda paura di un contrattacco aereo tedesco.


Comunque, il viaggio del Baionetta, seguito da un incrociatore, inizia in un clima di speranza, ma anche di paura. Sul ponte e nelle cabine regna un certo silenzio interrotto da qualche frase di rimpianti per quello che ognuno aveva dovuto lasciare.
Il Re si lamentava delle sue monete d’oro oramai irrimedialmente perdute assiema alle collane della regina.
In particolare, Brunore De Buzzaccarini, allora tenente e aiutante di campo del sovrano nel momento della fuga da Roma, raccontò che si stava cercando un luogo privo di alcun predominio territoriale, quindi non tedeschi, meglio anche se non Alleati. Perchè non si sa mai.
Quindi era possibile anche scegliere Taranto o la Sicilia.
Si è poi saputo, dopo la fine del conflitto, che durante la navigazione la compagnia fu seguita da un ricognitore tedesco documentò con fotografie la fuga dei Reali, ma nulla seguì a tale controllo.

Allo sbarco del Re, della regina e pochi altri su una motobarca, sul molo di Brindisi, ad aspettarli c’era una folla ragguardevole richiamata dall’evento. Circa 250 persone pronte ad applaudirli. Applaudirli? Certo. La notizia era stata diramata via-radio già da alcune ore dal Baionetta. Ovvio.

No, certamente ovvio no. Perchè col desiderio di segretezza voluto dalla Corona e col fatto che i tedeschi avrebbero potuto intercettare il messaggio, il pericolo poteva essere in agguato.
Comunque al molo fu richiesto un vero e proprio servizio d’ordine con Carabinieri e Polizia varia. Il re, a detta dei presenti, sembrava molto serio ed emozionato ed un po’ a disagio. Badoglio, con un gesto d’impeto, si rivolse alla folla e gridò: “abbiamo firmato l’armistizio!”.

 

Ten. Brunoro De Buzzaccarini

A bordo del Baionetta c’erano, oltre che il re, la regina Elena e il principe Umberto, il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio; gli aiutanti di campo, generali Paolo Puntoni, Giovanni Gamerra, Giacomo Carboni, Giulio Litta Modignani, il tenente colonnello Brunoro De Buzzaccarini, il maggiore Campello, ufficiale degli aerosiluranti, il ministro della Real Casa Pietro Acquarone, il capo di Stato Maggiore generale Vittorio Ambrosio, il capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Mario Roatta, il generale di divisione dell’Aeronautica Paolo Renato Sandalli, il tenente colonnello Luigi Marchese, già ufficiale degli Alpini, componente dello Stato Maggiore dell’Esercito.

Vittorio Emanuele III a Brindisi

Una volta approdati al molo della città vecchia, mentre i notabili del Regno lasciava il molo, l’ordinanza dell’ammiraglio Rubartelli si precipita per una scorciatoia per raggiungere la casa del Comandante della piazza per avvertire la consorte, che stava facendo il riposino pomeridiano, dell’arrivo degli ospiti inattesi e così la casa viene scelta come residenza reale
(Rubartelli avrà gioito per questo?).
Il re e la regina decidono di occupare il primo piano, l’ammiraglio Rubartelli si sistema al piano terra.

Un cuoco della casa ricorda: curioso il cerimoniale di ogni pasto.
Entrava per primo il re, poi la regina e si sedevano. Poi arrivava il principe e via via tutti gli altri che salutavano, a turno, il sovrano.
Pratica spiata attraverso serrature e porte socchiuse, perchè, normalmente, si svolgeva tutto a porte chiuse.
Curioso anche il fatto che tutti i negozi del luogo vennero sollecitati a fornire e a dar fondo ai magazzini per rendere disponibili tessuti e vestiti per la Corona tutta. Sarti, calzolai e parrucchieri dovevano fornire servizi ed equipaggiamento adeguato a tutti i visitatori di riguardo giunti senza bagaglio. Ai fondi poi, avrebbe pensato la Banca d’Italia.
La piccola banca di Brindisi intanto deve far fronte alle esigenze delle massime autorità del Regno che in quel momento erano senza soldi.
Perciò si aprirono i forzieri per rimpinguare le tasche della Corona e di tutte le eccellenze al seguito.

Apprendo la notizia (fonte alleata) che della cosa Badoglio non si avvantaggiò, se non in minima parte. Perchè?
MacFarlane sapeva che dai primi di settembre il Maresciallo aveva fatto trasferire ingenti somme di denaro personale in banche di Bari per sottrarle – disse – in previsione del peggio, ai tedeschi.
Comunque, proprio da questo, si intuisce come l’idea della fuga fosse germinata nella sua mente con ampio margine sull’8 settembre.

Subito alla prima alba, Vittorio Emanuele III ordina un’ispezione alle fortificazioni della zona svegliando tutti gli ufficiali assonnati.
Mancano i generali Ambrosio e Roatta, i ministri della Marina De Courten e Sandalli e i due aiutanti di campo.

Qui, il re scruta l’orizzonte dalla torre del castello svevo, quasi a cercare i confini del nuovo Regno: i nuovi confini per il re d’Italia e d’Albania e imperatore d’Etiopia ora sono molto vicini: ridotti a due province. Nessuno lo sa ancora.
Nessuna sa che il re sia fuggito o meno, si sa che è lì e basta.
Nella palazzina liberty dell’ammiraglio Rubartelli Badoglio comunque sa riprendere le sue abitudini.

Curiosamente ancora, il giorno 11 settembre, la gente di Bari, sapendo di Brindisi, con l’aiuto di soldati dell’esercito, insorse contro i tedeschi che volevano occupare il porto e li cacciarono.
Poi, improvvisamente, arriva un aereo americano con due esponenti giunti per conferire con il Governo; il generale MacFarlane e il gen. Murphy, consigliere politico di Eisenhower. Atterrarono vicino a Taranto in un campo d’aviazione militare, ignari di come sarebbero stati accolti.
Furono sorpresi dai gesti d’amicizia di centinaia di soldati e ufficiali dell’esercito che si presentarono stracciati ma desiderosi di conoscerli.

Badoglio apparve agli alleati come una figura militare sbiadita, una persona ormai fuori dalla sua epoca, troppo datata ed antiquata.
Il re invece sembrò a MacFarlane un “ga-ga” di altri tempi, una persona insicura e senza più risorse.

 

 * ragionamento tedesco.

La Luftwaffe stava controllando il cielo di Roma dal giorno 9 e seguenti.
Le divisioni italiane che si stavano ammassando in una confusione terribile lungo le tortuosità della via Tiburtina sarebbero state un’altra facile preda per l’aviazione tedesca, ancora in ottima forma. Perchè bombardare e impossessarsi poi di un ammasso di rottami, quando si poteva entrare in possesso di mezzi sani ed efficienti?
Kesserling non era mica stupido.


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