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Appunti

titansUna riflessione a questo punto mi pare doverosa. All’inizio della mia passione-ossessione (come l’ho definita) ero convinto che l’inganno, la menzogna fossero una prerogativa del nazismo e del fascismo. Invece no. Mi spiego meglio. Non è che tutto si risolve sempre nella solita lotta del bene contro il male; può esistere anche la lotta del male contro un altro male e quindi è bella lotta tra titani! Facciamo un punto.  Gli ex-comunisti, i vecchi rossi insomma, dicono di aver vinto la guerra in Italia e questo (a mio modo di vedere) è una parte di verità. Ma non direttamente nel ’45. Lo hanno fatto dopo la guerra mondiale. Con la polizia partigiana, con le volanti rosse; qua da noi (e parlo del triangolo rosso) c’era invece una motocicletta (Guzzi 500) e una pistola col silenziatore ad istruire le masse e la cosa ha costruito un’omertà che prima NON esisteva. Dico in Romagna. L’omertà è una roba che sa di …mafia, non di Romagna, di vino rosso, donne, motori, valzer e bellissime donne. E invece no. E’ una roba brutta. La gente, prima,  non aveva paura di dire le cose come stavano; il romagnolo era schietto, sincero, leale. Invece no. La gente è cambiata. Qui ci sta un ” ciò! ” (con la O chiusa).

Invece ci hanno insegnato a stare zitti come mosche, ci hanno tenuto sotto scacco con la loro cultura, con la loro informazione fino almeno agli anni 75/80. E parlo di falsa informazione. Qui torno a piombo al discorso dell’inganno che scopro essere una caratteristica di ogni dittatura, ma anche di ogni tentata-dittatura! Ricordo che alla scuola di mio figlio si insegnava che la lotta al fascismo era un dovere di ogni antifascista. E se questa lotta ha significato poi compiere gesta efferate è stato per rendere pan per focaccia alle gesta dei picchiatori fascisti. Detta così, la cosa mi fece impressione. E’ comunque una questione di prospettive. Peccato che la lotta di cui si parla l’hanno compiuta solo i comunisti. Voglio dire, non hanno partecipato quelli del Partito d’Azione, non gli anarchici, non i partigiani bianchi, non i socialisti riformisti, non i liberali e nemmeno i democristiani. Qualcuno questo lo dimentica spesso nei discorsi. Nel corso di una presentazione di un libro sull’antifascismo, qui a Faenza, ho sentito dichiarare che i comunisti si battevano per ritornare alla democrazia pre-fascista.

Balle. Ed è proprio qui che l’ inganno di cui parlo inizia.

partigiani_manipuliteBalle. Quella della guerra civile è stata una lotta di classe, una lotta politicauna lotta pre-programmata. La Resistenza vera è finita l’8 maggio 1945. Il piano ha previsto l’eliminazione fisica di partigiani non comunisti e di tutti i possibili avversari politici nella corsa verso la democrazia progressiva, che, come dice Pansa, è l’anticamera della dittatura rossa. E se poi si è evitato un drammatico bagno di sangue colossale in Italia lo dobbiamo solo alla presenza degli Alleati. vera_domandaVeri paladini di questo dovere dell’antifascismo ricordiamo Umberto Fusaroli Casadei,  Gustavo Filippi a Voltana, Silvio Pasi a Lavezzola e Giovecca, Umberto Ricci a Massalombarda e Ravenna. Tutti falsi partigiani.

Qui il fascismo rosso ha avuto la più alta espressione nel seguire la linea del Partito che imponeva l’intensificazione della lotta mediante i cosiddetti ” eroi dell’imboscata “. Una tecnica sicura per provocare un inevitabile reazione di fascisti e tedeschi, fino a marzo ’44 quasi inesistente nelle zone citate. Zone tristemente famose per le mattanze di Argenta, al ponte della Bastia (74 assassinati), di Giovecca (oltre 300) e di Lavezzola (oltre 500 giustiziati) e per aver celebrato i propri riti in luoghi come la Villa dei Manzoni di Frascata, Villa Ferné di Lavezzola, Villa Scardovi di Giovecca e Casa Venturoli a Voltana. Tutte località che videro commissario politico Giuseppe D’Alema.

E allora riaffiora il pensiero di molti che non si sentono affatto “liberati” da queste persone e che non mostrano entusiasmo nei festeggiamenti dei 25 aprile o dei 2 giugno. E di conseguenza mostrano perplessità evidenti.

Che libertà c’è nel dovere l’omertà? Quale libertà risiede nel dovere cadere dalla padella nella brace ? E’ davvero liberazione  camminare nel paese d’origine guardandosi la punta dei propri piedi per la paura? Lascio al lettore la risposta. Comunque quelle persone sono già state consegnate alla storia e non sarà certo un blog tematico a riaprire tardive ed inutili discussioni. Anche se chi ha perso familiari ed amici per linee politiche a lui differenti, la pensa in modo sicuramente differente.

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l’ora politica – l’imperativo –

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Uccidere subito i fascisti.  Ho preso in prestito questo titolo perché mi è sembrato il più calzante per illustrare il forsennato imperativo promulgato dai commissari politici di quei giorni. E tra quei commissari c’erano nomi molto noti. Negli anni dopo il ’50 poi, molti hanno (per così dire…) scelto di modificare le proprie posizioni.

Ma intanto, dal 9 settembre ’43 i comunisti sono gli in grado di muoversi senza intoppi. Nelle varie piazze citate (parlo di Ravenna, Forlì, etc.) si urla di attaccare i fascisti al muro; “la nostra battaglia è la vostra battaglia! trovateli e fategliela pagare..” – dicevano, agitando i pugni come marionette impazzite. E questa NON è giustizia; è solo istigazione alla vendetta nel modo più sbrigativo attuabile. Cosa? Ma cosa è? il far west?

Si chiama “Giustizia” il condannare una dittatura finita, con una serie di omicidi politici e non, in favore di un’altra dittatura, magari di Stalin? Direi, dalla padella alla brace direttamente… Il proposito di instaurare un clima di terrorismo urbano per liberarsi di sicuri e probabili futuri ostacoli si chiama complotto e come tale andrebbe punito anche a distanza  di 100 anni. Diversamente si potrebbe intentare una causa contro questi signori per danni procurati allo Stato Italiano. E’ una vergogna cercare di macchiare la i sacrifici di un popolo, l’ onore della Resistenza vera (il 30% di quella conclamata) con il terrorismo politico che impone una nuova parola d’ ordine: – omertà -. Se parli sei morto. A Massalombarda, a Giovecca, a Lugo. Ad Imola, a S. Piero in Bagno; dove fino al 7 settembre erano tutti fascisti. Tutti. Ho detto: tutti. Il 10 settembre avevano tutti il fazzoletto rosso al collo. Si chiama “creatività”. Trasformismo. Opportunismo. Si chiama paura. Paura dei Thompson dei partigiani che conoscono a fondo il significato di cinismo.                Nell’ ora politica si dice: – più brutale sarà la reazione dei fascisti per gli omicidi compiuti dai GAP, più la guerra civile sarà grande -. Una bella equazione.

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Il selezionare i nomi delle persone da prelevare è programmazione di delinquenza. Si dice che il terrorismo è un fenomeno degli anni ’70, ma non è vero. E’ nato prima. Il terrorismo urbano lo si è praticato a Mosca come a Madrid almeno 30 o 40 anni prima. Qui si replica solo.

terrorismo70Insomma, bisogna uccidere subito il maggior numero di fascisti, soprattutto quelli più indifesi. Per dare l’esempio. Per fargliela pagare. Togliatti, appena rientrato dalla Russia, ha parlato chiaro: «ci vuole un segnale forte…, devono capire chi siamo!». E scorrono fiumi di sangue. Dal settembre ’43 alla primavera ’44 si registra la serie più cruenta di crimini contro i sospetti, i possibili amici dei fascisti, i collaborazionisti. Tutto facile; complice la netta supremazia del PCI nei confronti del CLN. Divertente la circolare che circolò solo nelle sedi principali del Partito: “E’ assolutamente proibito ai commissari politici di far propaganda di partito“. Se la cosa non è sfociata in un’ ecatombe totale, dopo i 20mila uccisi più o meno misteriosamente dopo il 25 aprile ’45, è da attribuirsi alla presenza dei polacchi e delle truppe americane e inglesi sul nostro suolo nazionale. A chi mi legge chiedo di pensare a cosa sarebbe successo se invece di questi Alleati ci fossero stati i reparti di Stalin o di Tito!

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l’ora politica – l’inizio –

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Tutte le sere il commissario politico impartiva «l’ora politica» a cui dovevano partecipare tutti gli uomini liberi, compresi i miei fratelli.  Mio padre invece si teneva in disparte in quanto – come altri contadini anziani – era contrario alla politica e alle tessere, tanto che fu imprigionato per alcuni giorni con l’accusa di diventare un potenziale problema, subito l’indomani.

Quando ho letto queste righe in una testimonianza sono inorridito. Mi consideravo un tipo abbastanza scafato, ma questa cosa mi ha reso ancora più perplesso, davvero. La testimone ci riporta immediatamente all’autunno del 1944 a Ca’ di Malanca, ricordando che, terminata questa “ora di scuola”,  i commissari radunavano le squadre di GAP ed impartivano gli ordini per le azioni: cattura di spie, prelevamenti di persone per interrogarle, armi e approvvigionamento di viveri. Mi sono dovuto documentare. Dovevo.

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Questi protagonisti dell’ultima ora, di scuola chiaramente sovietica, erano chiamati ad assolvere compiti di grande rilevanza politico-militare; organizzare e collegare le varie squadre operative, ma – in primis – stimolare una più matura presa di coscienza politica nei partigiani e soprattutto nei più giovani, da contrapporre alla feroce cattiveria dei repubblichini e dei tedeschi.

Ma siamo per caso matti? Di che cosa vuoi parlare a ragazzi di 16/18 anni, che fino a ieri pomeriggio non hanno fatto altro che tagliare la legna o trebbiare quel poco che rimaneva dopo il blocco del grano; di politica? Sei un grande! Ma cosa ti sei fumato? Lo so che parlo oggi a distanza di 70 anni. Lo so! Ma la gente, allora, non ti poteva seguire, non ti poteva capire! Parlo dei ragazzi di montagna che non sapevano nulla di politica. Tuttalpiù potevano conoscere un sentimento patriottico inculcato dai discorsi sentiti in casa… Ma qui mi sento di abbracciare completamente la tesi di Pansa, laddove dice: che esisteva un piano preordinato del PCI teso unicamente a prendere il potere totale in Italia. Con un traguardo pieno di fascino: un mutamento radicale, politico ed economico, della società italiana, fondato sulla scomparsa del capitalismo privato sostenuto dai fascisti.

Quindi, una strategia mirata a forgiare nuove menti giovani ed incontaminate per ottenere altri scopi privati. Normalmente, sarebbe potuto servire solo il comandante militare.  Già! E le ragazze? L’una per seguire i fratelli, l’altra il “moroso”, l’altra ancora per sfuggire alle rappresaglie nazifasciste. Tutte con compiti di infermiere, staffette, addette al vestiario o al rancio.

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Insomma, quest’azione politica dei commissari della 36° ( in larghissima maggioranza comunisti) diviene così incisiva che alla fine dell’estate del ’44 quasi tutti i partisans sono sensibili alla visione comunista perché vedono nel programma del PCI l’avversario più deciso contro il fascismo. Ma non perdiamo di vista i numeri. Nel marzo dello stesso anno i militanti sono saliti a 30-40mila. In ottobre, nella sola Italia del Nord, i comunisti in continuo contatto col Partito risulteranno circa 70mila. Nelle nostre zone montane si racconta che la 58° Brigata Oreste fosse l’unica a non essere comunista; ma dei suoi 300 partigiani ben 120 avevano la tessera del PCI!

Alla maturazione politica contribuisce anche il «giornale della brigata», un foglio dattiloscritto che un giovane Luciano Bergonzini riesce a compilare clandestinamente a Bologna.

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preziose sono le sue immagini girate il 21 aprile 1945 durante la Liberazione di Bologna. Qui alcuni fotogrammi.

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E con questo giornale il commissario otteneva, diremmo oggi, nuovo materiale promozionale. Il compito primario, quindi, era quello di far diventare – la vera battaglia per il potere – la battaglia della Resistenza. Si apprende che il debole rapporto iniziale fra brigata e popolazione contadina si trasformi poi, con la lotta quotidiana, in partecipazione attiva. Solo in questo modo si raggiungono i numeri sopracitati. Questo clima concitato crea i primi focolai di nuovi personaggi: i falsi partigiani; ladri e rapinatori comuni che hanno come unica bandiera comune la lotta di classe. Avvantaggiati poi dal fatto che, in questi mesi, i GAP e le SAP si sono sostituite alle Forze dell’ordine ormai completamente assenti nelle zone periferiche e di campagna.

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Parallelamente, si registrano situzioni incontrollate. Ad esempio, per il CLN esisteva una regola dichiarata: di controllare che il partigiano avesse in tasca non più di di 150 lire.  Il commissario doveva supervisionare le tasche altrui; ma la regola cambiò. Se si prelevavano contanti a fascisti o a spie, la regola non valeva più perché la cosa andava a rimpinguare le casse del Partito. Va mo là! Quindi si potevano portare o avere anche 3000 lire nello zaino!  Queste cose si sanno perché (come sempre succede) qualcuno ha parlato. Un’altra cosa incredibile è la forsennata esigenza di ricercare sempre nuovi promoter del Partito. Anche tra i preti! Che è una contraddizione nei termini: PCI e Chiesa! Ma nei mesi finali del ’44, i commissari avevano il dovere di contattare il parroco di ogni zona per invitarlo a propagandare in favore della Resistenza. Qui, l’argomento si amplierebbe molto e lo evito.

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