Archivi tag: Laureano Murecan

Escaping_files2017•12


testimoni oculari 2.
la guardia del corpo di Hitler.

Poi ci sono racconti d’oltreoceano che ascoltati oggi sembrano inverosimili, ma non lo sono. Una volte, le cose erano molto diverse.
Come la testimonianza, oggi non più verificabile, di Laureano Murecan, un cittadino di Bariloche che per tutta la vita ha raccontato a tutti che aveva visto Hitler girare in città con altre due persone. Ed era raramente creduto. Lui disse che a quel tempo era adolescente, poteva essere il 1947, Hitler “girava come un turista” e sembrava in salute. Non lo aveva più scordato.

Altra persona che assicurò di averlo visto nei pressi di Bariloche era Atilio Sartori, l’autista già defunto dello scienziato Ronald Richter, colui che diresse il fallimentare esperimento atomico dell’isola Huemul.

Un ulteriore conferma di Hitler nella tenuta San Ramón la diede Eduardo I., un anziano argentino che oggi vive negli Stati Uniti, ma al tempo stava vicino a Bariloche. Per merito dello zio ebbe modo di consoscere un certo Herr Kurt, un nazista che lavorava nella residenza di Quinchauala, sul lago Nahuel Huapi e, per qualche ragione, divennero presto amici. Entrati in confidenza, Herr Kurt confidò che Hitler stava vivendo a san Ramón e aggiunse che aveva ricevuto l’incarico di manutentore dell’impianto di riscaldamento del ranch. Di questo non se ne capacitava. “Lei non può capire cosa sia per un nazista avere, a 3m circa…    il Fuhrer in persona. Per me Hitler era Dio.
Cose da pazzi! Vivevo in un mondo che non avrei nemmeno potuto sognare…
A volte mi capitava di doverlo riaccompagnare a casa. La strada per il ranch era abbastanza percorribile. La casa era molto grande e c’erano molti cani, cani tedeschi ben addestrati.   Lui era sempre con un cappello, seduto, – volte gli tremava un po’ il braccio destro che quasi non muoveva – e senza baffi. Coi capelli molto corti. Le ultime volte l’ho visto camminare anche un bastone. Aveva però una memoria impressionante, con me parlava in tedesco; il castigliano lo parlava poco o niente“.
La cosa che ricorda maggiormente è il timore delle guardie che gli stavano sempre attorno. “Quando parlavo – dice Kurt – non si muovevano dalla porta della sala ed imparai a non muovermi poichè una volta che mi alzai in piedi di scatto per prendere un fazzoletto dalla tasca si precipitarono su di me come fulmini…“.

La scoperta della guardia del corpo avvenne per caso. A chi scrive nel 1998, è capitato di poter sentire una apprendere una storia scritta da Manuel Monasterio tempo addietro che non smette di sorprendere. Negli anni ’70 incontrò casualmente una “guardia del corpo” di Hitler. L’uomo che si faceva chiamare Pablo Glocknick, gli confessò di aver protetto il leader nazista nel sud dell’Argentina fino alla sua morte, avvenuta negli anni ’70.
Glocknick chiese a Monasterio di non raccontare la sua storia prima che fossero passati dieci anni dal loro incontro.
— Quando lo intervistai, Monasterio aveva 72 anni e, alle spalle, un’eccellente carriera nella marina mercantile. Il suo ruolo gli aveva permesso di accedere a buone informazioni durante la Seconda Guerra Mondiale, quando prestò servizio su alcuni mercantili argentini all’epoca del conflitto. Con i dati raccolti e con l’inedito racconto di Glocknick, il capitano Monasterio scrisse il suo libro.
Per andare dritti al punto, riporto di seguito parte dell’intervista al marinaio argentino:
Domanda:    Come ha conosciuto questo signore?
Manuel Monasterio: Mi si ruppe la macchina a Caleta Olivia (provincia di Santa Cruz), era un sabato e non c’era nessuno. Mi dissero che c’era un vecchio signore che era meccanico. Così entrai in contatto con lui.
D.:    Cosa le raccontò?
M.M.:    L’uomo mi disse di esser stato marinaio del Graf Spee e, dato il mio interesse sul tema della guerra, decisi di indagare.
Mi disse di esser stato meccanico della Sezione Macchine (della nave).
D.:    Lo conoscevano nel paese?
M.M.:    No, dicevano che era arrivato per cercare lavoro, ma io pensai non è venuto per cercare lavoro”, viveva come un eremita.
M.M.:    Mi raccontò di come divenne nazista. Come ai tempi la sua famiglia non avesse di che mangiare e come, con Hitler al potere, gli cambiò la vita. Poté studiare ed entrare nella Marina Tedesca. Poi, mi parlò di come arrivarono in Argentina con il GrafSpee. Di quando lo intemarono, con altri marinai tedeschi, a Còrdoba. Mi disse che là già c’erano molte autorità naziste nell’ambasciata tedesca, come ad esempio gli addetti della marina. Ognuno aveva le sue persone di fiducia.
D.:    Che altro le raccontò di quel periodo?
M.M.:    Mi raccontò che i nazisti sceglievano persone assolutamente affidabili e lui disse di essersi meritato la fiducia della marina.
D.:    Cosa le raccontò di Hitler?
M.M.:    Per prima cosa mi disse: “mi rimane poco da vivere e vorrei che le cose che so qualcuno le conservi”. Mi fece fare una specie di giuramento molto speciale, una sorta di cerimonia, e chiese che una cosa venisse rispettata: per dieci anni non dovevo raccontare niente a nessuno. Desiderava che fosse raccontato solo in seguito, e io rispettai il patto.
D.:    Come fu il racconto?
M.M.:    mi disse che, alla fine della guerra, dovette andare con un gruppo a scaricare un sottomarino. Lui era in missione. Apparve il sottomarino e sbarcarono persone. All’inizio non sapeva che in quel sottomarino ci fosse Hitler.
D.:    Cosa accadde dopo?
M.M.:    Hitler venne condotto in un ranch.
D.:    Dove?
M.M.:    Il luogo esatto non lo disse. Ricordò che affermò “nei pressi di Bariloche”. Glocknick aveva accesso alle informazioni perché faceva parte dello “staff”.
D.:    Sapeva che si trattava di Hitler?
M.M.:    All’inizio no, ma poi il suo capo gli spiegò. Addirittura lui stesso, in seguito, venne scelto per vivere con loro (con parte del gruppo giunto in sottomarino). E si rese conto che era il Fuhrer che decideva. Diceva che non aveva la stessa faccia, che era “un po’ cambiato” ma che era Hitler. Nella tenuta c’erano molti lavoratori che non sapevano per chi lavorassero.
D.: E così passava tutti i giorni con Hitler…
M.M.: Sì, così mi raccontò. Glocknick viveva in e autonomia dai suoi capi. Anche per lui Hitler era Dio. Mi raccontava la gioia più grande della sua vita era servire quell’uomo.
Mi diceva che a volte si svegliava e si chiedeva: sarà vero che sto con il Fuhrer? Credeva fosse un sogno.
D.:    Come continua la storia?
M.M.:    Passarono molti anni e Hitler perse potere, all’inizio andavano a fargli visita tutti i capi, poi non più.
Glocknick rimase fino all’ultimo momento.
D.:    Fino a quando?
M.M.:    Fino a che morì.
D.:    Dove?
M.M.:    In quella tenuta e lì lo seppellirono.
D.: E poi?
M.M.:    A Glocknick cadde il mondo. Credeva nei “mille anni del Reich”. Dopo la morte di Hitler, si lasciò andare, tutti i suoi sogni e le sue illusioni erano crollate. Iniziò a bere ed è in questo stato che lo trovai.
D.:    Glocknick era il vero nome della guardia del corpo?
M.M.:    Pablo Glocknick. Ma non so se fosse il suo vero nome…
D.:    Dopo lo vide ancora?
M.M.:    Mai più. Mi disse che ero il primo a cui lo raccontava e che potevo farlo a mia volta solo dopo dieci anni dalla sua morte.
Rispettai la sua volontà, non lo tradii.

In base a ricerche susseguenti Pablo Glocknick potrebbe essere il falso nome di Enrique Berthe, tecnico elettromeccanico del Graf Spee, in base al certificato di internamento in Argentina n°65-570.

Annunci

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: