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6 agosto 1943. cronaca

6 agosto: mercoledi

  • a Tarvisio si svolge la periodica riunione tra italiani e tedeschi: l’atmosfera è tesa. Ribbentrop ufficializza la posizione tedesca relativa ad un rafforzamento della presenza militare in Italia.
    Ambrosio protesta contro l’invasione dell’alleato germanico.

Comincia il teatro italiano di bugie ufficiali.
Soprattutto, i tedeschi intendono piazzarsi a nord e non vogliono trovare resistenze di alcun genere. intanto chiedono a Guariglia se non vi siano trattative in atto con gli anglo-americani.
Guariglia nega seccamente.    I atto.

Ambrosio protesta contro lo scavalcameto del confine italiano.
Ambrosio, si dirà poi, “non si sentirà più padrone a casa sua“.
Le divisioni tedesche, entrate in Italia senza accordi preventivi, si mostrano da subito indifferenti nel mostrare atti di prepotenza ingiustificati e assumono uno schieramento che sembra rispondere più alla sola difesa germanica che a quella italiana.
Kesselring annota nel suo diario: – le conversazioni non portano ad alcun risutato tangibile; nè si poteva attendere altro. I contrasti sui mancati aiuti militari, sul mancato rispetto tra le truppe tedesche ed italiane, le ruberie che le divisioni mettono in atto fanno affiorare il vero spirito di fratellanza:
il tedesco è l’eterno nemico“.
Kesselring sorride.

Quando Keitel richiese maggiori sforzi italiani e l’impiego di divisioni trattenute nell’Italia centrale, Ambrosio rispose con la richiesta che le divisioni italiane fossero sottoposte al comando italiano:
Mai e poi mai!” ribadì Keitel.
L’impossibilità di conciliare queste opposte esigenze ebbe un’influenza sicuramente sfavorevole su qualsiasi altro argomento militare proposto e fu scintilla per l’innesco di un clima totale di diffidenza e sfiducia tra la Germania e l’Italia.

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Obersalzberg: la situazione “presunta”

Un argomento che m’acchiappa. Adesso ne parlo un momento perché sto mettendo a confronto alcuni libri e ne sommo le informazioni.H-Obersalzberg

Il signore qui sopra ed il Comando supremo tedesco, fin dall’autunno 1942, fecero sempre di tutto per impedire all’opinione pubblica di venire a conoscenza delle sconfitte sul fronte orientale. E come biasimarli?
Fino a quel punto era andato tutto a meraviglia… Sto scherzando.
Comunque, la stampa e la radio ripetevano al popolo tedesco dal mattino alla sera che la guerra sarebbe stata vinta. Nel giornale «Das Reich » Goebbels scriveva ogni settimana un articolo di fondo sulle grandi vittorie ottenute durante la « ritirata conforme ai piani previsti» delle truppe tedesche sul fronte orientale. Hans Fritzsche del ministero della propaganda nei discorsi che teneva alla radio di Berlino dava un quadro falso della situazione al fronte e chiedeva al popolo tedesco, in nome della vittoria, sempre nuovi sacrifici. Nello stesso spirito erano redatti i rapporti dal fronte per la stampa, che Keitel e Jodl dovevano sempre presentare preventivamente a Hitler. Egli li correggeva in modo che il popolo non potesse farsi un’idea chiara di ciò che accadeva al fronte. Anche le riprese al fronte per i cinegiornali settimanali venivano riviste personalmente da Hitler all’Obersalzberg. Senza le sue corre­zioni nessun servizio di cinegiornale poteva essere trasmesso. Egli so­stituiva le immagini e ne modificava il testo scritto da Goebbels.

Hitler-al-cinemaHitler riceveva dapprima il materiale cinematografico privo di so­noro, e lo visionava nella sala del Berghof insieme a Keitel, Bormann, Jodl, Dietrich e ai suoi aiutanti. Hitler faceva tagliare le riprese che mostravano truppe tedesche in ritirata, carri armati distrutti o solda­ti feriti, insomma, tutto ciò che potesse accennare a una disfatta. Le riprese tagliate venivano sostituite da immagini di vecchi cinegiornali del 1941, l’anno «radioso» in cui i cinegiornali mostravano soltanto prigionieri di guerra sovietici sfiniti, il fuoco dell’artiglieria tedesca, gli attacchi aerei degli Stuka o scene gioiose alla cucina da campo: tutto ciò che ricordava la marcia vittoriosa della «guerra lampo» promessa da Hitler. Durante le proiezioni Gunsche leggeva il testo di accompagnamento di Goebbels e prendeva nota delle correzioni secondo le indicazioni di Hitler. Hitler esaminava con particolare at­tenzione le scene che erano state riprese nel suo quartier generale, e lasciava passare soltanto le inquadrature in cui veniva ripreso nelle pose da vincitore dei primi anni di guerra. Le riprese più recenti, che lo mostravano curvo e con il morale a terra dovevano per suo ordi­ne categorico essere tagliate e distrutte. Egli era convinto che il po­polo sarebbe inorridito a vederlo ridotto così.

media-GerMa tuttociò si spiega come un semplice atteggiamento “prudente”, atto a non perdere immagine sul popolo. Ma la cosa non poteva limitarsi alle “persone normali”; bisognava anche essere prudenti e convincenti anche con le personalità dell’entourage interno e quello estero. A questo proposito occorre ricordare che gli alleati della Germania erano profondamente preoccupati per le voci di dure sconfitte sul fronte orientale. Essi chiedevano un incontro con Hitler. Il primo che desiderava venire a trovarlo era Antonescu. Ma Hitler continuava a rinviare l’incontro. «Se ne ricevo uno, poi verranno tutti», diceva. Solo quando le richieste degli alleati divennero sempre più insisten­ti, Hitler diede indicazione a Ribbentrop di organizzare le visite di Antonescu, Mussolini e Horthy a Kless­heim, nei dintorni di Salisburgo. Gli incontri con gli alleati cominciarono alla fine di marzo del 1943. Hitler concordò con Keitel e Jodl che essi avrebbero dovuto illustrare la situazione sul fronte orientale in una luce fa­vorevole alle truppe tedesche. Per suo ordine Jodl aveva fatto con­fezionare appositamente delle carte in scala 1:1.000.000 che davano una falsa visione della situazione al fronte. Hitler si servì di quelle carte durante gli incontri con Antonescu, Mussolini e Horthy.
In quelle carte, la linea del fronte si discostava notevolmente da quella reale. Singoli settori erano rappresentati in modo incompleto. Le forze del nemico, quelle tedesche e la direzione delle operazioni non erano riconoscibili, e in quel modo la situazione al fronte appa­riva molto più favorevole di quanto fosse in realtà. Nello Stato mag­giore di Hitler le discussioni con Antonescu, Mussolini e Horthy ve­nivano chiamate «le discussioni sulla situazione pre­sunta ».
Antonescu-HorthyQuando gli ospiti arrivarono Linge ( il fido maggiordomo) avvertì Hitler con una strizzatina d’occhi che tutto era pronto per “la riunione sulla situazione presunta“. Nella sala si accalcavano rumeni, ungheresi e funzionari del ministero degli esteri. Più una quantità di fotografi autorizzati impressionante. Poi c’erano i vari Ribbentrop, Keitel, Jodl e Meissnerr. Hitler entrò in scena da grande attore e fece una descrizione sommaria, con gesti teatrali e il tono di chi è sicuro della vittoria. Impressionò molto.

situazione-presunta

Alcuni giorni dopo (dal 7 al 10 aprile) fu la volta di Mussolini e anche lui fu vittima della “situazione presunta“. Alla fine dei colloqui esclamò:
«Fuhrer: l’Asse Roma-Berlino vincerà!».

Mussolini-a-Klessheim


Obersalzberg: burocrazia e persecuzione

 

Nel 1943 le cose avevano già cominciato a scricchiolare fortemente.
Sul fronte Orientale Hitler ripeteva ogni giorno che l’argomento gli faceva rivoltare lo stomaco. Gli ufficiali più intuitivi avevano capito da tempo che era ora di fare altri piani per salvare il salvabile.
La Germania, quotidianamente visitata dai bombardieri alleati, che non avevano ancora raggiunto il massimo potere distruttivo del 1944/45, contribuivano però a modificare l’ideologia politica dei civili con il testing quotidiano degli esplosivi incendiari ad alto potenziale sui grandi centri produttivi tedeschi.

Ma per il momento all’Obersalzberg la guerra sembrava ancora lontana.
Quindi, di fronte ad un certo quoziente di rilassatezza presunto, all’Obersalzberg si poteva trovare luogo e spazio per dare fondo alle proprie ossessioni, giudicate legali da chi gli stava accanto.
E forse è proprio questo l’incredibile.

Nel suo studio, immerso in un silenzio quasi innaturale, Hitler firmava le condanne a morte che riguardavano gli ufficiali accusati di disfattismo.
Qui bisogna fare un attimo mente locale, non tanto su Hitler, ma sulle persone che selezionavano le nominations (pardon…) – che fornivano i nomi degli accusati. In base all’ordinanza emessa, Hitler aveva dato ordine di mandare sotto processo gli ufficiali sospettati di atteggiamenti anche solo lievemente disfattisti. Simili accuse colpivano anche ufficiali che in situa­zioni senza via d’uscita erano stati costretti a ritirarsi dai propri incarichi.
Hitler aveva ordinato di passarli per le armi senza alcuna pietà.

A mio modo di giudicare, è sempre la gente che frega la gente. E sarà sempre così. Basta un’antipatia pronunciata e, se esiste una procedura per poter colpire, si colpisce. Basta un sospetto. Una bugia: ” l’ho sentito dire… …”, e come un fulmine la voce correva sui fili del telefono per mano di un anonimo alla Gestapo. Dalla Gestapo direttamente in tribunale. Poi dal tribunale (di guerra) a Keitel, il quale, con annotazioni puramente formali, le passava all’aiutante militare di Hitler, che doveva controfirmarle, in quanto comandante su­premo della Wehrmacht. Le sentenze erano consegnate a Hitler dal contrammiraglio von Puttkamer, suo aiutante di campo per la Mari­na. Hitler le controfirmava senza occuparsi ulteriormente dei singoli casi. Del suo diritto di grazia non fece mai uso. Solo un’unica volta, nel 1944, graziò un condannato a morte. Era il generale Feuchtinger, comandante di una divisione corazzata in Francia, che il tribunale di guerra aveva condannato a morte per malversazione in grande stile. Hitler cassò la sentenza e commutò la condanna in una breve pena detentiva.
Nel caso specifico, il generale Edgar Feuchtinger, che nel 1943-1944 era il comandante della XXI Di­visione corazzata, venne arrestato il 5 gennaio 1945 per corruzione e allontanamento non autorizzato dal suo posto (il 6 giugno 1944, all’inizio dell’invasione alleata in Francia, si trovava a Parigi a divertirsi con la sua amante) e in seguito degradato e condannato a morte. Hitler lo graziò il 2 marzo 1945 e lo fece trasferire come cannoniere alla XX Di­visione corazzata. Ma Feuchtinger, durante il trasferimento al corpo di destinazione, si consegnò agli inglesi come prigioniero di guerra.
Hitler continuava bensì a pensare che soltanto i generali fossero responsabili delle sue sconfitte, ma non ne chiese conto ad alcuno di loro. Brauchitsch, Halder e altri vennero collocati a riposo e come congedo Hitler concesse loro elevate onorificenze. Essi si ritirarono in tutta tranquillità nei loro possedimenti.
Firmava invece le condan­ne a morte dei semplici ufficiali senza pietà.

Ma Hitler, a differenza di Stalin, che sui propri militari aveva un ascendente molto incisivo (per così dire) si dedicava anche a questioni civili.
Nei giorni passati aIl’Obersalzberg Hitler si era auto-incaricato di autorizzare matrimoni di tedeschi con donne straniere. Simili richieste erano avanzate da soldati tedeschi di stanza nei Paesi conquistati Fran­cia, Belgio, Paesi Bassi, Danimarca o Norvegia che volevano spo­sare donne locali. La maggior parte delle richieste proveniva da ma­rinai tedeschi. Ogni due, tre settimane, Puttkamer portava a Hitler le domande. Hitler se ne occupava a fondo. Soprattutto osservava con attenzione le fotografie delle donne allegate alle richieste. Secondo le prescrizioni del comando supremo alle domande dovevano essere allegate tre fotografie, un ritratto di profilo, uno frontale e una foto della persona intera. Hitler faceva volentieri dei paragoni con le persone che conosceva. Una candidata aveva il naso simile a quello di Verena, la figlia di Winifred Wagner, un’altra somigliava alla moglie di Hess.
La maggior parte delle donne delle fotografie non erano particolarmente carine. Hitler commentava ridendo che i suoi soldati che se ne erano innamorati, quando fossero rinsaviti l’avrebbero maledetto per aver autorizzato il loro matrimonio. Hitler studiava anche tutte le carte allegate: i precedenti dei soldati che facevano la richiesta, gli attestati di polizia sulle donne straniere e sui loro genitori, le valuta­zioni del Servizio di sicurezza sulla posizione politica della famiglia. Raramente firmava subito; per lo più chiedeva a Linge di portargli le richieste una seconda volta.
Egli spiegava che era molto importante fare un’estrema attenzione al fatto che attraverso quei matrimoni non giungesse alla Germania un sangue inferiore dal punto di vista raz­ziale. Per questo appunto egli si riservava il diritto di autorizzare per­sonalmente le richieste.
Eh! Hai visto mai…


Obersalzberg: vita

prima parte

 

Fino alla primavera del 1943, Hitler si ritirava spesso nel suo castello di Berghoff, sull’Obersalzberg, dove lo aspettava, come sempre, Eva Braun circondata dalle sue amiche.

In questo periodo che ho citato, precisamente il 22 marzo 1943, con il suo seguito e dopo una sosta a Berlino, dove aveva preso parte alle celebrazioni per la Giornata in memoria degli eroi. Durante quella cerimonia andò a vuoto anche un ennesimo attentato contro di lui.

Per praticità, ma soprattutto per comodità innegabile, vennero trasferiti nelle località di Berchtesgaden, Salisburgo e Bad Rei­chenhall, che confinavano con l’Obersalzberg, Goering, Himmler e Ribbentrop. Speer, l’ho già scritto, stava a 200m; Bormann a lato-sopra il Berghoff. Poco più lontano al quartier generale, Keitel e Jodl vennero alloggiati, con i loro Stati maggiori, in casa del capo della Cancelle­ria del Reich, Lammers, tra Berchtesgaden e Bischofswiesen.
Warli­mont, con lo Stato maggiore della Wehrmacht, occupò la caserma di Strub, presso Berchtesgaden. Goering alternava come residenze la pro­pria villa sull’Obersalzberg e il proprio castello presso Norimberga. Il suo nuovo capo di Stato maggiore, Korten, che aveva sostituito il predecessore Jeschonnek morto suicida, prese alloggio con il proprio staff in un albergo di Berchtesgaden.
Il «Posto di comando campale» di Himmler venne spostato in una grande villa nei pressi di Salisburgo. Nelle vicinanze presero alloggio anche Doenitz e Ribbentrop, con i loro Stati maggiori: Doenitz in una villa e Ribbentrop nel castello di Fuschl, che era di sua proprietà.
Ora la guerra veniva diretta dal castello di Berghof, sull’Ober­salzberg.

Ma il ruolo di padrona di casa nel castello fu assunto da Eva Braun. Questo però era noto soltanto alla cerchia delle persone più vicine a Hitler.
Non appena ai castello comparivano visi estranei, Eva Braun, per disposizione di Hitler, non doveva assolutamente uscire dalle proprie stanze.
Dopo un incidente avvenuto a Monaco durante la guerra, Hitler ste­se un velo ancora più fitto sul segreto del suo rapporto con lei. Una sera alcune donne sconosciute di Monaco avevano insultato Eva Braun davanti alla sua villa, chiamandola «la puttana del Fuhrer».
Quando Hitler venne a saperlo, diede ordine di rafforzare la sorveglianza della polizia davanti alla sua casa. Al tempo stesso, da allora in poi vigilò in modo ancora più severo che né Eva Braun né le sue amiche al Berghof cadessero sotto gli occhi di ufficiali che non fa­cessero parte del suo staff personale.
Hitler non voleva perdere di fronte al popolo la sua fama di «uo­mo solo».
Gli orrori della guerra comunque, commuovevano poco Eva Braun, che ave­va le proprie preoccupazioni.
Nella cucina del castello di Berghof erano impiegate allora trenta persone. Eva Braun voleva a propria disposizione dieci donne in più, che tuttavia, a causa della mobilitazione totale per la guerra, non erano immediatamente disponibili. Ella se ne lagnò con Hitler, che, indignato, apostrofò ironicamente con Bormann: «Io faccio spazzar via intere divisioni, non dovrebbe essere troppo difficile procurarsi un paio di ragazze per il mio Berghof! Provveda immediatamente!».

All’Obersalzberg Hitler si alzava di regola intorno a mezzogiorno.
Poi il dottor Morell gli praticava una di quelle iniezioni stimolanti di cui ho ampiamente parlato [leggi: Herr doktor, o Herr doktor (appendice succosa…), poi di seguito Doktor Morell: therapie A, Doktor Morell: therapie B, Doktor Morell: terapie segrete ed indiscrezioni, ecc.].

Hitler faceva colazione da solo alla scrivania, nel suo studio e vi restava fi­no all’inizio della riunione dedicata alla situazione militare.
Questa aveva luogo due volte, fra l’una e l’una e mezza al matti­no e intorno alle dieci di sera. Poco prima dell’inizio arrivavano da Berchtesgaden le automobili di Keitel, Jodl, Warlimont, Korten e altri partecipanti, che poi si radunavano nella grande sala.
Infine si comuni­cava ad Hitler che tutti erano pronti. Egli scendeva la scala ed entrava nella sala, dove, dopo il saluto fascista, dava la mano a tutti. Poi pren­deva posto al tavolo, in una poltrona preparata per lui.
Di fronte a lui sedevano gli stenografi (almeno due), gli altri stavano in piedi intorno al tavolo. Le riu­nioni di solito duravano circa due ore. Se Zeitzler non era presente, la situazione sul fronte orientale era illustrata dal capo della divisione ope­rativa dello Stato maggiore dell’esercito, colonnello Brandt. Di solito Zeitzler restava nel suo quartier generale presso Lotzen, nella Prussia Orientale, e si recava all’Obersalzberg soltanto una volta alla settimana.
Quando i partecipanti alla riunione di mezzogiorno avevano la­sciato il castello, veniva servito il pranzo. In seguito Hitler restava per lo più nella sala, dove parlava con i suoi aiutanti, oppure legge­va le ultime notizie dell’Ufficio tedesco per le informazioni.
Per il pranzo di mezzogiorno si riunivano gli abitanti del castel­lo: il dottor Morell con sua moglie, Brandt, il chirurgo di Hitler e sua moglie, Hoffmann, Dietrich, Hewel, Lorenz, il reporter cinematografico del quartier generale Frentz, le segretarie di Hitler e i suoi aiutanti di campo con le mogli.
Inoltre per il pranzo si aggiungeva­no Bormann con la moglie e le mogli di Dietrich e di Speer.
Quando tutti erano riuniti, si avvertiva Hitler che il pranzo era pronto. Allora egli si univa alla compagnia e, salutando, baciava la mano alle signore. Poi prendeva ogni volta il braccio di una signora e la conduceva alla tavola.
Per questo era prevista una ben preci­sa gerarchia.
Le sue compagne di tavola erano di solito le mogli di Bormann, Brandt, Speer o Dietrich, oppure l’amica di Eva Braun, la signora Schönmann. La moglie di Dietrich non era molto gradita a Hitler come compagna di tavola. Non le era molto simpatica, perché si vestiva in modo antiquato ed era troppo silenziosa per i suoi gusti.
Alla sinistra di Hitler sedeva sempre Eva Braun, che come compagno di tavola aveva solitamente Bormann.

 

fine prima parte


leggeri…a tavola

Faccio un articolo per sottolineare il distacco che esisteva tra l’Europa in fiamme e il Berghof, residenza estiva und invernale di Hitler. Ricordo al lettore meno esperto che la zona di Berchtesgaden era il quartier generale anche di Goering, Himmler, Ribbentrop e più tardi anche di Donitz e di tutta una serie di super-ufficiali della Wehrmacht; quindi c’era poco da ridere: la località pullulava di SS come un vespaio. Non ci si poteva avvicinare. Neanche per dare solo un’occhiata. Ti sparavano e poi ti chiedevano i documenti. Se eri poi ancora vivo per darglieli. Però sembrava che la guerra fosse molto lontana.

H-al-Berghof

Il ruolo di padrona di casa nel castello fu assunto da Eva Braun. Questo però era noto soltanto alla cerchia delle persone più vicine a Hitler. Non appena al castello comparivano visi estranei, Eva Braun, per disposizione di Hitler, non doveva uscire dalle proprie stanze. E questo la dice lunga. Dopo un incidente avvenuto a Monaco durante la guerra, Hitler ste­se un velo ancora più fitto sul segreto del suo rapporto con lei. Una sera alcune donne sconosciute di Monaco avevano insultato Eva Braun davanti alla sua villa, chiamandola «la puttana del Fuhrer». Quando Hitler venne a saperlo, diede ordine di rafforzare la sorve­glianza della polizia davanti alla sua casa. Al tempo stesso, da allora in poi vigilò in modo ancora più severo che né Eva Braun né le sue amiche al Berghof cadessero sotto gli occhi di ufficiali che non fa­cessero parte del suo staff personale. Hitler non voleva perdere di fronte al popolo la sua fama di «uo­mo solo». Gli orrori della guerra commuovevano poco Eva Braun, che ave­va le proprie ansie e preoccupazioni.

BerghofNella cucina del castello di Berghof erano impiegate allora trenta persone (30). Eva Braun voleva a propria disposizione dieci donne in più, che tuttavia, a causa della mobiitazione totale per la guerra, non era­no subito disponibili. Ella se ne lagnò con Hitler, che, seccato, urlò severo a Bormann: «Io, faccio spazzar via intere divisioni; non dovrebbe essere troppo difficile procurarsi un paio di ragazze per il mio Berghof ! Provveda immediatamente!».

All’Obersalzberg Hitler si alzava di regola intorno a mezzogiorno. Poi il dottor Morell gli praticava la sua iniezione stimolante. Hitler faceva colazione da solo alla scrivania, nel suo studio e vi restava fi­no all’inizio della riunione dedicata alla situazione militare. Questa aveva luogo due volte, fra l’una e l’una e mezza al matti­no e intorno alle dieci di sera. Poco prima dell’inizio arrivavano da Berchtesgaden le automobili di Keitel, Jodl, Warlimont, Korten e altri partecipanti, che poi si radunavano nella grande sala. Infine si comuni­cava a Hitler che tutti erano pronti. Egli scendeva la scala ed entrava nella sala, dove, dopo il saluto fascista, dava la mano a tutti. Poi pren­deva posto al tavolo, in una poltrona preparata per lui. Di fronte a lui sedevano gli stenografi, gli altri stavano in piedi intorno al tavolo. Le riu­nioni di solito duravano circa due ore. Quando i partecipanti alla riunione di mezzogiorno avevano la­sciato il castello, veniva servito il pranzo. In seguito Hitler restava per lo più nella sala, dove parlava con i suoi aiutanti, oppure legge­va le ultime notizie dell’Ufficio tedesco per le informazioni.
Per il pranzo di mezzogiorno si riunivano gli abitanti del castel­lo: il dottor Morell con sua moglie, Brandt, il chirurgo di Hitler, e sua moglie, Hoffmann, Dietrich, Hewel, Lorenz, il reporter cinema­tografico del quartier generale Frentz, le segretarie di Hitler e i suoi aiutanti di campo con le mogli.
Quando tutti erano riuniti, si avvertiva Hitler che il pranzo era pronto. Allora egli si univa alla compagnia e, salutando, baciava la mano alle signore. Poi prendeva ogni volta il braccio di una signora e la conduceva alla tavola. Per questo era prevista una ben preci­sa gerarchia. Le sue compagne di tavola erano di solito le mogli di Bormann, Brandt, Speer o Dietrich, oppure l’amica di Eva Braun, la signora Schonmann. Alla sinistra di Hitler sedeva sempre Eva Braun, che come compa­gno di tavola aveva Bormann.

sala-da-pranzo

Durante il pranzo si chiacchierava delle cose più banali. Della guerra e dei suoi orrori non si diceva una parola. Si parlava dei ve­stiti delle signore, delle difficoltà che esse dovevano sopportare per­ché, a causa della mobilitazione totale, non riuscivano più a trovare dal parrucchiere la permanente a freddo o la manicure, del compor­tamento sfacciato degli ufficiali nei confronti delle donne sui treni. Su insistente richiesta di Eva Braun Hitler ordinò di rimettere in fun­zione presso i parrucchieri la permanente e la manicure. Quando si veniva a parlare del trucco delle signore, Hitler scherzava sul rosset­to di Eva Braun che macchiava le salviette. Egli disse ridendo che adesso, in tempo di guerra, il surrogato di rossetto era fatto con ca­daveri di animali. Temi favoriti di conversazione erano anche il tea­tro e il cinema, soprattutto i film a colori americani. A chiunque però era vietata la visione.
La signora Schonmann, una viennese che aveva sposato un im­presario per le infrastrutture edili di Monaco e aveva un tempera­mento vivace, provocava Hitler a duelli verbali. Il suo charme vien­nese aveva un notevole effetto su di lui. Essi discutevano di attori e direttori d’orchestra viennesi, sui detti di Federico il Grande, e per­sino sul modo in cui andavano preparati certi piatti, o di quanto può pesare un uovo di gallina. Hitler si faceva trascinare a tal punto dal­la discussione, che si faceva portare il dizionario Brockhaus oppure libri su Federico il Grande per consultarli.
Fra simili «dense» conversazioni trascorrevano i pranzi di Hitler al Berghof.
Dopo il pranzo le signore si ritiravano nelle loro stanze, per cam­biarsi in vista della passeggiata. Allora Hitler dava da mangiare al suo cane da pastore Blondi. Poi gli veniva portato il berretto e il basto­ne da passeggiata, e tutti uscivano a passeggio nel parco in direzione della casa da tè al Mooslahner Kopf.
passeggiata-serena

Prima che Hitler iniziasse la sua passeggiata, l’intera zona veniva ogni volta perlustrata da addetti del servizio di sicurezza. I posti di guardia erano collocati in modo da non capitare sotto gli occhi di Hitler. Dietro di lui camminavano il capo del suo reparto di polizia, Hogl e poi Linge, poi gli altri. Ad una certa distanza. Insomma: una vita di stenti.


un gesto…carino

SudetiLa sera del 14 marzo 1939 la Nuova cancelleria del Reich era illuminata come non mai. Tirata a lucido (beh, poca fatica: era nuova di pacca ed era costata circa 88,9 milioni di marchi), attendeva l’arrivo di Hachà, il presidente della seconda Repubblica cecoslovacca, per la discussione finale sulla cessione dei Sudeti. Si saprà, di lì a qualche anno, che nelle stanze attigue Keitel, Schumundt e altri ufficiali dello Stato maggiore stavano già studiando i piani d’invasione della Cecoslovacchia. Per farsi avanti coi lavori! … Si capisce. Un gesto di distensione. Nota curiosa. Hachà, giunto a Berlino verso sera, era alloggiato all’Hotel Adlon. Hitler, adot­tando la famosa tattica di « ammorbidimento» che ‘gli era abituale, fece attendere il capo del governo cecoslovacco fino all’una di notte, prima di riceverlo nella Nuova Cancelleria del Reich. Così, per metterlo a suo agio. E per lo stesso motivo ha predisposto il passaggio dell’ospite attraverso un ‘intera compagnia di Leibstandarte “Adolf Hitler”. Tutti impettiti e con l’aria minacciosa. Va bene.

Hachà-arriveHachà entra, accompagnato dal suo ministro degli Esteri Chvalkovsky. Dopo aver percorso l’interminabile cammino per tutto l’edificio della Nuova Cancelleria ((146 metri)), essi compaiono davanti a Hitler. Questa volta Hitler non abbisogna di uno specchio per provare l’espres­sione del viso adatta allo scopo. Quando i due entrano, egli è ritto con il volto del più grande dominatore di tutti i tempi.

Le porte si chiudono.

Hacha-Hitler1939Dopo un gelido saluto, Hitler chiese ai due statisti cechi Hachà e Chvalkovsky di prendere posto al tavolo, dove si sedettero anche Ribbentrop, Goering e il segretario di Stato del ministero degli Inter­ni Stuckart.
Quest’ultimo è incaricato dell’amministrazione dei Paesi occupati.
Hachà viene messo di fronte alla richiesta di sottoscrivere un do­cumento già preparato che dichiara la Boemia un protettorato della Germania e fa della Slovacchia uno Stato indipendente. Questa volta Hitler non si accontentò, come aveva fatto durante l’incontro con il cancelliere austriaco Schuschnigg, di far comparire Keitel nel ruolo di Marte, il dio della guerra, per alludere alla con­centrazione di truppe tedesche alla frontiera. Egli dichiarò a Hachà, senza giri di parole, che la Wehrmacht tedesca era pronta a occupa­re tutta la Cecoslovacchia.

Hacha si rifiuta di firmare il documento. L’atmosfera nello stu­dio di Hitler si arroventa. Ribbentrop salta in piedi e si precipita su Hachà, per mettergli davanti ancora una volta il foglio da firmare, al quale Hitler ha appena apposto la sua firma.
Hitler minaccia Hachà: « Se lei non firma, i bombardieri tedeschi ridurranno Praga ad un cumulo di macerie fumanti!…».

Ore 01.09: dopo una 10 di minuti e sbraiti vari del Fuhrer Hachà sviene.

Intorno all’una e venti venne chiamato nello studio il medico per­sonale di Hitler, insieme alle SS Bornholdt, Hansen e Koster, che fa­cevano parte della guardia del corpo di Hitler. Poco dopo essi usciro­no portando a braccia il corpo immobile di Hachà, che collocarono in una stanza attigua. Morell pratica a Hachà, che è svenuto, un’inie­zione. Dopo qualche minuto il medico riesce a riportare in sé Hachà con una delle sue pozioni magiche e misteriose..

Hachà viene riportato a forza presso Hitler. Gli ficcarono in mano una penna stilografica e gli assicurarono che nessuno aveva l’intenzione di germanizzare il suo Paese. Al popolo ceco sarebbe stata garantita piena autonomia (la stessa di cui egli disponeva in quel momento…(nota leggermente sarcastica)).
Alla fine Hachà cedette e firmò.

Emil-HachaDopo che Hitler è riuscito a costringere Hachà a firmare, gli vie­ne in mente che al documento è necessaria una motivazione. Quindi, su due piedi viene formulato un « appello» della Repubblica cecoslovacca, che prega la Germania di prenderla sotto la sua protezione militare, liberandola subito in tal modo dai « disordini interni» e dalla « pressione sui propri confini».
Hachà firma anche l’appello.
Poi l’aiutante di campo di Hitler Schaub dà ordine all’ufficio te­lefonico di creare un collegamento diretto con Praga.
Barcollando e respirando a fatica, Hachà portò a conoscenza governo di Praga del documento appena firmato.
Le forze armate della Cecoslovacchia ricevettero l’ordine di deporre le armi.


il limone…neofascista

limoneneofascistaGià all’alba del 9 settembre 1943 il tedesco si era scarapicollato (è proprio il caso di dirlo…) in Italia ” per spremere il limone neofascista e l’ italiano, più che sia possibile “, come ripetè più volte Rahn. Per fare ciò i  tedeschi sorvegliarono e vessarono quella parodia di Stato che Hitler aveva voluto (Salò), cercarono di ridare vigore all’industria (cosa che a Mussolini non era mai riuscita) e organizzarono su vasta scala la razzia delle risorse, ovunque esse fossero.
Nota. Il Duce talvolta si abbandonava a sfoghi amari per questa evidente arroganza: ” è perfettamente inutile che questa gente si ostini a chiamarci ancora alleati… è meglio che buttino la maschera e che ci dicano che siamo un paese ed un popolo occupato come tutti gli altri... “. In effetti, il concetto è comprensibilissimo; peccato però, che lo dicesse solo ai suoi (pochi) subalterni e non agli interessati. Lo confidò chi respirava la stessa aria di Mussolini. I tedeschi, infatti, la pensavano esattamente così. “Mussolini non si poteva nemmeno lavare i denti senza il mio benestare...” disse Wolff. In questo clima, il Duce doveva presentargli un rendiconto mensile della produzione industriale in base a notizie che di per sè gli venivano fornite già corrotte, ma lui, questo, lo sapeva ed in fondo ne era contento. Un piccolo dispettino, quando si può lo si fa! Ma, guardacaso, la primavera 44 vide una consistente ripresa dell’Italia industriale del Nord e perciò notarono il Duce spesso corrucciato. Una breve fiammata che precedette il rapido declino che conosciamo, ma che fece sgobbare i tedeschi a riempire i treni e contribuì ad allentare in qualche modo le vessazioni.

lav-treni

Che i pantaloni glieli abbassiamo noi o gli inglesi fa poca differenza per loro, ma se siamo noi, è meglio...” disse Hitler ed incaricò un generale, Hans Leyers, per sovraintendere le razzie da perpetuarsi a più non posso. Va mo là…
Qualche curiosità. Il lettore avrà sentito da qualche parte della razzie di macchine industriali, di viveri, ma la gamma di prodotti per l’amico tedesco era, a volte, anche decisamente curiosa: vi furono inclusi otto (8) tonnellate di…pipe (?!?) e trentadue (32) di bottoni, cravatte, scarpe e scope.

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Un’altra cosa super-curiosa. Quasi tutte le armi prodotte nel bresciano (7500 mitragliatori, 7000 pistole, 10.000 fucili di precisione, 100 pezzi di artiglieria, solo nel mese di aprile 44) furono trafugate direttamente dalle fabbriche dagli aguzzini tedeschi.
Materiale che l’italiano vero non vedrà mai, per avvantaggiarsene.
Il Governo di Salò si oppose come meglio poteva, cioè non disse nulla.
Grunt! E a proposito di razzie, quella più pesante ed efferata fu quella di uomini a tutti i livelli. Il Gauleiter tedesco Kurt Sauckel escogitò tecniche astute, spregiudicate e brutali per catturare braccia da mandare in Germania: retate improvvise nei cinema, teatri e perfino trappole all’uscita dalle chiese. Creativo. Comunque, braccia. Come bestiame.

comebestiame

Qui faccio un breve salto per raccontare un’altra curiosità –  cosa sempre così tanto cara a me -, di quei giorni di aprile.

Dunque. Siamo nel fastoso castello di Klessheim, vicino a Salisburgo, il 22 e 23 aprile 44 e immaginiamo la scena: da una parte c’è Mussolini con Graziani, Mazzolini, Anfuso e l’addetto militare a Berlino col. Morera; dall’altra c’è Hitler (una mezzasega confronto a Graziani e la cosa lo indisponeva non poco…) Ribbentrop (che contava come le coppe quando gioca …bastoni), Keitel (il lacchè), Rahn, Wolff, Toussaint e Dollmann. Hitler risparmiò ai suoi interlocutori il suo torrenziale e consueto monologo (tipo corazzata Potëmkin) perchè quella mattina era troppo occupato a impastccarsi di pillole magiche che lo stregone-dottor Morell gli aveva preparato per l’occasione. Il Duce, forse per emulazione cominciò a masticare forsennatamente caramelle a ripetizione e questa cosa, in qualche modo, gli impedì di formulare con energia le proteste che si era prefissato di riportare. Tanto, che ad un certo punto Hitler bisbigliò a Ribbentropp: “ma questo è ancora capace di parlare o è rincoglionito?“. Graziani percepì l’empass fisico dovuto alle caramelle e diede una botta sulla schiena del Duce d’Italia facendolo rinvenire… e suscitanto una contenuta, ma divertita, ilarità dei presenti. Ed allora, Mussolini tracciò un quadro della situazione che conosceva. Disse addirittura che l’internamento in Germania delle truppe era stato «consigliabile» se non «necessario» e facendo solo un tenue accenno alle famiglie degli interessati chiedendo che vivessero il meglio possibile (lì c’era anche il mio papà…, caro il mio coglione… e adesso te lo potrà dire come si stava…) e la riunione mattutina terminò, chiudendo questa scena fantozziana. Ma il pomeriggio Hitler tornò con una frase che lasciò tutti sbigottiti: ” Non sappiamo se e dove potrà avvenire un’invasione, ma se questa non avverrà entro sei o otto settimane l’ Inghilterra entrerà in crisi e tra gli Alleati si  verificheranno frizioni importanti “. Un particolare. Davanti ad Hitler si stava in piedi. Tutta la mattina. Poi il pomeriggio, pure. Sul finire della giornata, Hitler annunciò a Mussolini che avrebbe potuto sincerarsi della condizione degli internati visitando il campo di Grafenwöhr, dove erano rinchiuse 4 divisioni: la Monterosa, la SanMarco, l’Italia, la Littorio (600 ufficiali, 12.000 sottufficiali e soldati) che serbarono un’accoglienza entusiastica al Duce. Tutta gente raccimolata dai vari campi di prigionia per una nuova rigenerazione controllata e garantita. Mussolini rientrò da Hitler entusiasta a sua volta e disse: “ho visto come stanno, farò in modo di mandartene altri…“. Mussolini incentivante. Propositivo.
Mussolini doubleface.Musso-Grafenwohr


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