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una verità sulla storia ufficiale

ovvero: una verità sul Sancta Sanctorum della storia del 1945.

Nel 1947, Trevor-Roper pubblicò The Last Days of Hitler: il libro al quale la storia ufficiale si vuole a tutti i costi riferire, usando le prove raccolte che a suo tempo portarono a compimento le indagini britanniche sulla morte di Hitler e dove Trevor-Roper concluse che Hitler ed Eva Braun si suicidarono nel Führerbunker il 30 aprile 1945, sparandosi, e con Eva avvelenata, poi i loro corpi bruciati nel giardino della cancelleria del Reich con 200 litri di benzina.
Le prove analizzate da Trevor-Roper furono principalmente basate su testimoni oculari (le cui limitazioni son conosciute) in unione a prove documentali, come le ultima volontà di Hitler ed infine il suo testamento.

Nelle edizioni successive, Trevor-Roper urlò la sua frustrazione nei confronti dei sovietici per avergli negato l’accesso ai prigionieri di guerra e ad altre prove circostanziali credute decisive.

A seguito del rilascio di importanti testimoni oculari dalle prigioni sovietiche negli anni ’50, Trevor-Roper aggiornò il suo libro per includere nuove testimonianze, che, si rivelarono d’accordo con le sue conclusioni iniziali.
Nel 1947, anche il tenente colonnello Byford-Jones pubblicò la sua prospettiva sulle indagini su Hitler. Quest’ultimo ebbe però un coinvolgimento limitato nelle indagini britanniche e alle informazioni ostacolate a causa delle restrizioni imposte dall’intelligence dell’epoca.
Tuttavia, il libro è utile per dimostrare le divergenze di alcuni individui riguardo le prove ottenute dall’intelligence britannica (Byford-Jones, in contraddizione con Trevor-Roper, mise in discussione l’autenticità del certificato di matrimonio di Hitler) e le prime tensioni della Guerra Fredda a Berlino che coincisero con il periodo delle indagini britanniche. Chi respirò quell’aria ricorda battibecchi continui sulla veridicità e sull’attendibilità delle prove esibite. Tuttociò continuò a verificarsi negli anni a seguire e senza sosta, sebbene non fosse apparsa ancora alcuna prova a sostegno di una tesi o del suo opposto.

Il libro di Trevor-Roper fu immediatamente e fortemente criticato anche dall’ex capo dell’intelligence americana ufficiale a Berlino, W.F. Heimlich, che concluse usando la testimonianza del testimone oculare che Hitler fu addirittura assassinato dai suoi dottori, secondo gli ordini di Himmler.
Egli sostenne che Trevor-Roper ignorò volutamente le prove cruciali, ne affrettò l’indagine, ostentò il mostrare un cadavere falso e proclamò conclusioni preconcette. Gli argomenti di Heimlich furono poi respinti dagli storici dell’epoca, si pensò, forse ad una questione di orgoglio ferito e soprattutto alla palese mancanza di consultazione di Trevor-Roper coi colleghi americani con i quali c’era sempre una strana competizione.
La teoria secondo cui Trevor-Roper arrivò a conclusioni preconcette fu sostenuta anche da autori come Peter Levenda. Levenda sostenne che Trevor-Roper fu nominato a guidare le indagini di Hitler da Dick White (futuro capo dell’MI6 (Secret Intelligence Service)) perché come storico sarebbe stato poi in grado di manipolare le prove per contrastare le affermazioni sovietiche sulla sopravvivenza di Hitler, trascurando quindi le prove che indicavano il sospetto della fuga di Hitler. Argomento che ricorda un po’ il segreto di Pulcinella: dove tutti lo conoscono ma nessuno ne parla apertamente.
Tuttavia, gli storici non avevano ancora analizzato i file dell’MI5 (Servizio di sicurezza) e quelli recentemente declassificati contenenti la corrispondenza tra White e Trevor-Roper in merito alle implicazioni del libro di Trevor-Roper.
Corrispondenza che occupò un periodo di tempo piuttosto lungo, facendo subire alla bozza del libro revisioni su revisioni e approvazioni che oscillarono tra Washington e Londra.
Ciò forse chiarirà se le considerazioni politiche offuscarono la possibilità di stabilire la verità sulla morte o non morte di Hitler.
Probabilmente, in quei giorni, l’imperativo più alto era quello di contrastare i sovietici che stabilire una verità così oscura; tanto più che i testimoni-chiave erano in mano russa e non c’era verso di poter ottenere rapporti veritieri sugli interrogatori. A tal proposito, occore notare come Mosca mantenne sempre un silenzio pressochè ufficiale sulla questione. I sovietici rilasciarono le prove gradualmente (com’era prevedibile); solo nel 1965 un membro dello SMERSH (l’agenzia sovietica di controspionaggio) mise in dubbio le conclusioni di Trevor-Roper sostenendo che un’autopsia sovietica sul corpo di Hitler mostrò che Hitler era morto solo per avvelenamento da cianuro. Poi verrà rivelato che non era vero nemmeno quello. Nel frattempo, l’ho scritto già, i russi si prodigarono a redigere per Stalin il famoso Dossier Hitler che subì a sua volta una serie infinita di revisioni prima di diventare definitivo.
Ciò permise a Reidar Sognnaes di confrontare l’autopsia con le prove degli archivi americani, come i rapporti dei medici e dei dentisti di Hitler che, – sostenne Sognnaes – dimostravano che il corpo analizzato nell’autopsia era effettivamente Hitler. Alcuni autori occidentali come James O’Donnell riconobbero i risultati dell’autopsia e la testimonianza combinata di testimoni oculari per concludere che Hitler contemporaneamente prese cianuro e poi si sparò. Questa, dopo lunghissimi dibattimenti, fu la versione ufficiale varata.

continua


il collo di bottiglia … storico

brevi cenni introduttivi per capire il contesto del mio pensiero.

Nel 1959 il successore di Stalin, Nikita Cruscev, ritenne opportuno intervenire nel dibattito su Hitler e la Seconda Guerra Mondiale allora in corso, con toni ancora molto accesi, nella Repubblica Federale tedesca. Egli diede indicazioni affinchè certi materiali facenti parte dell’ “operazione Mito” fossero resi accessibili a storici fedeli al Partito. Venne fatta una copia del volume “il Dossier Hitler” per la Commissione ideologica presso il Segretariato del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica.
Il Dossier Hitler” è un rapporto, figlio di un’indagine sovietica ordinata da Stalin subito dopo la resa germanica dell’8 maggio 1945, che consta di 413 pagine dattiloscritte sulla vita di Hitler dagli anni dal ’33 al ’45.

Perchè parlo del Dossier Hitler?

Perchè questa è al fonte, direi unica, da cui tutti, e ripeto, tutti hanno attinto notizie sul dittatore tedesco, dall’immediato dopoguerra in poi.

Sembra esagerato, ma è così. Scrittori, storici, documentaristi, hanno interpretato negli anni parti per creare a loro volta altri saggi, libri, ecc. E’ il Sancta Sanctorum su Hitler nella sua ascesa e nella II Guerra mondiale.

Ma il punto non è questo.
La base principale del manoscritto redatto a suo tempo dal gruppo di lavoro dal Ministero dell’Interno furono le dichiarazioni e le deposizioni rilasciate di due uomini che per anni erano vissuti, giorno dopo giorno, astrettissimo contatto con Hitler: Heinz Linge e Otto Günsche. Secondo i dati ufficializzati (con l’approvazione di Stalin) fu a loro che Hitler ordinò di dare alle fiamme il proprio corpo e quello di sua moglie Eva.

Mi fermo qui.     E ragiono.
Abbiamo potuto leggere in questo blog che le cose non stanno affatto così. Grazie alle teorie fornite dalla serie Hunting Hitler e dalle informazioni desunte dal confronto di tre volumi famosi [due, più di tutto, per la precisione] abbiamo capito che invece esitono prove decisive della sua fuga in Sudamerica (si vedano gli Escaping_files) e che quello che è stata inscenata nel bunker di Berlino è una farsa per coprirne la fuga (a morirne per davvero fu un sosia – di nome Gustav Weber) e, se tanto mi dà tanto, mi appare naturale considerare che anche il resto sia verosimilmente compromesso, perlomeno in molte parti.
Ricordo che Linge è stato prigioniero per 3 anni dei sovietici che gli hanno estorto (è il caso di dirlo…) ogni informazione che concordasse anche con il pensiero di Stalin stesso. Nel 1959, in aprile, il libro aveva superato l’approvazione del Comitato sopracitato ma non quella del Partito, perchè parti decisive non corrispondevano alla loro propaganda ufficiale, in quel momento.
Ragione per cui il volume subì un’ennesima revisione con data di pubblicazione da destinarsi, non appena ri-controllato e ri-approvato.
Lo asseriscono anche Mattias Uhl e Henrik Eberle, redattori di una prefazione del libro Il Dossier Hitler.
E’ evidente che questa procedura crea il sospetto di essere viziata da interpretazioni e censure politiche per motivi diversi; parallelamente ci si può chiedere come mai per un volume che doveva essere così universale, non si sia potuto intervistare qualcun altro.
Per esempio, le centinaia di segretarie del Fuhrer, le lavoranti della stanze private, gli amici del Berghoff (che sono stati disponibili fino agli anni ’90), altri ufficiali funzionari che avevano un contatto quotidiano. C’era una sacco di gente, attorno, c’erano i medici che avevano seguito Hitler giorno per giorno; tutte opzioni alternative, utili anche per gustarne le diverse prospettive, bellamente ignorate.
Di conseguenza, in base agli elementi conosciuti, le deposizioni dell’aiutante e del centralinista del bunker sono state e sono tuttora le verità storiche divenute ufficiali.
A causa dei forti dubbi sul suicidio di Hitler, Linge e Günsche furono più volte condotti a Berlino, dove dovettero riferire ancora una volta per filo e per segno come si erano svolte le ultime ore del Fuhrer ed indicare il luogo esatto nel quale era stato bruciato il cadavere.
I due militi tedeschi furono poi entrambi condannati a 25 anni di lavori forzati, ma nel 1955 vennero messi in libertà, insieme agli ultimi prigionieri di guerra detenuti in Unione Sovietica.
Il Dossier Hitler ebbe un processo di revisione irto di difficoltà.
Già nella traduzione in russo si doveva tener conto di due indicazioni contrastanti. Da un lato il testo doveva produrre un effetto di autenticità, perciò le ricche sfumature dovevano essere riportate  in modo fedele, al tempo stesso il testo doveva venire incontro alle abitudini di letture del committente Josif Stalin.
Ribadisco che queste testimonianze sono l’unica fonte che possediamo. Ed è proprio questo il punto. L’unicità.

Della serie che, se questi avessero preso l’incarico di mentire sul destino di Hitler o altro (cosa in verità possibilissima), tutto il mondo si dovrebbe appoggiare su una menzogna per tutti i decenni a seguire.
In fondo non era difficile. Un corpo di un sosia si era ammazzato sul serio, poi era stato opportunamente coperto e dato alle fiamme immediatamente, cioè, dico io, senza un minimo di commiato, di cerimonia benchè minima. Un po’ strano. Conoscendo i tedeschi.

Ma il punto è che non esiste controprova. Tutto è basato su deduzioni, su trattati teorici fondati su informazioni prive di contraddittorio. Ci si deve fidare. Ma mancano le prove provate delle verità naziste dette da un vero nazista.       Oggi.
Per ovvi motivi.

 

Linge è stato un fedelissimo di Hitler, praticamente dalla sua prima ascesa al potere, poi “domestico” intimo del Fuhrer al Berghoff, fino alla caduta del Reich nel ’45. Una di quelle persone che si sarebbe fatto sbudellare vivo pur di non tradire il “suo” Fuhrer e questo, a costo della sua esistenza.
Ma è possibile che si sia fatto mettere sotto da quattro idioti comunisti che gli facevano domande a ripetizione? Lui che sapeva di essere custode ultimo di segreti che il mondo voleva conoscere?
Secondo me a rispettato un copione per proteggere ciò che andava protetto… Lo avrebbe fatto anche l’ultimo nazista.


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