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dopo Hitler.

 

Oggi, e sto scrivendo nel 2017, non risulta più sorprendente che grandi magistrati e cartelli economici statunistensi abbiano sempre appoggiato Hitler e la sua politica. E questo deve far pensare.
Imprese come la Union Banking Corporation (Prescott Bush), la Brown Brothers, Harriman, Rockfeller, Ford, IBM, General Motor, Standard Oil e tantissime altre hanno finanziato e sostenuto Hitler perchè arrivasse al potere e poi lo hanno aiutato durante la guerra, nonostante gli Stati Uniti, formalmente, fossero nemici del Terzo Reich.
Gli aiuti non si sono limitati a fondi in denaro, ma anche minacciando l’embargo di forniture a clienti nel caso non avessero aderito alle operazioni.
La stessa cosa è successa in gran parte del sudamerica, in Paesi come Argentina, Brasile, Cile, Bolivia e Paraguay.


Se nel mondo civilizzato tante persone hanno creduto nel nazismo una ragione ci doveva pur essere, una ragione tanto valida da poter muovere capitali immensi e un lavoro, spesso clandestino o semplicemente occultato; un’idea diversa e molto lontana dall’idea che oggi si ha del nazismo che è solo accostato (per desiderio Alleato) all’Olocausto. A questo proposito il discorso che vorrei fare si allargherebbe molto e non è questa la sede per poterlo fare.
Mi limito a dire che centinaia di giornali, libri e film – Hollywood, come altre grandi aziende di comunicazione, nel dopoguerra hanno usato il verbo del consolidare le versioni concordate ufficiali allo scopo di diffondere un’idea comune per influenzare le coscienze e per mettere un punto definitivo ad una storia che era andata in una maniera completamente diversa.

Ci si domandi perchè si è creata l’operazione Paperclip. In realtà nazisti ed americani, verso il finire della guerra, avevano fatto un patto militare. E questo patto permise il trasferimento di uomini, valori e tecnologia verso gli Stati Uniti, salvando anche migliaia di nazisti che altrimenti sarebbero potuti cadere in mano sovietica, il che avrebbe significato per loro morte certa o, nel caso migliore, il confino in Siberia.

Per fare un punto chiaro si può ricordare che la fantastica tecnologia segreta nazista esisteva davvero. Potrà sembrare quasi incredibile ammetterlo, ma i nazisti avevano uno sviluppo eccezionale in tutti i settori della scienza, come ad esempio – la tecnologia antigravitazionale – che permetteva il sollevamento dei dischi volanti, creati dagli ingegneri tedeschi, usati in seguito dai militari americani a partire dal 45.

Il ruolo del Fuhrer, a partire dal suo esilio, era ormai quasi inesistente. In quel periodo era diventato un uomo anziano e debole, nascosto ai confini del mondo e senza alcun peso né potere reale.
Per questo, a mio modo di vedere, il fatto più significativo della storia non è la fuga in sè, ma, insieme ad essa, tutto ciò che ci è ancora nascosto dopo più di settanta anni.
Questo insieme di informazioni chiave, le loro implicazioni, dimostrano il vero e proprio intreccio operato da un’elite mondiale con gravi conseguenze per l’umanità.
Sembrerà ora logico che i vincitori della guerra abbiano nascosto la verità per non essere collegati ad un trama criminale di complicità che li coinvolgeva direttamente.

 

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pericolo.
Pavelic ferito in un incontro segreto.

Per l’ex presidente della Croazia nazista la pace finì nel 1957 quando, all’improvviso, fu ferito da sei colpi di pistola. L’attacco avvenne mentre stava tornando a casa, dopo una riunione segreta, in Calle Mermoz 643, nella località portegna di Lomas del Palomar. L’aggressione, con armi da fuoco, fu realizzata da agenti comunisti jugoslavi, anche se poi non è mai stato ufficialmente dimostrato. Pavelic si salvò per miracolo ma non si riprese più dalle lesioni causate dagli spari. Ferito gravemente ricevette i primi soccorsi e poi si architettò un piano di evacuazione per condurlo fuori dal Paese. Non si conoscono i dettagli della fuga. Tuttavia, grazie ad alcuni dati e fonti affidabili, sembra che si sia spostato in Patagonia prima di scappare in Spagna. La domanda sorge immediatamente, perché in Patagonia? Perché aggiungere migliaia di chilometri in più alla sua fuga e in quelle condizioni di salute?
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Reinhard Schabelmann: l’ultima intervista
il nuovo ruolo di Bormann.

La conversazione con questo signore è avvenuta con l’autore dell’intervista negli anni ’90. Nell’ultimo scambio epistolare rilasciò parole che riassumevano la situazione:

vi erano storicamente due schieramenti in campo, da una parte quelli che, con il frutto di ciò che riuscirono a spedire (in Argentina) — i proventi derivati dall‘aver mantenuto il silenzio e i compensi ottenuti per aver lavorato con il partito — comprarono proprietà, misero in piedi piccole industrie o si convertirono in semplici cittadini finanziariamente forti (molti si stabilirono a Bariloche, Rio Negro, altri si spostarono in Cile). Dall’altra — quelli che maneggiavano il grosso del bottino, trasferito già dai primi anni del conflitto — iniziarono a prendere le distanze dall‘utopica idea di riorganizzare il partito da qui (dall‘Argentina) e decisero semplicemente di investire i beni per il proprio personale beneficio. Si produsse quindi un’aspra lotta interna, fra coloro che fecero il lavoro “sporco” durante la guerra (le SS) e quelli più intelligenti che si impossessarono del bottino. Per anni questo è stato motivo di un costante, come dicono qui, “passaggio di esecuzioni” pagate con la vita.
Nello scontro eravamo tutti divisi ”. Fra i beni vi erano “migliaia di ettari a Cordoba, Santa Fé, il Litorale, Tucumàn; nel sud, a Mendoza, laboratori e il finanziamento di certi affari che nulla avevano a che vedere con i principi che avevamo
”, assicurò Schabelmann.

L’arrivo del gerarca nazista Martin Bormann in Argentina, avvenuto quasi tre anni dopo a quello del Fuhrer, accelerò il processo di intrighi e tradimenti fra nazisti latitanti, la cui causa di disputa principale fu disporre di cifre milionarie, terre acquisite, società tedesche create nel contesto dell’organizzazione finanziaria, oro e altri valori. In tal senso, le parole di Schabelmann sono molto chiare: “una volta – morto – l’Adolf Hitler condottiero, ci dovevamo preoccupare soltanto di un civile (lo stesso Hitler latitante in Argentina) questo facemmo e fin là arrivò la nostra missione. Quando Bormann arrivò in Argentina, la questione prese un‘altra piega. Diversi di noi ignoravano la situazione. Il governo di Adenauer, praticamente fino al 1951, fu gestito a livello economico dagli americani e a livello politico da Bormann ”.

Hitler era il passato, il passato doloroso della guerra sempre più lontano. Bormann — riciclatosi nella nuova epoca grazie alla sua intelligenza, ma fondamentalmente perché aveva le chiavi di accesso al denaro — era il presente, l’uomo che gestiva le finanze milionarie dei nazisti in esilio e i rapporti con il potere politico e militare internazionale.

Il punto è che, quando arrivò nel Paese sudamericano, fu chiaro a tutti i nazisti che colui che gestiva le finanze era lui e quindi ” lui ” deteneva il potere reale. In quel momento, l’ “eminenza grigia” — come lo chiamavano tutti — prese le distanze dal Fuhrer, costretto ad un’uscita di scena obbligata e alla clandestinità.
Hitler, morto, ma vivo, non era più utile né a Bormann, né alle Potenze Alleate.

E dal 1952 in poi, alla morte di Evita si aprì una caccia forsennata ai conti svizzeri aperti dalla sua sposa e con esiti letali per alcune persone. Bormann iniziò presto ad avere forti contrasti con Peron soprattutto in materia di affari. Si parla di tonnellate d’oro ed una montagna indescrivibile di soldi; finanze dalle quali Hitler era completamente estraneo e che interessavano solo a nazisti e presunti tali.
Il Fuhrer già non gestiva più l’argomento e per questa ragione si trovò, ad un certo punto, in difficoltà economica; la sua unica preoccupazione era quella di sopravvivere nel mondo del dopoguerra.
Come spesso lo si è sentito di ripetere, ” la sua grande fortuna consisteva nell’essersi salvato e poterne godere, nel suo esilio, insieme con Eva Braun “.


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Reinhard Schabelmann

 

Il Fuhrer in Argentina va visto in quest‘ottica: un uomo senza alcun potere, senza influenza sul futuro, quasi vecchio, riluttante e totalmente demoralizzato, ritirato dalla politica, con il dolore per lo sradicamento forzato e tenuto a distanza da tutto l‘alto comando; era questa la condizione del nostro Fuhrer in quel momento e si trattava solo di sopravvivere “.
Reinhard Schabelmann

Negli anni novanta, tramite la sua segretaria Nelly, si ebbero contatti con un vecchio tedesco che si faceva chiamare con il falso nome di Reinhard Schabelmann.
Schabelmann dettava a Nelly le mail che ricevevo. Fu lei a dirmi che il suo capo, nato nel 1916, era troppo anziano per sedersi a scrivere davanti a un computer. L’uomo assicurò che mi trovavo sulla via giusta, quella di Hitler fuggito in Argentina e offrì la sua testimonianza visto che – come disse — aveva partecipato lui stesso all’operazione di evacuazione del Fuhrer verso il Sud America.
I rapporti con Schabelmann — che visse prima in Argentina e poi in Uruguay — si mantennero per anni anche se non acconsentì mai a un‘intervista faccia a faccia, perché di questo la sua famiglia aveva molto timore.
Per sua serenità e convinzione che la storia vada corretta per il futuro, effettivamente il Fuhrer sopravvisse alla guerra e morì in Argentina. Sono stato giovane, responsabile e importante testimone dei fatti, compreso il tempo del suo arrivo e gli anni a seguire, uno degli ultimi superstiti di questo intrepido e viaggio dall’Europa. Passeranno anni, molte generazioni, prima che si possa svelare la verità, ci sono ancora troppe tracce economiche e interessi in movimento riguardo al denar introdotto, un’indagine porterebbe allo scoperto troppi affari che coinvolgerebbero importanti imprenditori del Paese, come pure causerebbe una crisi di proporzioni inimmaginabili nel governo degli Stati Uniti e della stessa Europa. Passeranno cento anni prima che una ricerca vera possa essere portata a termine. Quando ormai non ci saranno più i responsabili diretti.
Il Fuhrer è stato solo una pedina sulla scacchiera di certe corporazioni e non dell‘epoca, ma attuali. Lei si stupirà di come si mantiene intatto il fatturato e, nella ricerca di parte del bottino perso in Argentina, non hanno piste, ma le tracce non gli mancano. In un ambiente umano in cui il tradimento è come l’aria, tanto necessaria per respirare, il Fuhrer perse solo la guerra, ma l’economia era sul punto di conquistarla, la perse a causa dell’età e di certi personaggi che a volte chiamò “camerati”. Sono certo del dolore del nostro Fuhrer nei suoi ultimi anni. Disse: “mi sono sbagliato tre volte nella mia vita, fidarmi di Heinrich (Himmler), fidarmi di loro (banchieri e imprenditori) e non fidarmi di me stesso “. Ogni giorno della sua vita, dopo Berlino e fino a che non ci lasciò, furono ore di angoscia e non troverà pace fino a che la verità non verrà alla luce, ma ancora non è tempo. E’ sulla strada giusta, ma non dimentichi che il tradimento e il movimento che il mondo considera morto, godono ancora di ottima salute “.
Alla seconda comunicazione con Schabelmann, mi rispose: “ Nessuno ha idea dell‘effettiva proporzione degli interessi a cui mi riferisco. Da qui il rischio cui mi sottopongo. Spiego il perché della mia assoluta decisione di mantenere l‘anonimato. In diverse occasioni ho cercato di sbarazzarmi di questi problemi e di non farmi coinvolgere oltre, ma ho partecipato a riunioni in cui si decideva di far sparire fisicamente membri o persone interessate al destino dei valori sottratti, non credo che abbiamo cento anni di perdono, come dice la parabola “.

“Ero uno di quegli uomini, un giovane a quel tempo, con una vita inimmaginabile, ho avuto competenze che superavano lo stesso Von Ribbentrop, lui aveva meno libertà di azione ed era molto meno a conoscenza di cosa si tramava ad altri livelli, sono stato uno degli agenti migliori e forse è per questo che sono arrivato alla mia età “.
“Il Fuhrer in Argentina va visto in quest’ottica: un uomo senza alcun potere, senza influenza sul futuro, quasi vecchio, riluttante e totalmente demoralizzato, ritirato dalla politica, con il dolore per lo sradicamento forzato e tenuto a distanza da tutto l’alto comando, era questa la condizione del nostro Fuhrer in quel momento, si trattava solo di sopravvivere e tali erano le condizioni, da quel momento in poi i nemici del comunismo sarebbero stati unicamente gli Stati Uniti; il mondo può solo accettare e capire che Hitler sopravvisse alla guerra e si stabilì in Argentina. Se guardiamo all‘uomo da questo aspetto, posso garantire che attraversò gravi difficoltà economiche nei suoi ultimi giorni e che, molti di quelli che, fino alla caduta di Berlino, davano la vita per lui, in Argentina si rifiutarono di aiutarlo e si negarono perfino di fargli visita per precauzione, per convenienza o semplicemente perché erano nazionalsocialisti di nome ma non di fatto “.
Sapevamo dell’imminente arrivo di Hitler ma, fino a tre giorni prima, non conoscevamo data e luogo esatta dell’arrivo, io ero il collegamento tra le ambasciate e posso assicurare, con tutta certezza, che le più alte cariche del governo americano sapevano che il Fuhrer si trasferiva in Argentina, ma mai si parlò della possibilità che si suicidasse veramente, il suicidio da sempre fu come calare il sipario sulla sua vita politica e personale.
La strategia venne ispirata dall‘Intelligence americana, la logistica passò interamente ed esclusivamente per noi ed era semplice: dare rifugio a un uomo esiliato e senza alcun potere, dare protezione a uno dei creatori del nazionalsocialismo e garantire massima riservatezza sul suo nascondiglio. Dovevamo preoccuparci solo di un civile: Adolf Hitler, questo facemmo e la nostra missione sarebbe finita alla sua morte. Quando Bormann arrivò in Argentina la faccenda prese un‘altra piega e alcuni di noi ignorarono il caso. Il governo di Adenauer era praticamente gestito dagli americani sul piano economico e da Bormann su quello politico fino al 1951. Dopo la morte della signora Perón, Bormann lasciò il Paese e ognuno fece quello che voleva… “.
“Sfortunatamente i peronisti difendevano ciecamente il loro mentore, il generale Perón, cercando di allontanarlo dalla sua tendenza filotedesca, dal suo gradimento e dalla sua ammirazione per il nazionalsocialismo. Mentre ciò accadeva, nessuno voleva accettare la verità, il Fuhrer era suo ospite. Perón fu a tutti gli effetti un maggiordomo e i servizi segreti americani, finanziati dalle grandi corporazioni che beneficiarono del Piano Marshall, i padroni dell’hotel chiamato “Nuovo Ordine Mondiale “.

Erano vere tutte queste informazioni e le altre che l’anziano signore continuò a fornire fino al 2010? In seguito non si seppe più nulla di lui. Era morto? All’epoca avrebbe avuto 94 anni.
Schabelmann riportò diversi fatti relativi a Hitler in Argentina e mi assicurò che un suo grande amico, che considerava un fratello, era stato Jorge Antonio, il braccio destro di Perón, proprietario di Inalco, in Patagonia, dove Hitler visse per anni.


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la signora Shaffer
Hernan Ancin: intervista

Una signora settantottenne, che oggi non è più, di nome Eugenia Shaffer si dimostrò bene informata e per niente riluttante a parlare, al contrario di quasi tutte le altre persone, specie se di origine tedesca.
“E’ bene che sappia la verità: Hitler non si suicidò. Arrivò in Argentina in sottomarino a San Antonio Oeste e visse in un podere nei pressi di Bariloche”. La signora Eugenia ricorda anche che sapeva della tenuta Flugel dove si riunivano i nazisti.
Una volta volevamo andare. Con me c’era gente tedesca che sapeva di Hitler e voleva vederlo, ma in quei giorni c’erano incontri importanti e le guardie armate non ci fecero passare“.

Un suo amico, l’aviatore Boheme, dovette andare – o meglio dire – tornare da Hitler perchè era molto malato, assicurò e di seguito disse che il Fuhrer morì mentre si organizzavano le operazioni di aiuto. Alla fine la signora aggiunse che il suo corpo venne trasportato in aereo da un gruppo, di cui fece parte anche Boheme e il pilota Ulrich Rudel, verso una destinazione sconosciuta. “Eravamo all’inizio degli anni ’60“, disse Eugenia Shaffer, aggiungendo che tutte quelle informazioni gliele aveva dato lo stesso Boheme e che le aveva assicurato di averle confidate solo a lei.

Notizia pubblicata sul quotidiano La Mañana del Sur, 12 ott 1998.

 

 

Una volta (Ante) Pavelic mi chiamò e, arrivato nella sua stanza, feci capolino dalla porta. Mi fece segno di entrare e a quel punto mi accorsi che c‘era anche Hitler “.
Hernan Ancin

Uno stralcio dell’intervista è anche reperibile su YouTube qui.

Hernan Ancin: Lo conobbi quando si incontrava con (Ante) Pavelic, in un edificio in costruzione a Mar del Plata, nel 1953.
Io lavoravo per Pavelic come carpentiere.
D.:    In quel momento, lei sapeva chi fosse Pavelic?
H.A.:    All’inizio no. Si faceva chiamare “Don Lorenzo”, ma da una guardia del corpo venni a sapere che era stato Presidente della Croazia. Pavelic stava costruendo un edificio di quattro piani a Mar del Plata e già ne aveva fatto un altro di otto o nove, vicino al casinò di Calle Lamadrid y Colòn. Io, sulla guerra, avevo sentito parlare di Hitler e Mussolini. Mai di Pavelic. Con lui ho avuto rapporti di lavoro per un anno e mezzo. Non ricordo la data esatta, ma iniziai a lavorare per lui a metà del 1953 fino a settembre o ottobre del 1954.
D.:    E quando vide Hitler?
H.A.:    Deve esser stato verso la fine del ‘53. Venne là, al cantiere, per parlare con Pavelic. Arrivò a piedi con tre guardie del corpo e la sua signora. Praticamente lo portavano in braccio perché lui a malapena camminava. Dopodiché lo vidi diverse volte.
D.:    Si rese conto subito che si trattava di Hitler?
H.A.: Sì, per l’aspetto. Ma io qualcosa già avevo sospettato da prima, pensavo che in quel posto accadeva qualcosa di grande, che là c’era qualcosa di più… quando lo vidi mi resi conto. Tempo dopo una delle guàrdie del corpo di “Don Lorenzo” mi confermò che là si riunivano il Presidente della Croazia e della Germania. Ma a quel punto io Hitler lo avevo già riconosciuto.
D.:    Aveva lo stesso aspetto o aveva subito interventi di chirurgia plastica?
H.A.:    Fondamentalmente lo stesso… bianco, capelli corti, tagliati tipo militare. Senza baffi…
D.:    Lei poteva muoversi liberamente in queste occasioni?
H.A.:    C’erano le guardie del corpo, ma io ero un uomo di fiducia di Pavelic… potevo perfino interrompere una riunione, non avevo restrizioni in questo senso.
D.:    Concretamente, questi incontri dove avvenivano?
H.A.:    Al pian terreno dell’edificio in costruzione di Mar del Plata. Il posto (dove si incontravano Hitler e Pavelic) era praticamente finito. In seguito divenne l’Hotel San Bur, e, alla fine, fu trasformato in un condominio.
D.:    Cosa ricorda di questi incontri?
H.A.:    Hitler, quando veniva in visita, alzava la mano così (alza il pugno chiuso della mano destra con il braccio steso). Pavelic si avvicinava e metteva la sua mano sopra al pugno di Hitler, avvolgendolo nel palmo. Dopo si sorridevano e Pavelic dava le pacche a Hitler. Questo era sempre il saluto, così si salutavano. Poi arrivava la moglie di Pavelic, una signora di Còrdoba di nome Maria Rosa Gel. Lei faceva la riverenza a Hitler e diceva “felici gli occhi che la vedono”. Lo stesso saluto si ripeteva con la compagna di Hitler.

Questo tipo di saluto sembra somigliare a quelli delle cerimonie, chiamati “di contatto”, molto comuni fra i membri di una loggia segreta (N.d.A).
Maria Rosa Gel non era di Còrdoba ma di Santiago (Ricerche dell’autore).

D.:    Quante volte ha visto Hitler?
H.A.:    Cinque o sei volte.
D.:    Com’erano questi incontri?
H.A.:    Per prima cosa s incontravano nella hall dell’edificio e, dopo poco, in una stanza che avevo già ultimato. C’erano un tavolo, quattro sedie — fatiscenti, le avevo sistemàte io e un armadio. Hitler si sedeva di fronte a Pavelic e rimanevano a parlare delle loro cose. La donna di Pavelic praticamente non interveniva. Serviva il caffè. La donna di Hitler rimaneva in silenzio, parlava molto poco con quella di Pavelic e sorrideva appena. Hitler aveva un modo speciale di guardare Pavelic, sembrava lo contemplasse…
D.:    Parlavano in spagnolo?
H.A.:    La donna di Hitler non ricordo, presumo che qualcosa di castigliano lo parlasse perché almeno ringraziava del caffè quella di Pavelic. Hitler parlava spagnolo, con difficoltà e con un forte accento tedesco.
D.:    Quando fu l’occasione in cui stette più vicino a Hitler?
H.A.:    Una volta Pavelic mi chiamò e, arrivato nella stanza, feci capolino dalla porta. Mi fece segno di entrare e a quel punto mi accorsi che c’era anche Hitler. Le guardie del corpo, che già mi conoscevano, mi lasciarono passare senza problemi. M’invitarono a sedermi al tavolo e la signora Pavelic mi offrì un caffè. Hitler stava prendendo il caffè e un’altra bibita con Pavelic. A quel punto Pavelic disse a Hitler “è il carpentiere che mi fa i lavori nell’edificio”. Hitler mi guardò e mi fece un cenno, un saluto. Non accennò a darmi la mano, né a conversare né niente. Solo questo movimento della testa e un sorriso.
D.:    È sicuro che fosse Hitler?
H.A.:    Sì, sì. Completamente ed assolutamente sicuro.
D.:    Se Hitler si muoveva in questo modo, non potrebbe averlo visto molta gente?
H.A.:    Guardi, nell’edificio in cui s’incontravano stavamo lavorando in pochi. Inoltre a Mar del Plata, si spostava sempre dentro una macchina…
D.:    Dove viveva?
H.A.:    All’epoca lo avevo visto in una casa che stava dietro il Parco San Martin, una vecchia casa mal tenuta, stile coloniale, in mattoni. Non so se la casa c’è ancora. Là ho visto la macchina all’interno e i custodi alla porta. Ma non ho la certezza che vivessero là, potevano essere di passaggio.
D.:    Che pensa adesso?
H.A.:    Penso che Hitler fosse prigioniero di un sistema militare che, nella migliore delle ipotesi creò politicamente lui stesso. È l’idea che mi sono fatto osservando la sua personalità. I suoi occhi erano gentili, non aveva uno sguardo duro. Al contrario Pavelic aveva lo sguardo duro, penetrante, occhi scuri. Hitler aveva gli occhi chiari, uno sguardo gentile, tranquillo e molto educato.
A differenza di Pavelic che era un uomo rude.
D.:    Lei crede che il quel momento Hitler fosse un uomo “finito”?
H.A.:    Sì, era malato e lo portavano a braccia per i suoi spostamenti.
D.:    Quando smise di vederlo?
H.A.:    Da Mar del Plata sparirono, Hitler e Pavelic, nel mese di Agosto o Settembre del ‘54.
D.:    Prima non ha mai raccontato questa storia, come mai adesso sì?
H.A.:    sarebbe stato difficile fare da “apripista” in quel momento, adesso invece sono passati molti anni.
D.:    Ma lei sapeva che erano informazioni molto importanti…
H.A.:    Sì, ma non gli davo importanza tale da parlarne in giro. Per di più, a quell’epoca, dei campi di concentramento
— di cui si dà la colpa a queste persone — non si sapeva quasi nulla. Adesso invece si conosce la mole degli orrori della guerra.
D.:    Essendo in quel momento l’uomo più ricercato del mondo, era rischioso andare a spasso con Hitler per Mar del
Plata…
H.A.:    Esatto. Ma, in realtà, lui era sempre in auto… io credo che Hitler fosse protetto perché i servizi d’Intelligence dovevano saperlo che Hitler era in Argentina. Credo che le grandi potenze lo proteggessero nell’eventualità di una guerra fra Stati Uniti e Russia. Hitler sarà anche stato cattivo però era stato seguito da tutto il popolo tedesco.
D.:    Non le fa fatica adesso credere che, in alcune occasioni, è stato alla presenza di Hitler?
H.A.:    Sono sicuro che fosse Hitler, non ho mai fatto fatica a crederlo.
D.:    Lo ha mai visto passeggiare per Mar del Plata?
H.A.:    Non l’ho mai visto camminare per strada, andava sempre in auto, tranne una volta. Fu sulla costa, scese dalla macchina e si fermò a guardare il mare. Era un uomo che, nelle condizioni in cui era, non poteva camminare molto. La signora praticamente lo teneva per mano. Lui trascinava i piedi.
D.:    Hitler si muoveva liberamente?
H.A.:    Secondo me era un uomo molto controllato dalle sue guardie del corpo. Gli imponevano persino degli orari quando parlava con Pavelic. Parlavano fra di loro, poi una delle guardie dava come l’impressione di dire “basta, andiamo!” e se ne andavano.
D.:    Crede che avesse molto denaro?
H.A.:    No, non credo. Io credo che altri gestissero il suo denaro. Addirittura la stessa opera di Pavelic si fermò per mancanza di fondi.
D.:    Crede che Hitler fosse malato?
H.A.:    Si. Credo avesse problemi circolatori.., era molto pallido, molto bianco…
D.:    Prendeva qualche tipo di medicinale?
H.A.:    No, almeno io non l’ho mai visto prendere farmaci.
D.:    Sembra conservare un buon ricordo di Hitler…
H.A.:    L’impressione personale che ho di lui — soltanto a vederlo — era buona, anche se ciò non toglie che abbia
commesso degli orrori in guerra. Traggo le mie conclusioni da quello che ho vissuto e ho visto.


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la tenuta Flugel
l’aristocrazia in Argentina.

 

Negli anni 70 in Argentina e precisamente a Bariloche, molti nazisti erano ancora vivi e molti anche attivi. Ma la gente del posto non dava peso a certi fatti. Sì, si sapeva che qualche sottomarino era arrivato o si era incagliato sulle coste patagoniche, ma erano “cose della guerra ormai passate” o addiruttura “chi è questo Hitler?” il presidente della Germania poi venuto in Argentina? “Cosa c’è di importante in questo?”.
Così ragionavano gli anziani abitanti del luogo, senza dar peso alle cose che non li riguardavano…
Quasi tutti testimoni-chiave unici che vivevano lontano da tutto. Questa gente aveva sentito parlare della guerra ma non l’aveva vissuta perchè a migliaia di chilometri di distanza.
Dei dettagli della vicenda dei principali personaggi non gli importava; non significavano nulla, assolutamente nulla di diverso per la loro vita tranquilla nel sud del mondo.
Ciò anche a dispetto di cose estranee alla loro normalità.
Nella valle del Rio Negro c’era una tenuta particolare: la tenuta Flugel, nella zona di Guerrico, presantava alcune particolarità veramente poco ordinarie. Un’enorme entrata al podere: due bastioni, in stile medioevale, ne davano l’aspetto di un castello.
Era evidente che si trattava di una costruzione di grande importanza, con dettagli di lusso impensabili per una sola tenuta agricola. L’interno della casa mostrava una gran quantità di aree e stanze per gli ospiti. Un lungo tunnel, di quasi 40 metri, univa il seminterrato con il garage dove, un tempo, si parcheggiava un’impeccabile Mercedes Benz, come ricordano i vicini. Una sorta di via di fuga sotterranea.
Fuori, un grande parco con alberi, fiori e fontane.
Gli anziani della zona, concordano nell’affermare che il posto, a partire dagli anni ‘40, era amministrato da tedeschi misteriosi e che la proprietà era protetta pesantemente da “uomini armati” che non lasciavano entrare nessuno. Una vera e propria fortezza in cui arrivava gente sconosciuta, qualcuno anche elegantemente vestito.
I padroni erano Hans Flugel e Maria Luisa von Stocke Hausen.
La donna apparteneva a una famiglia della nobiltà tedesca con diverse proprietà in Europa. La coppia trascorreva parte dell’anno a Buenos Aires e il resto in Germania.
Queste persone hanno sempre dato rifugio e protezione nella tenuta e in un’altra località di San Martin delle Ande, dove si dice siano passati da lì Hitler, Mengele ed Eichmann.

Nel 1998 l’edificio era già in disuso e un manutentore era incaricato di occuparsi di tutte le strutture. Il soggetto, visto che possedeva tutte le chiavi della proprietà trovò una cassaforte da incasso dietro un grande quadro. Preso dall’entusiasmo volle aprirla ma non poté e dovette ricorrere a un fabbro per forzarla. “Pensavo di trovare soldi e invece era piena di documenti, tutti scritti in tedesco, decisi di bruciare tutto perché non era quello che cercavo”, disse l’uomo davanti allo stupore generale.
Li ha bruciati!” disse qualcuno. “Sì, non erano soldi e non servivano a nulla; c’era anche un libro pieno di indirizzi …”, aggiunse il Torti con il suo linguaggio semplice, una persona di scarsa cultura che, ovviamente, non conosceva il tedesco.
L’uomo non aveva pensato che quei documenti, se erano ben nascosti, dovevano essere molto importanti. Così, andarono perse per sempre prove sconosciute della storia dei nazisti.
Quasi sicuramente relative alla presenza di Hitler nel Paese.

A quel tempo Guerrico era una comunità rurale praticamente sconosciuta alle persone di Buenos Aires; figuriamoci al resto del mondo.


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testimoni oculari 2.
la guardia del corpo di Hitler.

Poi ci sono racconti d’oltreoceano che ascoltati oggi sembrano inverosimili, ma non lo sono. Una volte, le cose erano molto diverse.
Come la testimonianza, oggi non più verificabile, di Laureano Murecan, un cittadino di Bariloche che per tutta la vita ha raccontato a tutti che aveva visto Hitler girare in città con altre due persone. Ed era raramente creduto. Lui disse che a quel tempo era adolescente, poteva essere il 1947, Hitler “girava come un turista” e sembrava in salute. Non lo aveva più scordato.

Altra persona che assicurò di averlo visto nei pressi di Bariloche era Atilio Sartori, l’autista già defunto dello scienziato Ronald Richter, colui che diresse il fallimentare esperimento atomico dell’isola Huemul.

Un ulteriore conferma di Hitler nella tenuta San Ramón la diede Eduardo I., un anziano argentino che oggi vive negli Stati Uniti, ma al tempo stava vicino a Bariloche. Per merito dello zio ebbe modo di consoscere un certo Herr Kurt, un nazista che lavorava nella residenza di Quinchauala, sul lago Nahuel Huapi e, per qualche ragione, divennero presto amici. Entrati in confidenza, Herr Kurt confidò che Hitler stava vivendo a san Ramón e aggiunse che aveva ricevuto l’incarico di manutentore dell’impianto di riscaldamento del ranch. Di questo non se ne capacitava. “Lei non può capire cosa sia per un nazista avere, a 3m circa…    il Fuhrer in persona. Per me Hitler era Dio.
Cose da pazzi! Vivevo in un mondo che non avrei nemmeno potuto sognare…
A volte mi capitava di doverlo riaccompagnare a casa. La strada per il ranch era abbastanza percorribile. La casa era molto grande e c’erano molti cani, cani tedeschi ben addestrati.   Lui era sempre con un cappello, seduto, – volte gli tremava un po’ il braccio destro che quasi non muoveva – e senza baffi. Coi capelli molto corti. Le ultime volte l’ho visto camminare anche un bastone. Aveva però una memoria impressionante, con me parlava in tedesco; il castigliano lo parlava poco o niente“.
La cosa che ricorda maggiormente è il timore delle guardie che gli stavano sempre attorno. “Quando parlavo – dice Kurt – non si muovevano dalla porta della sala ed imparai a non muovermi poichè una volta che mi alzai in piedi di scatto per prendere un fazzoletto dalla tasca si precipitarono su di me come fulmini…“.

La scoperta della guardia del corpo avvenne per caso. A chi scrive nel 1998, è capitato di poter sentire una apprendere una storia scritta da Manuel Monasterio tempo addietro che non smette di sorprendere. Negli anni ’70 incontrò casualmente una “guardia del corpo” di Hitler. L’uomo che si faceva chiamare Pablo Glocknick, gli confessò di aver protetto il leader nazista nel sud dell’Argentina fino alla sua morte, avvenuta negli anni ’70.
Glocknick chiese a Monasterio di non raccontare la sua storia prima che fossero passati dieci anni dal loro incontro.
— Quando lo intervistai, Monasterio aveva 72 anni e, alle spalle, un’eccellente carriera nella marina mercantile. Il suo ruolo gli aveva permesso di accedere a buone informazioni durante la Seconda Guerra Mondiale, quando prestò servizio su alcuni mercantili argentini all’epoca del conflitto. Con i dati raccolti e con l’inedito racconto di Glocknick, il capitano Monasterio scrisse il suo libro.
Per andare dritti al punto, riporto di seguito parte dell’intervista al marinaio argentino:
Domanda:    Come ha conosciuto questo signore?
Manuel Monasterio: Mi si ruppe la macchina a Caleta Olivia (provincia di Santa Cruz), era un sabato e non c’era nessuno. Mi dissero che c’era un vecchio signore che era meccanico. Così entrai in contatto con lui.
D.:    Cosa le raccontò?
M.M.:    L’uomo mi disse di esser stato marinaio del Graf Spee e, dato il mio interesse sul tema della guerra, decisi di indagare.
Mi disse di esser stato meccanico della Sezione Macchine (della nave).
D.:    Lo conoscevano nel paese?
M.M.:    No, dicevano che era arrivato per cercare lavoro, ma io pensai non è venuto per cercare lavoro”, viveva come un eremita.
M.M.:    Mi raccontò di come divenne nazista. Come ai tempi la sua famiglia non avesse di che mangiare e come, con Hitler al potere, gli cambiò la vita. Poté studiare ed entrare nella Marina Tedesca. Poi, mi parlò di come arrivarono in Argentina con il GrafSpee. Di quando lo intemarono, con altri marinai tedeschi, a Còrdoba. Mi disse che là già c’erano molte autorità naziste nell’ambasciata tedesca, come ad esempio gli addetti della marina. Ognuno aveva le sue persone di fiducia.
D.:    Che altro le raccontò di quel periodo?
M.M.:    Mi raccontò che i nazisti sceglievano persone assolutamente affidabili e lui disse di essersi meritato la fiducia della marina.
D.:    Cosa le raccontò di Hitler?
M.M.:    Per prima cosa mi disse: “mi rimane poco da vivere e vorrei che le cose che so qualcuno le conservi”. Mi fece fare una specie di giuramento molto speciale, una sorta di cerimonia, e chiese che una cosa venisse rispettata: per dieci anni non dovevo raccontare niente a nessuno. Desiderava che fosse raccontato solo in seguito, e io rispettai il patto.
D.:    Come fu il racconto?
M.M.:    mi disse che, alla fine della guerra, dovette andare con un gruppo a scaricare un sottomarino. Lui era in missione. Apparve il sottomarino e sbarcarono persone. All’inizio non sapeva che in quel sottomarino ci fosse Hitler.
D.:    Cosa accadde dopo?
M.M.:    Hitler venne condotto in un ranch.
D.:    Dove?
M.M.:    Il luogo esatto non lo disse. Ricordò che affermò “nei pressi di Bariloche”. Glocknick aveva accesso alle informazioni perché faceva parte dello “staff”.
D.:    Sapeva che si trattava di Hitler?
M.M.:    All’inizio no, ma poi il suo capo gli spiegò. Addirittura lui stesso, in seguito, venne scelto per vivere con loro (con parte del gruppo giunto in sottomarino). E si rese conto che era il Fuhrer che decideva. Diceva che non aveva la stessa faccia, che era “un po’ cambiato” ma che era Hitler. Nella tenuta c’erano molti lavoratori che non sapevano per chi lavorassero.
D.: E così passava tutti i giorni con Hitler…
M.M.: Sì, così mi raccontò. Glocknick viveva in e autonomia dai suoi capi. Anche per lui Hitler era Dio. Mi raccontava la gioia più grande della sua vita era servire quell’uomo.
Mi diceva che a volte si svegliava e si chiedeva: sarà vero che sto con il Fuhrer? Credeva fosse un sogno.
D.:    Come continua la storia?
M.M.:    Passarono molti anni e Hitler perse potere, all’inizio andavano a fargli visita tutti i capi, poi non più.
Glocknick rimase fino all’ultimo momento.
D.:    Fino a quando?
M.M.:    Fino a che morì.
D.:    Dove?
M.M.:    In quella tenuta e lì lo seppellirono.
D.: E poi?
M.M.:    A Glocknick cadde il mondo. Credeva nei “mille anni del Reich”. Dopo la morte di Hitler, si lasciò andare, tutti i suoi sogni e le sue illusioni erano crollate. Iniziò a bere ed è in questo stato che lo trovai.
D.:    Glocknick era il vero nome della guardia del corpo?
M.M.:    Pablo Glocknick. Ma non so se fosse il suo vero nome…
D.:    Dopo lo vide ancora?
M.M.:    Mai più. Mi disse che ero il primo a cui lo raccontava e che potevo farlo a mia volta solo dopo dieci anni dalla sua morte.
Rispettai la sua volontà, non lo tradii.

In base a ricerche susseguenti Pablo Glocknick potrebbe essere il falso nome di Enrique Berthe, tecnico elettromeccanico del Graf Spee, in base al certificato di internamento in Argentina n°65-570.


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