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la signora Shaffer
Hernan Ancin: intervista

Una signora settantottenne, che oggi non è più, di nome Eugenia Shaffer si dimostrò bene informata e per niente riluttante a parlare, al contrario di quasi tutte le altre persone, specie se di origine tedesca.
“E’ bene che sappia la verità: Hitler non si suicidò. Arrivò in Argentina in sottomarino a San Antonio Oeste e visse in un podere nei pressi di Bariloche”. La signora Eugenia ricorda anche che sapeva della tenuta Flugel dove si riunivano i nazisti.
Una volta volevamo andare. Con me c’era gente tedesca che sapeva di Hitler e voleva vederlo, ma in quei giorni c’erano incontri importanti e le guardie armate non ci fecero passare“.

Un suo amico, l’aviatore Boheme, dovette andare – o meglio dire – tornare da Hitler perchè era molto malato, assicurò e di seguito disse che il Fuhrer morì mentre si organizzavano le operazioni di aiuto. Alla fine la signora aggiunse che il suo corpo venne trasportato in aereo da un gruppo, di cui fece parte anche Boheme e il pilota Ulrich Rudel, verso una destinazione sconosciuta. “Eravamo all’inizio degli anni ’60“, disse Eugenia Shaffer, aggiungendo che tutte quelle informazioni gliele aveva dato lo stesso Boheme e che le aveva assicurato di averle confidate solo a lei.

Notizia pubblicata sul quotidiano La Mañana del Sur, 12 ott 1998.

 

 

Una volta (Ante) Pavelic mi chiamò e, arrivato nella sua stanza, feci capolino dalla porta. Mi fece segno di entrare e a quel punto mi accorsi che c‘era anche Hitler “.
Hernan Ancin

Uno stralcio dell’intervista è anche reperibile su YouTube qui.

Hernan Ancin: Lo conobbi quando si incontrava con (Ante) Pavelic, in un edificio in costruzione a Mar del Plata, nel 1953.
Io lavoravo per Pavelic come carpentiere.
D.:    In quel momento, lei sapeva chi fosse Pavelic?
H.A.:    All’inizio no. Si faceva chiamare “Don Lorenzo”, ma da una guardia del corpo venni a sapere che era stato Presidente della Croazia. Pavelic stava costruendo un edificio di quattro piani a Mar del Plata e già ne aveva fatto un altro di otto o nove, vicino al casinò di Calle Lamadrid y Colòn. Io, sulla guerra, avevo sentito parlare di Hitler e Mussolini. Mai di Pavelic. Con lui ho avuto rapporti di lavoro per un anno e mezzo. Non ricordo la data esatta, ma iniziai a lavorare per lui a metà del 1953 fino a settembre o ottobre del 1954.
D.:    E quando vide Hitler?
H.A.:    Deve esser stato verso la fine del ‘53. Venne là, al cantiere, per parlare con Pavelic. Arrivò a piedi con tre guardie del corpo e la sua signora. Praticamente lo portavano in braccio perché lui a malapena camminava. Dopodiché lo vidi diverse volte.
D.:    Si rese conto subito che si trattava di Hitler?
H.A.: Sì, per l’aspetto. Ma io qualcosa già avevo sospettato da prima, pensavo che in quel posto accadeva qualcosa di grande, che là c’era qualcosa di più… quando lo vidi mi resi conto. Tempo dopo una delle guàrdie del corpo di “Don Lorenzo” mi confermò che là si riunivano il Presidente della Croazia e della Germania. Ma a quel punto io Hitler lo avevo già riconosciuto.
D.:    Aveva lo stesso aspetto o aveva subito interventi di chirurgia plastica?
H.A.:    Fondamentalmente lo stesso… bianco, capelli corti, tagliati tipo militare. Senza baffi…
D.:    Lei poteva muoversi liberamente in queste occasioni?
H.A.:    C’erano le guardie del corpo, ma io ero un uomo di fiducia di Pavelic… potevo perfino interrompere una riunione, non avevo restrizioni in questo senso.
D.:    Concretamente, questi incontri dove avvenivano?
H.A.:    Al pian terreno dell’edificio in costruzione di Mar del Plata. Il posto (dove si incontravano Hitler e Pavelic) era praticamente finito. In seguito divenne l’Hotel San Bur, e, alla fine, fu trasformato in un condominio.
D.:    Cosa ricorda di questi incontri?
H.A.:    Hitler, quando veniva in visita, alzava la mano così (alza il pugno chiuso della mano destra con il braccio steso). Pavelic si avvicinava e metteva la sua mano sopra al pugno di Hitler, avvolgendolo nel palmo. Dopo si sorridevano e Pavelic dava le pacche a Hitler. Questo era sempre il saluto, così si salutavano. Poi arrivava la moglie di Pavelic, una signora di Còrdoba di nome Maria Rosa Gel. Lei faceva la riverenza a Hitler e diceva “felici gli occhi che la vedono”. Lo stesso saluto si ripeteva con la compagna di Hitler.

Questo tipo di saluto sembra somigliare a quelli delle cerimonie, chiamati “di contatto”, molto comuni fra i membri di una loggia segreta (N.d.A).
Maria Rosa Gel non era di Còrdoba ma di Santiago (Ricerche dell’autore).

D.:    Quante volte ha visto Hitler?
H.A.:    Cinque o sei volte.
D.:    Com’erano questi incontri?
H.A.:    Per prima cosa s incontravano nella hall dell’edificio e, dopo poco, in una stanza che avevo già ultimato. C’erano un tavolo, quattro sedie — fatiscenti, le avevo sistemàte io e un armadio. Hitler si sedeva di fronte a Pavelic e rimanevano a parlare delle loro cose. La donna di Pavelic praticamente non interveniva. Serviva il caffè. La donna di Hitler rimaneva in silenzio, parlava molto poco con quella di Pavelic e sorrideva appena. Hitler aveva un modo speciale di guardare Pavelic, sembrava lo contemplasse…
D.:    Parlavano in spagnolo?
H.A.:    La donna di Hitler non ricordo, presumo che qualcosa di castigliano lo parlasse perché almeno ringraziava del caffè quella di Pavelic. Hitler parlava spagnolo, con difficoltà e con un forte accento tedesco.
D.:    Quando fu l’occasione in cui stette più vicino a Hitler?
H.A.:    Una volta Pavelic mi chiamò e, arrivato nella stanza, feci capolino dalla porta. Mi fece segno di entrare e a quel punto mi accorsi che c’era anche Hitler. Le guardie del corpo, che già mi conoscevano, mi lasciarono passare senza problemi. M’invitarono a sedermi al tavolo e la signora Pavelic mi offrì un caffè. Hitler stava prendendo il caffè e un’altra bibita con Pavelic. A quel punto Pavelic disse a Hitler “è il carpentiere che mi fa i lavori nell’edificio”. Hitler mi guardò e mi fece un cenno, un saluto. Non accennò a darmi la mano, né a conversare né niente. Solo questo movimento della testa e un sorriso.
D.:    È sicuro che fosse Hitler?
H.A.:    Sì, sì. Completamente ed assolutamente sicuro.
D.:    Se Hitler si muoveva in questo modo, non potrebbe averlo visto molta gente?
H.A.:    Guardi, nell’edificio in cui s’incontravano stavamo lavorando in pochi. Inoltre a Mar del Plata, si spostava sempre dentro una macchina…
D.:    Dove viveva?
H.A.:    All’epoca lo avevo visto in una casa che stava dietro il Parco San Martin, una vecchia casa mal tenuta, stile coloniale, in mattoni. Non so se la casa c’è ancora. Là ho visto la macchina all’interno e i custodi alla porta. Ma non ho la certezza che vivessero là, potevano essere di passaggio.
D.:    Che pensa adesso?
H.A.:    Penso che Hitler fosse prigioniero di un sistema militare che, nella migliore delle ipotesi creò politicamente lui stesso. È l’idea che mi sono fatto osservando la sua personalità. I suoi occhi erano gentili, non aveva uno sguardo duro. Al contrario Pavelic aveva lo sguardo duro, penetrante, occhi scuri. Hitler aveva gli occhi chiari, uno sguardo gentile, tranquillo e molto educato.
A differenza di Pavelic che era un uomo rude.
D.:    Lei crede che il quel momento Hitler fosse un uomo “finito”?
H.A.:    Sì, era malato e lo portavano a braccia per i suoi spostamenti.
D.:    Quando smise di vederlo?
H.A.:    Da Mar del Plata sparirono, Hitler e Pavelic, nel mese di Agosto o Settembre del ‘54.
D.:    Prima non ha mai raccontato questa storia, come mai adesso sì?
H.A.:    sarebbe stato difficile fare da “apripista” in quel momento, adesso invece sono passati molti anni.
D.:    Ma lei sapeva che erano informazioni molto importanti…
H.A.:    Sì, ma non gli davo importanza tale da parlarne in giro. Per di più, a quell’epoca, dei campi di concentramento
— di cui si dà la colpa a queste persone — non si sapeva quasi nulla. Adesso invece si conosce la mole degli orrori della guerra.
D.:    Essendo in quel momento l’uomo più ricercato del mondo, era rischioso andare a spasso con Hitler per Mar del
Plata…
H.A.:    Esatto. Ma, in realtà, lui era sempre in auto… io credo che Hitler fosse protetto perché i servizi d’Intelligence dovevano saperlo che Hitler era in Argentina. Credo che le grandi potenze lo proteggessero nell’eventualità di una guerra fra Stati Uniti e Russia. Hitler sarà anche stato cattivo però era stato seguito da tutto il popolo tedesco.
D.:    Non le fa fatica adesso credere che, in alcune occasioni, è stato alla presenza di Hitler?
H.A.:    Sono sicuro che fosse Hitler, non ho mai fatto fatica a crederlo.
D.:    Lo ha mai visto passeggiare per Mar del Plata?
H.A.:    Non l’ho mai visto camminare per strada, andava sempre in auto, tranne una volta. Fu sulla costa, scese dalla macchina e si fermò a guardare il mare. Era un uomo che, nelle condizioni in cui era, non poteva camminare molto. La signora praticamente lo teneva per mano. Lui trascinava i piedi.
D.:    Hitler si muoveva liberamente?
H.A.:    Secondo me era un uomo molto controllato dalle sue guardie del corpo. Gli imponevano persino degli orari quando parlava con Pavelic. Parlavano fra di loro, poi una delle guardie dava come l’impressione di dire “basta, andiamo!” e se ne andavano.
D.:    Crede che avesse molto denaro?
H.A.:    No, non credo. Io credo che altri gestissero il suo denaro. Addirittura la stessa opera di Pavelic si fermò per mancanza di fondi.
D.:    Crede che Hitler fosse malato?
H.A.:    Si. Credo avesse problemi circolatori.., era molto pallido, molto bianco…
D.:    Prendeva qualche tipo di medicinale?
H.A.:    No, almeno io non l’ho mai visto prendere farmaci.
D.:    Sembra conservare un buon ricordo di Hitler…
H.A.:    L’impressione personale che ho di lui — soltanto a vederlo — era buona, anche se ciò non toglie che abbia
commesso degli orrori in guerra. Traggo le mie conclusioni da quello che ho vissuto e ho visto.

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a spasso per l’Argentina

Kurt-Bruno-KirchnerIl goffo montaggio è solo un pretesto per raccontare di un signore che un giorno si presentò in una fattoria in Patagonia, a 15 Km da  San Carlos de Bariloche, come un appassionato di natura argentina che aveva già fatto diversi viaggi nel Cono sud del paese, con il nome di Kurt Bruno Kirchner.
Dopo qualche tempo, si pensa qualche anno, si trasferisce in Paraguay (nel suo caso si dovrebbe parlare di “paraguai”, nel vero senso della parola…) allo scopo di ritirarsi come pensionato, si è detto, fino al 1971, ove morì alla venerabile età di 82 anni.
Aggiungerei, fortunello fortunato. Perchè con tutti gli sconquassi subiti dal suo corpo, raccontati in numerosi articoli, ha ricevuto in dono un’esistenza di una durata ragguardevole.
Cosa che a tanti altri non è stata concessa.

Quindi, tutto quello che ci è stato raccontato in documentari, film e montagne di libri sulla sua fine nel bunker di Berlino (e come dice un noto sito latino) è un’enorme stronzata!

Secondo diverse fonti, in primis Abel Basti, sembra che Hitler abbia negoziato segretamente con gli americani (che, guardacaso, hanno presto abbandonato le ricerche ufficiali) fornendo armi, documenti e tecnologia per aumentare la potenza degli Stati Uniti in cambio della possibilità di lasciarlo scappare da Berlino assieme al suo entourage.
Ecco qui che la possibile teoria dei suoi viaggi aerei con i piani di costruzione dei missili B3-SkyRocket, citati nell’articolo evidence-file 06, troverebbe una possibile applicazione.
Sembra inoltre che Hitler abbia asserito che se non si fosse opposto alle forze sovietiche, Stalin avrebbe occupato l’intera Europa.
Esattamente come sostenuto da Viktor Suvorov.
L’autore di queste rivelazioni apre uno scenario inusitato rivelando che il piano era sì studiato meticolosamente da Bormann e aveva previsto in viaggio -non dal bunker di Berlino – ma da Berchtesgaden  (via aerea con Hanna Reitsch) alla Norvegia in idrovolante e da lì verso la costa della Patagonia in un sommergibile militare tedesco. Poi in treno alla fattoria di Bariloche.
Qui la rivelazione più incredibile.

Il libro di Basti spiega che sia la CIA e l’MI6 britannico sapevano il luogo esatto di Hitler, ma non erano motivati a prenderlo per via dell’accordo.
L’accordo è confermato dalla testimonianza di un ex militare brasiliano, figlio di una alta carica nazista, secondo la quale Hitler sarebbe morto il 5 febbraio 1971 in Paraguay e sepolto in una cripta sotto un hotel di lusso.
Tuttociò è riportato, dopo tanti anni, in numerosi libri e un buon documentario.

Un epilogo dove una rivelazione supera ogni fantasia. Dove Hitler sopravvive a Stalin, Churchill e anche Adenauer, prevedendo la Germania futura come terza potenza economica mondiale e parlando in spagnolo con accento argentino.
Un epilogo ribadito anche dalle pubblicazioni apparse sul “Daily Express” e “Sunday Express” e questa pista sarebbe stata indicata a un agente nordamericano da un cittadino argentino residente a Los Angeles, in California, che nel settembre del 1945 avrebbe riferito che Hitler sarebbe sbarcato sulle coste della Patagonia, più precisamente presso il Golfo San Matias, nel mese di maggio dello stesso anno, un paio di settimane dopo la caduta di Berlino.
Su questi quotidiani si dichiara anche di conoscere i nomi delle persone a conoscenza dei fatti e appartenenti all’MI6 che al tempo asserirono che l’intera operazione non sarebbe stata possibile se non con la complicità delle intelligence occidentali, pronte ad assicurarsi, in cambio di elementi da spendere contro l’allora imminente pericolo rosso. Tra testimonianze di vicini, servitori e cuochi, il libro ricostruisce la vita di Hitler nell’Argentina di Domingo Peròn, e – alla caduta di questi nel 1955 – la fuga in Paraguay con altri nazisti scappati dall’Europa.
Precedentemente si sostiene che Hitler, Eva Braun, il cane Blondie ed il loro inseparabile entourage avrebbero vissuto in un campo nascosto e protetto vicino alla città di Bariloche con il nome di Adolf Schütelmayor, di professione scrittore.
Il giornalista Basti, nel suo libro, afferma che in base alle sue ricerche Hitler non ha vissuto nascosto più di tanto, ma, dopo un momento iniziale, si è potuto muovere liberamente non solo nel territorio argentino, ma anche in paesi come Brasile, Colombia e Paraguay.

Going deeply, si può leggere che le principali agenzie di intelligence di tutto il mondo, come la CIA americana e l’MI6 britannico, avevano rapporti e fotografie che confermerebbero la presenza di Hitler in Sud America dopo il 1945.
Basti dice che “ciò che il compito dei servizi segreti era quello di segnalare la presenza di Hitler, ma non di agire per un arresto” e che ” come è ovvio “se essi avessero voluto, avrebbero potuto  catturare il leader nazista “come indicato nei documenti.”
(qui, qualche perplessità ce l’ho. Le cose nella realtà non dovevano essere così facili e semplici come possono apparire oggi; non vedo la cattura di Hitler paragonabile al rapimento di un nazista isolato che si nasconde solo sotto un falso nome. Hitler era super protetto e non ritengo si potesse improntare un’operazione segreta come, per esempio, per Eichmann. Magari mi sbaglierò, ma non vedo il Fuhrer che gira ignaro, a piedi e fischiettando, per Bariloche…).

Quindi, ricapitolando, nel periodo di presidenza di Juan Domingo Peron (1946-1955) Hitler visse a Hacienda San Ramon, dove si possono raccogliere numerose testimonianze della sua presenza.
Come quella famosa di Eloisa Lujan, assaggiatrice-test delle sue pietanze col compito di provare che non fossero state avvelenate; di Angela Soriani, nipote della cuoca di Hitler e di Carmen Torrentegui che lo ha servito per lungo tempo in un’azienda del sud (Hotel Eden – La Falda). Senza dimenticare Catalina Gamero, all’epoca di 17 anni, che lo servì come cameriera, Hernan Ancin (1933) che nel 1953 incontrò Hitler e sua moglie.
Esistono poi testimonianze di Celestino Quijada, giardiniere-aiutante al cerro Otto che lo riconobbe dopo aver visto una “foto del giorno” su un giornale, Pedro Caceres, Hilda Weiler, Annaliese Brunner e 100 altre.
Basti scrive che queste informazioni sembrano rivelazioni per giornali e Tv solo in questi anni, ma fino agli ’80 non lo erano affatto; almeno in quelle zone.
Erano cose di nessuna importanza per la gente normale.


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