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Umberto Fusaroli Casadei

U.F.Casadei Questo innocente signore (classe 1926) è responsabile di  innumerevoli esecuzioni sommarie nella sua terra (Bertinoro), di una puntata a Schio nella terribile notte del 26 luglio 1945 ed altri omicidi non meglio specificati in Europa fino agli anni sessanta. In un’intervista per Il Giornale del 2001, il Fusaroli nega qualsiasi tipo di pentimento, di rimpianto o vergogna.

— Mai un momento di esi­tazione?
Mai. Nemmeno davanti alle donne.
Le donne?
— “A Schio morirono molte donne” e nel dirlo questa volta un’ombra di turbamento gli attraversa gli occhi.
A Schio? Lei partecipò all ‘eccidio che avvenne nel carcere della città veneta la notte fra il 6 e il 7 luglio 1945?
Certo che ci partecipai.
Quella notte furono trucidate 53 persone. Gli alleati imbastirono un primo processo, altri imputati furono condannati dalla Corte d’Assise di Milano, il suo nome non risulta.
C’ero.
E si autodenuncia?
No, rivendico quel che ho fatto.

Pci-conduceilgiocoQuesto è il resoconto delle gesta di “Rumba”, il suo no­me di battaglia. “A Schio Rumba aveva conosciuto un comandante di brigata, ex garibaldino di Spagna, dal quale ricevette la proposta di parteci­pare all’eliminazione di tutti quei repubblichini”. Per la ve­rità, la Corte d’assise di Milano scrive che quello “fu uno dei più orrendi misfatti dei dopoguerra italiano”. E aggiunge: “Fra i prigionieri, solo 27 erano iscritti al Partito fascista re­pubblicano, gli altri erano in maggior parte ex fascisti ante luglio, ‘43 e, nella restante maggior parte, persone estranee alla politica”. “Illazioni di giudici fascisti”.
No, è il testo della sentenza del 13 novembre 1952. Non so­lo. La corte aggiunge: “Non è vero che il delitto sia stato ideato e voluto per dare soddisfazione alla popolazione di Schio che voleva vendicati i morti di Mauthausen. Secondo i giudici, si trattò di una rappresaglia per vendicare Il po­tere. Perduto”. Illazioni. Io fui invitato da quel comandante partigiano…
Il nome?
Aveva i gradi di colonnello, indossava la sahariana, rico­priva un incarico istituzionale in città. Mi disse che si do­vevano vendicare i morti di Mauthausen e questo mi bastò.
Vada avanti
Lasciai il compagno Piastrina a custodia del camion, fuo­ri mano, e raggiunsi il carcere. Portavo una giacca con i gra­di da colonnello, prestatami dal comandante che era rima­sto altrove, per precostituirsi un alibi. Per rendermi meno riconoscibile mi ero oscurato la faccia con una speciale tin­ta usata dagli inglesi della Popski Private Army nelle ope­razioni notturne. Indossavo inoltre un copricapo e un faz­zoletto rosso al viso.
Poi?
Mi accorsi che gli altri erano già entrati, in anticipo sui tempi stabiliti. Così penetrai all’interno: c’era il caos. Par­tigiani che vagavano senza sapere bene cosa fare, i prigio­nieri radunati in uno stanzone. Occorreva accelerare i tempi, c’era il rischio che qualcuno desse l’allarme. Allora mi rivolsi a quelle persone ammassate: “C’è qualche pri­gioniero comune?” Nessuno rispose. Diedi l’ordine di aprire il fuoco. Svuotai tre caricatori sparando con uno Sten in una babele di urla, strepiti, lacrime. I proiettili saettavano da tutte le parti, rimbalzavano sul pavimento, tornavano indietro. Fui colpi­to più volte di rimbalzo alle gambe, senza altro danno che leggere striature rossastre, larghe come una moneta d’ar­gento del tempo. La permanenza si faceva troppo perico­losa e altri partigiani entravano sparando raffiche all’im­pazzata. Era saltata la luce, non si distinguevano nemme­no più le vittime da noi che le colpivamo. Uscii.

Fu l’episodio più importante dopo il 25 aprile 1945.

Altre notizie e particolari in “Partigiani anonimi & persone scomparse – in Romagna” di Gianfranco Stella.

Requisiti richiesti per leggere il libro: una confezione di Maalox.

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Ravennati contro – 1945

ossa

Sento il dovere di pubblicare un estratto significativo della bellissima prefazione di Giordano Marchiani al libro di Gianfranco Stella “1945 – Ravennati contro” per farle un personale plauso e per condividerne in toto il pensiero.

Un chiarimento che va subito fatto ed energicamente ri­badito, come ha scritto giustamente l’ex-partigiano democristia­no Ermano Gorrieri, in queste vicende “La Resistenza non c’en­tra, non fosse altro per ragioni di date, essendoci di mezzo lo spartiacque del 25 aprile.
La ricerca della verità sui vari “triangoli della morte” non offende la vera Resistenza. A questo proposito mi pare doveroso riportare la parte essenziale della lettera inviatami dal sen. Arrigo Boldrini, il comandante della 28° Brigata Garibaldi col nome di “Bulow”, attualmente presidente nazionale dell’ANPI, al quale rinnovo la mia stima e personale amicizia. Come noto, nella stessa Brigata militava come medico Benigno Zaccagnini con il nome di “Tommaso Moro”, che Arrigo Boldrini, amico di gioventù nelle file della Azione Cattolica ravennate, ha ricorda­to con una commossa orazione funebre il 7 novembre 1989. Il sen. Boldrini, dopo aver letto molto attentamente il tuo libro “La Bottega del barbiere” dove “ci sono molte pagine interessanti…. e grazie di averle scritte e pubblicate”, mi sottopone “alcune considerazioni che credo abbiano una loro base per riflettere”: 

1) “la guerriglia in tutti i paesi ha avuto travagli e tragiche conseguenze per la spontaneità dei movimenti, per un difficile coordinamento, per una forma indiretta di autodisciplina che solo nelle formazioni regolari si può imporre e non sempre”;

2) “la situazione in Romagna risentiva ed aveva risvolti politici e sociali che venivano da lontano; basterebbe ricordare per es. la Settimana rossa delgiugno 1914, la resistenza attiva e passiva al fascismo, il ruolo attivo delle forze politiche e del movimento cattolico, coi suoi contrasti, ed infine le faide paesane”;

3) “da un esame sul post-guerra in Italia, Francia, non mi dilungo sul post-guerra americano dopo il Vietnam… il nostro paese per l’ordine pubblico é in una situazione migliore rispetto agli altri, nonostante il dramma della lotta di liberazione e il ruolo della R.S.I. “. Le considerazioni di Boldrini meritano rispetto e fanno riflettere perché definisce giustamente un «dramma» senza le consuete esaltazioni «La lotta di liberazione» e possono essere utili anche per la comprensione del caso in questione, relativo alla “strage di Codevigo “, della quale lascio totalmente all’Au­tore di queste pagine l’onere della ricostruzione.

Tuttavia l’intento principale del libro e la ragione della mia prefazione stanno soprattutto nel monito contenuto nel titolo: “Ravennati contro” con l’auspicio che ciò non abbia mai più a venjficarsi, non solo per i ravennati e i romagnoli in genere di cui é noto l’innato senso dell’amicizia e della solidarietà, ma per tutti gli italiani, così come per tutti i popoli, affinché i fratelli non abbiano più ad uccidere i fratelli ed i giovani imparino dalle dolorose esperienze dei padri a convivere nella pace e nella libertà. Non più “ravennati o italiani contro”. Ma insieme.

avatar185solo                                                                    Giordano Marchiani


il coraggio di scrivere

Nel libro di Sauro Mattarelli e nello stesso di Gianfranco Stella, “il caso Marino Pascoli e vicende del dopo-Liberazione in Romagna” è contenuto uno scritto che fu pubblicato anche sulla “Voce di Romagna” il 6 dicembre 1947.  Questa uscita sul giornale gli costò la vita.

« Prima di tutto dobbiamo distinguere i partigiani veri dai partigiani falsi.         I partigiani veri sono coloro che hanno corso sul serio dei rischi, che hanno combattuto con fede per la liberazione dell’Italia e questi, a dir il vero, sono pochi.    I partigiani falsi, che purtroppo sono la maggioranza, sono coloro che hanno fatto i teppisti mascherati, i collezionisti di omicidi e che andarono in giro col mitra quando non vi era più pericolo a fare gli ‘eroi’.   Questa gente, anche se è riuscita a munirsi di un brevetto o di un certificato, anche se oggi milita indebitamente nelle fila dei partigiani, non bisogna avere nessuna esitazione a chiamarla ‘teppa’.    Teppa da reato comune, macchiata di sangue, di prepotenza e di ricatti.   Partigiano vero, per quale fede ti sei battuto? Attenzione partigiani onesti, partigiani italiani e rimasti italiani, a non vendere l’Italia allo straniero , altrimenti il vostro sacrificio sarà stato vano. »

Il 4 gennaio 1948, sulla strada fra Mezzano e Ammonite, 5 colpi di pistola lo stesero sul selciato.

Da “il triangolo della morte”.  – A guerra finita, le ‘radiose giornate‘ furono il frutto della convinzione dei partigiani comunisti che la battaglia era vinta e l’ora del soviet italiano fosse ormai imminente. Si trattava quindi di fare ‘pulizia‘, vale a dire eliminare chiunque avesse potuto in qualche modo opporsi al disegno comunista. Il come lo avevano già provato nella guerra di Spagna,  dove l’assassinio e la barbarie erano state a lungo e metodicamente messe a segno. Ricordo solo gli stupri e le suore, inchiodate alle porte delle chiese o dei conventi, cosparse di benzina e bruciate vive. Si tattava quindi di applicare in Italia gli stessi metodi con meno pericoli (ormai non c’era più nessuno che potesse opporsi) in modo da instaurare un sano terrore nella popolazione e spianare la strada al comunismo. – continua

Qui, alcuni articoli sull’argomento.

                                            

Strano questo articolo per un 25 luglio qualsiasi…

N.B    la copertina del libro è riferita alla versione di Gianfranco Stella. La copertina di Mattarelli sembra non essere disponibile.

Team557


un flash di Gordon

Cos’è un fumetto? No. Questa è la lettera di un capo partigiano di Reggio Emilia, tale William Ferrari detto ” Gordon ” , che ha scritto per purificarsi, liberandosi dei suoi segreti, gelosamente considerati ” segreti del popolo “. Il memoriale è uno dei pochissimi ed è considerato una reliquia. Sia detto che va contro ogni regola primaria del PCI e dell’ ANPI.

Qui sotto la lettera:

 

Mi sono sempre chiesto, siccome in qualche altra forma e all’ insaputa del Partito, negli ultimi decenni qualcuno ha parlato facendo nomi e cognomi:  tutti quelli che erano fuggiti in Cecoslovacchia, come se la sono cavata dopo essere rientrati in Italia con l’amnistia di Togliatti? E ancora: ma davvero non c’era più spazio per colpire i delinquenti ? In questo modo l’ assassinio legalizzato è diventato gratis! Comodo però! Ma per una nuova società senza classi, né ricchi e priva di oppositori, il PCI non ha conosciuto ostacoli anche grazie alla completa omertà del popolo e della sua coscienza. Un vero e reiterato terrorismo urbano, nei piccoli centri e nelle grandi città, un aspetto della tattica comunista di quegli anni solitamente trascurato dagli storici rossi.

Fonte citata: i Lunghi mesi del 45 di Gianfranco Stella.

Team557


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