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Rommel incapace di andare d’accordo con gli italiani

A parte il fatto che le versioni delle interviste rilasciate al tempo in via ufficiosa sono decisamente diverse da quelle depositate sul suo libro “soldato fino all’ultimo giorno”, comunque riporto un estratto di quella concessa da Albert Kesselring ad Enzo Biagi, attorno ai primi anni 60.
Con colore diverso evidenzierò le parte estrapolate dal suo libro autobiografico, un nome che, in alcuni italiani, evoca ancora oggi ricordi amari.

Intanto, in quei giorni di fine maggio 1942, il dilemma tedesco era ancora: Malta o l’Egitto?

Un trimotore da bombardamento italia­no in volo sul fronte africano, durante la preparazione dell’offensiva di maggio.
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Il teatro di operazioni del Medi­terraneo cominciò a diventare vera­mente interessante per me allor­quando il generale Jeschonnek, nel mese di settembre 1941, mi chiamò al telefono per chiedermi se avessi assunto volentieri un comando ope­rativo in Africa: era necessario — mi disse — fare al più presto qualcosa, se si voleva evitare un crollo com­pleto delle posizioni italiane nell’A­frica settentrionale.
Giunsi a Roma il 28 novembre 1941, precedendo il mio Stato Mag­giore, e potei subito rendermi conto delle difficoltà di dirigere una guer­ra di coalizione. Il capo di stato maggiore generale italiano, Ma­resciallo Cavallero, aveva rifiutato di porre sotto il mio comando le for­ze militari navali e aeree italiane che mi sarebbero state affidate nella esecuzione del mio compito. Egli di­chiarò che ciò avrebbe significato per l’Italia l’abbandono della propria autonomia (
non a torto); al massimo si dichiarò disposto a cedermi il comando dei reparti d’aviazione.
Con questa mez­za misura non si sarebbe ottenuto nulla di buono, ma volli che mi venisse assicurata in com­penso una collaborazione intera e fiduciosa da parte di tutte le forze armate italiane.
Il Maresciallo Ca­vallero mi promise che il comando supremo non avrebbe emanato nes­sun ordine circa le misure da pren­dere sul teatro di operazioni Italiane in Africa senza la mia partecipazione e la mia adesione. Tale promessa ven­ne poi infatti mantenuta.
Oggi deb­bo riconoscere come questa conces­sione, la quale teneva conto del sen­timento nazionale e del forte orgo­glio degli italiani, abbia reso possi­bile un’efficace azione comune.

In Tripolitania trovai una gerar­chia di comandi chiara e risponden­te agli scopi militari. Dal governato­re generale, maresciallo Bastico, di­pendevano tutte le forze dell’eserci­to, della marina e dell’aviazione che operavano nella regione e quindi anche Rommel.
Era un ordinamen­to ideale, che però non poté recare tutti i suoi frutti a causa dei forti contra­sti fra Rommel e Bastico e della in­capacità da parte di Rommel di com­prendere e rispettare la suscettibili­tà degli italiani. La sua gloria, in quel momento al suo apogeo, impedì che le cose mutassero; servì tuttavia in certo qual modo a rendere meno aspri i rapporti reciproci.
Le operazioni venivano dirette da Roma, ma l’Italia non risentiva trop­po le conseguenze degli eventi belli­ci. Avevo l’impressione che la guer­ra non venisse presa sul serio da molti italiani, i quali non sentivano abbastanza la loro responsabilità verso i soldati combattenti sul fron­te. Ogni provvedimento veniva ap­plicato con esitazione e dove sareb­be stato necessario il maggior impe­gno da parte di tutti, si usavano sol­tanto mezze misure.
A che era dovu­to questo stato di cose? Io ero con­vinto che si trattasse di un’utilizza­zione insufficiente del potenziale bellico.

Rommel era un tipo particolare: a prima vista, di un’antipatia inavvicinabile; questo è un aspetto squisitamente personale, forse acuito dalle notevoli vittorie conseguite sul campo che gli facevano inquadrare dall’alto ogni persona che incontrava; poi c’era sempre questa altezzosità che si manifestava sempre anche con noi ufficiali, ma con Basico c’era qualcosa di più del campo puramente professionale: parlerei di campi magnetici avversi. Ogni cosa, ogni considerazione dell’uno o dell’altro veniva presa per le punte, discussa con toni spesso sopra le righe. Si creavano situazioni imbarazzanti ed insostenibili. Roma ne era informata.
A causa del caposaldo di Bir Hackeim ebbi una disputa col generale Rommel perchè le cose non avevano funzionato subito: il comando del gen. König, comandante dei francesi che occupavano l’oasi, rappresentava per noi una sensibile minaccia.
Per ordine di Rommel erano stati effettuati bombardamenti in picchiata, perfino con bombe al petrolio, che uniti ad attacchi della fanteria non avevano raggiunto l’effetto desiderato, a causa dello sfasamento fra le azioni terrestri ed aeree.
Eravamo riuniti in una tenda del comando, assistiti da alcuni ufficiali di campo e stavamo cercando di valutare il perchè non fossimo stati in grado di conquistare ancora la postazione francese.
Spiegai che, in merito all’accaduto, forse la fanteria aveva travisato
gli orari di intervento concordati e improvvisamente Rommel si infuriò. Diede una pacca sul tavolo di legno delle mappe – così forte – che la lampada ad olio venne scagliata in alto contro la tenda che prese immediatamente fuoco e ci dovemmo allontanare subito in preda allo stupore. Più tardi un ufficiale mi confidò che episodi di collera, nel generale, erano abbastanza frequenti, soprattutto ultimamente.
Ciò però non mi impedì di ammirare in lui la grande vitalità che conservava intatta e le imprese che posero le basi della conquista di Tobruk, certamente fra le più notevoli della storia della guerra; le stesse che segnarono indelebilmente il culmine della carriera vittoriosa di Rommel.

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