Archivi tag: fronte Orientale

situazione 1942. il punto di vista tedesco

sul Fronte africano.

Anche se nell’autunno del 1942 il logoramento dell’esercito te­desco sul fronte orientale non si poteva davvero più ignorare, la superiorità materiale dei nemici del Fuhrer cominciò a farsi sentire in manie­ra preponderante non sul fronte orientale, ma in Nordafrica e si può identitificare con la massima precisione il momento in cui si spostò l’equilibrio: il 21 giugno 1942 il piccolo Afrika Korps di Rommel umiliò la molto più consistente VIIII armata inglese a Tobruk. Nessuno ormai ricorda più questi fatti, ma in quel momento, il colpo subito dagli inglesi destò un’impressione tremenda in tutto il mondo civilizzato.
Il punto è che di fronte alla sconfitta britannica, il presidente Roosevelt inviò immediatamente una serie di convogli in Egitto, ove sbar­carono 400 carri armati americani e un gran numero di pezzi di artiglieria semovente.
Una volta arrivati a Suez, l’Afrika Korps, che non aveva più di 250 carri armati, sarebbe stato irreversibilmente in inferiorità numerica. Dopo il primo sanguinoso scontro, avvenuto a El Alamein alla fine di luglio del 1942 Rommel sapeva di avere davanti solo poche settimane per ottenere un successo decisivo sulle forze del Commonwealth bloccando la strada per il Canale di Suez.
Il 6 settembre, grazie all’ostinata resistenza delle forze del Commonwealth, alla netta superiorità aerea degli inglesi e a una cronica carenza di petrolio, l’ultima offensiva di Rommel si era arrestata ad Alam Halfa.
I primi carri armati Sherman arrivarono in Egitto all’inizio di settembre.
L’ 11 settembre il loro numero era salito a più di 300.

Il generale Montgomery poté così iniziare la sua controffensiva contando su una superiorità numerica schiaccian­te.
La notte tra il 23 e il 24 ottobre, nella seconda battaglia di El­ Alamein, l’VIII armata attaccò con quasi 1000 carri armati, di cui almeno metà di fabbricazione americana, equipaggiati con po­tenti cannoni da 75 millimetri.
Per contro, Rommel aveva solo 123 moderni carri armati Mark III e Mark IV; gli altri erano carri armati leggeri ormai obsoleti. L’armata guidata da Montgomery, forte di 200.000 uomini, era composta da soldati provenienti dalla Gran Bretagna, dal Sudafrica, dalla Nuova Zelanda, dall’Au­stralia e dall’India. Rommel e i suoi alleati italiani potevano schie­rare appena 100.000 uomini.
Nonostante le pesanti perdite subi­te dalle forze del Commonwealth, l’esito dello scontro non fu mai in dubbio.
Il 4 novembre l’Afrika Korps iniziò una ritirata di 3 settimane che non si fermò fino al 26 novembre sulla postazione di Marsa el Brega, quasi 400 chilometri a ovest lungo la costiera libica. A quel punto gli Alleati avevano già dato una seconda e formidabile dimostrazione della loro efficacia strategica.
L’8 no­vembre 1942 una flotta di quasi 700 navi, accompagnata da non meno di 5 corazzate, 7 portaerei e 14 incrociatori, sbarcò con­temporaneamente 63.000 uomini e altri 430 carri armati, su tre teste di ponte in Marocco e in Algeria.
35.000 uomini al comando del generale Patton erano stati trasportati fin lì da Chesapeake Bay, sul­la costa atlantica degli Stati Uniti. Gli altri erano partiti dall’estua­rio del fiume Clyde, in Scozia.

 

sul Fronte Orientale.

Sul fronte orientale, la campagna estiva seguiva lo stesso andamento del 1942.
L’immensità del territorio sovietico e la strenua resistenza dell’Armata rossa stavano portando allo stremo i tede­schi.
Per tre lunghi mesi, Zukov inchiodò la 6° armata tra le mace­rie di Stalingrado, spingendo Hitler a mettere in campo sempre più truppe corazzate di fanteria. Nel frattempo i sovietici, nella massima segretezza, concentravano riserve fresche sui fianchi del­lo schieramento, lungo il Don e il corso inferiore del Volga.
Que­sta volta, diversamente da quanto era accaduto nel 1941, l’Arma­ta rossa aveva saldamente dalla sua la superiorità numerica. Lun­go l’intero fronte meridionale, il vantaggio sovietico era probabil­mente nell’ordine di 3 a 1.
Ma ancora più importante era il fatto che l’Armata rossa aveva ormai perfezionato il principio di con­centrazione, quel principio che i tedeschi avevano sfruttato così bene all’inizio della guerra.
Sul cruciale fronte sud-occidentale, da cui l’Armata rossa avrebbe avviato la prima fase dell’accerchiamento di Stalingrado, furono ammassate 12 divisioni d’assalto con centinaia di carri armati e più di 470.000 soldati, lungo un settore di soli 22 chilometri.
Il 19 novembre, quando scattò l’operazione, la III ar­mata rumena e una sottodimensionata unità di Panzer tedeschi furono semplicemente annientate.
Come scrisse successivamente un ufficiale tedesco, era un “completo quadro di orrore”.
Sotto la pressione in­combente dei carri armati sovietici camion, veicoli di servizio, motociclette, soldati a cavallo e carri trainati da cavalli [tedeschi] si lanciavano verso ovest, si scontravano, si impantanavano, si rovesciavano e bloccavano la strada. Intanto i fanti spingevano, pre­mevano cercavano di farsi strada. Quelli che inciampavano e cadevano a terra non si rialzavano più. Venivano calpestati e investiti.
Il 20 novembre lo scopo dell’offensiva tedesca apparve in tutta la sua chiarezza quando, a sud di Stalingrado, la 51° Armata sovietica si aprì la strada superando le deboli difese rumene e pun­tò diritto a nordovest, verso il Don.
Il 23 novembre le due braccia della tenaglia sovietica si ricongiunsero, accerchiando la VI armata te­desca e i resti della IV armata panzer e della III e IV armata rume­ne.
Gli ultimi sopravvissuti si arresero il 2 febbraio 1943, dopo un assedio durato 10 settimane, che costò la vita a 250.000 soldati della Wehrmacht e a un numero imprecisato di ausiliari italiani, rumeni e sovietici.
Due settimane prima, il contrattacco sovietico aveva comportato l’abbandono dell’avamposto tedesco nel Cau­caso.
A metà di febbraio del 1943 il logoro Ostheer era stato ri­cacciato sulle posizioni da cui aveva scatenato l’offensiva nel giu­gno precedente. A quel puntò, la superiorità militare dell’esercito tedesco poteva ancora contenere il crollo. Rommel nel Nordafrica e Manstein in Ucraina riuscirono per un po’ a stabilizzare la situazione e bloccare le offensive alleate.
Ma la stasi sarebbe durata poco. Mentre il fronte orientale scivolava in una fase di calma provvisoria, gli inglesi e gli americani rinnovavano gli attacchi al­l’Afrika Korps in Tunisia, conseguendo l’inevitabile vittoria il 13 maggio 1943. «Tunisgrado», come venne curiosamente chiamata al tempo, costò alla Germania altre 290.000 perdite umane.

in Atlantico.

Le cose non andavano meglio nella guerra navale.
Riposizionata nella primavera del 1942, dalla costa atlantica alle acque norve­gesi, nel dicembre dello stesso anno, la flotta di superficie tedesca attendeva tranquillamente il suo turno.
Non c’era abbastanza carburante per sostenere un’operatività prolungata. Non c’erano portaerei in grado di fornire copertura dall’alto. La Germania avrebbe fatto volentieri a meno della grave perdita d’immagine dovuta all’affon­damento di una corazzata. Molto più importante, tuttavia, era il destino degli U-Boot.
Nella primavera del 1940 essi costituivano ancora un gravissimo pericolo per le navi mercantili dci paesi al­leati.
Tra il 16 e il 20 marzo 1943 i convogli HX 229 e SC 122, che contavano in tutto 100 navi; combatterono la più grande battaglia del conflitto con 3 unità di 40 U-Boot.
Gli Alleati persero 21 navi, per 140.842 tonnellate.
Decine di U-Boot riportarono gravi danni, ma solo uno venne affondato. Secondo Doenitz era la più grande vittoria mai riportta dagli U-Boot.
Ma questo succes­so non poteva nascondere la natura sempre più unilaterale dello scontro.
Dei 17 grandi convogli che attraversarono l’Atlantico a metà di marzo del 1943, gli U-Boot ne intercettarono solo 3.
An­che se in quel mese di marzo gli U Boot affondarono navi mercantili alleati per quasi 650.000 tonnellate, ciò non bastava a mi­nacciare seriamente le forniture transatlantiche.
Tra il 1942 e l’inizio del 1943, gli Alleati persero più di 500.000 tonnellate di navi­glio al mese che furono più che compensate dalla gigantesca pro­duzione dei cantieri navali, ormai in grado di sfornare più di un milione di tonnellate di naviglio al mese.
A partire dall’agosto 1942, sotto la minaccia costante degli U-Boot, la capacità cantieri­stica degli Alleati continuò ad aumentare, anziché a ridursi.
Quella germanica stentava a mantenere il passo.
Nel frattempo, le perdite di U-Boot erano pericolosamente in aumen­to.
Grazie alla decrittazione delle comunicazioni radio, al­l’utilizzo di nuove apparecchiature radar e alla totale supremazia aerea, la marina britannica e la marina americana quasi azzerarono la minaccia dei sottomarini tedeschi.
Nel maggio 1943, l’ammiraglio Doenitz perse U-Boot ed equipaggi al ritmo di uno al giorno.
Dopo aver perduto un quinto della sua flotta atlantica in un solo mese, il 24 maggio 1943 Doenitz ordinò ai «branchi di lupi» di ri­tirarsi.
Non più in grado di sostenere una battaglia di logoramen­to contro la schiacciante superiorità industriale e tecnologica dei suoi nemici, la più gracile delle forze armate tedesche era stata ormai estromessa dal conflitto.


Economie di casa

A partire dalla seconda metà del gennaio 1945 la guerra, si disse, accelerò implacabilmente il suo corso in Europa. E questo fu dovuto principalmente al grande impulso delle potenze economiche in gioco. Dirò anche cose banali, ma alla lunga vincono i numeri e non le idee politiche o di giustizia. Ho già scritto in un articolo che alla fine del 43 i soli russi avevano un esercito di quasi 6 milioni di uomini (6milioni); tutti i tedeschi militarmente abili (disponibili in tutta Europa) erano poco meno di 4.300.000; più c’era tutto il resto del mondo. Contro.

Ora chiedo: quando mai i tedeschi hanno visto durante tutta la loro guerra una quantità di mezzi così avvilente; i russi che spingevano sul solo fronte della Slesia in quel mentre, erano appoggiati (si fa per dire…) da 46.000 cannoni, 8000 carri armati e poco più di 10.000 aerei!

Cioè equivale a dire che ad avere ragione, alla fine, è sempre la potenza economica e non la direzione politica degli uomini. Banalità, vero, ma disarmante.

A sostenere questo concetto fu anche Albert Speer che già nei primi mesi del 40, quando la Germania stava vincendo su tutti i fronti, allorchè si fosse esaurita la spinta iniziale della preparazione tedesca al conflitto, si sarebbe andati inevitabilmente incontro ad una logorante caduta del Reich per ragioni economiche. Previsione ineccepibile. E allora? 

E allora: “chi se ne frega dei soldi!”. Ci si prova comunque. Sperando che nel frattempo qualcosa cambi: che l’Inghilterra si pieghi dalla paura e così tutti gli altri. Il libro più bello, a questo proposito, è certamente …

 

Il prezzo dello sterminio (A.Tooze)

Questo è uno dei libri più originali sull’economia nazista. Scritto brillantemente, offre una prospettiva nuova sullo stesso Hitler attraverso episodi, ragionamenti economici e una sofisticata analisi dei comportamenti dei protagonisti. Dal progetto del riarmo alla catastrofica epopea della fine.Quasi obbligatorio. E poi mi ha stupito.

Ma allora c’ era il “trip” del lebensraum (spazio vitale) che la Germania doveva trovare ad Est; poi si doveva battere Napoleone che si era fermato sempre in Russia per il freddo, poi c’era il grano (non i soldi, proprio il grano!), il ferro, il carbone, il manganese, il petrolio ed una enorme forza lavoro da sottomettere. Chiaro. In Francia non ci avevano trovato granché, a parte il vino, in Belgio qualche miniera insufficiente, l’Olanda vive solo di commercio, in Polonia hanno solo delle disgrazie e della miseria e allora? E allora vado in Russia! Dove vuoi che vada? Ma un giorno Mussolini, poco prima dell’operazione Barbarossa e parlando dell’impegno che si preannunciava, gli disse che a Rocca delle Caminate c’era un vecchio detto: «se non c’hai soldi stai a casa!»; il Fuhrer non capì, fece spallucce e gli parlò dei suoi amici Turchi (che poi NON entrarono mai in guerra. ndr).

Qui a Rocca delle Caminate ridono ancora. E non solo qui. Ma col senno di poi è facile.

not to forget


la Guerra del secolo 9

30/03/10 – E’ uscita la nona puntata della <Guerra del secolo> con “arrivano i russi“; lo sfondamento delle linee fino al fiume Oder e il terrore degli abitanti del Reich più orientale; poi “vittime di guerra” e “i colori della guerra” ancora sul versante del Pacifico.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: