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25 luglio: una spiegazione

L’avv. Mario Zamboni, citato nell’articolo “25luglio: dall’altra parte” ha dunque rappresentato in quel momento un utile collegamento tra il mondo politico rappresentato da Grandi e la casa Reale rappresentata da Aquarone.

In un’intervista del 1989 disse:
il Gran Consiglio, bisognerebbe sapere e ricordare, fu convocato in seguito ad un pronunziamento di gerarchi fascisti fatto a Mussolini il 18 luglio 1943. Il Duce non aveva più convocato una seduta dal settembre del 1939 nella quale venne deliberata la non-belligeranza.
Alcuni gerarchi, fra cui Giuriati, Farinacci, De Bono, pensarono di andare da Mussolini per chiedergli cosa dovessero dire agli italiani in quel momento così delicato e di sofferenza. Si pensò necessario interpellare gli organi di Partito, la Casa Reale, per trovare uno spiraglio per risollevare il morale dal momento che la guerra si era rivelata perduta e gli organi del regime dovevano assumersi le proprie responsabilità.
Quindi, fu notorio che il 20 Mussolini diede l’ordine di convocare il Gran Consiglio. Grandi arrivò a Roma la sera dello stesso giorno -.

Il giorno 21 luglio sono stato convocato da Aquarone perchè avrebbe avuto piacere di incontrarlo; come ho già detto, andai da Grandi che l’incontro non era possibile per due ragioni perchè stava studiando il ritorno di tutte le funzioni governative al Re e perchè esisteva un fondo di lealtà nei confronti di Mussolini.
E poi c’era la formula per avviare la procedura, per merito di Grandi e del Guardasigilli on. De Marsico, che si appellava all’art. 5 dello Statuto che prevedeva il ripristino delle prerogative governative del Re. L’articolo 5 recitava: il Re dichiara sempre la guerra e tratta l’armistizio.
Molti non capirono questo.
Nessuno capì la ragione primaria dello Statuto.
Vero è che Grandi deplorò in modo assoluto l’arresto di Mussolini fin dal primo momento, perchè trovava inutile l’arresto di una persona che si era messa a disposizione del Re dal 1925 con quella lettera famosa nella quale si metteva a disposizione del volere del Re, in ogni istante.
Ricordo che nel mese di gennaio il Re pensasse ad una soluzione in cui promotore fosse Grandi e la cosa potesse contemporaneamente anche mitigare il Colpo di Stato che si stava preparando.
Il Sovrano, allo stesso tempo, non voleva nemmeno perdere la collaborazione di uomini di valore come Grandi stesso, Federzoni, DeStefani, DeMarsico, Gorla, Tumedei, Bottai -.

Ancora relativamente alla domenica 25 luglio si nota uno scritto di von Mackensen (ambasciatore tedesco a Roma) a Ribbentrop:
L’ambasciatore giapponese Hidaka mi ha raccontato di aver avuto una conversazione con il Duce alle ore 12… e il Duce non gli aveva dato l’impressione di un uomo che non fosse sicuro della propria posizione -.
E questo è tuttora un mistero; una questione ancora aperta sul saper che cosa abbia indotto il Duce a dimettersi il pomeriggio del 25 luglio, così, senza reagire. Ciò, unitamente al dilemma che tormentò per anni sul “come mai” il partito fascista si fosse liquefatto in 24 ore senza un solo gesto di resistenza.

Interessante.

In “storia segreta del 25 luglio” di Bellini si ricostruisce una versione dei fatti sostanzialmente diversa da quella ufficiale e fantastica.

– Se Mussolini non fosse stato arrestato a Villa Ada (leggi: villa Savoia) quella domenica pomeriggio in modo così vile, avrebbe dato il via ad una serie di iniziative diplomatiche già concordate con il ministro giapponese Tojo.
– In particolare avrebbe intimato ad Hitler di avviare negoziati di pace con Stalin; in caso contrario l’Italia ed il Giappone, sciogliendo sicuramente il patto Tripartito, avrebbero agito autonomamente legalmente.
– Se necessario, il Duce, in sintonia con l’Alto Comando della Wehrmacht, avrebbe lavorato per emarginare il Fuhrer.
– Una volta definita la pace separata con Stalin (la vita è fatta di contratti che si interrompono) la Germania avrebbe potuto concentrare la sua potenza bellica (ancora ragguardevole) sullo scacchiere occidentale.
– Mussolini avrebbe potuto riassumere un ruolo centrale al vertice dell’alleanza con Germania e Giappone.
– Hitler, venuto a conoscenza del progetto del suo “ex amico”, secondo il libro citato, oraganizzò un contro-piano strategico per arginare il rischio scaturente dal progetto Mussolini-Tojo.
Di conseguenza, le mosse del Fuhrer sarebbero state:
– un ultimatum a Vittorio Emanuele III: o abbandonare Mussolini al suo destino, oppure avrebbe scatenato nelle ore successive l’operazione Alarico con l’occupazione di Roma.
– Il Re e Mussolini, nel corso dell’incontro del 25 pomeriggio, prendono atto del tremendo rischio minacciato dal Fuhrer e giungono alla conclusione consensuale di licenziare il Duce.


25 luglio: dall’altra parte

Per comporre questo articolo sono andato a risentire interviste fatte nel 1984 ad alcune persone vicine ai protagonisti.

L’ambasciatore Ortona nel ’43 era capo della segreteria del sottosegretario Giuseppe Bastianini e nelle sue memorie descrive il 14 luglio del 1943: – Vedo venire a Palazzo Chigi Renato Ricci, Bottai, Cianetti, De Vecchi e sento che qualcosa stava per cambiare… Eravamo in un momento dove tutti sentivamo fosse necessaria una qualche azione nei confronti del Duce per porre fine ad un processo di distruzione del Paese che stava per essere invaso dagli Alleati.
E l’arrivo di questi eventi era direttamente connesso con l’esame dei passi che si potevano compiere nei confronti di Mussolini per mettergli di fronte l’evidenza della tragedia che stavamo vivendo.
Bastianini era indubbiamente considerato una persona onesta, di grandi capacità e, allo stesso tempo, di fede; una persona per la quale si potevano anche raccogliere dei suffragi per l’azione che doveva essere svolta in quel momento. Eravamo tanto vicino alla distruzione che sentivamo necessario il bisogno di un chiarimento definitivo coi tedeschi, cosa questa che mi porta a ricordare che pochi giorni dopo avvenne l’incontro di Feltre. Un convegno drammatico perchè si desiderava che Mussolini parlasse francamente con Hitler relativamente all’andamento della guerra, forse per ricevere aiuti materiali per evitare di essere costretti a uscire malconci dal conflitto.
Questo non avvenne a causa di diversi fattori: forse per la mancata profonda conoscenza del tedesco da parte del Duce, vuoi per il modo estremamente veloce di parlare di Hitler, vuoi per il carisma dello stesso Fuhrer, ma a colazione Mussolini, – ricordano i presenti -, non proferì parola se non per interrompere un attimo ed essere aggiornato sui bombardamenti su Roma -.

Ma esiste anche un’altra tesi.

Mussolini aveva sempre sofferto la presenza di Hitler, probabilmente perchè la sua incisività non era mai risultata affrontabile, mai interrompibile, perchè la forza della Germania era 4 volte l’Italia, forse perchè sapeva di non poter più esercitare nessuna attrattiva nei confronti del Fuhrer da molto tempo.
Lo sapeva il Duce, lo sapeva Mussolini. Insomma, non proferì parola. Come sempre.
Anzi, si alzò di scatto, chiamò il suo segretario e fece apprestare il treno per il ritorno. Sapeva di essere una delusione. Lo sapeva benissimo.
Nello stesso momento Grandi lasciò Bologna per la capitale deciso a compiere un estremo tentativo. Solleciterà ancora una volta il Sovrano a prendere il Comando Supremo dell’Italia, i destini del Paese e chiederà al Duce la convocazione del gran Consiglio.

Nella prima versione abbozzata si affermava la necessità e il dovere dell’unione morale e materiale di tutti gli italiani, si dichiarava necessario ed urgente il ripristino integrale di tutte le funzioni statali attribuite nelle leggi costituzionali al Re, al governo, al Parlamento, si disponeva che fosse abolito il regime totalitario e data a tutti i partiti politici piena libertà d’azione.
Grandi scrisse: – la liquidazione di Mussolini e della dittatura era il passaggio obbligato per separare finalmente l’Italia dalla Germania e scendere a combatterla senza indugi prima che l’inevitabile vendetta tedesca prendesse sostanza –.

  • Domanda 1.

Come pensava possibile una tale manovrabilità politica con il Duce ancora in carica?
Come pensava fattibile una separazione militare tra gli italiani e i tedeschi?
Come valutava la possibilità che la Germania considerasse la cosa come un tradimento senza precedenti?
Come avrebbe assorbito l’impatto del cambiamento di rotta il popolo italiano?
Come li avrebbe informati?

Secondo Grandi, si sarebbero così create le condizioni per contattare gli Alleati e cercare una pace separata mettendoli al cospetto di una Italia che già combatteva i tedeschi e costringendoli a rinunciare alla richiesta di una resa incondizionata decisa a Casablanca.

  • Domanda 2.

Come pensava di poter combattere una Germania che era aveva messo sotto scacco l’intera Europa?
Queste sono frasi di un sognatore slegato completamente dalla realtà.
Il Conte di Mordano si stava dimenticando che il Re, in accordo con Mussolini, aveva avvallato l’entrata in guerra, nel 1940, sapendo di non essere all’altezza dell’impegno militare ed industriale e ora, nel 1943, pensa di poterla addirittura combatterla?

Appena giunto a Roma, il giorno 21 luglio 1943, Grandi incontra Scorza che lo aggiorna sulle novità: è stato convocato da Mussolini per il pomeriggio del giorno 22.
Grandi, in quell’anno, era Presidente della Camera, all’epoca Camera dei Fasci e delle Corporazioni e i suoi consiglieri si chiamavano Consiglieri Nazionali. Era anche un fascista di spicco, dissidente, ma fascista – con divisa fascista.

L’avvocato Mario Zamboni era uno di questi Consiglieri nazionali e il 21 luglio venne convocato da Aquarone al Palazzo della Real Casa per chideregli di poter incontrare Grandi in privato. Grandi, contattato, fece capire che non poteva e non DOVEVA vederlo in questa fase preparativa dell’ordine del giorno, una fase politica molto delicata.
Per due ordini di ragione. Uno, per la correttezza costituzionale per non implicare e compromettere la personalità del Sovrano in un’azione di parte; due, per la lealtà che egli voleva rispettare nei confronti del Duce che avrebbe dovuto incontrare l’indomani alle ore 17.

Giovedì 22 luglio 1943. Prima di incontrare Mussolini prende contatti con alcuni membri del Gran Consiglio sui quali sa di poter contare.
Presenta a loro una seconda bozza dell’ordine del giorno sostanzialmente simile alla prima, tranne in un punto: non c’era più l’abolizione del regime totalitario e la libertà per tutti i partiti politici; vi è invece il ritorno del Partito Nazionale Fascista alla sua fisionomia originaria e alla sua primitiva funzione di oraganizzazione politica.
A questa seconda versione dell’ O.d.G. aderiscono Bottai, Federzoni, Bastianini, Albini.

Nota. Nessuno di questi si è sognato di informare il Duce all’istante.
domanda. Ma che razza di fascisti erano?

Alle 17.30 Grandi si reca dal Duce. Nel colloquio di un’ora e mezza gli espone la sua idea e lo esorta a mettere nella mani del Re i suoi poteri civili e militari.
Io non cedo nessun potere a nessuno: solo il Re in persona può ordinarmelo! – disse Mussolini, – il Fascismo è forte, la nazione è con me, io sono il capo, mi hanno obbedito e mi obbediranno.
Ci vedremo in Gran Consiglio! -.

Secondo il generale Marchesi, di ritorno da Feltre non rimaneva altro che applicare il piano di emergenza: cioè, cambiare il governo. ma per questo occorreva il pieno consenso del Re.
Il Re concesse il suo consenso subito e allora si trattava di fermare Mussolini. Gli ordini del gen. Ambrosio erano che non avrebbero dovuto torcergli un capello, doveva essere garantita la sua incolumità. Il piano di emergenza si presentava in forma diverse: la prima prevedeva una esercitazione militare durante la quale sarebbe stato fermato; la seconda era un’aggressione a Palazzo Venezia, ma risultò impossibile a realizzarsi. Esisteva anche una data. il giorno 26.

Grandi annota nel suo diario:
Venerdì 23 luglio,
ore 8.30: – vedo Bottai, lo prego di lavorare qualcuno del Gran Consiglio che conosceva meglio e che fossero disposti ad ascoltarlo.
Ore 11.00: vedo Bignardi, mi promette di lavorare Pareschi e di mettersi vicino al Capo della Polizia Chierici per consigliarlo; domattina alle 9 si recherà da De Bono portandogli una lettera e una copia del mio Ordine del Giorno.
Ore 15.00: rivedo Federzoni, mi assicura che parlerà nella serata con De Vecchi e con l’amico De Stefani.
Ore 17.00: vedo Ciano, parliamo a lungo. Legge l’O.d.G. e lo accetta, secondo lui è troppo lungo; forse ha ragione.

Roma, sabato 24 luglio. Grandi scrive: – La giornata deciderà tutto. Sento veramente che è la più grave della mia vita. E’ probabile che sia fucilato da Mussolini l’indomani mattina che sia arrestato subito dopo il Gran Consiglio. Per la Patria. Non importa: bisogna farlo.
Ore 11.00: vedo Cianetti. Accetta -.
Ore 12.00: rivedo Ciano. Accetta definitivamente.
Ore 11.30: Bignardi arriva per dirmi che De Bono accetta.
Poco dopo arriva la notizia che Federzoni accetta.
Ore 12.30: vado da Suardo. Dopo un lungo e pesante colloquio accetta.
Ore 15.00: Pareschi accetta.
Ore 17.00: Anche Acerbo, col quale parlo brevemente, accetta.

Siamo in 17. – scrive Grandi – Come ultimo atto, scrissi una lettera al Re e misi in tasca due bombe a mano che mi ero fatto dare dal gen. Agostini –.

  • Domanda 3.

Ma era davvero possibile partecipare al Gran Consiglio addirittura armati, come ho letto, con pistole, bombe a mano?
Nelle sale di Palazzo Chigi, Palazzo Venezia, nel Quirinale, si può entrare armati come se fosse nulla? Non c’è nessun controllo?
Cos’era, una festa messicana di paese ?

Teoricamente, il rischio di non uscirne vivi era possibile, ma non reale. Sapevano tutti che non ci sarebbe stato nessun controllo.

 

L’avvocato Zamboni rivela:

Poco prima delle 17 io vado a prendere Grandi a Montecitorio e lo accompagno a Palazzo Venezia. Ma prima di uscire mi consegna un plico voluminoso nel quale sono contenute una lettera ad Aquarone, una copia per il Re e l’Ordine del Giorno che lui si riservava di presentare in Gran Consiglio e disse:  – Questo plico lo devi consegnare mezzora dopo l’inizio della seduta.
Ciò accadde alle 17.35
-.

Il punto-chiave dell’arringa di Grandi fu quando alle 19.05 enunciò:
Con questo O.d.G. il Gran Consiglio dichiara decaduto il regime di dittatura che ha compromesso i vtali interessi della nazione, ha portato l’Italia sull’orlo della sconfitta militare, ha tarlato e corroso nel tronco la rivoluzione e il Fascismo medesimo.
Non si tratta di salvare noi stessi, le nostre persone, il Regime o il Partito, si tratta di salvare l’Italia e di salvare pari tempo gli ideali che salvarono la nostra giovinezza fascista e la nostra generazione. La suprema direttiva sia l’imperativo del Duce, perisca pura la fazione purchè la Nazione viva! -.

Ripeto. Alle 11.30 Mussolini rinunciò al suo intervento a causa dei dolori lancinanti allo stomaco che lo stavano attanagliando.
Quando chiese una pausa di dieci minuti -annota Grandi – temetti che non sarebbe più rientrato ed al suo posto sarebbe comparsa la Milizia per arrestarci -.

Ma alla ripresa della seduta Mussolini riprese la parola affermando di respingere l’O.d.G. di Grandi che metteva in discussione l’esistenza stessa del regime, riaffermò l’inseparabilità dalla sua persona, il fascismo, la Rivoluzione, il Partito e la dittatura. Ribadì la certezza nella vittoria finale e si dimostrò sicuro che il Re gli avrebbe riconfermato la fiducia e in quel momento ciascuno dovrà assumersi le proprie responsabilità. – Quest’Ordine del Giorno pone un problema molto delicato: quello personale del sottoscritto -.
Urlò Mussolini.
In un attimo sembrò riguadagnare quanto aveva perduto sino ad allora, Grandi reagì denunciando il ricatto, – la fedeltà alla Patria – sostenne – non può essere subordinata alla fedeltà al Duce! -.
La situazione si fece sempre più confusa: si accavallarono gli interventi dei fautori e degli avversari del dittatore.
A quel punto non restava che contarsi.

Zamboni aspettò Grandi a Montecitorio che arrivò alle 02.30 pallido, stanco, pervaso da una profonda malinconia. – Siamo al Colpo di Stato! – disse, dopodiche ci recammo in v. Giulia da Aquarone.
Il generale chiese a Grandi cosa intendesse fare a quel punto; – il Re che intenzioni ha? Alla risposta incerta di Aquarone capì che egli si stava orientando ad un governo di tecnici e funzionari – e per la guida penso abbia pensato a Badoglio… – aggiunse Aquarone.
Mi pare una scelta infelice – disse Grandi – Badoglio è colui che come capo di Stato Maggiore dell’esercito ha dichiarato la guerra, è Duca di Addis Abeba, è iscritto al Partito, perchè non avete pensato a Caviglia? Io, intanto – continuò Grandi – potrei convocare le Camere e far votare la fiducia al nuovo Governo e sciogliere la Camera attuale, oppure, entro 24 ore, partire per Madrid per incontrare gli inglesi e lanciare una trattativa politica in modo che non rimanga tutto solo nelle mani dei militari!. Voi mi dovrete sconfessare nei confronti dei tedeschi dove penso di avere carte buone da giocare… – -.

Nel pomeriggio del 25 luglio il generale Marchesi era a Palazzo Didoni, accanto al gen. Ambrosio; ad un certo momento entrò il gen. Castellano per invitarlo ad uscire per andare da Aquarone al Quirinale, lì erano già riuniti il gen. Ambrosio, il Comandante dei carabinieri e un’altra persona che aspettavano il segnale convenuto: il fermo di Mussolini.
Il segnale arrivò e allora si recarono al Ministero dell’Interno, nella stanza del Sottosegretario Albini. Castellano disse:
E’ stato fatto un Colpo di Stato militare, Mussolini è stato destituito… . Se Lei (Albini) desidera può collaborare, in caso contrario nessuno le farà nulla e potrà ritirarsi… -.
In quel momento Senise che entrò, era divenuto il nuovo capo della Polizia, firmò il mandato per il mantenimento dell’Ordine Pubblico da mandare ai Prefetti.

 

 

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Note (rock around il 25 luglio)   (2013)

il 25 luglio poteva essere riscritto   (2010)

 

qualcosa ho scritto sull’argomento…


il 25 luglio 1943. i dialoghi

Alla fine di marzo, inizi di aprile, imponenti scioperi nell’Italia settentrionale avevano messo a repentaglio il Governo e il morale generale. La disfatta militare, la fame, la paura, la depressione avevano fatto crollare i valori che la propaganda fascista aveva cercato di nascondere; una sotterranea opposizione stava prendendo sempre più piede, la distruzione dei bombardamenti sempre crescente avevano inciso un solco profondo anche nel fascista più convinto.


La rivolta popolare stava in quei giorni corrodendo le fondamenta del Fascismo che fino a quel momento aveva dominato il Paese per 20 anni.
All’interno delle gerarchie serpeggiavano malumori, gelosie, intrighi, che esplosero poco prima del crollo.
Mussolini lo sapeva.
Come ho segnalato negli articoli precedenti, due erano stati gli ordini del giorno sventolati il 24 luglio nel famoso Gran Consiglio: quello di Grandi, che mirava in realtà a limitare moltissimo l’influenza di Mussolini estromettendolo, all’occorrenza e quello di Scorza, che in sostanza voleva annullare l’ordine del giorno di Grandi riconfermandolo ancora al potere.

Secondo una ricostruzione del 1974, la seduta avrebbe assistito alle parole di:

1) Mussolini.      In verità, il Duce cercò di illustrare le cause della disfatta militare e ponendo il quesito di continuare a resistere, capitolare cercando di negoziare e addossando le responsabilità della mancata difesa ai tedeschi.

2) De Bono.      Inizialmente prese le difese dell’esercito italiano evidenziando la grande impreparazione di mezzi e degli uomini mandati allo sbaraglio, secondo il livello bellico della guerra in corso. Senza dimenticare le troppe interferenze politiche nello Stato Maggiore, la scarsezza delle risorse finanziarie riservate alle risorse e il ridicolo aiuto ricevuto dall’alleato tedesco che considerava l’Italia alla stregua di un popolo sottosviluppato.
Infine, un quesito: resistenza o pace separata? Ma la Resistenza era ancora possibile?

3) Ciano.      Propose di dissociarsi dai tedeschi e di porre fine alla guerra sostenendo che solo loro erano responsabili del conflitto e che i fascisti vi sarebbero stati trascinati in forza dell’alleanza firmata prima della guerra. Me è una tesi insostenibile. I fascisti mentirono a loro stessi nel momento in cui si verifica la disfatta su tutti i fronti per cercare di restare al potere.

4) Farinacci.      Rinnovò lo sdegno per l’atteggiamento del nostro esercito per l’alleato tedesco.

5) Grandi.      Con tono riverente ma ingannevole propose di limitare l’influenza di Mussolini e di ridare spazio al Re e, incredibilmente, scaricando le colpe del conflitto a lui, che mai si era opposto al conflitto. – Vittima di una guerra impopolare, il Gran Consiglio – disse – si deve estromettere da una situazione insopportabile dove il popolo ha finito di interessarsi di una guerra etichettata di Partito ed inutile, una guerra ormai solo di Mussolini.
E’ necessario – disse ancora Grandi – che la monarchia esca da questa imboscata, che riassuma il comando supremo.

— intervento del Duce.      – una precisazione! Questo “Comando Supremo” non sono stato io a chiederlo: ne ho ricevuto la delega il 16 giugno 1940 dal Re e da Badoglio che invocavano indispensabile un’unità ferrea politico-militare assoluta nella condotta della guerra -.
E a tal proposito il Duce disse che non avrebbe avuto nessuna difficoltà nel restituire il Comando Supremo delle operazioni, ma al momento preciso non gli sembrava dignitoso ritirarsi dal suo posto in un momento così delicato.

6) riprende Grandi.      – E infatti con il mio ordine del giorno si vorrebbe superare questa naturale esitazione del Duce restituendo il Comando totale! (qui si allarga molto ad escludere addirittura il ruolo del Duce dal Governo, uscendo allo scoperto, per la prima volta).

7) Federzoni.      Regala immediatamente fiducia alla proposta di Grandi e si uniscono altre voci dalla sala.
Improvvisamente (è ormai mezzanotte…) venne notata una chiara difficoltà fisica del Duce: si pensò allo stomaco. Si paventò un rinvio, proposto da Scorza.

8) Grandi.      – Eh no: quando si trattava di argomenti futili – urlò Grandi – ci tenevi qui fino alla quattro di mattina! Ora, che si decide il futuro del fascismo si va avanti! -.

9) voci dal fondo.      – Ma non vedi che sta male? Che persona sei? –

10) Grandi.      – Io penso solo agli interessi dell’Italia!.

—– dopo 10 minuti di sosta, durante i quali Mussolini si alzò per leggere gli ultimi dispacci giunti dai settori operativi e ritornò in sala —–.

  •  da notare che la seduta non aveva previsto nessuna guardia armata fascista attorno alla sala; una misura di sicurezza inaccettabile. Una qualsiasi figura, interna o esterna, sarebbe potuta entrare e compiere un gesto efferato senza incontrare alcun ostacolo e non sarebbe stato così inverosimile. Nessuno pensò a questo aspetto, nemmeno nei giorni precedenti. Sarebbe potuto apparire come un semplice incontro tra amici —.

11) Bastianini e altri.      Non fecero altro che ripetere le cose già sentite; tutto in attesa del voto finale che stava mettendo paura a tutti, soprattutto ai fedelissimi.

  •  siamo ormai verso le due del mattino.

12) Scorza.      Il segretario del Partito fece l’ultimo tentativo per fermare la macchinazione in atto di Grandi.
Egli elencò le riforme che il Duce aveva pensato, come la nomina dei nuovi Dicasteri militari, una maggiore giustizia sociale, una riorganizzazione e moralizzazione del partito fascista ed una rivisitazione del ruolo del Comando Supremo.
Ma l’intervento non fu molto seguito. Lo stesso Mussolini, visibilmente sofferente, stanco e piegato su se stesso, dichiarò chiusa la discussione ed invocò il voto finale.

 

cose poco note.

Appena un’ora dopo la fine della seduta Grandi si incontrò con il duca Aquarone, lo informò del voto finale e gli consegnò l’ordine del giorno con le 19 firme favorevoli. In quell’occasione venne confermata l’attesa trepidante del Re che stava aspettando l’esito della votazione. Il colpo di Stato era stato compiuto.
Grandi fu visto sudare freddo. Mentre i 19 firmatari stavano uscendo da Palazzo Venezia, i fedelissimi si riunirono ancora una volta attorno al Duce nella stanza attigua.

Qui c’è un momento-chiave.
Qualcuno disse che il Gran Consiglio aveva valore solo deliberativo e che potevano votare quello che volevano, ma Mussolini, all’improvviso, in quella drammatica riunione ebbe un comportamento inatteso e strano:
affermò che si sarebbe recato il Lunedì dal Re senza muovere nulla, senza alzare nemmeno un filo d’erba, per così dire.
Con l’annuncio: “avete aperto la crisi del regime…” si capì che per i fascisti la cosa non era particolarmente grave: tutto era rimandato alla decisione del Re. Ma il problema era proprio qui…

Il monarca, dopo aver ricevuto conferma del voto di sfiducia al Fascismo, confidò a Puntoni che aveva già programmato tutto.
In pochi minuti orchestrò il da farsi: telefonò ai Carabinieri, all’ospedale per ottenere l’uso di ambulanza, allontanò gli inservienti inutili all’operazione in atto e inviò un messaggio al Duce per anticipare l’udienza-incontro del Lunedì alle 5 del pomeriggio della Domenica. Perchè questo?
Perchè non ci sarebbe stato nessuno in giro.
Non ci sarebbero stati testimoni occasionali, come in un normale giorno lavorativo. Bastava un usciere e solo il suo aiutante. Puntoni.

Da calcolare che i tedeschi, informati degli avvenimenti in corso, considerarono che fosse tutto di pertinenza del Governo italiano, anche se in realtà qualche preoccupazione c’era.
Il problema più grande del Re era relativo alla successione di Mussolini: già dal 19 luglio il monarca aveva deciso di sbarazzarsi di Mussolini senza tanti indugi. – Ci stava mettendo troppo tempo a cadere! – ha lasciato scritto Puntoni – aspettava solo che il Gran Consiglio e la Camera glie ne dessero l’occasione.
Da un appunto di nomi possibili scritti dal Re apparivano nomi come Badoglio, Caviglia, l’ammiraglio Thaon Revel. Caviglia aveva rapporti stretti con la Massoneria, Thaon Revel, grande attore della ‎guerra italo-turca nella prima guerra mondiale era troppo vecchio, quindi non restava che Badoglio.
Comunque, tutti uomini del Re, direi: tutti vetusti fantocci del Re.

Alle quattro del mattino del 25 luglio Mussolini rientra a casa dove Rachele, informata dei fatti, chiese: “li hai fatti arrestare tutti?” – “Forse lo farò, ma non ora…”
Da osservare che alle sei del mattino tutti i 19 firmatari favorevoli alla caduta del Fascismo si erano dileguati e nascosti per paura di esssere perseguiti. Ciano compreso. Come latitanti.
Dopo poche ore di sonno, alle 16.30, tutto era pronto.
Erano stati contattati anche i custodi delle località dove Mussolini sarebbe stato condotto.
In realtà, quasi tutti erano informati di ciò che doveva avvenire, da giorni. Persino il Papa. Incredibile.
Intanto, nelle prime ore del pomeriggio, un’insolita animazione si stava manifestando: il ministro della Real Casa – Aquarone, il gen. Cerica – comandante in capo dei Carabinieri, l’ex capo della Polizia – Senise ed un plotone di 50 Carabinieri.
Venne creato un problema. Il piano non doveva essere eseguito all’interno di Villa Savoia per volere della Regina. Vittorio Emanuele III chiese che venisse arrestato appena fuori dal cancello ma venne sollevata una questione di sicurezza: a pochi Km c’era la Divisione M fascista e poi, se Mussolini fosse riuscito a salire di nuovo sulla sua macchina avrebbe potuto sfuggire all’arresto.
Allora il Re acconsentì al gesto all’interno della Villa.

  • Qui occore annotare, l’ho già scritto, che Mussolini, arrivando con l’auto – da solo – fece girare diverse volte l’auto intorno all’ingresso della Villa come nell’intento di ripensare se entrare o no, poi decise e scese dall’auto guardandosi intorno, come se subdorasse qualcosa.
    Il gen. Puntoni portò al monarca una pistola che il Re nascose sotto un cuscino, sul divano regale.

L’incontro fu dominato dalla richiesta di dimissioni che il Re chiese a Mussolini, dicendo apertamente che Badoglio era colui che l’avrebbe sostituito alla carica di Presidente del Consiglio.
Lo sapevo da giorni… – disse Mussolini – E non mi resta altro che augurarle buona fortuna e Lei e all’Italia! -.

Uscendo venne fermato dal Carabinere Frignani che lo condusse all’ambulanza sul retro della Villa.
Erano le 17.30 del 25 luglio 1943. Venne condotto nella caserma in v. Quintino Sella.
Dopo 21 anni di governo ininterrotto il Duce era prigioniero.
Mai nessun governante era caduto sotto il peso di una così umanime condanna. Nemmeno un fascista scese in strada per difenderlo.

Inizialmente, la libertà riconquistata sembra una gioia infinita ma è un’illusione. Tutta la vicenda che culmina con l’arresto di Mussolini appare più che la caduta del Fascismo una abile manovra della classe dirigente conservatrice per consevare il proprio potere.
La resa dei conti che succederà all’inevitabile disfatta rischiava di travolgere le strutture economiche e sociali che lo sovrastavano. Bisognava quindi crearsi un’alibi nei confronti del paese: bisognava eliminare perciò il Fascismo di tipo classico, un fascismo “controproducente”, come lo chiamarono i fascisti di quel momento, facendo della monarchia un nuovo perno che potesse assicurare la stabilità del sistema. Ma probabilmente, i grandi industriali, le forze conservatrici, i militari, i fascisti legalitari si illudevano; oggi si può affermare che è molto difficile che un evento storico rispecchi sempre e soltanto le intenzioni di coloro che l’hanno promosso.
In realtà, con il 25 luglio, si apre una fase nuova d’Italia che vedrà, col sangue, riconquistare una libertà apparente e incerta, nata però sotto il pericolo di una nuova dittatura rossa.

 

questo articolo l’ho scritto studiando e scavando a fondo, come non mai. L’impegno mio è stato massimo. Davvero. Spero nel risultato.
Come ho segnalato nelle altre puntate, ripeto: “che schifo.!.”, qualcuno avrebbe dovuto pagare.
Sono stato illuminato da Ugo Zatterin. Spero qualcuno se lo ricordi.


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