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notizie sparse e ritrovate 2

Parlo ancora di Tilch. Il giornalista (incredulo).

Riguardo al Fuhrer, Janz disse a Tilch di aver conosciuto un tedesco che era certo di aver visto Hitler ed Eva Braun alla grande festa annuale dell’Associazione Tedesca di tiro sportivo di Alto (“Verein Patria”) organizzata nel 1968. A quel tempo, Janz aveva un ruolo importante, era capogabinetto dell’ambasciatore Hubert Krier.
Tutti gli anni il club organizzava un evento che includeva un concorso di tiro cui prendevano parte i veterani di guerra nazisti.
Il tedesco gli confidò che qualche anno prima Hitler “arrivò accompagnato da una famiglia tedesca e da una donna dai capelli rossi di circa 50 anni.
Lui indossava un abito con cravatta e lei splendeva in un vestitino grigio
“.
Il testimone raccontò che riconobbe subito Hitler, nonostante i capelli molto corti e l’assenza dei baffi.
Quando arrivò alla festa non tutti sapevano si trattasse del Fuhrer, poi fu salutato militarmente dai vecchi nazisti e lui ricambiò con un saluto, uno per uno, i suoi vecchi camerati stringendo loro la mano, in silenzio.
Non rimase molto, salutò molti e se ne andò. Dopo poco la notizia si sparse a macchia d’olio fra i presenti e suscitò una grandissima emozione. “Giorni dopo Hitler arrivò a sorpresa con un’auto ufficiale del governo e la scorta militare. Indossava una giacca e un berretto da paracadutista. La scorta però non permise che la gente si avvicinasse e per questo motivo fu possibile vederlo solo da una certa distanza. Ma era lui“.

Sembrerebbe che la polizia paraguayana avesse i documenti relativi a tutti i rifugiati tedeschi presenti in Paraguay, incluso quelli di Hitler, conservati nel seminterrato del Ministero degli Interni. Quando ci fu il colpo di Stato contro Stroessner, nel 1989, tutti i documenti sparirono e vennero nascosti; gran parte ricomparirono anni dopo nel commissariato di Lambaré. Poi ri-sparirono definitivamente.
Un’altra testimonianza racconta di aver visto Hitler ad un incontro di tedeschi e militari nella località di Villa Elisa, nella casa di una coppia tedesca. Si ricorda che la padrona, scrittrice famosa, accolse il Fuhrer nella propria dimora e sembrò essere una cara amica di vecchia data di Hitler e di sua moglie.
A questo proposito, Tilch aggiunse che la cariche più alte del nazismo non comprarono mai casa, “vivevano sempre in proprietà in affitto o in case date in prestito da amici. Quasi tutti riscuotevano pensioni dalla Germania come ex-funzionari di Stato. La maggior parte arrivarono soli e alcuni di loro sposarono donne paraguayane“.
Secondo i pareri di molti, lo stato di salute del Fuhrer, in linea di massima era buono, fatta eccezione per i dolori propri dell’età, e la fisionomia – senza baffi e quasi calvo – coincide con le descrizioni giunte da altri avvistamenti.
Quindi, sono balle quelle che lo davano per spacciato per le presunte droghe di Morell e le altre anfetamine. Nessuno ha più notato nemmeno il tremor nella mano che scatenava la frettolosa diagnosi del Parkinson. Niente di tuttociò. Almeno fino al 1970.

 

non ho ancora finito.


eschilo che qui si sofocle

Ad agosto 1944 Martin Bormann, a due mesi dallo sbarco in Normandia e su ordine di Hitler, fece pervenire a tutti gli alti comandi delle SS un messaggio segreto recante istruzioni per mettere in salvo quanto più possibile del Reich, fuori dai propri confini.

 

Dal 1936, la Germania aveva stabilito il sudamerica essere una terra promessa per costruirsi un nuovo futuro. Un territorio nuovo, immenso, da scoprire e conquistare. Missioni esplorative erano partite per il lontano Brasile, Bolivia e l’Argentina, spingendosi dentro fin nel cuore della foresta amazzonica, per terminare poi con la famosa “Operazione Sud”, voluta dall’Amm. Doenitz, da marzo 1945, con l’invio di molti U-boot per mettere in salvo quanto più possibile: armi, denaro e migliaia di gerarchi nazisti.
Destinazione: Buenos Aires.

 

Senza dimenticare il santuario tedesco in Argentina: Bariloche; quasi una nuova Germania. Subito, all’indomani dello sbarco alleato del 1944, il 10 agosto a Strasburgo, nella Francia occupata, 77 uomini del Reich avevano avviato una riunione segreta di due giorni per decidere la loro sorte e mettersi in salvo. Erano il numero due della gerarchia hitleriana, il Ministro degli Armamenti Albert Speer, industriali che avevano costruito il motore della macchina bellica tedesca e poi grandi banchieri, i finanzieri, imprenditori in campo assicurativo, nonchè gli industriali dei bacini del Reno e della Ruhr. Gli imprenditori avrebbero qui preso l’impegno di finanziare la fuga dei gerarchi che avrebbero poi custodito e gestito tutti i capitali trasferiti all’estero. Nella riunione vennero delineate tre vie principali di fuga:
la prima, da Monaco di Baviera a Salisburgo per approdare a Madrid, la seconda e la terza, ancora da Monaco, attraverso il sud Tirolo, per giungere a Genova dove imbarcarsi per l’Egitto, il Libano, la Siria o Buenos Aires.
Ma l’esportazione di capitali e beni di ogni genere era iniziata da diverso tempo; dal 1938 si era verificato un invio regolare, ogni 20gg, di macchinari industriali di ogni genere ed ingegneri. Qui  avevano recitato una parte da protagoniste aziende come la Telefunken, Siemens, Mercedes, Krupps, inviando materiali e soprattutto istruttori che dovevano operare da apri-pista.
Rami di questo esodo germanico hanno toccato anche Tangeri, le Canarie, Gerusalemme, sempre con insediamenti decisamente importanti e immensi capitali a disposizione.
E’ in questo contesto geografico che si è sostanziato il trasferimento di quasi 5mila gerarchi SS, dapprima, fino a quello del Fuhrer di fine aprile ’45.
Ecco perché arrivare in località come Bariloche, nel 1945, il colpo d’occhio sarebbe stato come aver fatto solo qualche Km da Berlino: le case erano come in Germania, c’erano scuole tedesche, si parlava ovunque tedesco e c’era una rete di protezione di una efficienza assoluta.
D’altro canto, è certo che i nazisti hanno goduto da subito della simpatia di ampi settori della società sudamericana, come quello del comparto militare, di politici di rilievo, sostenitori del germanesimo ed imprenditori sempre pronti a fare buoni affari, al di là dell’ideologia di turno. Si può affermare che, probabilmente, la fuga di Hitler è stato il caso più alto dell’operazione “Odessa”.
La cosa più incredibile è che quando la guerra era ormai finita vennero effettuati trasferimenti di fondi all’estero senza troppe difficoltà e venne messo in pratica la fuga di migliaia di persone dall’Europa. E’ abbastanza significativo che, nel febbraio del 1997, il centro Simon Wiesenthal abbia formalmente chiesto al governo argentino di indagare su movimenti bancari e bonifici emessi da Germania e Svizzera (soprattutto…) a Buenos Aires effettuati da da oltre trecento gerarchi, inprenditori di tutti i settori e donne del regime nazista. Nella richiesta, all’allora Presidente Carlos Menem e al Presidente in carica della Banca Centrale figuravano in cima alla lista dei nomi da controllare Adolf Hitler, Eva Braun e Martin Bormann. Per la cronaca, tutte richieste finite in una bolla di sapone, spesso con la motivazione che, secondo la storia, i nomi citati erano morti nel 1945 e pertanto non potevano essere presenti in Argentina.
Se ci si informa a dovere si scoprirà che la rete finanziaria che appoggiava il Terzo Reich, dal 1933 incluse persino anche molte imprese degli Stati Uniti, allora Paese nemico della Germania nazista.
Una curiosità. E’ diventato noto, da non molto, che alcuni Paesi, fra cui gli Stati Uniti, hanno nuovamente vincolato documenti segreti declassificati nel 2014 — questo perché è stata presa la decisione di non divulgarli nonostante i 50 anni previsti dalla legge — che svelerebbero in modo incontrovertibile dettagli imbarazzanti e particolari inediti della questione in oggetto.
Una seconda curiosità. Quando arrivò in Argentina Hitler aveva 56 anni e, leggendo su diversi testi e per quanti riferito da testimoni oculari, non sembrava presentare problemi fisici o psichici, il che è in antitesi completa con la storia ufficiale la quale descrive il Fuhrer “finito” negli ultimi giorni della guerra.
Dal 1936 in poi i latifondisti argentini e paraguaiani hanno rappresentato la spina dorsale della sicurezza tedesca in Sudamerica. Nel primo dopoguerra si trattava quindi di rinsaldare i rapporti di amicizia tra le famiglie di tedeschi emigrati da tempo  e i nuovi rappresentanti del regime nazionalsocialista con l’accordo del Governo brasiliano. In questi anni, i cieli brasiliani sono percorsi da idrovolanti con insegne naziste su Rio delle Amazzoni e si spostano nella zona del Pará, dove gli esploratori tedeschi vengono accolti con estremo entusiasmo da tutte le famiglie che vivevano già lì. Per fare due numeri, prima della Seconda Guerra mondiale infatti il Brasile aveva avuto stretti contatti con la Germania nazista: erano partner economici e il Paese sudamericano ospitava il più grande partito nazifascista fuori d’Europa. Contava più di 40 mila iscritti soprattutto nei centri di Belém (Pará), Salvador de Bahia, San Paolo e Rio de Janeiro.
Non fu un caso che Joseph Mengele, l’autore dei più aberranti esperimenti eugenetici nel campo di concentramento di Auschwitz, riuscì a fuggire alla caduta del regime nazista e al processo di Norimberga rifugiandosi in Sud America: prima in Paraguay, poi in Argentina e infine proprio in Brasile. Nel 1937 l’Ambasciatore tedesco a Rio de Janeiro, Karl Ritter, incontrò segretamente Francisco Campos, per discutere la possibilità di entrare nel Patto Anticomintern e l’opportunità di inviare in Germania alcuni ufficiali dell’Esercito brasiliano per seguire un corso di lotta anticomunista. I militari brasiliani sarebbero stati ospiti del Bureau Anticomintern di Berlino dove lo stesso Heinrich Himmler, capo della Gestapo, avrebbe insegnato loro le migliori tecniche di “controllo politico” del paese.

Una curiosità inquietante inedita. Secondo un’intervista di Radio 4 della BBC ad uno scienziato inglese e contenuta nel libro I segreti perduti della tecnologia nazista“, si afferma che molti nazisti erano partiti da mesi dall’Argentina per la Base 211 in Antartide (vedi op. Hi-Jump) e tra i nomi appare il nome Rudolph Hess!
Si esprimono dubbi sull’uomo rimasto chiuso per tanto tempo nella prigione di Spandau e offre prove piuttosto convincenti che non si trattava del vero Hess, ma di un impo­store lasciato morire come un cane nel 1981. Perché una con­danna così lunga? Qualcuno ha suggerito che Hess fosse in qualche mo­do implicato con la Base 211: forse, in qualità di rappresentante del Fuh­rer, e forse ne organizzò le fasi iniziali usando i suoi ampi poteri e gli Alleati lo tennero in vita perché agisse come una sorta di “negoziatore” con i colo­ni. Hess potrebbe effettivamente essere scomparso per sovrintendere allo sviluppo di un Quarto Reich nell’emi­sfero sud.
Fantasie?


Hunting Hitler: commenti fuori dal coro

Aldilà delle modifiche del team di ricerca, nella nuova serie, il modus operandi non è cambiato. Si prosegue, in pratica, sempre e solo a cercare di verificare quel dato rapporto FBI, o un altro servizio segreto e i certificati di immigrazione. Non nego che la cosa abbia un certo effetto mediatico, anche nel caso non si approdi a nulla di fatto.
Come ho già ripetuto in queste pagine, i tempi sono forse troppo maturi per rivelare qualcosa di decisivo, ma si dimentica ancora di ottenere maggiori informazioni dalle persone semplici. Infatti, a mio modo di vedere, le informazioni più succulenti sono provenute proprio da abitanti locali che hanno messo in luce particolari inaspettati e sono proprio quelle che possono guidarci verso nuovi risultati.
Per esempio, se il team di Baer riuscisse a trovare qualcuno che ha lavorato al tempo nella base di Rechlin potrebbe, di conseguenza, trarre delle conclusioni molto più forti. Si potrebbe cercare qualche rapporto dell’esercito sulle migliaia di arresti fatti dagli americani negli ultimi giorni di guerra, in quella zona. La stessa cosa dovrebbe essere ripetuta sugli abitanti locali di Hohenlychen, ma mi rendo conto che probabilmente ci si scontra anche con difficoltà strutturali che, per quanto ho avuto modo di notare, non sono ancora state risolte. Mi spiego meglio.
Si immagini di essere un abitante di una certa località imputata di conservare alcune notizie di una certa rilevanza. Ci suonano alla porta e si presentano 2 o più persone che parlano in inglese chiedendo, prima, se si è disposti ad essere ripresi in video da un team che si occupa del periodo in esame. Si può non aver voglia di mettere in piazza ciò che si ricorda, non aver voglia di essere additati dai vicini di casa, di sollevare polveroni o di spifferare al mondo segreti gelosamente custoditi per tanti decenni.
A questo periodo, ricordo di aver letto un episodio di un scrittore, accaduto nel 2008. Ecco il fatto.

(parla il ricercatore)
Per raccogliere sudate informazioni, finalmente vengo a conoscenza di una persona che dovrebbe essera a conoscenza di fatti importanti riguardo la presenza di Hitler a Reconquista, provincia di Santa Fe – in cui è notoriamente insediata da decenni un folta comunità tedesca.
Il tipo con cui dovrei parlare si chiama Meyer, che risulterebbe in possesso addirittura di un certo numero di foto di una visita del Fuhrer, nel 1950, qui. Costui sarebbe un figlio che avrebbe ricevuto dal padre questo materiale dopo aver assistito personalmente all’evento tanto atteso da quella comunità. A questo proposito, l’individuo, appena contattato, si rivelò – direi – orgoglioso che il padre avesse visto di persona il leader nazista e aggiunse che quest’ultimo faceva visita per essere ricevuto dai residenti tedeschi, molti dei quali veterani. “Hitler arrivò alla riunione con cappotto e cappello stile alpino e con la scorta…“, aggiunse ancora, “tutti i presenti fecero l’immancabile saluto nazista, poi si ritirarono in una stanza privata“.
Entusiasta di questa conoscenza e speranzoso di fare progressi nella mia ricerca, domandai un nuovo appuntamento per approfondire, quando all’improvviso Meyer cambiò improvvisamente atteggiamento e diventò sfuggente.
Riferì che aveva parlato con alcune persone che gli avrebbero detto di non parlare più della vita di Hitler. Raccontò che addirittura che gli avrebbero telefonato dicendogli di tacere e di tener presente che “la GESTAPO è ancora attiva…“. Dopo qualche tempo, mi scrisse scusandosi per l’atteggiamento improvviso ma la cosa non era una questione del passato, ma del presente. “Lei è ancora viva!” riferendosi ad Eva Braun. Secondo Meyer, l’amante di Hitler era molto anziana (novantenne) ma godeva di buona salute e viveva della rendita di grandi appezzamenti di terreno fra l’Argentina ed il Paraguay.

Il ricercatore qui parlava la lingua del posto e sicuramente se avesse mostrato di parlare una lingua straniera non sarebbe stato aiutato ad avvicinare le persone giuste ed in più, non aveva in spalla nessuna telecamera, né microfono.
Conservare un segreto diventa, ad un certo punto, un fatto intimo, anche se l’esperienza non ci riguarda in prima persona.
E allora, ora la domanda che si rivela spontanea è:
chi ha tenuto un segreto per 73 anni, verrà mai a rivelare qualcosa, ora?

 


Obersalzberg nido dell’Aquila

quarta parte

Il Nido dell’Aquila.

Anche questa è un’idea di Bormann. Anzi, direi: un chiodo fisso, una sfida che stava diventando un’ossessione. Un rifugio montano sulla cima del Kehlstein da regalare al Fuhrer per il suo cinquantesimo compleanno. Da qui Hitler avrebbe potuto stupire tutti con una vista mozzafiato grazie all’ingegneria nazista.


Ma l’ing. Haupner, suo sottoposto, non credeva che fosse possibile costruire una struttura così al vertice e, tantomeno, una strada per raggiungerla.
Il primo problema logistico da affrontare per la fattibilità del progetto era sicuramente il costruire una strada per accedervi.
Una strada da farsi, però, su di un pendio quasi interamente verticale. E per di più, alla luce un problema era salito presto alla ribalta: la roccia, ad un certo punto dei lavori era troppo friabile per sostenere la strada; l’unica soluzione affrontabile era allora scavare sul versante.
Una soluzione si rivelò radicale: interrompere la strada poco prima del vertice, realizzare un tunnel nella montagna e salire gli ultimi 120m fino al rifugio usando un ascensore.


Nulla poteva ostacolare l’obiettivo di Bormann. Con sforzo e grande creatività la strada venne realizzata in modo magistrale; anche oggi, ad ogni curva il tracciato sembra soddisfare una sorta di ideale romantico.
La strada, lunga 6,5 km, fu completata con sforzi quasi sovrumani in soli 13 mesi.

il work in progress della strada

Alla fine del 1937, sul vertice, a 1615 m di quota, vengono messi al lavoro altri 800 operai, ma a soli 6 mesi dall’inizio della costruzione per Hans Haupner ed Heinz Noris, incaricati dei lavori di costruzione, c’è un imprevisto: Hitler vuole vedere l’opera. Queste persone ricordano fin troppo bene il carattere di Bormann, così sempre pronto ad esplodere in scatti di ira e a mostrare la sua natura tirannica.
Nonostante le condizioni estreme, nel settembre del 1938 la parte esterna del Nido dell’Aquila era completa.
Alla prima visita del 16 settembre 1938 Hitler vede finalmente il Nido dell’Aquila, per la prima volta.
Bormann, con aria estremamente ansiosa di compiacerlo, gli dice: “mio Fuhrer, tenga presente che lei lo sta visitando con 7 mesi di anticipo. I lavori non sono ancora terminati“. Con aria abbastanza perplessa, il Fuhrer risponde dicendo che visiterà quel luogo solo occasionalmente, perchè l’aria è troppo sottile e l’ascensore non gli sembra molto sicuro e procurandogli anche il timore che possa attirare i fulmini.
Infatti, fedele alla sua parola, lo visiterà solo pochissime volte, confessando anche che ha problemi con l’altitudine. Al contrario Eva Braun sfrutta ogni occasione per guidare fino alla vetta, immortalando ogni viaggio con la sua cinepresa. Lei, che descrive il suo stato come quello di una prigioniera in una gabbia dorata, potrà rifugiarsi in montagna con amici e parenti essendo così spesso esclusa dalle cerimonie ufficiali che si svolgono così spesso al Berghoff.

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Nonostante il parziale insuccesso della presentazione ma, per aver mostrato le sue capacità organizzative, Bormann divenne il custode unico e fiduciario dell’Obersalzberg e sempre più indispensabile per il Cancelliere perchè in astuzia e arguzia superò i diretti rivali in ogni occasione.

Non appena ultimata, la Kehlsteihaus divenne da subito un luogo ideale per impressionare gli ospiti e per creare anche eventi esclusivi.

Per gran parte del periodo di guerra la regione sud orientale dell’Obersalzberg è un luogo virtualmente intoccabile, ma col passare del tempo e l’incalzare degli Alleati si resero necessarie misure di difesa dai bombardamenti più adeguate. E’ allora che Bormann, su esortazione dei servizi SS di sicurezza, fece arrivare difese contraeree e fa attrezzò i bunker difensivi appena costruiti con tutte le tecnologie disponibili.

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mappa (parziale) tunnel e bunker

Venne ultimato anche il tunnel (quasi segreto per tutti) che conduce nel retro della montagna, a valle, dove ad attendere c’è ancora una ferrovia, per la fuga. Con 6 cannoni antiaereo piazzati sui crinali sovrastanti l’Obesalzberg, la realizzazione di 5 km di gallerie comuncanti tra loro e la creazione di un quartier generale sotterraneo per il Fuhrer accanto al Berghoff, pianificò una difesa che doveva essere impenetrabile. Si pensi che la struttura sotterranea realizzata nel vicino paese di Bishofwiesen (a 4 km dal Berghoff) è ancora oggi attrezzata per operare sotto assedio.
Secondo l’opinione di Bormann, se la capitale Berlino fosse caduta, l’Obersalzberg sarebbe stata l’unico luogo dove il suo Fuhrer poteva essere al sicuro.

E a questo punto i documentari i libri che ci illustrano la fine del Reich raccontano un’altra storia.
Ma se la contraerea riuscì ad abbattere un solo bombardiere nell’unico attacco subito, è vero anche che tutti i bunker costruiti tennero egregiamente e la famiglia di Bormann, come tantissime rimasero illese, come la maggior parte dei soldati SS. da un altro punto di vista sipuò dire: 10 anni per costruire, 2 ore per distruggere. Ma è un discorso del menga (detto, credo, romagnolo): la stessa cosa si può dire anche per l’11 settembre. 20 o 30 o 50 anni per costruire, 5 minuti per demolire. E’ solo retorica letteraria.

E quello che racconta in video James Holland è una balla orrenda, sia sulla fine di Hitler, sia sulla fine di Bormann, come è stato ampiamente documentato in questo blog.

Qualche dettaglio.

I lavori di costruzione, nonostante gli enormi capitali del Terzo Reich, incontarono diversi problemi amministrativi ricorrenti che si andavano ad incastrare con quelli tecnici. Un problema non trascurabile fu il cavo dell’ascensore. Anche perche Bormann, all’ultimo momento cambiò la richiesta di portata da 10 persone max a 15. Alla fine si parlò di un montacarichi e per l’uso venne designato una cavo speciale della lunghezza di 1270 metri, sopra un’altitudine di 670m. La cosa non è stata uno scherzo. Per lo sforzo di posizionare il cavo sono stati impiegati cinquanta uomini e attrezzature pesanti, tra cui otto torri di sostegno fino al vertice alto di 1834 m. Oltre 800 uomini lavoranti hanno passato mesi lontano dalle loro famiglie, dormendo in caserme e con turni estremamente logoranti. Una richiesta di Bormann fu di portare le ore settimanali di lavoro da 48 a 60.
Un problema non trascurabile fu il riscaldamento dell’ascensore che doveva essere mantenuto sempre in funzione, sempre alla stessa temperatura interna, a prescindere dal clima esterno. Per mantenere equilibrata la temperatura e per prevenire l’accumulo di condensa fu installato anche un sistema di riscaldamento composto da due ventole di ventilazione principali e una serie  di undi bocchette di aria nell’albero alto di 131m. La stessa cosa per il tunnel di entrata e di servizio.
18gg prima che arrivasse Hitler in visita, mentre una squadra era stata occupata a costruire le prese d’aria, con turni da urlo, un’altra di elettricisti stava febbrilmente installando l’illuminazione necessaria, le scatole di fusibili e i cavi di controllo.
Nel lavoro non ci potevano essere pause.
C’erano originariamente due cabine per ascensore. Mentre la lussuosa ottone e la capsula specchiata era riservata a Hitler e ad altri VIP, un’altra cabina più spartana, direttamente sotto, era stata progettata per trasportare al summit sia le forniture che il personale regolare, comprese le guardie di Hitler e il personale del posto. Mentre la cabina principale si apriva nel primo piano della casa, la cabina inferiore forniva un’uscita al piano seminterrato.
Per garantire la sicurezza completa, è stato installato anche un ascensore di emergenza destinato a trasportare tre persone – in esecuzione con un motore separato e accessibile dalla cabina inferiore. La cabina di ascensore inferiore non è mai stata utilizzata dal momento che il Kehlsteinhaus è stato aperto al pubblico come sono state rimosse anche le panche in pelle della capsula principale.

Il tunnel d’entrata e l’ascensore circolare sono stati rivestiti con marmi locali di alta qualità; il tunnel è stato costruito con il marmo di Kälberstein, mentre il soffitto a cupola della sala d’attesa, di 7 metri di diametro, è stato abilmente vestito con pietra senza malta proveniente da vicino Ruhpolding.

L’interno di ottone massiccio lucido e gli specchi circolari veneziani,  offrivano un’anteprima del lusso che attendeva i visitatori al vertice. La sontuosa cabina dell’ascensore era dotata di un classico quadrante bianco e di un telefono nero di emergenza Bakelite, con illuminazione interna e fornita da un cerchio di otto lampade luminose sul soffitto. In modo che i visitatori non dovessero stare in piedi durante la salita di 124 metri al vertice, erano installati comodi banchi in pelle sui tre lati della cabina.
Il Nido dell’Aquila costerà circa 30 milioni di Reichsmark.

La Sicurezza dell’Obersalzberg prevedeva 3 posti di guardia,  situati come si vede nella mappa:


Quello che si vede in foto è il bunker dove Bormann e famiglia trovarono riparo durante il bombardamento dell’Obersalzberg.

esito del bombardamento alleato.

 

galleria foto

 foto  rare

 

 

 

 

fine quarta parte


Obersalzberg e dettagli

seconda parte

 

Si costruì su pareti di roccia quasi inaccessibili, a grande altez­za; l’esplosione di mine, fatte brillare senza sufficienti misure di sicurezza, diede origine a valanghe e frane.
Durante i lavori di costruzione sull’Obersalzberg persero la vita in incidenti quattordici operai. Ultimato a metà del 1936, il castello del Berghoff era composto da sessanta stanze, arredate con mobili costosi, preziosi gobelin e quadri di artisti olandesi, ita­liani e tedeschi.
Hitler fece acquistare i dipinti dalla signora Almers, antiquaria di Monaco e dall’antiquario di Berlino Haberstock, tramite il suo fotografo Hoffmann e il direttore della Pinacoteca di Dresda.


Al piano terra si trovava la sala da pranzo di Hitler, interamente rivestita di legno di pino chiaro. L’arredo consisteva in argenteria da tavola, sontuose porcellane e cristalli, che costavano milioni. Le stovi­glie provenivano dal patrimonio statale e prima della presa del potere di Hitler erano impiegate a Berlino per i ricevimenti di delegazioni governative. Sulle argenterie erano incise, insieme all’aquila tedesca e alla croce uncinata, le iniziali «A. H.» (Adolf Hitler). La tavola era ornata da candelabri d’oro a forma di angeli, che tenevano in mano i portacandele.
Nello stesso piano si trovavano anche il salone e la grande sala.
Il salone era dominato da una stufa, le cui piastrelle brune erano ador­ne da figure in rilievo rappresentanti fanciulle con bandiere naziste e giovani tamburini. E a proposito della stufa, un episodio.
Hitler trascorse sull’Obersalzberg tutta l’estate del 1939, passando il tempo come sempre, in compagnia di Eva Braun e delle sue amiche. Ma spesso si ritirava a leggere romanzi polizieschi e romanzi di avventure.

Forse a causa di questa letteratura di infimo ordine, nell’estate di qull’anno un fuochista che lavorava nel castello di Hitler fu vittima di uno scatto d’ira del padrone di casa. Egli accendeva nello studio personale di Hitler la stufa di maiolica che un’amica di Eva Braun, un’artista di Monaco che si chiamava Stork, aveva dipinto con scene della vita del partito nazista. Il fuochista raccontò ad altri operai del Berghoff di quella immensa biblioteca posseduta da Hitler.
Il servizio di sicurezza venne a saperlo e, per ordine del Fuhrer, l’uomo sparì in un lampo nel campo di concentramento di Dachau.
Un tipico esempio dell’intolleranza alla non riservatezza, di Hitler.

Nella sala pendeva anche un preziosissimo quadro antico di arte italiana, con la raffigurazione del Colosseo a Roma.
Attigui al salone erano da una parte il giardino d’inverno con la terrazza, dall’altra parte l’immensa sala di rappresentanza, con una su­perficie maggiore di 200 metri quadri, separata dal salone da un ve­stibolo. Dal salone scendevano alcuni gradini. Accanto all’ultimo gra­dino era posta, su un piedistallo, una testa di Zeus, proveniente da sca­vi in Italia. L’attrazione della sala era un’immensa finestra panoramica di 32 metri quadrati, chiusa da vetrate che potevano essere interamente asportate.


Hitler attirava l’attenzione di ogni ospite su quella finestra, attraverso la quale si apriva una magnifica vista sulle Alpi e sulla città di Salisburgo, in Austria. Hitler dichiarava con orgoglio di aver fatto costruire il suo castello proprio per realizzare quella finestra.
Di fronte alla finestra era posto un lungo tavolo di marmo, dove Hitler, quando soggiornava nell’Obersalzberg durante la guerra, teneva le sue riunioni di Stato maggiore.

Alle pareti della sala pendevano gobelin e dipinti, fra i quali la Venere di Tiziano.
Ancora a questo proposito, il direttore della Pinacoteca statale di Dresda, professor Heinz Posse, era stato no­minato nel 1939 direttore del «Progetto speciale Linz» e come tale si occupava di sce­gliere i dipinti per le residenze di Hitler e per il Museo che il dittatore aveva deciso di creare nella città di Linz.
Il gruppo di lavoro creato da Posse saccheggiò a questo sco­po i musei dei Paesi occupati e, attraverso propri intermediari, si procacciò dipinti e scul­ture di proprietà ebraica pagandoli una parte irrisoria (per non dire: commovente) del loro valore e pagandoli con fondi ricavati dalla cassa dell’amministrazione centrale del partito nazista. Ad un certo punto si passò all’esproprio diretto senza neanche “passare dal via“.
Il pavimento era coperto di velluto rosso, sul quale erano distesi rari tappeti per­siani. Su una mensola di marmo era collocato un busto di Richard Wagner. Davanti al grande camino, Hitler usava trascorrere le serate in una cerchia ristretta, bevendo tè e ascoltando musica dal grammofono.
Dall’anticamera del castello un largo scalone di marmo conduce­va al primo piano. Nell’anticamera pendeva un ritratto di Bismarck, che all’imbrunire era illuminato dai raggi del tramonto. Un fatto non casuale.

Al primo piano si trovavano le camere private di Hitler, che comunicavano con quelle della sua amante Eva Braun.
Una delle stan­za dell’appartamento di Hitler era in pratica una galleria di pittura. Vi si tro­vava un armadio di gran valore, che un tempo era appartenuto a Fe­derico II di Prussia. L’armadio era rivestito di diversi legni pregiati.


La stanza da lavoro di Hitler era rivestita di legno chiaro e arredata con mobili di acero levigato.
Sul camino pendeva un ritratto del ge­nerale von Moltke.
Le stanze di Eva Braun erano arredate con un lusso esclusivo.
Sempre conservate impeccabili da una servitù efficientissima.


I domestici al Berghoff sono stati sempre sceltissimi e riservatissimi. Ad ogni fine servizio giornaliero, in caso di libera uscita venivano perquisiti e continuamente controllati. Era severamente vietato rilasciare qualsiasi tipo d’informazione a chiunque, compresi i parenti più stretti. Erano previste pene molto severe. La posta personale non era permessa durante i mesi di servizio.
Il personale veniva rinnovato per questo motivo molto frequentemente. Molti non riuscivano a rispettare alcune regole assolute imposte dal Fuhrer: un cartello posto in diversi punti della casa recitava: SILENZIO ASSOLUTO! il minimo rumore poteva significare l’immediato licenziamento.

fine seconda parte


Hitler and sons

Arrivo subito con una bomba che mi ha buttato giù dalla sedia da cui scrivo:

Magda Goebbels non è morta suicidata e non ha nemmeno avvelenato i suoi 6 figli nel sonno, come illustrato in quasi tutti i libri e nel film “La Caduta.

Erich Kempka, capo degli autisti della Cancelleria del Reich dichiarò agli alleati:

i figli del Reichminister Dr. Goebbels, condotti nel bunker il 27 aprile del 1945, furono portati via dalla Cancelleria del Reich insieme ad un’infermiera il 1° maggio del 1945“.

Sembra qui che si riferisca a tutti i sei figli, ma la cosa è in contrapposizione con un elemento emerso da un colloquio di Magda Goebbels in lacrime che rivelava di aver ucciso due dei suoi figli e che altri avrebbero seguito la stessa sorte. Disse: ” non posso sopportarlo. Due dei miei figli sono stati uccisi e adesso altri due dovranno morire! “. Quindi i sopravvissuti sarebbero solo due.

Ricercatori accreditati assicurano di aver scoperto che, dopo la guerra, oltre ad Hitler, giunsero nel Paese sudamericano Johanna Maria Magdalena Ritschel, nome clamorosamente falso per Magda, moglie del gerarca nazista Joseph Goebbels (morto suicida nel bunker) e Holdine Kathrim, una delle figlie del famoso Responsabile della Propaganda del Fuhrer. Questo, per iniziare.
Entrambe le donne – madre e figlia nel loro esilio – avrebbero vissuto a Paraná, uno dei 27 Stati federali del Brasile.
La ricerca iniziò quando la dottoressa Pereira curò una donna – probabilmente Holdine, la quarta figlia dei Goebbels – nota in Brasile come la Contessa Nora Daisy von Kirschberg Friz Kirschner.
Ricordo che Hitler si faceva chiamare Kurt Bruno Kirchner.
Sì, c’è giusto una “s” in meno, ma nella pronuncia è poca cosa, in castigliano.
Si sà inoltre che la donna visse in miseria gli ultimi anni a Foz de Iguaçu dove fu assistita inizialmente dalla dottoressa Christiane Pereira, tra il 2005 e d il 2006. Secondo gli stessi ricercatori la madre – morta pochi anni prima – era appunto Magda Goebbels, in base ad una precisa rivelazione della figlia.
Va detto che Magda fu, a tutti gli effetti, la First Lady del Terzo Reich, la cosiddetta famiglia ariana perfetta e, aggiungo, amante di Hitler. Soltanto l’entrata in scena al Berghoff di Eva Braun la allontanò dal ruolo di donna più vicina al Fuhrer.

Seconda bomba.
La dottoressa Pereira entrò in contatto per la prima volta con la contessa Nora Daisy nel 2005, in un centro medico di Foz de Iguaçu, all’estremo ovest dello stato di Paraná confinante con Argentina e Paraguay, dove risiedeva appunto la figlia di Magda Goebbles. Là, la dottoressa brasiliana prese in cura la donna che aveva un aspetto sofferente e che aveva qualcosa che faceva pensare che non fosse del tutto sana di mente.
I ricercatori che la interrogarono a più riprese restarono sorpresi  dalla conoscenza così dettagliata della gerarchia nazista, tanto da rimanere a bocca aperta per certi dettagli fisici, personalità e comportamento, soprattutto nei gesti che la rendevano così somigliante ad una delle figlie dei Goebbels (per fare questo ricorsero a filmati dell’epoca e foto). Quando la donna morì ebbero la certezza che si trattasse di Holdine Goebbels.
Come ulteriore prova, è sorprendente la somiglianza fisica fra Magda e Maria Friz, paragonando le foto più recenti con quelle d’epoca che rivelano infatti essere la stessa persona.
La donna , madre di Nora Daisy, avrebbe vissuto in Brasile sotto falso nome fino alla morte, nel 1978, avvenuta a causa di un misterioso incendio.
E, secondo alcuni bene informati, Holdine potrebbe essere (e avrebbe senso) la figlia di una relazione segreta occorsa durante i Giochi olimpici nel 1936, fra Hitler e Magda e col consenso di Joseph Goebbels.
(questo solo aspetto meriterebbe almeno una pausa di riflessione).
Per i ricercatori, madre e figlia sarebbero vissute in Argentina (sotto Perón), successivamente in Paraguay ed infine in Brasile; per un certo periodo con l’avvallo di Hitler che nel momento si faceva chiamare “Don Franzisko o Kurt Bruno Kirchner.
A questo punto mi gioco il jolly e dico che ancora, secondo Patrick Burnside, Hitler ebbe diversi figli: il primo fu Helmut, nato nel 1935, ufficialmente da Joseph Goebbels e Magda Rietschel, moglie del ministro della Propaganda nazista. In realtà Helmut sarebbe stato il frutto di un tradimento coniugale consumato da Magda con Hitler durante una vacanza sul Baltico. Prima di suicidarsi, i coniugi Goebbels lo avvelenarono assieme alle sorelline Helga, 12 anni, Hilde, 11, Holde, 8, Hedde, 6 ed Heidi, 4. Poi ci sarebbe Gisela Hoser, o Heuser, nata nel 1937 dall’atleta tedesca Ottilie Fleischer, detta Tilly. Hitler mise incinta la Fleischer dopo le Olimpiadi berlinesi del 1936. La fonte di questa notizia è Bethe. Il dittatore avrebbe avuto anche una seconda figlia, Ursula, detta Uschi, nata ufficialmente a Capodanno del 1939 in Italia, a Sanremo, da Eva Braun.
Ma la gravidanza fu occultata perché Hitler riteneva che il suo ascendente sul popolo tedesco sarebbe scemato qualora non si fosse mostrato totalmente dedito ai destini della Germania.
Uschi arrivò all’Estancia San Ramon nel settembre 1945, proveniente dalla Spagna, via Buenos Aires, tramite Hermann Fegelein (marito della sorella di Eva Braun). Una terza figlia di Hitler e della Braun sarebbe nata morta nel 1943. August Schullten, ginecologo di Monaco di Baviera che aveva seguito la gravidanza, perì in un incidente d’auto quello stesso anno. Nel marzo 1945 l’amante di Hitler concepì un altro figlio. Era già incinta durante la fuga verso la Patagonia.
Chiudo, aggiungendo che secondo sempre Burnside, lo scrittore italo-scozzese, figlio di uno degli ufficiali piloti inglobati nella Luftwaffe che dal 28 al 30 aprile 1945 assicurarono un corridoio aereo libero fra Berlino e la Danimarca per la fuga, Hitler ed Eva Braun si sarebbero sposati, con rito cattolico, nella cappella dell’Estancia San Ramon, dopo l’agosto del 1945.
Il matrimonio nel bunker di Berlino, avvenuto il 29 aprile 1945, avrebbe invece riguardato solo i sosia di Hitler e della Braun: Gustav Weber, una delle due controfigure delle quali il dittatore disponeva e una donna sconosciuta. I sosia sarebbero stati selezionati tra un drappello di 5 aspiranti già dal 1934 e sarebbero stati tenuti nascosti, per non dire segregati, per non essere visti casualmente dal pubblico e creare paradossi di ubiquità.
Questo per oltre dieci anni. Raro.


leggeri…a tavola

Faccio un articolo per sottolineare il distacco che esisteva tra l’Europa in fiamme e il Berghof, residenza estiva und invernale di Hitler. Ricordo al lettore meno esperto che la zona di Berchtesgaden era il quartier generale anche di Goering, Himmler, Ribbentrop e più tardi anche di Donitz e di tutta una serie di super-ufficiali della Wehrmacht; quindi c’era poco da ridere: la località pullulava di SS come un vespaio. Non ci si poteva avvicinare. Neanche per dare solo un’occhiata. Ti sparavano e poi ti chiedevano i documenti. Se eri poi ancora vivo per darglieli. Però sembrava che la guerra fosse molto lontana.

H-al-Berghof

Il ruolo di padrona di casa nel castello fu assunto da Eva Braun. Questo però era noto soltanto alla cerchia delle persone più vicine a Hitler. Non appena al castello comparivano visi estranei, Eva Braun, per disposizione di Hitler, non doveva uscire dalle proprie stanze. E questo la dice lunga. Dopo un incidente avvenuto a Monaco durante la guerra, Hitler ste­se un velo ancora più fitto sul segreto del suo rapporto con lei. Una sera alcune donne sconosciute di Monaco avevano insultato Eva Braun davanti alla sua villa, chiamandola «la puttana del Fuhrer». Quando Hitler venne a saperlo, diede ordine di rafforzare la sorve­glianza della polizia davanti alla sua casa. Al tempo stesso, da allora in poi vigilò in modo ancora più severo che né Eva Braun né le sue amiche al Berghof cadessero sotto gli occhi di ufficiali che non fa­cessero parte del suo staff personale. Hitler non voleva perdere di fronte al popolo la sua fama di «uo­mo solo». Gli orrori della guerra commuovevano poco Eva Braun, che ave­va le proprie ansie e preoccupazioni.

BerghofNella cucina del castello di Berghof erano impiegate allora trenta persone (30). Eva Braun voleva a propria disposizione dieci donne in più, che tuttavia, a causa della mobiitazione totale per la guerra, non era­no subito disponibili. Ella se ne lagnò con Hitler, che, seccato, urlò severo a Bormann: «Io, faccio spazzar via intere divisioni; non dovrebbe essere troppo difficile procurarsi un paio di ragazze per il mio Berghof ! Provveda immediatamente!».

All’Obersalzberg Hitler si alzava di regola intorno a mezzogiorno. Poi il dottor Morell gli praticava la sua iniezione stimolante. Hitler faceva colazione da solo alla scrivania, nel suo studio e vi restava fi­no all’inizio della riunione dedicata alla situazione militare. Questa aveva luogo due volte, fra l’una e l’una e mezza al matti­no e intorno alle dieci di sera. Poco prima dell’inizio arrivavano da Berchtesgaden le automobili di Keitel, Jodl, Warlimont, Korten e altri partecipanti, che poi si radunavano nella grande sala. Infine si comuni­cava a Hitler che tutti erano pronti. Egli scendeva la scala ed entrava nella sala, dove, dopo il saluto fascista, dava la mano a tutti. Poi pren­deva posto al tavolo, in una poltrona preparata per lui. Di fronte a lui sedevano gli stenografi, gli altri stavano in piedi intorno al tavolo. Le riu­nioni di solito duravano circa due ore. Quando i partecipanti alla riunione di mezzogiorno avevano la­sciato il castello, veniva servito il pranzo. In seguito Hitler restava per lo più nella sala, dove parlava con i suoi aiutanti, oppure legge­va le ultime notizie dell’Ufficio tedesco per le informazioni.
Per il pranzo di mezzogiorno si riunivano gli abitanti del castel­lo: il dottor Morell con sua moglie, Brandt, il chirurgo di Hitler, e sua moglie, Hoffmann, Dietrich, Hewel, Lorenz, il reporter cinema­tografico del quartier generale Frentz, le segretarie di Hitler e i suoi aiutanti di campo con le mogli.
Quando tutti erano riuniti, si avvertiva Hitler che il pranzo era pronto. Allora egli si univa alla compagnia e, salutando, baciava la mano alle signore. Poi prendeva ogni volta il braccio di una signora e la conduceva alla tavola. Per questo era prevista una ben preci­sa gerarchia. Le sue compagne di tavola erano di solito le mogli di Bormann, Brandt, Speer o Dietrich, oppure l’amica di Eva Braun, la signora Schonmann. Alla sinistra di Hitler sedeva sempre Eva Braun, che come compa­gno di tavola aveva Bormann.

sala-da-pranzo

Durante il pranzo si chiacchierava delle cose più banali. Della guerra e dei suoi orrori non si diceva una parola. Si parlava dei ve­stiti delle signore, delle difficoltà che esse dovevano sopportare per­ché, a causa della mobilitazione totale, non riuscivano più a trovare dal parrucchiere la permanente a freddo o la manicure, del compor­tamento sfacciato degli ufficiali nei confronti delle donne sui treni. Su insistente richiesta di Eva Braun Hitler ordinò di rimettere in fun­zione presso i parrucchieri la permanente e la manicure. Quando si veniva a parlare del trucco delle signore, Hitler scherzava sul rosset­to di Eva Braun che macchiava le salviette. Egli disse ridendo che adesso, in tempo di guerra, il surrogato di rossetto era fatto con ca­daveri di animali. Temi favoriti di conversazione erano anche il tea­tro e il cinema, soprattutto i film a colori americani. A chiunque però era vietata la visione.
La signora Schonmann, una viennese che aveva sposato un im­presario per le infrastrutture edili di Monaco e aveva un tempera­mento vivace, provocava Hitler a duelli verbali. Il suo charme vien­nese aveva un notevole effetto su di lui. Essi discutevano di attori e direttori d’orchestra viennesi, sui detti di Federico il Grande, e per­sino sul modo in cui andavano preparati certi piatti, o di quanto può pesare un uovo di gallina. Hitler si faceva trascinare a tal punto dal­la discussione, che si faceva portare il dizionario Brockhaus oppure libri su Federico il Grande per consultarli.
Fra simili «dense» conversazioni trascorrevano i pranzi di Hitler al Berghof.
Dopo il pranzo le signore si ritiravano nelle loro stanze, per cam­biarsi in vista della passeggiata. Allora Hitler dava da mangiare al suo cane da pastore Blondi. Poi gli veniva portato il berretto e il basto­ne da passeggiata, e tutti uscivano a passeggio nel parco in direzione della casa da tè al Mooslahner Kopf.
passeggiata-serena

Prima che Hitler iniziasse la sua passeggiata, l’intera zona veniva ogni volta perlustrata da addetti del servizio di sicurezza. I posti di guardia erano collocati in modo da non capitare sotto gli occhi di Hitler. Dietro di lui camminavano il capo del suo reparto di polizia, Hogl e poi Linge, poi gli altri. Ad una certa distanza. Insomma: una vita di stenti.


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