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Hitler a Córdoba (1949)

I signori Walter e Ida Eichhorn, spesso citati anche nella serie televisiva di Hunting Hitler ed illustrati nella serie di articoli “Escaping files”, non ebbero figli ma crebbero una bambina: Catalina Gamero.
Questo personaggio, ancora presente in video su YouTube, allora bambina, era stata affidata dai veri genitori alla coppia tedesca sperando, in questo modo che la figlia potesse avere una vita migliore insieme ai “ricconi” che conoscevano da diverso tempo. Questa famiglia viveva in una zona umida di Córdoba, detta Mar Chiquita e il medico disse loro che quel clima era decisamente sfavorevole alla salute della figlia. Gli Eichhorn frequentavano la zona perchè avevano delle proprietà e in questo modo conobbero la famiglia Gamero. Poichè la Falda aveva un clima più secco, era una buona alternativa per la salute della piccola e quando gli Eichhorn si offrirono di farla vivere con loro non ebbero dubbi. Per la famiglia il discorso era chiaro: la piccola avrebbe avuto cibo, educazione e comodità e soprattutto un futuro, altrimenti incerto.
Così le insegnarono i lavori di casa e svolse sempre attività domestiche, una sorta di aiutante personale di Ida e Walter, nel loro chalet di La Falda.
Nel dopoguerra, nella struttura principale di Villa Eden viveva solo la coppia di amici di Hitler e Catalina. Nessun altro.
Lavoravano là anche un giardiniere ed un autista di fiducia ma, a differenza di Catalina, non dormivano nella casa.
La gente della zona sapeva che gli Eichhorn erano tedeschi, che erano amici intimi di Hitler da tanto tempo e la cosa non stupiva affatto; i locali dicevano che il leader nazista era stato da quelle parti, abbastanza in incognito, anche negli anni ’30 e si erano fatti pure fotografare insieme in posa al secondo piano dello chalet.
E a proposito di La Falda, la gente ricorda di aver visto frequentemente anche Adof Eichmann vistare la famiglia Werner, proprietaria di uno dei primi chalet della residenza Villa Eden.
Persino le autorità tedesche conoscevano dal 1952 il rifugio di Eichmann, ma lo tennero sempre nascosto, come dimostrato da un documento pubblicato da Bild Zeitung. Il rapporto indica anche l’identità esatta dietro la quale si celava in Argentina il nazista: quella di Ricardo Kloemet (e non Klement, come più volte citato nel film la cattura di Eichmann).

Un altro particolare importante.
Sembra che il giardiniere dell’Hotel Eden, di nome Duracher, fosse regolarmente pagato e lavorasse per i servizi segreti americani e fosse l’uomo-chiave nel fornire dettagli agli uomini dell’FBI di quanto succedeva nella comunità nazista di La Falda. Probabilmente responsabile dell’informazione primaria che gli Eichhorn stavano finendo i “preparativi” per accogliere Hitler in Argentina. Sembra che sia stata una fonte segreta coinvolta anche nelle ricerche anche di Philip Citroen, citato nell’articolo: foto di Hitler nel 1954_note.

A sostegno delle circostanze, nel 1978 o il ’79, un pronipote di Donna Ida, Walter jr. Eichhorn, per farsi onore di fronte ad amici mostrò a numerosi presenti -decorazioni naziste con la svastica, una speciale tovaglia con ricamata la croce uncinata, alcune foto recenti e undici lettere firmate dal capo del Nazismo. Va ricordato che ciò accadeva mentre l’Argentina era sotto dittatura militare e veniva rivendicata l’ideologia di estrema destra. Tempi in cui si uccidevano i militanti di sinistra o chi, secondo i militari, sembrava esserlo, si perseguitavano gli ebrei e tutti coloro che la pensavano diversamente dal Governo.
Nelle foto Hitler era vestito da civile, con i baffi tagliati e con i tratti peculiari di uan persona avanti con l’età.
Ma la cosa più strana era che nelle undici lettere, incomprensibili per chi non conosce il tedesco, le date riportate erano tutte successive alla data del 30 aprile 1945.
Sembra che tutto il materiale sia conservato in una cassa a Rio Cuarto, una località a 300 Km da Córdoba.
Copie della foto di Hitler a Córdoba sarebbero state visionate anche a casa di Margarita Naval, la vedova di Francois Chiappe, a La Falda.

Moltissime informazioni sono state inevitabilemente perdute nel momento in cui gli Eichhorn vendettero l’immobile alla società “Le tre K”, formata da Emilio Karstulovic, Constantino Kamburis e Asher Kutscher che fecero pure una vendita (o svendita) dei mobili dell’albergo e di molte altri suppellettili trovate sul posto.

Catalina Gamero disse che nei tre giorni in cui in cui Hitler rimase nella “stanza degli ospiti” che aveva preparato per lui, gran parte del tempo il leader nazista lo aveva passato da solo con la sua amica Ida.
Poi assicurò che dopo essere stato a La Falda, il “cugino” alloggiò circa 15 giorni in cima al monte Pan de Azúcar e gli Eichhorn lo visitarono due o più volte, per fargli visita.

 

Il castello. (info reperite da libri e dal web)

Dalle vette del monte Pan de Azúcar – circa a mille metri sul mare – si può veder un paesaggio affascinante formato da gole e montagne. Sullo sfondo si delinea la città di Cordoba e, dall’altra parte, La Falda.
E’ un punto alto, da cui si domina su tutto, che ricorda in qualche modo, il Nido dell’Aquila. C’è un edificio a tre piani, in pietra, dove ancora oggi è ancoa visibile un gruppo elettrogeno (ovviamente tedesco) e, completamente in disuso, un apparato radio usato negli anni quaranta, con la rispettiva antenna Telefunken.
La Gamero racconta di 5 o 6 telefonate da La Rioja e da Mendoza che chiedevano degli Eichhorn. “- Passami la signora …- “, dicevano, con accento un po’ tedesco e queste chiamate continuarono fino a che lei (Ida) Eichhorn non morì, il 29 aprile del 1964, a 83 anni.
Un’intervista della Gamero è ancora reperibile su YouTube.

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Martin Bormann. more info

La curiosità ha spesso un prezzo: per ottenere risultati appaganti occorre essere abbastanza bravi e determinati. Nel mio caso, invece, credo sia solo una questione di mera fortuna. Ecco cosa ho potuto reperire su Bormann, DOPO il 1945.

  • Esistono documenti ufficiali argentini su Bormann, anche se la maggior parte di essi sembra essere misteriosamente scomparsa dagli archivi. C’è comunque ancora un documento, datato 5 ottobre 1960, firmato dal vice Commissario Justo Horacio Gómez – capo dell’Ufficio Divisione Federale – che riporta informazioni precise della presenza di Bormann in Argentina (rapporto 5-5-2. n° 99786). Altri rapporti sono contenuti in documenti della SIDE (Servizio di Intelligence dello Stato) datati 1960, mai desecretati, che si riferivano ad un libro segreto DAE (sempre del 1960) in cui c’era la pratica molto chiara, n. 3163, incredibilmente sparito o distrutto secondo quanto riportato dalla documentazione ufficiale del Coordinamento Federale.
    (qui la storia si allungherebbe ulteriormente, ma qui bisogna avere dei privilegi che io non ho)
  • Il 21 gennaio 1949, gli Stati Uniti richiesero ufficialmente la cattura di Bormann all’Argentina.
    (gli americani non richiedono ufficialmente una cattura se non sono matematicamente sicuri delle informazioni in loro possesso)
    Un sollecito fu inoltrato a tutte le unità del Coordinamento Federale (Polizia federale), secondo pratica dell’Interpol n.7490, ma la richiesta fu abbandonata clamorosamente per mancanza di un documento nel momento in cui si doveva effettuare una copia dei tanti spostamenti a cui il materiale relativo era sottoposto.
    Documentazione “mancante” ab libitum.
  • Nel 1953, nella casa che Perón aveva a Buonos Aires, in calle Teodoro García nel quartiere di Belgrano, il commissario Jorge Colotto (capo della guardia personale del presidente argentino) è stato testimone di almeno un paio di incontri fra Juan Domingo Perón e Martin Bormann.
  • Nel 1996 è stata visionata una copia, autenticata da notaio, di un passaporto che sarebbe stato usato da Bormann. Il documento, emesso a nome di Ricardo Bauer – di nazionalità italiana – (italiano, con un nome così?) era in ottimo stato e apparteneva alla Repubblica dell’Uruguay, con n. 9862. Come registrato nel documento, lo stesso sarebbe stato emesso dall’ambasciata uruguayana di genova, il 3 gennaio 1946 e, conformamente ai timbri dell’ufficio migrazione, sarebbe stato usato per viaggiare fra Italia e Francia nel 1947. Il passaporto scadeva  il 3 gennaio 1951 e non fu mai rinnovato. Nella foto appare un uomo di fisionomia molto simile a Bormann, registrato con professione di agricoltore con la particolarità singolare di una cicatrice vicino all’occhio sinistro, riportata anche alla voce “segni particolari”.
  • Il capitano delle SS Herbert Habel – che arrivò in Argentina con l’identità falsa di Kurt Repa, raccontò che Bormann era scappato da Genova nel 1947 (intervista apparsa sul quotidiano La Mañana del Sur) con l’aiuto dell’agente Franz Ruffinengo (un austriaco che lavorava con Perón) incaricato specializzato nell’aiutare nazisti in fuga dall’Europa. Esiste (se non si è perso) un foglio, scritto a mano, di Bormann che ringrazia Ruffinengo con queste parole: «voglia Dio che io abbia la possibilità di aiutarla così come Lei ha fatto con me. – f.to Martin Bormann -».  Era datato 24 aprile 1947, giorno in cui Bormann si stava imbarcando su una nave, battente bandiera egiziana (che trasportava banane), per uscire dall’Europa.
  • Nel 2011, il collaborazionista belga Paul van Aerscholdt disse che Bormann visse in Paraguay e Bolivia, dopo la guerra, con l’identità del prete Agustin von Lembach. Il belga disse inoltre di essersi incontrato con Bormann “quattro volte nel 1950” a La Paz. “Veniva dal Paraguay e stava preparando, con una ventina di ufficiali un colpo di stato per spodestare Perón, in Argentina”.
    Può sembrare folle che Bormann volesse far cadere Perón che tanto aveva aiutato i nazisti, ma i due erano entrati in conflitto sul tema della confisca dei beni espropriati ai tedeschi dal governo quando l’Argentina  dichiarò guerra all’Asse nel 1945.
    Nel 1945 Perón aveva restituito una percentuale bassissima di queste proprietà ai loro legittimi proprietari tedeschi, nonostante i reclami degli stessi. Il leader del giustizialismo aveva trattenuto alcuni valori introdotti clandestinamente nel Paese dai nazisti, che “non gli spettavano” provocando le ire di Bormann.
    Si parla di una montagna di soldi e proprietà immobiliari. Più propriamente, di una “catena montuosa” di soldi, di cui anche Evita Perón si era avvantaggiata negli anni precedenti.

Certo è che Bormann visse gli ultimi anni della sua vita in Paraguay, dove manteneva rapporti con l’Ambasciata tedesca di Asunción, come rivelato dai documenti ufficiali di quel Paese. Alcuni di questi attestano che anche il suo decesso, causato, come ho già scritto, da un cancoro allo stomaco e la sepoltura nel cimitero di Itá.
Solo il suo cranio venne riesumato e insieme ad altre ossa, sepolto a Berlino, dove fu successivamente dissotterrato per far credere al mondo che là era morto nel 1945, vicino alla stazione Lehrter.

 

secondo la rete:

  1. La testimonianza è di Erich Kempka, autista di Hitler, che lo vide addirittura colpito dall’esplosione di un carro armato.
  2. un’altra rivelazione è di Guido Giannettini, famoso agente «Z» del Sid che lo vedrebbe sepolto a Roma (vedi articolo)

E’ sempre impressionante la montagna di bugie riportate sui libri, sui giornali, nella rete, di moltissime cose relative ai nazisti.

Per ulteriori info:


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dopo Hitler.

 

Oggi, e sto scrivendo nel 2017, non risulta più sorprendente che grandi magistrati e cartelli economici statunistensi abbiano sempre appoggiato Hitler e la sua politica. E questo deve far pensare.
Imprese come la Union Banking Corporation (Prescott Bush), la Brown Brothers, Harriman, Rockfeller, Ford, IBM, General Motor, Standard Oil e tantissime altre hanno finanziato e sostenuto Hitler perchè arrivasse al potere e poi lo hanno aiutato durante la guerra, nonostante gli Stati Uniti, formalmente, fossero nemici del Terzo Reich.
Gli aiuti non si sono limitati a fondi in denaro, ma anche minacciando l’embargo di forniture a clienti nel caso non avessero aderito alle operazioni.
La stessa cosa è successa in gran parte del sudamerica, in Paesi come Argentina, Brasile, Cile, Bolivia e Paraguay.


Se nel mondo civilizzato tante persone hanno creduto nel nazismo una ragione ci doveva pur essere, una ragione tanto valida da poter muovere capitali immensi e un lavoro, spesso clandestino o semplicemente occultato; un’idea diversa e molto lontana dall’idea che oggi si ha del nazismo che è solo accostato (per desiderio Alleato) all’Olocausto. A questo proposito il discorso che vorrei fare si allargherebbe molto e non è questa la sede per poterlo fare.
Mi limito a dire che centinaia di giornali, libri e film – Hollywood, come altre grandi aziende di comunicazione, nel dopoguerra hanno usato il verbo del consolidare le versioni concordate ufficiali allo scopo di diffondere un’idea comune per influenzare le coscienze e per mettere un punto definitivo ad una storia che era andata in una maniera completamente diversa.

Ci si domandi perchè si è creata l’operazione Paperclip. In realtà nazisti ed americani, verso il finire della guerra, avevano fatto un patto militare. E questo patto permise il trasferimento di uomini, valori e tecnologia verso gli Stati Uniti, salvando anche migliaia di nazisti che altrimenti sarebbero potuti cadere in mano sovietica, il che avrebbe significato per loro morte certa o, nel caso migliore, il confino in Siberia.

Per fare un punto chiaro si può ricordare che la fantastica tecnologia segreta nazista esisteva davvero. Potrà sembrare quasi incredibile ammetterlo, ma i nazisti avevano uno sviluppo eccezionale in tutti i settori della scienza, come ad esempio – la tecnologia antigravitazionale – che permetteva il sollevamento dei dischi volanti, creati dagli ingegneri tedeschi, usati in seguito dai militari americani a partire dal 45.

Il ruolo del Fuhrer, a partire dal suo esilio, era ormai quasi inesistente. In quel periodo era diventato un uomo anziano e debole, nascosto ai confini del mondo e senza alcun peso né potere reale.
Per questo, a mio modo di vedere, il fatto più significativo della storia non è la fuga in sè, ma, insieme ad essa, tutto ciò che ci è ancora nascosto dopo più di settanta anni.
Questo insieme di informazioni chiave, le loro implicazioni, dimostrano il vero e proprio intreccio operato da un’elite mondiale con gravi conseguenze per l’umanità.
Sembrerà ora logico che i vincitori della guerra abbiano nascosto la verità per non essere collegati ad un trama criminale di complicità che li coinvolgeva direttamente.

 


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pericolo.
Pavelic ferito in un incontro segreto.

Per l’ex presidente della Croazia nazista la pace finì nel 1957 quando, all’improvviso, fu ferito da sei colpi di pistola. L’attacco avvenne mentre stava tornando a casa, dopo una riunione segreta, in Calle Mermoz 643, nella località portegna di Lomas del Palomar. L’aggressione, con armi da fuoco, fu realizzata da agenti comunisti jugoslavi, anche se poi non è mai stato ufficialmente dimostrato. Pavelic si salvò per miracolo ma non si riprese più dalle lesioni causate dagli spari. Ferito gravemente ricevette i primi soccorsi e poi si architettò un piano di evacuazione per condurlo fuori dal Paese. Non si conoscono i dettagli della fuga. Tuttavia, grazie ad alcuni dati e fonti affidabili, sembra che si sia spostato in Patagonia prima di scappare in Spagna. La domanda sorge immediatamente, perché in Patagonia? Perché aggiungere migliaia di chilometri in più alla sua fuga e in quelle condizioni di salute?
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Reinhard Schabelmann: l’ultima intervista
il nuovo ruolo di Bormann.

La conversazione con questo signore è avvenuta con l’autore dell’intervista negli anni ’90. Nell’ultimo scambio epistolare rilasciò parole che riassumevano la situazione:

vi erano storicamente due schieramenti in campo, da una parte quelli che, con il frutto di ciò che riuscirono a spedire (in Argentina) — i proventi derivati dall‘aver mantenuto il silenzio e i compensi ottenuti per aver lavorato con il partito — comprarono proprietà, misero in piedi piccole industrie o si convertirono in semplici cittadini finanziariamente forti (molti si stabilirono a Bariloche, Rio Negro, altri si spostarono in Cile). Dall’altra — quelli che maneggiavano il grosso del bottino, trasferito già dai primi anni del conflitto — iniziarono a prendere le distanze dall‘utopica idea di riorganizzare il partito da qui (dall‘Argentina) e decisero semplicemente di investire i beni per il proprio personale beneficio. Si produsse quindi un’aspra lotta interna, fra coloro che fecero il lavoro “sporco” durante la guerra (le SS) e quelli più intelligenti che si impossessarono del bottino. Per anni questo è stato motivo di un costante, come dicono qui, “passaggio di esecuzioni” pagate con la vita.
Nello scontro eravamo tutti divisi ”. Fra i beni vi erano “migliaia di ettari a Cordoba, Santa Fé, il Litorale, Tucumàn; nel sud, a Mendoza, laboratori e il finanziamento di certi affari che nulla avevano a che vedere con i principi che avevamo
”, assicurò Schabelmann.

L’arrivo del gerarca nazista Martin Bormann in Argentina, avvenuto quasi tre anni dopo a quello del Fuhrer, accelerò il processo di intrighi e tradimenti fra nazisti latitanti, la cui causa di disputa principale fu disporre di cifre milionarie, terre acquisite, società tedesche create nel contesto dell’organizzazione finanziaria, oro e altri valori. In tal senso, le parole di Schabelmann sono molto chiare: “una volta – morto – l’Adolf Hitler condottiero, ci dovevamo preoccupare soltanto di un civile (lo stesso Hitler latitante in Argentina) questo facemmo e fin là arrivò la nostra missione. Quando Bormann arrivò in Argentina, la questione prese un‘altra piega. Diversi di noi ignoravano la situazione. Il governo di Adenauer, praticamente fino al 1951, fu gestito a livello economico dagli americani e a livello politico da Bormann ”.

Hitler era il passato, il passato doloroso della guerra sempre più lontano. Bormann — riciclatosi nella nuova epoca grazie alla sua intelligenza, ma fondamentalmente perché aveva le chiavi di accesso al denaro — era il presente, l’uomo che gestiva le finanze milionarie dei nazisti in esilio e i rapporti con il potere politico e militare internazionale.

Il punto è che, quando arrivò nel Paese sudamericano, fu chiaro a tutti i nazisti che colui che gestiva le finanze era lui e quindi ” lui ” deteneva il potere reale. In quel momento, l’ “eminenza grigia” — come lo chiamavano tutti — prese le distanze dal Fuhrer, costretto ad un’uscita di scena obbligata e alla clandestinità.
Hitler, morto, ma vivo, non era più utile né a Bormann, né alle Potenze Alleate.

E dal 1952 in poi, alla morte di Evita si aprì una caccia forsennata ai conti svizzeri aperti dalla sua sposa e con esiti letali per alcune persone. Bormann iniziò presto ad avere forti contrasti con Peron soprattutto in materia di affari. Si parla di tonnellate d’oro ed una montagna indescrivibile di soldi; finanze dalle quali Hitler era completamente estraneo e che interessavano solo a nazisti e presunti tali.
Il Fuhrer già non gestiva più l’argomento e per questa ragione si trovò, ad un certo punto, in difficoltà economica; la sua unica preoccupazione era quella di sopravvivere nel mondo del dopoguerra.
Come spesso lo si è sentito di ripetere, ” la sua grande fortuna consisteva nell’essersi salvato e poterne godere, nel suo esilio, insieme con Eva Braun “.


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Reinhard Schabelmann

 

Il Fuhrer in Argentina va visto in quest‘ottica: un uomo senza alcun potere, senza influenza sul futuro, quasi vecchio, riluttante e totalmente demoralizzato, ritirato dalla politica, con il dolore per lo sradicamento forzato e tenuto a distanza da tutto l‘alto comando; era questa la condizione del nostro Fuhrer in quel momento e si trattava solo di sopravvivere “.
Reinhard Schabelmann

Negli anni novanta, tramite la sua segretaria Nelly, si ebbero contatti con un vecchio tedesco che si faceva chiamare con il falso nome di Reinhard Schabelmann.
Schabelmann dettava a Nelly le mail che ricevevo. Fu lei a dirmi che il suo capo, nato nel 1916, era troppo anziano per sedersi a scrivere davanti a un computer. L’uomo assicurò che mi trovavo sulla via giusta, quella di Hitler fuggito in Argentina e offrì la sua testimonianza visto che – come disse — aveva partecipato lui stesso all’operazione di evacuazione del Fuhrer verso il Sud America.
I rapporti con Schabelmann — che visse prima in Argentina e poi in Uruguay — si mantennero per anni anche se non acconsentì mai a un‘intervista faccia a faccia, perché di questo la sua famiglia aveva molto timore.
Per sua serenità e convinzione che la storia vada corretta per il futuro, effettivamente il Fuhrer sopravvisse alla guerra e morì in Argentina. Sono stato giovane, responsabile e importante testimone dei fatti, compreso il tempo del suo arrivo e gli anni a seguire, uno degli ultimi superstiti di questo intrepido e viaggio dall’Europa. Passeranno anni, molte generazioni, prima che si possa svelare la verità, ci sono ancora troppe tracce economiche e interessi in movimento riguardo al denar introdotto, un’indagine porterebbe allo scoperto troppi affari che coinvolgerebbero importanti imprenditori del Paese, come pure causerebbe una crisi di proporzioni inimmaginabili nel governo degli Stati Uniti e della stessa Europa. Passeranno cento anni prima che una ricerca vera possa essere portata a termine. Quando ormai non ci saranno più i responsabili diretti.
Il Fuhrer è stato solo una pedina sulla scacchiera di certe corporazioni e non dell‘epoca, ma attuali. Lei si stupirà di come si mantiene intatto il fatturato e, nella ricerca di parte del bottino perso in Argentina, non hanno piste, ma le tracce non gli mancano. In un ambiente umano in cui il tradimento è come l’aria, tanto necessaria per respirare, il Fuhrer perse solo la guerra, ma l’economia era sul punto di conquistarla, la perse a causa dell’età e di certi personaggi che a volte chiamò “camerati”. Sono certo del dolore del nostro Fuhrer nei suoi ultimi anni. Disse: “mi sono sbagliato tre volte nella mia vita, fidarmi di Heinrich (Himmler), fidarmi di loro (banchieri e imprenditori) e non fidarmi di me stesso “. Ogni giorno della sua vita, dopo Berlino e fino a che non ci lasciò, furono ore di angoscia e non troverà pace fino a che la verità non verrà alla luce, ma ancora non è tempo. E’ sulla strada giusta, ma non dimentichi che il tradimento e il movimento che il mondo considera morto, godono ancora di ottima salute “.
Alla seconda comunicazione con Schabelmann, mi rispose: “ Nessuno ha idea dell‘effettiva proporzione degli interessi a cui mi riferisco. Da qui il rischio cui mi sottopongo. Spiego il perché della mia assoluta decisione di mantenere l‘anonimato. In diverse occasioni ho cercato di sbarazzarmi di questi problemi e di non farmi coinvolgere oltre, ma ho partecipato a riunioni in cui si decideva di far sparire fisicamente membri o persone interessate al destino dei valori sottratti, non credo che abbiamo cento anni di perdono, come dice la parabola “.

“Ero uno di quegli uomini, un giovane a quel tempo, con una vita inimmaginabile, ho avuto competenze che superavano lo stesso Von Ribbentrop, lui aveva meno libertà di azione ed era molto meno a conoscenza di cosa si tramava ad altri livelli, sono stato uno degli agenti migliori e forse è per questo che sono arrivato alla mia età “.
“Il Fuhrer in Argentina va visto in quest’ottica: un uomo senza alcun potere, senza influenza sul futuro, quasi vecchio, riluttante e totalmente demoralizzato, ritirato dalla politica, con il dolore per lo sradicamento forzato e tenuto a distanza da tutto l’alto comando, era questa la condizione del nostro Fuhrer in quel momento, si trattava solo di sopravvivere e tali erano le condizioni, da quel momento in poi i nemici del comunismo sarebbero stati unicamente gli Stati Uniti; il mondo può solo accettare e capire che Hitler sopravvisse alla guerra e si stabilì in Argentina. Se guardiamo all‘uomo da questo aspetto, posso garantire che attraversò gravi difficoltà economiche nei suoi ultimi giorni e che, molti di quelli che, fino alla caduta di Berlino, davano la vita per lui, in Argentina si rifiutarono di aiutarlo e si negarono perfino di fargli visita per precauzione, per convenienza o semplicemente perché erano nazionalsocialisti di nome ma non di fatto “.
Sapevamo dell’imminente arrivo di Hitler ma, fino a tre giorni prima, non conoscevamo data e luogo esatta dell’arrivo, io ero il collegamento tra le ambasciate e posso assicurare, con tutta certezza, che le più alte cariche del governo americano sapevano che il Fuhrer si trasferiva in Argentina, ma mai si parlò della possibilità che si suicidasse veramente, il suicidio da sempre fu come calare il sipario sulla sua vita politica e personale.
La strategia venne ispirata dall‘Intelligence americana, la logistica passò interamente ed esclusivamente per noi ed era semplice: dare rifugio a un uomo esiliato e senza alcun potere, dare protezione a uno dei creatori del nazionalsocialismo e garantire massima riservatezza sul suo nascondiglio. Dovevamo preoccuparci solo di un civile: Adolf Hitler, questo facemmo e la nostra missione sarebbe finita alla sua morte. Quando Bormann arrivò in Argentina la faccenda prese un‘altra piega e alcuni di noi ignorarono il caso. Il governo di Adenauer era praticamente gestito dagli americani sul piano economico e da Bormann su quello politico fino al 1951. Dopo la morte della signora Perón, Bormann lasciò il Paese e ognuno fece quello che voleva… “.
“Sfortunatamente i peronisti difendevano ciecamente il loro mentore, il generale Perón, cercando di allontanarlo dalla sua tendenza filotedesca, dal suo gradimento e dalla sua ammirazione per il nazionalsocialismo. Mentre ciò accadeva, nessuno voleva accettare la verità, il Fuhrer era suo ospite. Perón fu a tutti gli effetti un maggiordomo e i servizi segreti americani, finanziati dalle grandi corporazioni che beneficiarono del Piano Marshall, i padroni dell’hotel chiamato “Nuovo Ordine Mondiale “.

Erano vere tutte queste informazioni e le altre che l’anziano signore continuò a fornire fino al 2010? In seguito non si seppe più nulla di lui. Era morto? All’epoca avrebbe avuto 94 anni.
Schabelmann riportò diversi fatti relativi a Hitler in Argentina e mi assicurò che un suo grande amico, che considerava un fratello, era stato Jorge Antonio, il braccio destro di Perón, proprietario di Inalco, in Patagonia, dove Hitler visse per anni.


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la signora Shaffer
Hernan Ancin: intervista

Una signora settantottenne, che oggi non è più, di nome Eugenia Shaffer si dimostrò bene informata e per niente riluttante a parlare, al contrario di quasi tutte le altre persone, specie se di origine tedesca.
“E’ bene che sappia la verità: Hitler non si suicidò. Arrivò in Argentina in sottomarino a San Antonio Oeste e visse in un podere nei pressi di Bariloche”. La signora Eugenia ricorda anche che sapeva della tenuta Flugel dove si riunivano i nazisti.
Una volta volevamo andare. Con me c’era gente tedesca che sapeva di Hitler e voleva vederlo, ma in quei giorni c’erano incontri importanti e le guardie armate non ci fecero passare“.

Un suo amico, l’aviatore Boheme, dovette andare – o meglio dire – tornare da Hitler perchè era molto malato, assicurò e di seguito disse che il Fuhrer morì mentre si organizzavano le operazioni di aiuto. Alla fine la signora aggiunse che il suo corpo venne trasportato in aereo da un gruppo, di cui fece parte anche Boheme e il pilota Ulrich Rudel, verso una destinazione sconosciuta. “Eravamo all’inizio degli anni ’60“, disse Eugenia Shaffer, aggiungendo che tutte quelle informazioni gliele aveva dato lo stesso Boheme e che le aveva assicurato di averle confidate solo a lei.

Notizia pubblicata sul quotidiano La Mañana del Sur, 12 ott 1998.

 

 

Una volta (Ante) Pavelic mi chiamò e, arrivato nella sua stanza, feci capolino dalla porta. Mi fece segno di entrare e a quel punto mi accorsi che c‘era anche Hitler “.
Hernan Ancin

Uno stralcio dell’intervista è anche reperibile su YouTube qui.

Hernan Ancin: Lo conobbi quando si incontrava con (Ante) Pavelic, in un edificio in costruzione a Mar del Plata, nel 1953.
Io lavoravo per Pavelic come carpentiere.
D.:    In quel momento, lei sapeva chi fosse Pavelic?
H.A.:    All’inizio no. Si faceva chiamare “Don Lorenzo”, ma da una guardia del corpo venni a sapere che era stato Presidente della Croazia. Pavelic stava costruendo un edificio di quattro piani a Mar del Plata e già ne aveva fatto un altro di otto o nove, vicino al casinò di Calle Lamadrid y Colòn. Io, sulla guerra, avevo sentito parlare di Hitler e Mussolini. Mai di Pavelic. Con lui ho avuto rapporti di lavoro per un anno e mezzo. Non ricordo la data esatta, ma iniziai a lavorare per lui a metà del 1953 fino a settembre o ottobre del 1954.
D.:    E quando vide Hitler?
H.A.:    Deve esser stato verso la fine del ‘53. Venne là, al cantiere, per parlare con Pavelic. Arrivò a piedi con tre guardie del corpo e la sua signora. Praticamente lo portavano in braccio perché lui a malapena camminava. Dopodiché lo vidi diverse volte.
D.:    Si rese conto subito che si trattava di Hitler?
H.A.: Sì, per l’aspetto. Ma io qualcosa già avevo sospettato da prima, pensavo che in quel posto accadeva qualcosa di grande, che là c’era qualcosa di più… quando lo vidi mi resi conto. Tempo dopo una delle guàrdie del corpo di “Don Lorenzo” mi confermò che là si riunivano il Presidente della Croazia e della Germania. Ma a quel punto io Hitler lo avevo già riconosciuto.
D.:    Aveva lo stesso aspetto o aveva subito interventi di chirurgia plastica?
H.A.:    Fondamentalmente lo stesso… bianco, capelli corti, tagliati tipo militare. Senza baffi…
D.:    Lei poteva muoversi liberamente in queste occasioni?
H.A.:    C’erano le guardie del corpo, ma io ero un uomo di fiducia di Pavelic… potevo perfino interrompere una riunione, non avevo restrizioni in questo senso.
D.:    Concretamente, questi incontri dove avvenivano?
H.A.:    Al pian terreno dell’edificio in costruzione di Mar del Plata. Il posto (dove si incontravano Hitler e Pavelic) era praticamente finito. In seguito divenne l’Hotel San Bur, e, alla fine, fu trasformato in un condominio.
D.:    Cosa ricorda di questi incontri?
H.A.:    Hitler, quando veniva in visita, alzava la mano così (alza il pugno chiuso della mano destra con il braccio steso). Pavelic si avvicinava e metteva la sua mano sopra al pugno di Hitler, avvolgendolo nel palmo. Dopo si sorridevano e Pavelic dava le pacche a Hitler. Questo era sempre il saluto, così si salutavano. Poi arrivava la moglie di Pavelic, una signora di Còrdoba di nome Maria Rosa Gel. Lei faceva la riverenza a Hitler e diceva “felici gli occhi che la vedono”. Lo stesso saluto si ripeteva con la compagna di Hitler.

Questo tipo di saluto sembra somigliare a quelli delle cerimonie, chiamati “di contatto”, molto comuni fra i membri di una loggia segreta (N.d.A).
Maria Rosa Gel non era di Còrdoba ma di Santiago (Ricerche dell’autore).

D.:    Quante volte ha visto Hitler?
H.A.:    Cinque o sei volte.
D.:    Com’erano questi incontri?
H.A.:    Per prima cosa s incontravano nella hall dell’edificio e, dopo poco, in una stanza che avevo già ultimato. C’erano un tavolo, quattro sedie — fatiscenti, le avevo sistemàte io e un armadio. Hitler si sedeva di fronte a Pavelic e rimanevano a parlare delle loro cose. La donna di Pavelic praticamente non interveniva. Serviva il caffè. La donna di Hitler rimaneva in silenzio, parlava molto poco con quella di Pavelic e sorrideva appena. Hitler aveva un modo speciale di guardare Pavelic, sembrava lo contemplasse…
D.:    Parlavano in spagnolo?
H.A.:    La donna di Hitler non ricordo, presumo che qualcosa di castigliano lo parlasse perché almeno ringraziava del caffè quella di Pavelic. Hitler parlava spagnolo, con difficoltà e con un forte accento tedesco.
D.:    Quando fu l’occasione in cui stette più vicino a Hitler?
H.A.:    Una volta Pavelic mi chiamò e, arrivato nella stanza, feci capolino dalla porta. Mi fece segno di entrare e a quel punto mi accorsi che c’era anche Hitler. Le guardie del corpo, che già mi conoscevano, mi lasciarono passare senza problemi. M’invitarono a sedermi al tavolo e la signora Pavelic mi offrì un caffè. Hitler stava prendendo il caffè e un’altra bibita con Pavelic. A quel punto Pavelic disse a Hitler “è il carpentiere che mi fa i lavori nell’edificio”. Hitler mi guardò e mi fece un cenno, un saluto. Non accennò a darmi la mano, né a conversare né niente. Solo questo movimento della testa e un sorriso.
D.:    È sicuro che fosse Hitler?
H.A.:    Sì, sì. Completamente ed assolutamente sicuro.
D.:    Se Hitler si muoveva in questo modo, non potrebbe averlo visto molta gente?
H.A.:    Guardi, nell’edificio in cui s’incontravano stavamo lavorando in pochi. Inoltre a Mar del Plata, si spostava sempre dentro una macchina…
D.:    Dove viveva?
H.A.:    All’epoca lo avevo visto in una casa che stava dietro il Parco San Martin, una vecchia casa mal tenuta, stile coloniale, in mattoni. Non so se la casa c’è ancora. Là ho visto la macchina all’interno e i custodi alla porta. Ma non ho la certezza che vivessero là, potevano essere di passaggio.
D.:    Che pensa adesso?
H.A.:    Penso che Hitler fosse prigioniero di un sistema militare che, nella migliore delle ipotesi creò politicamente lui stesso. È l’idea che mi sono fatto osservando la sua personalità. I suoi occhi erano gentili, non aveva uno sguardo duro. Al contrario Pavelic aveva lo sguardo duro, penetrante, occhi scuri. Hitler aveva gli occhi chiari, uno sguardo gentile, tranquillo e molto educato.
A differenza di Pavelic che era un uomo rude.
D.:    Lei crede che il quel momento Hitler fosse un uomo “finito”?
H.A.:    Sì, era malato e lo portavano a braccia per i suoi spostamenti.
D.:    Quando smise di vederlo?
H.A.:    Da Mar del Plata sparirono, Hitler e Pavelic, nel mese di Agosto o Settembre del ‘54.
D.:    Prima non ha mai raccontato questa storia, come mai adesso sì?
H.A.:    sarebbe stato difficile fare da “apripista” in quel momento, adesso invece sono passati molti anni.
D.:    Ma lei sapeva che erano informazioni molto importanti…
H.A.:    Sì, ma non gli davo importanza tale da parlarne in giro. Per di più, a quell’epoca, dei campi di concentramento
— di cui si dà la colpa a queste persone — non si sapeva quasi nulla. Adesso invece si conosce la mole degli orrori della guerra.
D.:    Essendo in quel momento l’uomo più ricercato del mondo, era rischioso andare a spasso con Hitler per Mar del
Plata…
H.A.:    Esatto. Ma, in realtà, lui era sempre in auto… io credo che Hitler fosse protetto perché i servizi d’Intelligence dovevano saperlo che Hitler era in Argentina. Credo che le grandi potenze lo proteggessero nell’eventualità di una guerra fra Stati Uniti e Russia. Hitler sarà anche stato cattivo però era stato seguito da tutto il popolo tedesco.
D.:    Non le fa fatica adesso credere che, in alcune occasioni, è stato alla presenza di Hitler?
H.A.:    Sono sicuro che fosse Hitler, non ho mai fatto fatica a crederlo.
D.:    Lo ha mai visto passeggiare per Mar del Plata?
H.A.:    Non l’ho mai visto camminare per strada, andava sempre in auto, tranne una volta. Fu sulla costa, scese dalla macchina e si fermò a guardare il mare. Era un uomo che, nelle condizioni in cui era, non poteva camminare molto. La signora praticamente lo teneva per mano. Lui trascinava i piedi.
D.:    Hitler si muoveva liberamente?
H.A.:    Secondo me era un uomo molto controllato dalle sue guardie del corpo. Gli imponevano persino degli orari quando parlava con Pavelic. Parlavano fra di loro, poi una delle guardie dava come l’impressione di dire “basta, andiamo!” e se ne andavano.
D.:    Crede che avesse molto denaro?
H.A.:    No, non credo. Io credo che altri gestissero il suo denaro. Addirittura la stessa opera di Pavelic si fermò per mancanza di fondi.
D.:    Crede che Hitler fosse malato?
H.A.:    Si. Credo avesse problemi circolatori.., era molto pallido, molto bianco…
D.:    Prendeva qualche tipo di medicinale?
H.A.:    No, almeno io non l’ho mai visto prendere farmaci.
D.:    Sembra conservare un buon ricordo di Hitler…
H.A.:    L’impressione personale che ho di lui — soltanto a vederlo — era buona, anche se ciò non toglie che abbia
commesso degli orrori in guerra. Traggo le mie conclusioni da quello che ho vissuto e ho visto.


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