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Napoli – 12 giugno 1946

DeGasperiNel pomeriggio del giorno 11, De Gasperi aveva a cuore solo l’unità morale e territoriale d’Italia, così in serio pericolo. La penisola, era politicamente spaccata in due: da Roma in giù prevalentemente a favore della monarchia e al nord per la repubblica; almeno secondo i sondaggi dell’ Osservatore Romano. Poi, il momento era delicato: l’Italia non era più monarchica e non era ancora repubblica; l’annuncio del passaggio di poteri era sconsigliabile perché la Corte aveva rinviato la proclamazione dei risultati definitivi del 2 giugno (anche se già si conoscevano…), inoltre incombeva l’ombra della Cassazione e non si sarebbe potuto instaurare nemmeno un governo provvisorio repubblicano che sarebbe risultato illegale.
Alle otto di sera, al Quirinale arrivarono le voci che qualcosa di grave stava succedendo nella piazza «monarchica» di Napoli, ma tutto sembrava ancora sotto controllo. Un annuncio di passaggio di poteri poteva determinare la guerra civile.

peopleNapoliL’indomani, 12 giugno, la situazione precipitò, per ciò che accadeva a Roma e per ciò che accadeva lontano da Ro­ma. Napoli, almeno la Napoli monarchica dei bassi, era in rivolta. Già si erano lamentati due morti in incidenti politici prima del 10 giugno; il 12 i morti furono 11, e si rischiò una carneficina. fr3Sui muri della città erano apparse scritte «Viva Masaniello! Abbasso la Repubblica!», e un «Movimento di li­berazione del Mezzogiorno» aveva fatto affiggere un mani­festo farneticante: «Ci proponiamo, seppure col cuore stra­ziato di fronte agli eventi che infrangono l’Unità d’Italia, di ridare alle nostre regioni del Mezzogiorno quella libertà e quell’indipendenza politica ed economica, che già le resero tranquille e prospere». La mattina, un battaglione allievi di Ps mandati da Roma e visti come braccio armato del Nord prevaricatore, vennero coperti d’insulti, quando non attaccati. Non fu mai accertato che qualcuno avesse di proposito provocato i disordini. Non oc­correvano istigazioni, in quell’atmosfera sovreccitata. All’u­na del pomeriggio, fu presa d’assalto la sede della Federazione comunista (s’era insediata, in via Medina, negli uffici della Federazione fascista). La rabbia della folla era divampata perché ad una finestra era esposto, insieme alla bandiera rossa (o sovietica…) anche un tri­colore con l’immagine d’una donna turrita, anziché lo scu­do di Savoia, sul rettangolo bianco. fr2In un tumulto proprio alla Masaniello furono rovesciate vetture tranviarie; erette barricate agli sbocchi di Piazza Municipio e parecchi scal­manati, dopo aver preteso invano che le bandiere fossero ammainate, presero a scalare la facciata della sede comuni­sta, i cui occupanti sbarravano porte e finestre. Intervenne­ro carabinieri e polizia, anche con autoblindo. Vi furono scontri e scaramucce che si prolungarono per ore mentre veniva buttata benzina su improvvisate cataste, date poi alle fiamme. Si sparò, con pistole, fucili, mitra, furono anche lanciate bombe a mano. Tristissimo il bilancio: due carabi­nieri e nove giovani o addirittura ragazzi (tra essi una stu­dentessa ventenne di Milano) uccisi, una settantina di feriti alcuni dei quali gravi. Giorgio Amendola, sottosegretario al­la presidenza, presente casualmente a Napoli, era nella Fe­derazione comunista; fu «fermato» nel trambusto, dalla Mi­litary Police alleata e in breve rilasciato. fr1I monarchici si erano scatenati, ma qualcuno, tra le forze dell’ordine, aveva perso la testa. Ricordò Romita: «Fra i provvedimenti che adottai ve ne fu uno veramente drastico: in una sola notte feci sosti­tuire tutte le forze dell’ordine presenti a Napoli. In tal mo­do portai sul posto elementi nuovi, estranei all’ambiente, più liberi di agire con quell’imparzialità che il delicato mo­mento imponeva».
Il nuovo governo dovrà impadronirsi delle leve di comando e assicurare l’ordine pubblico (cioè – menare la gente se occorre… – n.d.r) in un clima di assoluta severità, almeno sino all’annuncio della proclamazione definitiva! – fu il suggerimento di un capo di Ps. In questo modo, Napoli stava per essere debellata per la terza volta; la prima volta dai tedeschi, dagli americani poi ed ora dalla sua stessa polizia di stato per ragioni di stato.

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ergo sum

comitatoE’ il principio dell’ auto-determinazione che regola tutto. Probabilmente, che legittima tutto; fin dall’antichità.  E’ sufficiente che poche persone (ad es. … che si pensano… blu) si riuniscano e si determinino (ad es. in un comitato) perché la cosa abbia già un inizio.

Tale principio costituisce una norma di diritto internazionale generale cioè una norma che produce effetti giuridici (diritti ed obblighi) per tutta la Comunità degli Stati. Le comunità di persone all’interno di uno Stato che si auto determinano aspirano, infatti, a vedere garantiti i diritti ad esprimersi, a relazionarsi e a vivere secondo le proprie convinzioni, i propri usi e costumi. Appare evidente che per passare da uno stato di minoranza irrilevante a quello di unità politica occorre sicuramente un altro requisito: il numero di adesioni. Non quindi il peso politico dei componenti o la loro autorevolezza, ma la consistenza di questa nuova volontà. Ma è davvero così?

CLN-setupLo è stato. Almeno all’alba del 9 settembre 1945, quando Ivanoe Bonomi (PDL, Presidente), Scoccimarro e Amendola (PCI), De Gasperi (DC), La Malfa e Fenoaltea (PdA), Nenni e Romita (PSI), Ruini (DL), Casati (PLI) fondarono il CLN.

Di seguito alla contingenza degli avvenimenti e all’entusiasmo della riscossa, entro la fine dell’ottobre si  costituirono anche i primi Comitati Regionali e Provinciali. Dopo la caduta del presidente del Consiglio (Mussolini), nonostante l’inconcludente presenza del R. Governo (non ancora fuggito) l’auto-determinazione ha preso sostanza e dimensione. Ma….?

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Il principio di cui parlo fu solennemente enunciato in occasione del Trattato di Versailles 1919 ed è un diritto, cioè è il riconoscimento della capacità di scelta autonoma ed indipendente dell’individuo. Un Diritto fondamentale dell’uomo e del cittadino, dal 1979.

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Roma città a…parte; (terza parte)

Facciamo un passo indietro. Partendo dal concetto che Roma NON è stata distrutta per i patteggiamenti di Pio XII.

Se questa tesi la si può accogliere più o meno serenamente, non si può non far menzione dell’atteggiamento tenuto dal pontefice a guerra finita. Qui si alzano nubi che non verranno mai dissipate, temo. Ma andiamo per gradi.

Fonti vicine alla Chiesa lo sostengono asserendo; (cito):

«Solo Dio sa quanto Pio XII, aiutato dai suoi collaboratori, abbia tessuto relazioni, lui, unica autorità rimasta in Roma, perché in Roma non si combattesse, perché Roma non fosse bombardata, perché i nazisti si ritirassero e gli alleati attendessero alcune ore prima dell’ingresso in città, senza iniziare un bombardamento intensivo delle truppe nemiche in ritirata. ll piano di rapire il pontefice, il disegno di combattere casa per casa non si era realizzato anche perché il papa non aveva commesso passi falsi. E le affermazioni sulla città e la sua popolazione erano pesate a mantenere l’equidistanza dei romani e, con loro, degli italiani tutti. Il pontefice, coscientemente, faceva scrivere che la popolazione romana aveva aiutato anche “i nazisti feriti e più affranti”, ad evitare di fornire ogni appiglio per una possibilità di rappresaglia o vendetta nelle successive città dell’Italia del Nord nelle quali si sarebbe ancora combattuto. Continua a leggere


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