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E’ una questione di prospettive. Ma se si guardano le cose con gli occhi di oggi tutto sembra ai limiti del possibile. Come si fa a lavorare di giorno come muratore o come bracciante e la sera, poi, trasformarsi in esecutore di delitti indicati quasi all’istante? E, addirittura, su piazza? Forti delle conoscenze personali quotidiane, si facevano garanti di false collaborazioni altrui con fascisti o tedeschi e prelevavano con false promesse di ritorno al malcapitato. Ma di questo ho già parlato mille altre volte. Il nodo di questa situazione è la sua forzata “pseudo legalizzazione“. Il Decreto legislativo luogotenenziale n. 96 del 6 settembre 1946 estese i termini massimi al 31 luglio 1945. Esso all’articolo 1 recitava: “[…] non può essere emesso un mandato di cattura e se è stato emesso deve essere revocato, nei confronti di partigiani, dei patrioti e (degli altri cittadini che li abbiano aiutati) per i fatti da costoro commessi durante l’occupazione nazifascista e successivamente sino al 31 luglio 1945 […]”, escludendo i casi di rapina. Il Decreto fu ratificato con la Legge n. 73 del 10 febbraio 1953 (Ratifica di decreti legislativi concernenti il Ministero di grazia e giustizia, emanati dal Governo durante il periodo dell’Assemblea Costituente).

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La situazione di quei giorni era complessa e confusionaria: nelle pubbliche istituzioni vigeva uno status di cose che prevedeva due polizie: una politica, costituita da ex-partigiani (mica tanto ex…) e una istituzionale retta dai Carabinieri appena ricostituiti. La “polizia politica” faceva capo alle federazioni del PCI e all’ANPI che ne nominava i capi. Generalmente scelti tra le figure che avevano ricoperto il ruolo di commissari politici nel corso della guerra, si avvalevano dell’appoggio armato di quanti detenevano ancora armi a dispetto delle disposizioni di smobilitazione. L’altra polizia, erano i Carabinieri non scioltisi nella GNR nel 1943. Fra le due polizie v’erano fortissime contrapposizioni. Direi, al limite. Qualcuno racconta di una mal tollerata ed insostenibile coesistenza.

GenunzioGuerriniCome nell’episodio del 24 ottobre alla Questura di Ravenna, condotta ancora dal Partito comunista attraverso il questore-muratore Genunzio Guerrini, già capo del GAP a Ravenna e da Mario La Sala, Mario-La-salasedicente capo della squadra politica Mario Piermattei e da altri agenti ex partigiani comunisti. A garantire invece, per quanto si poteva e con le forze di cui potevano disporre, i soli Carabinieri che si trovarono obbligati ad eseguire un ordine di cattura contro quattro partigiani di Lugo accusati di omicidio plurimo aggravato.

Il fatto.

Il Guerrini entrò furioso senza bussare, nello studio del procuratore, a Palazzo di Giustizia, Angelo Maria Gasbarro, pretendendo l’annullamento di quegli ordini perché, a suo dire, i partigiani erano i “liberatori del Paese dal nazifascismo”. Con molta tranquillità il procuratore rispose che se un ordine era stato emesso nel rispetto della legge, significava che doveva essere eseguito senza tante storie. Il Guerrini si infuriò. Si abbandonò a offese e minacce e disse: « se lei non revoca quei mandati di cattura io la faccio arrestare! ». « E lei farebbe arrestare me? » e alzò il telefono per chiamare il maggiore Argenziano e due graduati. Guerrini uscì precipitosamente per ritornare qualche istante dopo accompagnato da un individuo armato che si presentò come segretario provinciale dell’ANPI. Il procuratore lo invitò a ripetere la frase – se non avesse revocato gli ordini lo avrebbe fatto arrestare – ed il Guerrini replicò la frase con la stessa veemenza ma notando la mani del militi sulle armi e, sbraitando altre minacce, uscì gesticolando dall’ufficio.

La cosa avrebbe potuto innescare una guerra aperta tra Carabinieri e partigiani. Il procuratore informò la presidenza del Consiglio e il ministro di Grazie e Giustizia che era Togliatti che qualche giorno dopo rispose con una lettera di scuse. ” ... mi associo al deploro dei magistrati di codesto ufficio per l’increscioso incidente. Le giunga all’occasione la mia parola di incoraggiamento e di solidarietà nella difesa delle istituzioni dell’Ordine Giudiziario. Cordialmente, Togliatti“.

Coerentemente con la sua doppiezza, ne scrisse un’altra ai compagni dirigenti di Ravenna con la quale esprimeva loro la solidarietà del Partito.

circolareBoldriniA difesa dell’operato partigiano nella provincia e per rimarcare il disturbo creato dall’Arma dei Carabinieri, l’amico Boldrini si fece sentire per lettera, forte del peso politico del Partito.

nelle foto :  Genunzio Guerrini – a destra

Mario La Sala – a sinistra

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quadroRa

Ulteriori info in:

crimini partigiani provati

eroi senza macchia

il lato oscuro di Bulow

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