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Hunting Hitler 3 – ep.8

Da un rapporto della CIA, scritto però nel 1984 e ottenuto da interrogatori forzati su nazisti, emerge che l’America Latina era stata suddivisa tra vari agenti: Walter Rauff era stato assegnato il Cile e Mengele in Paraguay.
Sono cose sapute poi solo 30 anni dopo la fine del conflitto mondiale e quindi a bocce ferme; di conseguenza, senza nessuna utilità pratica.
Walter Rauff era il Capo della polizia segreta in nord-Italia, responsabile dei “camion della morte”, fautore della morte di 100mila persone nell’Olocausto; personaggio vicino ad Augusto Pinochet (famoso dittatore cileno), gestore principale di Colonia Dignidad; al suo funerale nel 1984 si presentarono centinaia di nazisti di tutti i ranghi.  Rauff era anche dietro la D.I.N.A., un’organizzazione creata da uomini con forti esperienze militari e da civili con lo scopo di eliminare ogni opposizione. Sto parlando di una Polizia di Stato che si occupava di controllare anche la popolazione, all’occorrenza. Una simile era al comando di Franco in Spagna, ce n’era una in Cile e in Paraguay, senza dimenticare la Gestapo. Nata in Cile sotto la dittatura appunto di Pinochet, fin dal 1973, con tattiche estreme, come quelle dei nazisti.

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Dagli archivi di Stato del Cile risultano alcune foto di nazisti mai visionate prima (possibile?)

Uno dei compiti di questa organizzazione era quello di distruggere il canale di Panama e se ci fossero riusciti avrebbero paralizzato l’America.
Canale di Panama, ancora un territorio degli Stati Uniti, nel 1973; un attacco diretto al territorio americano!
Qui in Cile stavano organizzando reti di comunicazione; se si sta programmando una vera rete di spionaggio queste strutture sono indispensabili.
Nella foto sotto c’è un sistema per comunicare un tutto il Sudamerica e un’altra era a Villa Grimaldi (che sembra un nome italiano), il più importante centro di tortura in Cile. E a questo proposito, in Cile ce n’erano 754 (censiti).
Il nazismo in Sudamerica era radicato molto di più di quanto si possa pensare, con 800 campi militari.

Indagando sui campi in Cile si scopre che un contatto locale è stato imprigionato a 22 anni, con sua madre, a Pisagua (il nome del campo di prigionia);  appena arrivati sono stati picchiati, torturati e messi in cella direttamente da persone vicine a Walter Rauff che stava gestendo il campo. Sulla base di un file della CIA, attraversano il deserto di Atakama per raggiungere il campo di Pisagua dove rinchiudevano i dissidenti politici. Nel campo racconta che erano imprigionate circa 1400 persone che ciclicamente venivano torturate, a turno, con l’elettro-shock.

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cimitero di Pisagua (Cile) – dietro l’ex campo di prigionia

Ed ecco che ricompare il fatidico MisterX (per chi non sapesse a chi mi riferisco, guardare l’episodio 7 della scorsa settimana) e … a proposito:

Come è andato a finire il vaglio delle 5000 schede di immigrazione in completa donazione gratuita?
Nella puntata a seguire non è stato più comunicato nulla. Strano, no?
Quello che si è presentato come se qualcuno arrivasse oggi con i documenti che identificano i mandanti e gli esecutori del delitto di John Kennedy, con la faccia più tranquilla di questo mondo e non chiedesse nulla in cambio.

Commento a seguire: the Final Evidence di Hunting Hitler non è una conquista dell’intelligenza del ricercatore, non è frutto della somma delle risorse trovate, ma una semplice donazione, un regalo di un insano privato, che ha servito su un piatto d’argento una quantità di rivelazioni in un colpo solo, che anni di studi e di ricerche di tante persone che hanno speso una vita per una causa e che uno solo, tradendo l’omertà tedesca, ha potuto infrangere con un atto inaudito senza precedenti nella storia.

Insomma, MisterX ha acconsentito, non pago, di incontrare la squadra in Cile e ha ammesso di essere in possesso di alcuni documenti di Walter Rauff e di tutto il Quarto Reich.
Da una famiglia legata al gerarca Rauff, è venuto in possesso di un gruppo di negativi su poliestere sui quali sono impresse le ultime volontà di Adolf Hitler.
Per un cultore potrebbero essere come un Vangelo scritto da Dio in persona.
Il testamento di Hitler:

Del testamento sembra che ne fossero state redatte tre copie e inviate con tre corrieri fuori dal bunker, ma furono tutte intercettate dai russi.
Quindi una quarta copia era stata filmata e portata su microfilm all’insaputa di tutti. Uno degli gruppi di SS fuggiti da Berlino è potuto arrivare in Cile e consegnare a Rauff il materiale ultimo.
Quindi il Cile era stato scelto preventivamente come destinazione finale del III Reich.

La via di fuga verso nord era valida come quella verso sud.
E se è solo per quello, almeno a livello teorico, lo sono anche le altre proposte negli ultimi decenni.
Comunque, un conto è controllare e confermare le possibilità di fuga e un altro conto, impossibile da verificare, sarebbe sapere con certezza quale direzione ha scelto in quel momento, nel 1945.
Per conto mio, nulla è risolto in modo definitivo, se non una parte della rete Die spinne o rat-line.

Il team di Baer si dichiara soddisfatto di tre anni di indagini dichiarando che le prove ottenute sono abbastanza solide per sostenere che, se da una parte la CIA raccoglie le prove indiziarie e l’FBI si occupa di applicare la legge americana, ciò che è emerso ci permette di smantellare la farsa di un Hitler morto nel bunker di Berlino, un semplice racconto storico a cui tutti hanno dovuto credere, bugie per la massa per poter ricostruire dopo la guerra.
Ma il primo monito è sempre quello di dubitare dei racconti ufficiali, mossi sempre da occulti interessi politico-economici mai svelati.

un ringraziamento speciale a Guido Hanselmann per il suo contributo fin qui offertomi.

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Hitler e la CIA. piccole note team557

Dal 1945 in poi non si pensi che la vita di Hitler ed del suo entourage sia stata facile. E poi nessuno ha parlato più di Eva Braun. Ci si è fatto caso?
Ma per la signora o signorina, al tempo (non ci è dato sapere…) la vita deve aver regalato momenti di pura tribolazione. Perchè intanto c’era, o c’erano, figli piccoli da accudire, con tutto quello che comporta, e con tutti gli spostamenti al primo cadere di una foglia: le ripercussioni della guerra persa, il fallimento dei propri obiettivi, la paura di perdere quanto da portare ogni volta, i rapporti da mantenere (anche col denaro); quegli argomenti erano destinati a pesare come macigni. Otretutto, nella sua posizione, superando l’aspetto-orgoglio, credo che occorressero sempre moltissime energie nervose e fisiche, per superare quei momenti.

Penso che la paura oggettiva di essere catturato fosse l’ultima delle sue preoccupazioni. Leggendo molto di quello che mi è capitato tra le mani ho maturato la convinzione che questo signore, senza nessuna difficoltà, ha potuto girare indisturbato in tutto il Sudamerica. 15 giorni da una parte, 2 mesi da un’altra, sempre in compagnia di gente che parlava tedesco e parlava il suo verbo politico. Tutto questo, cullato da un’indifferenza locale impressionante. E poi la guerra europea era una cosa così lontana…
Non era importante. Se anche qualcuno lo poteva aver visto, non faceva quasi alcuna differenza.. In più, il tempo giocava a suo favore.
In fondo si trattava di ricominciare da un’altra parte, però con tanti mezzi. Almeno inizialmente.

Sul sito El Comercio, in base ad una traduzione sommaria, appare la dicitura che secondo alcuni la CIA e l’MI6 avrebbero potuto arrestarlo!
Certo. Facile come bere un bicchiere d’acqua!

Dunque:
l’MI6 sapeva quello che la CIA gli faceva sapere e forse qualcosa meno…
la CIA sapeva benissimo che proprio perchè si trattava di Sudamerica le cose erano più complicate del solito.
A parte il fatto che con tutte le guardie del caso, quando qualcuno di estero viene a mettere il naso in comunità tedesche radicate in zone così particolari, queste si chiudono a riccio e non si riesce neanche ad arrivare, con tutti gli informatori sguinzagliati ovunque, chi lo deve sapere ne viene a conoscenza per tempo e con largo anticipo e regolandosi di conseguenza. Come minimo.
Senza contare, ne ho già parlato, dei problemi legali che la cosa avrebbe comportato. Non è che uno arriva in un altro stato, gira dove vuole e fa quello che gli pare: no! Un conto è averne il sospetto, un conto è il poterlo fare. Verosimilmente, con l’Argentina di Peron c’era poco da fare e da sperare. Casomai, poteva essere praticabile l’inverso: cioè che si facesse vivo Hitler per scambi di informazioni o altro. Alla fine degli anni ’40 Hitler era ormai solo un civile, anziano, senza autorità e solo icona di una guerra finita e sepolta; adesso c’era un altro interesse concentrato a Oriente e molto più pressante.

L’opinione mondiale aveva acquisito l’informazione che Hitler era morto suicida nel bunker di Berlino e la cosa era finita lì.


Martin Bormann. more info

La curiosità ha spesso un prezzo: per ottenere risultati appaganti occorre essere abbastanza bravi e determinati. Nel mio caso, invece, credo sia solo una questione di mera fortuna. Ecco cosa ho potuto reperire su Bormann, DOPO il 1945.

  • Esistono documenti ufficiali argentini su Bormann, anche se la maggior parte di essi sembra essere misteriosamente scomparsa dagli archivi. C’è comunque ancora un documento, datato 5 ottobre 1960, firmato dal vice Commissario Justo Horacio Gómez – capo dell’Ufficio Divisione Federale – che riporta informazioni precise della presenza di Bormann in Argentina (rapporto 5-5-2. n° 99786). Altri rapporti sono contenuti in documenti della SIDE (Servizio di Intelligence dello Stato) datati 1960, mai desecretati, che si riferivano ad un libro segreto DAE (sempre del 1960) in cui c’era la pratica molto chiara, n. 3163, incredibilmente sparito o distrutto secondo quanto riportato dalla documentazione ufficiale del Coordinamento Federale.
    (qui la storia si allungherebbe ulteriormente, ma qui bisogna avere dei privilegi che io non ho)
  • Il 21 gennaio 1949, gli Stati Uniti richiesero ufficialmente la cattura di Bormann all’Argentina.
    (gli americani non richiedono ufficialmente una cattura se non sono matematicamente sicuri delle informazioni in loro possesso)
    Un sollecito fu inoltrato a tutte le unità del Coordinamento Federale (Polizia federale), secondo pratica dell’Interpol n.7490, ma la richiesta fu abbandonata clamorosamente per mancanza di un documento nel momento in cui si doveva effettuare una copia dei tanti spostamenti a cui il materiale relativo era sottoposto.
    Documentazione “mancante” ab libitum.
  • Nel 1953, nella casa che Perón aveva a Buonos Aires, in calle Teodoro García nel quartiere di Belgrano, il commissario Jorge Colotto (capo della guardia personale del presidente argentino) è stato testimone di almeno un paio di incontri fra Juan Domingo Perón e Martin Bormann.
  • Nel 1996 è stata visionata una copia, autenticata da notaio, di un passaporto che sarebbe stato usato da Bormann. Il documento, emesso a nome di Ricardo Bauer – di nazionalità italiana – (italiano, con un nome così?) era in ottimo stato e apparteneva alla Repubblica dell’Uruguay, con n. 9862. Come registrato nel documento, lo stesso sarebbe stato emesso dall’ambasciata uruguayana di genova, il 3 gennaio 1946 e, conformamente ai timbri dell’ufficio migrazione, sarebbe stato usato per viaggiare fra Italia e Francia nel 1947. Il passaporto scadeva  il 3 gennaio 1951 e non fu mai rinnovato. Nella foto appare un uomo di fisionomia molto simile a Bormann, registrato con professione di agricoltore con la particolarità singolare di una cicatrice vicino all’occhio sinistro, riportata anche alla voce “segni particolari”.
  • Il capitano delle SS Herbert Habel – che arrivò in Argentina con l’identità falsa di Kurt Repa, raccontò che Bormann era scappato da Genova nel 1947 (intervista apparsa sul quotidiano La Mañana del Sur) con l’aiuto dell’agente Franz Ruffinengo (un austriaco che lavorava con Perón) incaricato specializzato nell’aiutare nazisti in fuga dall’Europa. Esiste (se non si è perso) un foglio, scritto a mano, di Bormann che ringrazia Ruffinengo con queste parole: «voglia Dio che io abbia la possibilità di aiutarla così come Lei ha fatto con me. – f.to Martin Bormann -».  Era datato 24 aprile 1947, giorno in cui Bormann si stava imbarcando su una nave, battente bandiera egiziana (che trasportava banane), per uscire dall’Europa.
  • Nel 2011, il collaborazionista belga Paul van Aerscholdt disse che Bormann visse in Paraguay e Bolivia, dopo la guerra, con l’identità del prete Agustin von Lembach. Il belga disse inoltre di essersi incontrato con Bormann “quattro volte nel 1950” a La Paz. “Veniva dal Paraguay e stava preparando, con una ventina di ufficiali un colpo di stato per spodestare Perón, in Argentina”.
    Può sembrare folle che Bormann volesse far cadere Perón che tanto aveva aiutato i nazisti, ma i due erano entrati in conflitto sul tema della confisca dei beni espropriati ai tedeschi dal governo quando l’Argentina  dichiarò guerra all’Asse nel 1945.
    Nel 1945 Perón aveva restituito una percentuale bassissima di queste proprietà ai loro legittimi proprietari tedeschi, nonostante i reclami degli stessi. Il leader del giustizialismo aveva trattenuto alcuni valori introdotti clandestinamente nel Paese dai nazisti, che “non gli spettavano” provocando le ire di Bormann.
    Si parla di una montagna di soldi e proprietà immobiliari. Più propriamente, di una “catena montuosa” di soldi, di cui anche Evita Perón si era avvantaggiata negli anni precedenti.

Certo è che Bormann visse gli ultimi anni della sua vita in Paraguay, dove manteneva rapporti con l’Ambasciata tedesca di Asunción, come rivelato dai documenti ufficiali di quel Paese. Alcuni di questi attestano che anche il suo decesso, causato, come ho già scritto, da un cancoro allo stomaco e la sepoltura nel cimitero di Itá.
Solo il suo cranio venne riesumato e insieme ad altre ossa, sepolto a Berlino, dove fu successivamente dissotterrato per far credere al mondo che là era morto nel 1945, vicino alla stazione Lehrter.

 

secondo la rete:

  1. La testimonianza è di Erich Kempka, autista di Hitler, che lo vide addirittura colpito dall’esplosione di un carro armato.
  2. un’altra rivelazione è di Guido Giannettini, famoso agente «Z» del Sid che lo vedrebbe sepolto a Roma (vedi articolo)

E’ sempre impressionante la montagna di bugie riportate sui libri, sui giornali, nella rete, di moltissime cose relative ai nazisti.

Per ulteriori info:


il collo di bottiglia … storico

brevi cenni introduttivi per capire il contesto del mio pensiero.

Nel 1959 il successore di Stalin, Nikita Cruscev, ritenne opportuno intervenire nel dibattito su Hitler e la Seconda Guerra Mondiale allora in corso, con toni ancora molto accesi, nella Repubblica Federale tedesca. Egli diede indicazioni affinchè certi materiali facenti parte dell’ “operazione Mito” fossero resi accessibili a storici fedeli al Partito. Venne fatta una copia del volume “il Dossier Hitler” per la Commissione ideologica presso il Segretariato del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica.
Il Dossier Hitler” è un rapporto, figlio di un’indagine sovietica ordinata da Stalin subito dopo la resa germanica dell’8 maggio 1945, che consta di 413 pagine dattiloscritte sulla vita di Hitler dagli anni dal ’33 al ’45.

Perchè parlo del Dossier Hitler?

Perchè questa è al fonte, direi unica, da cui tutti, e ripeto, tutti hanno attinto notizie sul dittatore tedesco, dall’immediato dopoguerra in poi.

Sembra esagerato, ma è così. Scrittori, storici, documentaristi, hanno interpretato negli anni parti per creare a loro volta altri saggi, libri, ecc. E’ il Sancta Sanctorum su Hitler nella sua ascesa e nella II Guerra mondiale.

Ma il punto non è questo.
La base principale del manoscritto redatto a suo tempo dal gruppo di lavoro dal Ministero dell’Interno furono le dichiarazioni e le deposizioni rilasciate di due uomini che per anni erano vissuti, giorno dopo giorno, astrettissimo contatto con Hitler: Heinz Linge e Otto Günsche. Secondo i dati ufficializzati (con l’approvazione di Stalin) fu a loro che Hitler ordinò di dare alle fiamme il proprio corpo e quello di sua moglie Eva.

Mi fermo qui.     E ragiono.
Abbiamo potuto leggere in questo blog che le cose non stanno affatto così. Grazie alle teorie fornite dalla serie Hunting Hitler e dalle informazioni desunte dal confronto di tre volumi famosi [due, più di tutto, per la precisione] abbiamo capito che invece esitono prove decisive della sua fuga in Sudamerica (si vedano gli Escaping_files) e che quello che è stata inscenata nel bunker di Berlino è una farsa per coprirne la fuga (a morirne per davvero fu un sosia – di nome Gustav Weber) e, se tanto mi dà tanto, mi appare naturale considerare che anche il resto sia verosimilmente compromesso, perlomeno in molte parti.
Ricordo che Linge è stato prigioniero per 3 anni dei sovietici che gli hanno estorto (è il caso di dirlo…) ogni informazione che concordasse anche con il pensiero di Stalin stesso. Nel 1959, in aprile, il libro aveva superato l’approvazione del Comitato sopracitato ma non quella del Partito, perchè parti decisive non corrispondevano alla loro propaganda ufficiale, in quel momento.
Ragione per cui il volume subì un’ennesima revisione con data di pubblicazione da destinarsi, non appena ri-controllato e ri-approvato.
Lo asseriscono anche Mattias Uhl e Henrik Eberle, redattori di una prefazione del libro Il Dossier Hitler.
E’ evidente che questa procedura crea il sospetto di essere viziata da interpretazioni e censure politiche per motivi diversi; parallelamente ci si può chiedere come mai per un volume che doveva essere così universale, non si sia potuto intervistare qualcun altro.
Per esempio, le centinaia di segretarie del Fuhrer, le lavoranti della stanze private, gli amici del Berghoff (che sono stati disponibili fino agli anni ’90), altri ufficiali funzionari che avevano un contatto quotidiano. C’era una sacco di gente, attorno, c’erano i medici che avevano seguito Hitler giorno per giorno; tutte opzioni alternative, utili anche per gustarne le diverse prospettive, bellamente ignorate.
Di conseguenza, in base agli elementi conosciuti, le deposizioni dell’aiutante e del centralinista del bunker sono state e sono tuttora le verità storiche divenute ufficiali.
A causa dei forti dubbi sul suicidio di Hitler, Linge e Günsche furono più volte condotti a Berlino, dove dovettero riferire ancora una volta per filo e per segno come si erano svolte le ultime ore del Fuhrer ed indicare il luogo esatto nel quale era stato bruciato il cadavere.
I due militi tedeschi furono poi entrambi condannati a 25 anni di lavori forzati, ma nel 1955 vennero messi in libertà, insieme agli ultimi prigionieri di guerra detenuti in Unione Sovietica.
Il Dossier Hitler ebbe un processo di revisione irto di difficoltà.
Già nella traduzione in russo si doveva tener conto di due indicazioni contrastanti. Da un lato il testo doveva produrre un effetto di autenticità, perciò le ricche sfumature dovevano essere riportate  in modo fedele, al tempo stesso il testo doveva venire incontro alle abitudini di letture del committente Josif Stalin.
Ribadisco che queste testimonianze sono l’unica fonte che possediamo. Ed è proprio questo il punto. L’unicità.

Della serie che, se questi avessero preso l’incarico di mentire sul destino di Hitler o altro (cosa in verità possibilissima), tutto il mondo si dovrebbe appoggiare su una menzogna per tutti i decenni a seguire.
In fondo non era difficile. Un corpo di un sosia si era ammazzato sul serio, poi era stato opportunamente coperto e dato alle fiamme immediatamente, cioè, dico io, senza un minimo di commiato, di cerimonia benchè minima. Un po’ strano. Conoscendo i tedeschi.

Ma il punto è che non esiste controprova. Tutto è basato su deduzioni, su trattati teorici fondati su informazioni prive di contraddittorio. Ci si deve fidare. Ma mancano le prove provate delle verità naziste dette da un vero nazista.       Oggi.
Per ovvi motivi.

 

Linge è stato un fedelissimo di Hitler, praticamente dalla sua prima ascesa al potere, poi “domestico” intimo del Fuhrer al Berghoff, fino alla caduta del Reich nel ’45. Una di quelle persone che si sarebbe fatto sbudellare vivo pur di non tradire il “suo” Fuhrer e questo, a costo della sua esistenza.
Ma è possibile che si sia fatto mettere sotto da quattro idioti comunisti che gli facevano domande a ripetizione? Lui che sapeva di essere custode ultimo di segreti che il mondo voleva conoscere?
Secondo me a rispettato un copione per proteggere ciò che andava protetto… Lo avrebbe fatto anche l’ultimo nazista.


Escaping_files2017•18


dopo Hitler.

 

Oggi, e sto scrivendo nel 2017, non risulta più sorprendente che grandi magistrati e cartelli economici statunistensi abbiano sempre appoggiato Hitler e la sua politica. E questo deve far pensare.
Imprese come la Union Banking Corporation (Prescott Bush), la Brown Brothers, Harriman, Rockfeller, Ford, IBM, General Motor, Standard Oil e tantissime altre hanno finanziato e sostenuto Hitler perchè arrivasse al potere e poi lo hanno aiutato durante la guerra, nonostante gli Stati Uniti, formalmente, fossero nemici del Terzo Reich.
Gli aiuti non si sono limitati a fondi in denaro, ma anche minacciando l’embargo di forniture a clienti nel caso non avessero aderito alle operazioni.
La stessa cosa è successa in gran parte del sudamerica, in Paesi come Argentina, Brasile, Cile, Bolivia e Paraguay.


Se nel mondo civilizzato tante persone hanno creduto nel nazismo una ragione ci doveva pur essere, una ragione tanto valida da poter muovere capitali immensi e un lavoro, spesso clandestino o semplicemente occultato; un’idea diversa e molto lontana dall’idea che oggi si ha del nazismo che è solo accostato (per desiderio Alleato) all’Olocausto. A questo proposito il discorso che vorrei fare si allargherebbe molto e non è questa la sede per poterlo fare.
Mi limito a dire che centinaia di giornali, libri e film – Hollywood, come altre grandi aziende di comunicazione, nel dopoguerra hanno usato il verbo del consolidare le versioni concordate ufficiali allo scopo di diffondere un’idea comune per influenzare le coscienze e per mettere un punto definitivo ad una storia che era andata in una maniera completamente diversa.

Ci si domandi perchè si è creata l’operazione Paperclip. In realtà nazisti ed americani, verso il finire della guerra, avevano fatto un patto militare. E questo patto permise il trasferimento di uomini, valori e tecnologia verso gli Stati Uniti, salvando anche migliaia di nazisti che altrimenti sarebbero potuti cadere in mano sovietica, il che avrebbe significato per loro morte certa o, nel caso migliore, il confino in Siberia.

Per fare un punto chiaro si può ricordare che la fantastica tecnologia segreta nazista esisteva davvero. Potrà sembrare quasi incredibile ammetterlo, ma i nazisti avevano uno sviluppo eccezionale in tutti i settori della scienza, come ad esempio – la tecnologia antigravitazionale – che permetteva il sollevamento dei dischi volanti, creati dagli ingegneri tedeschi, usati in seguito dai militari americani a partire dal 45.

Il ruolo del Fuhrer, a partire dal suo esilio, era ormai quasi inesistente. In quel periodo era diventato un uomo anziano e debole, nascosto ai confini del mondo e senza alcun peso né potere reale.
Per questo, a mio modo di vedere, il fatto più significativo della storia non è la fuga in sè, ma, insieme ad essa, tutto ciò che ci è ancora nascosto dopo più di settanta anni.
Questo insieme di informazioni chiave, le loro implicazioni, dimostrano il vero e proprio intreccio operato da un’elite mondiale con gravi conseguenze per l’umanità.
Sembrerà ora logico che i vincitori della guerra abbiano nascosto la verità per non essere collegati ad un trama criminale di complicità che li coinvolgeva direttamente.

 


Escaping_files2017•17


pericolo.
Pavelic ferito in un incontro segreto.

Per l’ex presidente della Croazia nazista la pace finì nel 1957 quando, all’improvviso, fu ferito da sei colpi di pistola. L’attacco avvenne mentre stava tornando a casa, dopo una riunione segreta, in Calle Mermoz 643, nella località portegna di Lomas del Palomar. L’aggressione, con armi da fuoco, fu realizzata da agenti comunisti jugoslavi, anche se poi non è mai stato ufficialmente dimostrato. Pavelic si salvò per miracolo ma non si riprese più dalle lesioni causate dagli spari. Ferito gravemente ricevette i primi soccorsi e poi si architettò un piano di evacuazione per condurlo fuori dal Paese. Non si conoscono i dettagli della fuga. Tuttavia, grazie ad alcuni dati e fonti affidabili, sembra che si sia spostato in Patagonia prima di scappare in Spagna. La domanda sorge immediatamente, perché in Patagonia? Perché aggiungere migliaia di chilometri in più alla sua fuga e in quelle condizioni di salute?
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Reinhard Schabelmann: l’ultima intervista
il nuovo ruolo di Bormann.

La conversazione con questo signore è avvenuta con l’autore dell’intervista negli anni ’90. Nell’ultimo scambio epistolare rilasciò parole che riassumevano la situazione:

vi erano storicamente due schieramenti in campo, da una parte quelli che, con il frutto di ciò che riuscirono a spedire (in Argentina) — i proventi derivati dall‘aver mantenuto il silenzio e i compensi ottenuti per aver lavorato con il partito — comprarono proprietà, misero in piedi piccole industrie o si convertirono in semplici cittadini finanziariamente forti (molti si stabilirono a Bariloche, Rio Negro, altri si spostarono in Cile). Dall’altra — quelli che maneggiavano il grosso del bottino, trasferito già dai primi anni del conflitto — iniziarono a prendere le distanze dall‘utopica idea di riorganizzare il partito da qui (dall‘Argentina) e decisero semplicemente di investire i beni per il proprio personale beneficio. Si produsse quindi un’aspra lotta interna, fra coloro che fecero il lavoro “sporco” durante la guerra (le SS) e quelli più intelligenti che si impossessarono del bottino. Per anni questo è stato motivo di un costante, come dicono qui, “passaggio di esecuzioni” pagate con la vita.
Nello scontro eravamo tutti divisi ”. Fra i beni vi erano “migliaia di ettari a Cordoba, Santa Fé, il Litorale, Tucumàn; nel sud, a Mendoza, laboratori e il finanziamento di certi affari che nulla avevano a che vedere con i principi che avevamo
”, assicurò Schabelmann.

L’arrivo del gerarca nazista Martin Bormann in Argentina, avvenuto quasi tre anni dopo a quello del Fuhrer, accelerò il processo di intrighi e tradimenti fra nazisti latitanti, la cui causa di disputa principale fu disporre di cifre milionarie, terre acquisite, società tedesche create nel contesto dell’organizzazione finanziaria, oro e altri valori. In tal senso, le parole di Schabelmann sono molto chiare: “una volta – morto – l’Adolf Hitler condottiero, ci dovevamo preoccupare soltanto di un civile (lo stesso Hitler latitante in Argentina) questo facemmo e fin là arrivò la nostra missione. Quando Bormann arrivò in Argentina, la questione prese un‘altra piega. Diversi di noi ignoravano la situazione. Il governo di Adenauer, praticamente fino al 1951, fu gestito a livello economico dagli americani e a livello politico da Bormann ”.

Hitler era il passato, il passato doloroso della guerra sempre più lontano. Bormann — riciclatosi nella nuova epoca grazie alla sua intelligenza, ma fondamentalmente perché aveva le chiavi di accesso al denaro — era il presente, l’uomo che gestiva le finanze milionarie dei nazisti in esilio e i rapporti con il potere politico e militare internazionale.

Il punto è che, quando arrivò nel Paese sudamericano, fu chiaro a tutti i nazisti che colui che gestiva le finanze era lui e quindi ” lui ” deteneva il potere reale. In quel momento, l’ “eminenza grigia” — come lo chiamavano tutti — prese le distanze dal Fuhrer, costretto ad un’uscita di scena obbligata e alla clandestinità.
Hitler, morto, ma vivo, non era più utile né a Bormann, né alle Potenze Alleate.

E dal 1952 in poi, alla morte di Evita si aprì una caccia forsennata ai conti svizzeri aperti dalla sua sposa e con esiti letali per alcune persone. Bormann iniziò presto ad avere forti contrasti con Peron soprattutto in materia di affari. Si parla di tonnellate d’oro ed una montagna indescrivibile di soldi; finanze dalle quali Hitler era completamente estraneo e che interessavano solo a nazisti e presunti tali.
Il Fuhrer già non gestiva più l’argomento e per questa ragione si trovò, ad un certo punto, in difficoltà economica; la sua unica preoccupazione era quella di sopravvivere nel mondo del dopoguerra.
Come spesso lo si è sentito di ripetere, ” la sua grande fortuna consisteva nell’essersi salvato e poterne godere, nel suo esilio, insieme con Eva Braun “.


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