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10 settembre 1943. cronaca militare

il 10 settembre, venerdi, è la giornata in cui crolla quasi tutto.
E’ la resa militare italiana.

  •  ore 3,30: il colonnello Giaccone riferisce prima a Calvi e poi a Carboni l’esito dei colloqui notturni con il comando tedesco: Roma sarebbe stata dichiarata “città aperta”; i tedeschi sarebbero rimasti fuori dei limiti cittadini; la divisione Piave avrebbe presidiato il centro della capitale; tutti i reparti italiani sarebbero stati sciolti dopo aver ricevuto l’onore delle armi. I tedeschi avrebbero potuto occupare soltanto la loro ambasciata, la centrale telefonica e la stazione radio.
    Una tregua d’armi sarebbe stata dichiarata dalle sei alle dieci del mattino in attesa della risposta ufficiale italiana.
    Carboni, in linea di principio, si dice d’accordo.
  • ore 6,10: Caviglia invia, tramite Supermarina, un radiogramma al re chiedendogli la temporanea concessione dei pieni poteri, onde far funzionare il Governo in assenza di Badoglio.
    La risposta, positiva, del re non arriverà mai a Roma!
    L’ipotesi più accreditata è che Badoglio, non fidandosi di Caviglia, abbia “bloccato” l’invio.
  • ore 7,00: Carboni rientra improvvisamente a Roma, convocato da Sorice, al Ministero della Guerra.
    Giaccone poi torna da Kesselring comunicandogli l’accettazione di Carboni.
    Kesselring cambia il testo dell’accordo: ci sarà un comando militare tedesco dentro Roma.
    Giaccone contesta e Kesselring, ormai imbaldanzito, gli dà un ultimatum: o entro le sedici si firma la resa, oppure i tedeschi faranno saltare gli acquedotti e bombarderanno pesantemente Roma.
  • ore 8,00: riunione al Ministero della Guerra tra Caviglia Sorice e Carboni: si esamina l’ordine lasciato da Roatta e si discute sulla possibile difesa militare della capitale.
    Carboni installa il suo comando a piazzale delle Muse: teme di essere catturato dai tedeschi ma comunque non si fida neanche de­gli… italiani!
    La tregua intanto non viene rispettata da nessuna par­te.
    Si spara dovunque.
  • ore 10,45: Carboni ordina alla divisione Piave di rientrare su Roma entro le ore sedici; alla divisione Ariete di attaccare con due colonne motocorazzate i tedeschi, sul fianco da est, per alleggerire la pressione sulla Granatieri; ordina alla Granatieri di resistere ad oltranza, se possibile, contrattaccando!
  • ore 11,00: Cadorna tergiversa e non esegue l’ordine.
    Lo farà soltanto nel pomeriggio… cinque ore più tardi, quando ormai la si­tuazione sarà definitivamente compromessa.
  • ore 12,00: Carboni ordina di dissequestrare le armi per i civili: il Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.) romano può utilizzarle a porta San Paolo dove si combatte aspramente.
  • ore 14,00: si diffondono le prime notizie della fuga del re e dei capi militari. L’impatto della notizia è devastante.
    Caviglia suggerisce a Calvi di accettare l’ultimatum di Kesselring:
    il C.L.N. romano è d’accordo.
  • ore 15,30: al Ministero della Guerra si continua a discutere se accettare o meno l’ultimatum tedesco. Calvi e Giaccone sono favorevoli mentre Carboni e, con meno impeto, Sorice sono contrari.
    Caviglia insiste sulla resa. Nessuno vuole comunque assumersi la responsabilità della firma del documento: Giaccone, alla fine, si assume tale compito e riparte per Frascati per comunicare a Kesselring l’adesione alla sua proposta.
  • ore 16,00: nei pressi della piramide Cestia muore, sotto i colpi del nemico. Raffaele Persichetti, divenuto al simbolo dell’eroi­ca difesa di Roma, anche se per la verità una difesa sparuta, da parte dei civili.
    Giaccone firma la resa davanti al maresciallo tedesco: Roma vie­ne dichiarata “città aperta”. Il generale Calvi di Bergolo è nominato comandante della piazza.
    Proprio nello stesso momento la Baionetta entra nel porto di Brindisi:
    il re sbarca a terra con tutto l’Alto comando italiano!
    L’Ariete, finalmente lanciata da Cadorna, e la Piave, sono fer­mate nella loro offensiva dall’annuncio della resa proprio quando hanno iniziato l’ultima battaglia. C’e rabbia e avvilimento tra gli uomini: rimane il rammarico di aver abbassato le armi proprio di fronte ad un’opportunità forte di successo!
  • ore 16,30: i tedeschi non rispettano i patti ed entrano in Roma, saccheggiando alcuni quartieri periferici.
  • ore 20,30: gli ultimi scontri si esauriscono nel centro di Roma, vicino alla stazione Termini.
    Berlino comunica: – L’esercito tedesco, senza incontrare notevole resistenza, ha conquistato Roma! -.
    L’alto comando tedesco annuncia: – l’esercito italiano non esiste più! -.
  • il pensiero di Hitler sul tradimento ignobile italiano.

il 25 luglio 1943. i dialoghi

Alla fine di marzo, inizi di aprile, imponenti scioperi nell’Italia settentrionale avevano messo a repentaglio il Governo e il morale generale. La disfatta militare, la fame, la paura, la depressione avevano fatto crollare i valori che la propaganda fascista aveva cercato di nascondere; una sotterranea opposizione stava prendendo sempre più piede, la distruzione dei bombardamenti sempre crescente avevano inciso un solco profondo anche nel fascista più convinto.


La rivolta popolare stava in quei giorni corrodendo le fondamenta del Fascismo che fino a quel momento aveva dominato il Paese per 20 anni.
All’interno delle gerarchie serpeggiavano malumori, gelosie, intrighi, che esplosero poco prima del crollo.
Mussolini lo sapeva.
Come ho segnalato negli articoli precedenti, due erano stati gli ordini del giorno sventolati il 24 luglio nel famoso Gran Consiglio: quello di Grandi, che mirava in realtà a limitare moltissimo l’influenza di Mussolini estromettendolo, all’occorrenza e quello di Scorza, che in sostanza voleva annullare l’ordine del giorno di Grandi riconfermandolo ancora al potere.

Secondo una ricostruzione del 1974, la seduta avrebbe assistito alle parole di:

1) Mussolini.      In verità, il Duce cercò di illustrare le cause della disfatta militare e ponendo il quesito di continuare a resistere, capitolare cercando di negoziare e addossando le responsabilità della mancata difesa ai tedeschi.

2) De Bono.      Inizialmente prese le difese dell’esercito italiano evidenziando la grande impreparazione di mezzi e degli uomini mandati allo sbaraglio, secondo il livello bellico della guerra in corso. Senza dimenticare le troppe interferenze politiche nello Stato Maggiore, la scarsezza delle risorse finanziarie riservate alle risorse e il ridicolo aiuto ricevuto dall’alleato tedesco che considerava l’Italia alla stregua di un popolo sottosviluppato.
Infine, un quesito: resistenza o pace separata? Ma la Resistenza era ancora possibile?

3) Ciano.      Propose di dissociarsi dai tedeschi e di porre fine alla guerra sostenendo che solo loro erano responsabili del conflitto e che i fascisti vi sarebbero stati trascinati in forza dell’alleanza firmata prima della guerra. Me è una tesi insostenibile. I fascisti mentirono a loro stessi nel momento in cui si verifica la disfatta su tutti i fronti per cercare di restare al potere.

4) Farinacci.      Rinnovò lo sdegno per l’atteggiamento del nostro esercito per l’alleato tedesco.

5) Grandi.      Con tono riverente ma ingannevole propose di limitare l’influenza di Mussolini e di ridare spazio al Re e, incredibilmente, scaricando le colpe del conflitto a lui, che mai si era opposto al conflitto. – Vittima di una guerra impopolare, il Gran Consiglio – disse – si deve estromettere da una situazione insopportabile dove il popolo ha finito di interessarsi di una guerra etichettata di Partito ed inutile, una guerra ormai solo di Mussolini.
E’ necessario – disse ancora Grandi – che la monarchia esca da questa imboscata, che riassuma il comando supremo.

— intervento del Duce.      – una precisazione! Questo “Comando Supremo” non sono stato io a chiederlo: ne ho ricevuto la delega il 16 giugno 1940 dal Re e da Badoglio che invocavano indispensabile un’unità ferrea politico-militare assoluta nella condotta della guerra -.
E a tal proposito il Duce disse che non avrebbe avuto nessuna difficoltà nel restituire il Comando Supremo delle operazioni, ma al momento preciso non gli sembrava dignitoso ritirarsi dal suo posto in un momento così delicato.

6) riprende Grandi.      – E infatti con il mio ordine del giorno si vorrebbe superare questa naturale esitazione del Duce restituendo il Comando totale! (qui si allarga molto ad escludere addirittura il ruolo del Duce dal Governo, uscendo allo scoperto, per la prima volta).

7) Federzoni.      Regala immediatamente fiducia alla proposta di Grandi e si uniscono altre voci dalla sala.
Improvvisamente (è ormai mezzanotte…) venne notata una chiara difficoltà fisica del Duce: si pensò allo stomaco. Si paventò un rinvio, proposto da Scorza.

8) Grandi.      – Eh no: quando si trattava di argomenti futili – urlò Grandi – ci tenevi qui fino alla quattro di mattina! Ora, che si decide il futuro del fascismo si va avanti! -.

9) voci dal fondo.      – Ma non vedi che sta male? Che persona sei? –

10) Grandi.      – Io penso solo agli interessi dell’Italia!.

—– dopo 10 minuti di sosta, durante i quali Mussolini si alzò per leggere gli ultimi dispacci giunti dai settori operativi e ritornò in sala —–.

  •  da notare che la seduta non aveva previsto nessuna guardia armata fascista attorno alla sala; una misura di sicurezza inaccettabile. Una qualsiasi figura, interna o esterna, sarebbe potuta entrare e compiere un gesto efferato senza incontrare alcun ostacolo e non sarebbe stato così inverosimile. Nessuno pensò a questo aspetto, nemmeno nei giorni precedenti. Sarebbe potuto apparire come un semplice incontro tra amici —.

11) Bastianini e altri.      Non fecero altro che ripetere le cose già sentite; tutto in attesa del voto finale che stava mettendo paura a tutti, soprattutto ai fedelissimi.

  •  siamo ormai verso le due del mattino.

12) Scorza.      Il segretario del Partito fece l’ultimo tentativo per fermare la macchinazione in atto di Grandi.
Egli elencò le riforme che il Duce aveva pensato, come la nomina dei nuovi Dicasteri militari, una maggiore giustizia sociale, una riorganizzazione e moralizzazione del partito fascista ed una rivisitazione del ruolo del Comando Supremo.
Ma l’intervento non fu molto seguito. Lo stesso Mussolini, visibilmente sofferente, stanco e piegato su se stesso, dichiarò chiusa la discussione ed invocò il voto finale.

 

cose poco note.

Appena un’ora dopo la fine della seduta Grandi si incontrò con il duca Aquarone, lo informò del voto finale e gli consegnò l’ordine del giorno con le 19 firme favorevoli. In quell’occasione venne confermata l’attesa trepidante del Re che stava aspettando l’esito della votazione. Il colpo di Stato era stato compiuto.
Grandi fu visto sudare freddo. Mentre i 19 firmatari stavano uscendo da Palazzo Venezia, i fedelissimi si riunirono ancora una volta attorno al Duce nella stanza attigua.

Qui c’è un momento-chiave.
Qualcuno disse che il Gran Consiglio aveva valore solo deliberativo e che potevano votare quello che volevano, ma Mussolini, all’improvviso, in quella drammatica riunione ebbe un comportamento inatteso e strano:
affermò che si sarebbe recato il Lunedì dal Re senza muovere nulla, senza alzare nemmeno un filo d’erba, per così dire.
Con l’annuncio: “avete aperto la crisi del regime…” si capì che per i fascisti la cosa non era particolarmente grave: tutto era rimandato alla decisione del Re. Ma il problema era proprio qui…

Il monarca, dopo aver ricevuto conferma del voto di sfiducia al Fascismo, confidò a Puntoni che aveva già programmato tutto.
In pochi minuti orchestrò il da farsi: telefonò ai Carabinieri, all’ospedale per ottenere l’uso di ambulanza, allontanò gli inservienti inutili all’operazione in atto e inviò un messaggio al Duce per anticipare l’udienza-incontro del Lunedì alle 5 del pomeriggio della Domenica. Perchè questo?
Perchè non ci sarebbe stato nessuno in giro.
Non ci sarebbero stati testimoni occasionali, come in un normale giorno lavorativo. Bastava un usciere e solo il suo aiutante. Puntoni.

Da calcolare che i tedeschi, informati degli avvenimenti in corso, considerarono che fosse tutto di pertinenza del Governo italiano, anche se in realtà qualche preoccupazione c’era.
Il problema più grande del Re era relativo alla successione di Mussolini: già dal 19 luglio il monarca aveva deciso di sbarazzarsi di Mussolini senza tanti indugi. – Ci stava mettendo troppo tempo a cadere! – ha lasciato scritto Puntoni – aspettava solo che il Gran Consiglio e la Camera glie ne dessero l’occasione.
Da un appunto di nomi possibili scritti dal Re apparivano nomi come Badoglio, Caviglia, l’ammiraglio Thaon Revel. Caviglia aveva rapporti stretti con la Massoneria, Thaon Revel, grande attore della ‎guerra italo-turca nella prima guerra mondiale era troppo vecchio, quindi non restava che Badoglio.
Comunque, tutti uomini del Re, direi: tutti vetusti fantocci del Re.

Alle quattro del mattino del 25 luglio Mussolini rientra a casa dove Rachele, informata dei fatti, chiese: “li hai fatti arrestare tutti?” – “Forse lo farò, ma non ora…”
Da osservare che alle sei del mattino tutti i 19 firmatari favorevoli alla caduta del Fascismo si erano dileguati e nascosti per paura di esssere perseguiti. Ciano compreso. Come latitanti.
Dopo poche ore di sonno, alle 16.30, tutto era pronto.
Erano stati contattati anche i custodi delle località dove Mussolini sarebbe stato condotto.
In realtà, quasi tutti erano informati di ciò che doveva avvenire, da giorni. Persino il Papa. Incredibile.
Intanto, nelle prime ore del pomeriggio, un’insolita animazione si stava manifestando: il ministro della Real Casa – Aquarone, il gen. Cerica – comandante in capo dei Carabinieri, l’ex capo della Polizia – Senise ed un plotone di 50 Carabinieri.
Venne creato un problema. Il piano non doveva essere eseguito all’interno di Villa Savoia per volere della Regina. Vittorio Emanuele III chiese che venisse arrestato appena fuori dal cancello ma venne sollevata una questione di sicurezza: a pochi Km c’era la Divisione M fascista e poi, se Mussolini fosse riuscito a salire di nuovo sulla sua macchina avrebbe potuto sfuggire all’arresto.
Allora il Re acconsentì al gesto all’interno della Villa.

  • Qui occore annotare, l’ho già scritto, che Mussolini, arrivando con l’auto – da solo – fece girare diverse volte l’auto intorno all’ingresso della Villa come nell’intento di ripensare se entrare o no, poi decise e scese dall’auto guardandosi intorno, come se subdorasse qualcosa.
    Il gen. Puntoni portò al monarca una pistola che il Re nascose sotto un cuscino, sul divano regale.

L’incontro fu dominato dalla richiesta di dimissioni che il Re chiese a Mussolini, dicendo apertamente che Badoglio era colui che l’avrebbe sostituito alla carica di Presidente del Consiglio.
Lo sapevo da giorni… – disse Mussolini – E non mi resta altro che augurarle buona fortuna e Lei e all’Italia! -.

Uscendo venne fermato dal Carabinere Frignani che lo condusse all’ambulanza sul retro della Villa.
Erano le 17.30 del 25 luglio 1943. Venne condotto nella caserma in v. Quintino Sella.
Dopo 21 anni di governo ininterrotto il Duce era prigioniero.
Mai nessun governante era caduto sotto il peso di una così umanime condanna. Nemmeno un fascista scese in strada per difenderlo.

Inizialmente, la libertà riconquistata sembra una gioia infinita ma è un’illusione. Tutta la vicenda che culmina con l’arresto di Mussolini appare più che la caduta del Fascismo una abile manovra della classe dirigente conservatrice per consevare il proprio potere.
La resa dei conti che succederà all’inevitabile disfatta rischiava di travolgere le strutture economiche e sociali che lo sovrastavano. Bisognava quindi crearsi un’alibi nei confronti del paese: bisognava eliminare perciò il Fascismo di tipo classico, un fascismo “controproducente”, come lo chiamarono i fascisti di quel momento, facendo della monarchia un nuovo perno che potesse assicurare la stabilità del sistema. Ma probabilmente, i grandi industriali, le forze conservatrici, i militari, i fascisti legalitari si illudevano; oggi si può affermare che è molto difficile che un evento storico rispecchi sempre e soltanto le intenzioni di coloro che l’hanno promosso.
In realtà, con il 25 luglio, si apre una fase nuova d’Italia che vedrà, col sangue, riconquistare una libertà apparente e incerta, nata però sotto il pericolo di una nuova dittatura rossa.

 

questo articolo l’ho scritto studiando e scavando a fondo, come non mai. L’impegno mio è stato massimo. Davvero. Spero nel risultato.
Come ho segnalato nelle altre puntate, ripeto: “che schifo.!.”, qualcuno avrebbe dovuto pagare.
Sono stato illuminato da Ugo Zatterin. Spero qualcuno se lo ricordi.


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