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19/21/22/23 agosto 1943. cronaca

19 agosto: giovedi

  • Alle ore 7 si è conclusa a Lisbona la riunione Castellano-Militari Alleati.

Ribadiamo il punto.
Ci sono 3 canali diplomatici avviati, ognuno praticamente all’oscuro degli altri:

  1. quello di Guariglia, con Blasco Lanza D’Aieta,  Alberto Berio, via Tangeri
  2. quello di Ambrosio, con Castellano, via Lisbona;
  3. quello di Guariglia, con Grandi (?)

Eh già. Grandi, la faccia migliore del regime (bisogna vedere per chi…), forse la più conosciuta e apprezzata all’estero, viene inviato con tutta la famiglia a Madrid, come se fosse un weekend vacanziero, per raccogliere informazioni su Castellano e aprire sondaggi sullo stato dell’arte dell’ipotesi di armistizio.
Ci sarebbe da notare, per i più curiosi, che Grandi, dal 25 luglio era rimasto nell’ombra, nascosto a casa di amici, senza mai mettere il naso fuori di casa e senza fornire informazioni alla sua famiglia.    Per paura.
Poi, un bel giorno gli telefona Guariglia (che sapeva dov’era) e gli offre quest’incarico: “Bello! vengo subito!”, e via.

Da notare che la cessazione delle ostilità sarebbe entrata in vigore a partire dalla data e dall’ora che sarebbe stata comunicata – a sua discrezione – da Eisenhower e il Governo italiano doveva impegnarsi a proclamare l’armistizio subito dopo l’annuncio di Eisenhower.
Qualora il Re, a seguito di tale procedura, avesse rischiato la cattura da parte tedesca, si ipotizzò il suo momentaneo trasferimento pari alla sua posizione.

A Lisbona le parti diedero vita ad un doppio simmetrico inganno.
Castellano sostenne che Roma voleva un rovesciamento dell’alleanza e un’attiva partecipazione dell’esercito italiano alla lotta contro i tedeschi, dopo lo sbarco alleato.
Bedell Smith insistette per la resa incondizionata (che ossessione!) ed in più si presentò indifferente all’aiuto militare italiano.

Ma inspiegabilmente, Castellano, invece di rientrare a Roma per conferire dei risultati e rispettare la data del 30 agosto come ultimatum per la risposta italiana, per ragioni legate alla sua copertura si mette a bighellonare per le via di Lisbona per 4 giorni!

 

21 agosto: sabato

  • Castellano cerca di mettersi in contatto con Roma senza successo;
  • nel Quebec è approvato il testo dell’armistizio “lungo”;
  • Castellano non può rientrare a Roma: la nave dell’ambasciatore italiano in Cile è in grave ritardo;
  • Kesselring incontra Ambrosio.

Il generale tedesco ricorda che l’incontro con Ambrosio, presenti i capi dell’esercito, della marina e dell’aviazione, “fu molto corretto…e denso di un buon cameratismo. Molto tempo dopo ho saputo che era a conoscenza delle trattative già in corso.”

 

22 agosto: domenica

  •  Castellano invia due telegrammi cifrati a Roma. Talmente cifrati che a Roma i documenti non vengono capiti e non vengono trasferiti al C.S.
  • A Roma, in base a voci su un presunto tentativo di golpe fascista, sono arrestati Cavallero, Starace, Bottai e altri gerarchi.
    Durante l’arresto muore misteriosamente Ettore Muti.
  • Lo stato d’animo di Mussolini.

Siamo alla beffa! Castellano non comunica nulla a Roma, nè tramite l’ambasciata italiana di Lisbona, nè attraverso una trasmittente del S.I.M. che operava nella capitale. Soltanto oggi fa inoltrare al nostro ambasciatore Prunas due telegrammi in codice al Ministero degli Esteri. Il primo annunciava l’acquisto di una partita di volframio e l’altro diceva che la liberazione dei prigionieri ammalati sarebbe avvenuta entro pochissimi giorni. Il primo, spiega Castellano, voleva significare che ero riuscito a prendere contatto, il secondo che fra poco sarei tornato per riferire. Il significato dei telegrammi era facile da capire: perchè venivano da Lisbona e perchè non erano in corso trattative nè di volframio nè per i prigionieri malati! Mah!
Comunque a Roma non capirono una mazza. Si crearono polemiche basate su rivalità tra Ambrosio e Castellano, da una parte e Roatta e Carboni dall’altra. Di fatto, dopo dieci giorni dalla partenza di castellano nessuno aveva ricevuto notizie della sua missione!
Strano, ma vero.

In Italia la politica del “pugno di ferro” è attuata: sono arrestati molti gerarchi fascisti. Muore per mano di un sicario Ettore Muti (vedi articolo nel blog). Si regolano i conti tra le varie fazioni del fascismo.
Incomincia la guerra civile. Specialmente in Emilia-Romagna.

Di Mussolini si ha notizia tramite una lettera alla sorella a circa un mese prima della sua detenzione.
Per quanto mi riguarda mi considero un uomo per tre quarti defunto. Il resto è ossa e muscoli in fase di deperimento organico da dieci mesi a questa parte. Del passato non una parola Anch’esso è morto. Non rimpiango niente, non desidero niente (…) Per alcune settimane il mio isolamento morale è stato assoluto: dal mondo ho ricevuto un telegramma di Goering e un dono dal Fuhrer. Poi ho avuto i bollettini di guerra. Altre notizie sporadiche e rare. Io stesso non desidero che conoscere l’indispensabile. Nemmeno desidero i giornali. Come sai il nostro nome è bandito, esecrato, cancellato“.

 

23 agosto: lunedi.

  • Castellano parte in treno da Lisbona;
  • Kesselring incontra Hitler: il Fuhrer ha la prova del tradimento italiano.

Sarebbe bastato che Castellano partisse in aereo da Lisbona la mattina del 19, per guadagnare tempo prezioso e così facendo un’informazione diretta ed efficace al C.S. sarebbe giunta correttamente. Non si capisce come mai i due telegrammi non siano pervenuti sui tavoli dei vertici militari e civili. E poi ancora dopo, come non si sia proveduto a silurare quei due funzionari che avevano ricevuto i testi e le avevano considerati incomprensibili ed inutili cestinandoli! Qui sono nate anche parecchie supposizioni di sabotaggio della missione di Castellano, poi finite nel nulla.

Quando Kesselring incontra Hitler, questi gli chiede di smettere di avere fiducia negli italiani dal momento che aveva in mano la prova del tradimento (non dice quale sia…però). Da quel momento Kesselring dovette tenere in considerazione, nei suoi provvedimenti, la prevalenza dell’elemento politico.


25 luglio: una spiegazione

L’avv. Mario Zamboni, citato nell’articolo “25luglio: dall’altra parte” ha dunque rappresentato in quel momento un utile collegamento tra il mondo politico rappresentato da Grandi e la casa Reale rappresentata da Aquarone.

In un’intervista del 1989 disse:
il Gran Consiglio, bisognerebbe sapere e ricordare, fu convocato in seguito ad un pronunziamento di gerarchi fascisti fatto a Mussolini il 18 luglio 1943. Il Duce non aveva più convocato una seduta dal settembre del 1939 nella quale venne deliberata la non-belligeranza.
Alcuni gerarchi, fra cui Giuriati, Farinacci, De Bono, pensarono di andare da Mussolini per chiedergli cosa dovessero dire agli italiani in quel momento così delicato e di sofferenza. Si pensò necessario interpellare gli organi di Partito, la Casa Reale, per trovare uno spiraglio per risollevare il morale dal momento che la guerra si era rivelata perduta e gli organi del regime dovevano assumersi le proprie responsabilità.
Quindi, fu notorio che il 20 Mussolini diede l’ordine di convocare il Gran Consiglio. Grandi arrivò a Roma la sera dello stesso giorno -.

Il giorno 21 luglio sono stato convocato da Aquarone perchè avrebbe avuto piacere di incontrarlo; come ho già detto, andai da Grandi che l’incontro non era possibile per due ragioni perchè stava studiando il ritorno di tutte le funzioni governative al Re e perchè esisteva un fondo di lealtà nei confronti di Mussolini.
E poi c’era la formula per avviare la procedura, per merito di Grandi e del Guardasigilli on. De Marsico, che si appellava all’art. 5 dello Statuto che prevedeva il ripristino delle prerogative governative del Re. L’articolo 5 recitava: il Re dichiara sempre la guerra e tratta l’armistizio.
Molti non capirono questo.
Nessuno capì la ragione primaria dello Statuto.
Vero è che Grandi deplorò in modo assoluto l’arresto di Mussolini fin dal primo momento, perchè trovava inutile l’arresto di una persona che si era messa a disposizione del Re dal 1925 con quella lettera famosa nella quale si metteva a disposizione del volere del Re, in ogni istante.
Ricordo che nel mese di gennaio il Re pensasse ad una soluzione in cui promotore fosse Grandi e la cosa potesse contemporaneamente anche mitigare il Colpo di Stato che si stava preparando.
Il Sovrano, allo stesso tempo, non voleva nemmeno perdere la collaborazione di uomini di valore come Grandi stesso, Federzoni, DeStefani, DeMarsico, Gorla, Tumedei, Bottai -.

Ancora relativamente alla domenica 25 luglio si nota uno scritto di von Mackensen (ambasciatore tedesco a Roma) a Ribbentrop:
L’ambasciatore giapponese Hidaka mi ha raccontato di aver avuto una conversazione con il Duce alle ore 12… e il Duce non gli aveva dato l’impressione di un uomo che non fosse sicuro della propria posizione -.
E questo è tuttora un mistero; una questione ancora aperta sul saper che cosa abbia indotto il Duce a dimettersi il pomeriggio del 25 luglio, così, senza reagire. Ciò, unitamente al dilemma che tormentò per anni sul “come mai” il partito fascista si fosse liquefatto in 24 ore senza un solo gesto di resistenza.

Interessante.

In “storia segreta del 25 luglio” di Bellini si ricostruisce una versione dei fatti sostanzialmente diversa da quella ufficiale e fantastica.

– Se Mussolini non fosse stato arrestato a Villa Ada (leggi: villa Savoia) quella domenica pomeriggio in modo così vile, avrebbe dato il via ad una serie di iniziative diplomatiche già concordate con il ministro giapponese Tojo.
– In particolare avrebbe intimato ad Hitler di avviare negoziati di pace con Stalin; in caso contrario l’Italia ed il Giappone, sciogliendo sicuramente il patto Tripartito, avrebbero agito autonomamente legalmente.
– Se necessario, il Duce, in sintonia con l’Alto Comando della Wehrmacht, avrebbe lavorato per emarginare il Fuhrer.
– Una volta definita la pace separata con Stalin (la vita è fatta di contratti che si interrompono) la Germania avrebbe potuto concentrare la sua potenza bellica (ancora ragguardevole) sullo scacchiere occidentale.
– Mussolini avrebbe potuto riassumere un ruolo centrale al vertice dell’alleanza con Germania e Giappone.
– Hitler, venuto a conoscenza del progetto del suo “ex amico”, secondo il libro citato, oraganizzò un contro-piano strategico per arginare il rischio scaturente dal progetto Mussolini-Tojo.
Di conseguenza, le mosse del Fuhrer sarebbero state:
– un ultimatum a Vittorio Emanuele III: o abbandonare Mussolini al suo destino, oppure avrebbe scatenato nelle ore successive l’operazione Alarico con l’occupazione di Roma.
– Il Re e Mussolini, nel corso dell’incontro del 25 pomeriggio, prendono atto del tremendo rischio minacciato dal Fuhrer e giungono alla conclusione consensuale di licenziare il Duce.


25 luglio: dall’altra parte

Per comporre questo articolo sono andato a risentire interviste fatte nel 1984 ad alcune persone vicine ai protagonisti.

L’ambasciatore Ortona nel ’43 era capo della segreteria del sottosegretario Giuseppe Bastianini e nelle sue memorie descrive il 14 luglio del 1943: – Vedo venire a Palazzo Chigi Renato Ricci, Bottai, Cianetti, De Vecchi e sento che qualcosa stava per cambiare… Eravamo in un momento dove tutti sentivamo fosse necessaria una qualche azione nei confronti del Duce per porre fine ad un processo di distruzione del Paese che stava per essere invaso dagli Alleati.
E l’arrivo di questi eventi era direttamente connesso con l’esame dei passi che si potevano compiere nei confronti di Mussolini per mettergli di fronte l’evidenza della tragedia che stavamo vivendo.
Bastianini era indubbiamente considerato una persona onesta, di grandi capacità e, allo stesso tempo, di fede; una persona per la quale si potevano anche raccogliere dei suffragi per l’azione che doveva essere svolta in quel momento. Eravamo tanto vicino alla distruzione che sentivamo necessario il bisogno di un chiarimento definitivo coi tedeschi, cosa questa che mi porta a ricordare che pochi giorni dopo avvenne l’incontro di Feltre. Un convegno drammatico perchè si desiderava che Mussolini parlasse francamente con Hitler relativamente all’andamento della guerra, forse per ricevere aiuti materiali per evitare di essere costretti a uscire malconci dal conflitto.
Questo non avvenne a causa di diversi fattori: forse per la mancata profonda conoscenza del tedesco da parte del Duce, vuoi per il modo estremamente veloce di parlare di Hitler, vuoi per il carisma dello stesso Fuhrer, ma a colazione Mussolini, – ricordano i presenti -, non proferì parola se non per interrompere un attimo ed essere aggiornato sui bombardamenti su Roma -.

Ma esiste anche un’altra tesi.

Mussolini aveva sempre sofferto la presenza di Hitler, probabilmente perchè la sua incisività non era mai risultata affrontabile, mai interrompibile, perchè la forza della Germania era 4 volte l’Italia, forse perchè sapeva di non poter più esercitare nessuna attrattiva nei confronti del Fuhrer da molto tempo.
Lo sapeva il Duce, lo sapeva Mussolini. Insomma, non proferì parola. Come sempre.
Anzi, si alzò di scatto, chiamò il suo segretario e fece apprestare il treno per il ritorno. Sapeva di essere una delusione. Lo sapeva benissimo.
Nello stesso momento Grandi lasciò Bologna per la capitale deciso a compiere un estremo tentativo. Solleciterà ancora una volta il Sovrano a prendere il Comando Supremo dell’Italia, i destini del Paese e chiederà al Duce la convocazione del gran Consiglio.

Nella prima versione abbozzata si affermava la necessità e il dovere dell’unione morale e materiale di tutti gli italiani, si dichiarava necessario ed urgente il ripristino integrale di tutte le funzioni statali attribuite nelle leggi costituzionali al Re, al governo, al Parlamento, si disponeva che fosse abolito il regime totalitario e data a tutti i partiti politici piena libertà d’azione.
Grandi scrisse: – la liquidazione di Mussolini e della dittatura era il passaggio obbligato per separare finalmente l’Italia dalla Germania e scendere a combatterla senza indugi prima che l’inevitabile vendetta tedesca prendesse sostanza –.

  • Domanda 1.

Come pensava possibile una tale manovrabilità politica con il Duce ancora in carica?
Come pensava fattibile una separazione militare tra gli italiani e i tedeschi?
Come valutava la possibilità che la Germania considerasse la cosa come un tradimento senza precedenti?
Come avrebbe assorbito l’impatto del cambiamento di rotta il popolo italiano?
Come li avrebbe informati?

Secondo Grandi, si sarebbero così create le condizioni per contattare gli Alleati e cercare una pace separata mettendoli al cospetto di una Italia che già combatteva i tedeschi e costringendoli a rinunciare alla richiesta di una resa incondizionata decisa a Casablanca.

  • Domanda 2.

Come pensava di poter combattere una Germania che era aveva messo sotto scacco l’intera Europa?
Queste sono frasi di un sognatore slegato completamente dalla realtà.
Il Conte di Mordano si stava dimenticando che il Re, in accordo con Mussolini, aveva avvallato l’entrata in guerra, nel 1940, sapendo di non essere all’altezza dell’impegno militare ed industriale e ora, nel 1943, pensa di poterla addirittura combatterla?

Appena giunto a Roma, il giorno 21 luglio 1943, Grandi incontra Scorza che lo aggiorna sulle novità: è stato convocato da Mussolini per il pomeriggio del giorno 22.
Grandi, in quell’anno, era Presidente della Camera, all’epoca Camera dei Fasci e delle Corporazioni e i suoi consiglieri si chiamavano Consiglieri Nazionali. Era anche un fascista di spicco, dissidente, ma fascista – con divisa fascista.

L’avvocato Mario Zamboni era uno di questi Consiglieri nazionali e il 21 luglio venne convocato da Aquarone al Palazzo della Real Casa per chideregli di poter incontrare Grandi in privato. Grandi, contattato, fece capire che non poteva e non DOVEVA vederlo in questa fase preparativa dell’ordine del giorno, una fase politica molto delicata.
Per due ordini di ragione. Uno, per la correttezza costituzionale per non implicare e compromettere la personalità del Sovrano in un’azione di parte; due, per la lealtà che egli voleva rispettare nei confronti del Duce che avrebbe dovuto incontrare l’indomani alle ore 17.

Giovedì 22 luglio 1943. Prima di incontrare Mussolini prende contatti con alcuni membri del Gran Consiglio sui quali sa di poter contare.
Presenta a loro una seconda bozza dell’ordine del giorno sostanzialmente simile alla prima, tranne in un punto: non c’era più l’abolizione del regime totalitario e la libertà per tutti i partiti politici; vi è invece il ritorno del Partito Nazionale Fascista alla sua fisionomia originaria e alla sua primitiva funzione di oraganizzazione politica.
A questa seconda versione dell’ O.d.G. aderiscono Bottai, Federzoni, Bastianini, Albini.

Nota. Nessuno di questi si è sognato di informare il Duce all’istante.
domanda. Ma che razza di fascisti erano?

Alle 17.30 Grandi si reca dal Duce. Nel colloquio di un’ora e mezza gli espone la sua idea e lo esorta a mettere nella mani del Re i suoi poteri civili e militari.
Io non cedo nessun potere a nessuno: solo il Re in persona può ordinarmelo! – disse Mussolini, – il Fascismo è forte, la nazione è con me, io sono il capo, mi hanno obbedito e mi obbediranno.
Ci vedremo in Gran Consiglio! -.

Secondo il generale Marchesi, di ritorno da Feltre non rimaneva altro che applicare il piano di emergenza: cioè, cambiare il governo. ma per questo occorreva il pieno consenso del Re.
Il Re concesse il suo consenso subito e allora si trattava di fermare Mussolini. Gli ordini del gen. Ambrosio erano che non avrebbero dovuto torcergli un capello, doveva essere garantita la sua incolumità. Il piano di emergenza si presentava in forma diverse: la prima prevedeva una esercitazione militare durante la quale sarebbe stato fermato; la seconda era un’aggressione a Palazzo Venezia, ma risultò impossibile a realizzarsi. Esisteva anche una data. il giorno 26.

Grandi annota nel suo diario:
Venerdì 23 luglio,
ore 8.30: – vedo Bottai, lo prego di lavorare qualcuno del Gran Consiglio che conosceva meglio e che fossero disposti ad ascoltarlo.
Ore 11.00: vedo Bignardi, mi promette di lavorare Pareschi e di mettersi vicino al Capo della Polizia Chierici per consigliarlo; domattina alle 9 si recherà da De Bono portandogli una lettera e una copia del mio Ordine del Giorno.
Ore 15.00: rivedo Federzoni, mi assicura che parlerà nella serata con De Vecchi e con l’amico De Stefani.
Ore 17.00: vedo Ciano, parliamo a lungo. Legge l’O.d.G. e lo accetta, secondo lui è troppo lungo; forse ha ragione.

Roma, sabato 24 luglio. Grandi scrive: – La giornata deciderà tutto. Sento veramente che è la più grave della mia vita. E’ probabile che sia fucilato da Mussolini l’indomani mattina che sia arrestato subito dopo il Gran Consiglio. Per la Patria. Non importa: bisogna farlo.
Ore 11.00: vedo Cianetti. Accetta -.
Ore 12.00: rivedo Ciano. Accetta definitivamente.
Ore 11.30: Bignardi arriva per dirmi che De Bono accetta.
Poco dopo arriva la notizia che Federzoni accetta.
Ore 12.30: vado da Suardo. Dopo un lungo e pesante colloquio accetta.
Ore 15.00: Pareschi accetta.
Ore 17.00: Anche Acerbo, col quale parlo brevemente, accetta.

Siamo in 17. – scrive Grandi – Come ultimo atto, scrissi una lettera al Re e misi in tasca due bombe a mano che mi ero fatto dare dal gen. Agostini –.

  • Domanda 3.

Ma era davvero possibile partecipare al Gran Consiglio addirittura armati, come ho letto, con pistole, bombe a mano?
Nelle sale di Palazzo Chigi, Palazzo Venezia, nel Quirinale, si può entrare armati come se fosse nulla? Non c’è nessun controllo?
Cos’era, una festa messicana di paese ?

Teoricamente, il rischio di non uscirne vivi era possibile, ma non reale. Sapevano tutti che non ci sarebbe stato nessun controllo.

 

L’avvocato Zamboni rivela:

Poco prima delle 17 io vado a prendere Grandi a Montecitorio e lo accompagno a Palazzo Venezia. Ma prima di uscire mi consegna un plico voluminoso nel quale sono contenute una lettera ad Aquarone, una copia per il Re e l’Ordine del Giorno che lui si riservava di presentare in Gran Consiglio e disse:  – Questo plico lo devi consegnare mezzora dopo l’inizio della seduta.
Ciò accadde alle 17.35
-.

Il punto-chiave dell’arringa di Grandi fu quando alle 19.05 enunciò:
Con questo O.d.G. il Gran Consiglio dichiara decaduto il regime di dittatura che ha compromesso i vtali interessi della nazione, ha portato l’Italia sull’orlo della sconfitta militare, ha tarlato e corroso nel tronco la rivoluzione e il Fascismo medesimo.
Non si tratta di salvare noi stessi, le nostre persone, il Regime o il Partito, si tratta di salvare l’Italia e di salvare pari tempo gli ideali che salvarono la nostra giovinezza fascista e la nostra generazione. La suprema direttiva sia l’imperativo del Duce, perisca pura la fazione purchè la Nazione viva! -.

Ripeto. Alle 11.30 Mussolini rinunciò al suo intervento a causa dei dolori lancinanti allo stomaco che lo stavano attanagliando.
Quando chiese una pausa di dieci minuti -annota Grandi – temetti che non sarebbe più rientrato ed al suo posto sarebbe comparsa la Milizia per arrestarci -.

Ma alla ripresa della seduta Mussolini riprese la parola affermando di respingere l’O.d.G. di Grandi che metteva in discussione l’esistenza stessa del regime, riaffermò l’inseparabilità dalla sua persona, il fascismo, la Rivoluzione, il Partito e la dittatura. Ribadì la certezza nella vittoria finale e si dimostrò sicuro che il Re gli avrebbe riconfermato la fiducia e in quel momento ciascuno dovrà assumersi le proprie responsabilità. – Quest’Ordine del Giorno pone un problema molto delicato: quello personale del sottoscritto -.
Urlò Mussolini.
In un attimo sembrò riguadagnare quanto aveva perduto sino ad allora, Grandi reagì denunciando il ricatto, – la fedeltà alla Patria – sostenne – non può essere subordinata alla fedeltà al Duce! -.
La situazione si fece sempre più confusa: si accavallarono gli interventi dei fautori e degli avversari del dittatore.
A quel punto non restava che contarsi.

Zamboni aspettò Grandi a Montecitorio che arrivò alle 02.30 pallido, stanco, pervaso da una profonda malinconia. – Siamo al Colpo di Stato! – disse, dopodiche ci recammo in v. Giulia da Aquarone.
Il generale chiese a Grandi cosa intendesse fare a quel punto; – il Re che intenzioni ha? Alla risposta incerta di Aquarone capì che egli si stava orientando ad un governo di tecnici e funzionari – e per la guida penso abbia pensato a Badoglio… – aggiunse Aquarone.
Mi pare una scelta infelice – disse Grandi – Badoglio è colui che come capo di Stato Maggiore dell’esercito ha dichiarato la guerra, è Duca di Addis Abeba, è iscritto al Partito, perchè non avete pensato a Caviglia? Io, intanto – continuò Grandi – potrei convocare le Camere e far votare la fiducia al nuovo Governo e sciogliere la Camera attuale, oppure, entro 24 ore, partire per Madrid per incontrare gli inglesi e lanciare una trattativa politica in modo che non rimanga tutto solo nelle mani dei militari!. Voi mi dovrete sconfessare nei confronti dei tedeschi dove penso di avere carte buone da giocare… – -.

Nel pomeriggio del 25 luglio il generale Marchesi era a Palazzo Didoni, accanto al gen. Ambrosio; ad un certo momento entrò il gen. Castellano per invitarlo ad uscire per andare da Aquarone al Quirinale, lì erano già riuniti il gen. Ambrosio, il Comandante dei carabinieri e un’altra persona che aspettavano il segnale convenuto: il fermo di Mussolini.
Il segnale arrivò e allora si recarono al Ministero dell’Interno, nella stanza del Sottosegretario Albini. Castellano disse:
E’ stato fatto un Colpo di Stato militare, Mussolini è stato destituito… . Se Lei (Albini) desidera può collaborare, in caso contrario nessuno le farà nulla e potrà ritirarsi… -.
In quel momento Senise che entrò, era divenuto il nuovo capo della Polizia, firmò il mandato per il mantenimento dell’Ordine Pubblico da mandare ai Prefetti.

 

 

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e ancora:

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Note (rock around il 25 luglio)   (2013)

il 25 luglio poteva essere riscritto   (2010)

 

qualcosa ho scritto sull’argomento…


Gran Consiglio: pochi minuti prima

Si parte dalla certezza acquisita sul fatto che Mussolini fosse interamente informato sui propositi dei suoi gerarchi. Aveva avuto precise notizie sulla stragrande maggioranza dei membri del GranConsiglio; ne conosceva quindi intenti, atteggiamenti e possibilità.

Piazza-Venezia-Mussolini

Qualche ora prima della riunione, il dott. Maiocco si recò a casa di Bonomi per preannuciargli che la suprema assemblea fascista avrebbe restituito al Re tutti i poteri, invitando il Sovrano a usarli per allontanare Mussolini. Allontanarlo. Non arrestarlo. I fascisti secessionisti chiedevano solo questo. Alle 13 del 24 luglio Ciano pensava ad una specie di triumvirato: «Bottai andrà agli Interni, Grandi agli Esteri…, in qualche modo ci aggiusteremo…».                                              Dal canto suo Grandi, verso le 15, testualmente racconta: « Mi recai da un sacerdote a confessarmi *. Nonostante che Mussolini mi avesse accolto due giorni prima, conoscevo troppo la sua incostanza e sudditanza ai tedeschi per aver fiducia che la discussione in GranConsiglio si sarebbe svolta normalmente. Al contrario, ero convinto che qualcosa di molto grave sarebbe accaduto e che Farinacci coi suoi avrebbero provocato una fine tragica della riunione. Prima di uscire mi misi in tasca due bombe a mano Breda deciso a non farmi prendere vivo, se, come prevedevo Mussolini avesse dato ordine di arrestarmi assieme ai miei compagni. Inoltre, tramite il fraterno amico Mario Zamboni, inviai una lettera al Re da recapitarsi non appena il Consiglio avesse avuto inizio:messaggioxRe_Grandi

* Questa è una balla. Contrariamente a quanto si è scritto, Grandi in quel pomeriggio non si confessò, nè avrebbe potuto ricevere l’Eucarestia, non essendo allora permesso, nelle ore pomeridiane, altro che ai morenti. (ndr Team557) Anche Rai scuola commette un errore nel filmato sul 25 luglio.

In verità, aveva anche una pistola. Questo è un particolare non trascurabile poiché era vietato. Le personalità al cospetto del Duce dovevano essere sempre disarmate in ogni circostanza dalla Milizia e dalla Polizia.                               Ma qui si entra nel vivo dell’articolo.

sala

Grandi aveva anche già fatto testamento. Raccomandò la sorte dei suoi figli e di sua moglie sapendo di rischiare la vita recandosi a Palazzo Venezia.

Rachele Mussolini alle 15.20, prima che uscisse da Villa Torlonia gridò al marito: ” falli arrestare tutti! prima di cominciare! “. Ma il Duce sembrava di tutt’altro parere. Sembra che avesse disposto che non prestasse servizio nessuno, che non ci fossero armati nella anticamere, come d’abitudine consolidata e che rimanesse solo un reparto di Milizia al piano terreno.                 Strano. Stando al racconto del gen. Galbiati, la mattina, il segretario del Duce, Nicolò De Cesare, dopo averlo assicurato che la guardia era approntata, telefonò dicendo che il Duce non voleva i moschettieri. « E’ mai possibile? sarebbe la prima volta che ciò accade da che si riunisce il GranConsiglio! ». Il segretario assicurò che all’interno c’era pur sempre il reparto speciale preparato dalla “Milizia presidenziale” del questore Stracca.

A questo proposito qualche divergenza c’è. Ma la verità è che c’era una intera formazione di Camicie Nere che occupava il cortile, il grande scalone e la Sala delle Armi, che serviva da anticamera a quella del Pappagallo dove si riuniva il GranConsiglio. La guardia alla porta di questa sala era composta da sei militi con moschetti a baionetta innestata. (particolare, no?)

Dice Galbiati: « io ricordo un folto gruppo di funzionari e agenti che stava a ridosso della porta d’ingresso al momento della votazione… » Origliarono, seppero e parlarono. Tanto che poche ore dopo tutta Roma sapeva i particolari della seduta e nomi contrari al Duce. Altre voci riferirono che Quinto Navarra, capo degli uscieri di Palazzo Venezia, pochi minuti prima della votazione sarebbe uscito per ricevere, in una viuzza adiacente, un biglietto di Claretta Petacci a Mussolini che gli segnalava il complotto e precisando: ” di Galbiati ti puoi fidare; ordina di arrestarli e sei salvo; sono tutti d’accordo! “. Mussolini avrebbe ricevuto il messaggio, ma ancora una volta scettico e noncurante, dopo averlo letto, lo avrebbe messo in tasca.

Come dirà Mussolini stesso al gen. Feruccio Gatti, egli avrebbe potuto far arrestare subito da Galbiati tutti i membri secessionisti con la massima facilità! Si trattava poi di arrestare solo 19 vecchi! Una bazzecola!

percheNonlofece

La risposta va ricercata nel consesso che seguì la discussione, forse confidando scioccamente nella solidarietà regia. E c’è chi parla di ostinazione mussoliniana nel voler affrontare quei suoi gerarchi sui cui propositi era stato pre-informato da De Vecchi.

L’ultima riunione del GranConsiglio, la 187° della serie e neppure segnalata dalla esposizione del gagliardetto del Partito al balcone di Palazzo Venezia stava avendo inizio alle 17.


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