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Obersalzberg e dettagli

seconda parte

 

Si costruì su pareti di roccia quasi inaccessibili, a grande altez­za; l’esplosione di mine, fatte brillare senza sufficienti misure di sicurezza, diede origine a valanghe e frane.
Durante i lavori di costruzione sull’Obersalzberg persero la vita in incidenti quattordici operai. Ultimato a metà del 1936, il castello del Berghoff era composto da sessanta stanze, arredate con mobili costosi, preziosi gobelin e quadri di artisti olandesi, ita­liani e tedeschi.
Hitler fece acquistare i dipinti dalla signora Almers, antiquaria di Monaco e dall’antiquario di Berlino Haberstock, tramite il suo fotografo Hoffmann e il direttore della Pinacoteca di Dresda.


Al piano terra si trovava la sala da pranzo di Hitler, interamente rivestita di legno di pino chiaro. L’arredo consisteva in argenteria da tavola, sontuose porcellane e cristalli, che costavano milioni. Le stovi­glie provenivano dal patrimonio statale e prima della presa del potere di Hitler erano impiegate a Berlino per i ricevimenti di delegazioni governative. Sulle argenterie erano incise, insieme all’aquila tedesca e alla croce uncinata, le iniziali «A. H.» (Adolf Hitler). La tavola era ornata da candelabri d’oro a forma di angeli, che tenevano in mano i portacandele.
Nello stesso piano si trovavano anche il salone e la grande sala.
Il salone era dominato da una stufa, le cui piastrelle brune erano ador­ne da figure in rilievo rappresentanti fanciulle con bandiere naziste e giovani tamburini. E a proposito della stufa, un episodio.
Hitler trascorse sull’Obersalzberg tutta l’estate del 1939, passando il tempo come sempre, in compagnia di Eva Braun e delle sue amiche. Ma spesso si ritirava a leggere romanzi polizieschi e romanzi di avventure.

Forse a causa di questa letteratura di infimo ordine, nell’estate di qull’anno un fuochista che lavorava nel castello di Hitler fu vittima di uno scatto d’ira del padrone di casa. Egli accendeva nello studio personale di Hitler la stufa di maiolica che un’amica di Eva Braun, un’artista di Monaco che si chiamava Stork, aveva dipinto con scene della vita del partito nazista. Il fuochista raccontò ad altri operai del Berghoff di quella immensa biblioteca posseduta da Hitler.
Il servizio di sicurezza venne a saperlo e, per ordine del Fuhrer, l’uomo sparì in un lampo nel campo di concentramento di Dachau.
Un tipico esempio dell’intolleranza alla non riservatezza, di Hitler.

Nella sala pendeva anche un preziosissimo quadro antico di arte italiana, con la raffigurazione del Colosseo a Roma.
Attigui al salone erano da una parte il giardino d’inverno con la terrazza, dall’altra parte l’immensa sala di rappresentanza, con una su­perficie maggiore di 200 metri quadri, separata dal salone da un ve­stibolo. Dal salone scendevano alcuni gradini. Accanto all’ultimo gra­dino era posta, su un piedistallo, una testa di Zeus, proveniente da sca­vi in Italia. L’attrazione della sala era un’immensa finestra panoramica di 32 metri quadrati, chiusa da vetrate che potevano essere interamente asportate.


Hitler attirava l’attenzione di ogni ospite su quella finestra, attraverso la quale si apriva una magnifica vista sulle Alpi e sulla città di Salisburgo, in Austria. Hitler dichiarava con orgoglio di aver fatto costruire il suo castello proprio per realizzare quella finestra.
Di fronte alla finestra era posto un lungo tavolo di marmo, dove Hitler, quando soggiornava nell’Obersalzberg durante la guerra, teneva le sue riunioni di Stato maggiore.

Alle pareti della sala pendevano gobelin e dipinti, fra i quali la Venere di Tiziano.
Ancora a questo proposito, il direttore della Pinacoteca statale di Dresda, professor Heinz Posse, era stato no­minato nel 1939 direttore del «Progetto speciale Linz» e come tale si occupava di sce­gliere i dipinti per le residenze di Hitler e per il Museo che il dittatore aveva deciso di creare nella città di Linz.
Il gruppo di lavoro creato da Posse saccheggiò a questo sco­po i musei dei Paesi occupati e, attraverso propri intermediari, si procacciò dipinti e scul­ture di proprietà ebraica pagandoli una parte irrisoria (per non dire: commovente) del loro valore e pagandoli con fondi ricavati dalla cassa dell’amministrazione centrale del partito nazista. Ad un certo punto si passò all’esproprio diretto senza neanche “passare dal via“.
Il pavimento era coperto di velluto rosso, sul quale erano distesi rari tappeti per­siani. Su una mensola di marmo era collocato un busto di Richard Wagner. Davanti al grande camino, Hitler usava trascorrere le serate in una cerchia ristretta, bevendo tè e ascoltando musica dal grammofono.
Dall’anticamera del castello un largo scalone di marmo conduce­va al primo piano. Nell’anticamera pendeva un ritratto di Bismarck, che all’imbrunire era illuminato dai raggi del tramonto. Un fatto non casuale.

Al primo piano si trovavano le camere private di Hitler, che comunicavano con quelle della sua amante Eva Braun.
Una delle stan­za dell’appartamento di Hitler era in pratica una galleria di pittura. Vi si tro­vava un armadio di gran valore, che un tempo era appartenuto a Fe­derico II di Prussia. L’armadio era rivestito di diversi legni pregiati.


La stanza da lavoro di Hitler era rivestita di legno chiaro e arredata con mobili di acero levigato.
Sul camino pendeva un ritratto del ge­nerale von Moltke.
Le stanze di Eva Braun erano arredate con un lusso esclusivo.
Sempre conservate impeccabili da una servitù efficientissima.


I domestici al Berghoff sono stati sempre sceltissimi e riservatissimi. Ad ogni fine servizio giornaliero, in caso di libera uscita venivano perquisiti e continuamente controllati. Era severamente vietato rilasciare qualsiasi tipo d’informazione a chiunque, compresi i parenti più stretti. Erano previste pene molto severe. La posta personale non era permessa durante i mesi di servizio.
Il personale veniva rinnovato per questo motivo molto frequentemente. Molti non riuscivano a rispettare alcune regole assolute imposte dal Fuhrer: un cartello posto in diversi punti della casa recitava: SILENZIO ASSOLUTO! il minimo rumore poteva significare l’immediato licenziamento.

fine seconda parte

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Obersalzberg e dintorni

Hitler piaceva a tutti. Tutti volevano vedere il Fuhrer. Arrivavano centinaia di treni speciali carichi di persone, comitive, scolaresche e tutti si affollavano all’Obersalzberg per incontrarlo.


Il lavoro di accoglienza per il servizio locale e di sicurezza era enorme ed estremamente impegnativo, ma i soldati si sentivano onorati e baciati dalla fortuna, per essere lì a svolgere quel servizio.
Lui usciva, stringeva la mano a tutti e baciava i bambini, dopodiché le persone raccoglievano i sassi sui quali aveva camminato il Fuhrer e se aveva stretto loro la mano non se la lavavano. Oppure staccavano piccoli pezzi dalla staccionata dell’ingresso e se li facevano incastonare in oro, in quanto Hitler vi aveva posato la mano.

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Gli orari spesso erano violati per il numero di visitatori che ogni giorno sembravano aumentare. Per alcuni versi, la situazione poteva apparire quasi surreale: tutte quelle persone, sotto al sole o anche sotto la pioggia, in fila per ore, con un rumore molto contenuto, quasi un bisbiglio. Quasi in attesa del momento di adorazione della divinità.

Per poter accedere alla strada di ingresso allo chalet si poteva stare in fila per ore, dopo magari un viaggio sfibrante in treno e dopo aver superato i controlli delle SS, che controllavano tutto e tutti. Ad ogni passaggio. Però l’attesa veniva pagata anche dalla visione del posto, che non tradiva mai le aspettative.

il Berghoff.

Hitler, che aveva acquistato la Haus Wachenfeld di Berchtesga­den, dopo averla avuta in affitto per oltre cinque anni, aveva deciso di farne una specie di castello, a mille metri d’altezza, per il suo uso personale; una sede-relax che diventerà famosa con il nome di Berghoff (Corte tra i monti).
Per arrivare a tanto si operarono nella zona dell’Obersalzberg demolizioni in grande stile: vennero rase al suolo case d’abitazione, pensioni e persino una casa di cura per bambini mutilati, che si recavano lassù per cure climatiche da tutta la Germania.
Tra il 1933, dopo aver pagato l’acquisto della casa coi proventi ricavati dalle vendite del Mein Kampf, e il 1937 il partito nazionalsocialista acquistò sull’Obersalzberg 54 ter­reni, per una superficie complessiva di circa 2.900.000 metri quadrati; Hitler ne acquistò per­sonalmente 80.000 e l’amministrazione forestale bavarese mise a disposi­zione l’area del Kehlstein di circa 6.700.000 metri quadrati. Nel corso dei lavori di edifi­cazione vennero demolite cinquanta case. I precedenti proprietari furono da principio generosamente rimborsati, ma in seguito le pressioni per costringerli a vendere si fecero più forti. Alcuni proprietari furono minacciati dai pleniporenziari del partito di essere inter­nati in un campo di concentramento e questa non è solo una chiacchera: un medico  riottoso a vendere e signora erano già finiti a Dachau e nel luogo lo avevano saputo in tanti.
L’entità della spesa complessiva per i lavori edilizi sull’intera area, oggi non è più accertabile.
Nella Costruzione dell’edificio sull’Obersalzberg furono impiegati fino a ottomila operai: da principio operai tedeschi, poi, dopo l’inizio della guerra, soprattutto operai specializzati cecoslovacchi e italiani, in nessun momento però lavoratori coatti. Essi era­no alloggiati in baracche, e sottoposti a una disciplina di lavoro rigorosa. Qualsiasi vio­lazione era punita con sanzioni graduate: pene pecuniarie, detrazione di parti del vitto o di buoni per le sigarette, arresto.
Con i suoi viali e i parchi ben curati, il Berghoff venne a costare circa 100 milioni di marchi.
Nei primi momenti, lo chalet ampliato è la base nella quale i primi nazisti si riuniscono a cospirare per ottenere il potere.
Come hanno riferito gli ultimi testimoni del posto, molti vicini guardavano con sospetto i nuovi vicini; Hitler aveva paura che qualcuno gli potesse far del male e perciò era sempre pesantemente scortato. Qualsiasi cosa gli succedesse veniva tenuta segreta e non venive mai riferita a nessuno; si tenevano a distanza dalla comunità e non volevano averci nulla a che fare.
La sorellastra di Hitler, Angela Raubal, gli fa da governante sull’Obersalzberg, per un certo periodo. Poi Hitler in seguito la allontanerà per aver saputo che lei aveva difeso una delle vittime degli omicidi di massa commessi dopo il “putsch di Rohm” del giugno del ’34. Da allora riceverà sua sorella soltanto una volta l’anno, in occasione del suo compleanno. Rare fotografie ritraggono la figlia Geli insieme allo zio ed il suo suicidio del 1931 origineranno una serie di speculazioni su di una strana relazione tra i due, ma nemmeno i vicini di casa riusciranno mai a saperne di più.

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Hitler, nei primi anni 30, a Berchtesga­den era considerato un tipo decisamente stravagante, sempre da solo coi suoi cani e che non avrebbe portato nulla di buono alla Germania. Unitamente ad un carattere repentinamente variabile. Erano frequenti improvvisi cambiamenti d’umore che lo conducevano a scatti furiosi, spesso inspiegabili. Caratteristica, questa, che il Fuhrer non perderà mai.
La presa del potere nel 1933 porta dei grandi cambiamenti non solo alla Germania, ma anche all’Obersalzberg, perchè il Berghoff diventa meta frequente di funzionari di alto rango, personalità in vista, ufficiali di Partito.
Ed è proprio nel giugno del 1933 che il Fuhrer acquista la Haus Wachenfeld per 40mila goldmark e cominciano i grandi progetti.
Improvvisamente, come attirati da un grande magnete, migliaia di persone fanno quindi richiesta di vedere il nuovo cancelliere, di parlare col nuovo cancelliere, di stringere la mano al nuovo cancelliere.
Gli omaggi spontanei, in un primo momento sono ammessi, poi vengono consentite solo manifestazioni di esultanza perfettamente organizzate. La propaganda razzista diffonde migliaia di foto che ritraggono i continui pellegrinaggi dal Fuhrer per dare l’immagine di “Cancelliere del popolo”.

 

Comunque era davvero impressionante. Migliaia di persone che gridavano per strada “Heil !” e cantavano, mentre Hitler, vedendo  ogni giorno queste folle che si accalcavano al suo ingresso, diceva ai suoi intimi: «voglio capire che tipo di persone siano e non capisco più cosa stia succedendo!».
Ed è proprio da questo momento di successo col popolo che il Berghoff assiste all’inizio di una intensa attività edile.

fine prima parte


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Inalco: in deep.

La tenuta, a circa 80 Km da Bariloche, era ed è ancora una residenza particolare, quasi inaccessibile, appositamente preparata per ricevere il famoso leader nazista.
In origine la proprietà risultava a nome dei coloni Primo Capraro – sindaco di Bariloche ai tempi del colpo di Stato militare del ’30 che portò al potere il generale filo-tedesco Uriburu – e Federico Baratta, entrambi di origine italiana. Negli anni 40 le terre attorno vennero acquistate dall’avvocato Enrique Garcia Merou, un uomo molto vicino all’allora presidente Peron, che rilevò in totale 474 ettari alle rive del lago. L’uomo era molto legato a società prestanome a capitale nazista e fece anche parte della direzione di alcune di esse. Una di queste era anche proprietaria del ranch Moromar, sul litorale atlantico, nei pressi di Necochea, dove nell’inverno del 1945 arrivarono sottomarini tedeschi carichi di nazisti in fuga.
L’episodio è documentato perchè quando arrivò la polizia, allertata per lo sbarco, cercò di inseguire i fuggitivi ma non potè entrare all’interno della proprietà in cui si sapevano rifugiati gli stranieri, fortemente armati, perchè le persone all’interno, fortemente armate, non lasciarono passare gli ufficiali di polizia.
Questi ultimi furono raggiunti poi da una telefonata che ordinava loro di lasciar perdere completamente l’episodio.

Nel 1943 Merou ordinò la realizzazione dei lavori per i quali vennero investiti l’equivalente di quattro milioni di dollari attuali, all’architetto Bustillo, che aveva l’incarico di realizzare anche una serie di strutture annesse particolari ed inusuali per la zona.
L’area di costruzione, per via della posizione molto distante, quasi inaccessibile e con un lago di mezzo, presentava difficoltà operative che produssero un innalzamento considerevole dei costi.
La data di inizio lavori suggerisce che, già a marzo 1943, il Terzo Reich lavorava sicuramente ad un piano di fuga dei nazisti.

per ulteriori info ed immagini fare riferimento al file evidence_file_04

Inalco si trova nei pressi di Villa La Langostura, sopra uno dei bracci del lago Nahuel Huapi, familiarmente chiamato dalla gente del luogo: Ultima Speranza.
Ala fine degli anni 40, arrivare via terra presentava diverse difficoltà: la strada era una mulattiera impervia e non esistevano punti per attraversare il fiume Correntoso e gli altri torrenti. Attorno esiste da sempre una boscaglia fittissima, inaccessibile, che non consente neppure la visione del sito. La maniera più facile di accedere era per via lacustre (ottenuti prima gli ovvi permessi) o in idrovolante. I locali sanno che qui arrivò diverse anche volte il presidente Perón, ma non si hanno ulteriori informazioni. Da non trascurare anche la forte presenza di militari armati in tutto il perimetro.
Le difficoltà nel raggiungere la zona si sono avute fino agli anni 60 perchè gli amministratori del sito hanno sempre opposto resistenza a creare strade che ne facilitassero l’accesso.


Il complesso edilizio fu cstruito quindi sotto la direzione di Alejandro Bustillo che si occupò anche della costruzione della cosiddetta Torre Saracena, una robustissima rocca per vigilare la zona del lago.

Tra le particolarità della permanenza del Fuhrer c’è l’importazione di vari esemplari di una specie di mucca tipica delle Alpi svizzere. Un capriccio perchè preferiva il latte di questa mucca svizzera rispetto all’ottima qualità delle mucche argentine. In Germania, era richiesto per preparare il burro, il formaggio e la crema che il Cancelliere del Reich includeva nella sua dieta vegetariana. Amava prendere il tè con il latte, avendo cura di versare sempre prima il latte e ha mantenuto tutte le sue abitudini anche nel suo esilio.
Un altro aspetto interessante è che il complesso Inalco fu costruito rivolto verso sud, lasciando le montagne a nord delle case e della residenza centrale. Questo è strano, specialmente in Patagonia, dove i raggi del sole sono tanto apprezzati, soprattutto durante le giornate invernali. Generalmente a queste latitudini le costruzioni vengono orientate a nord per sfruttare al massimo la luce del sole. Qui è tutto al contrario. A questo proposito, la sua segretaria Christian Schroeder disse: “è necessario spiegare che Hitler, che detestava il sole, aveva infattti comprato il Berghof perchè si trovava nel versante nord dell’Obersalzberg e stava praticamente tutto il giorno all’ombra e le pareti umide impedivano al calore del giorno di entrare. Hitler amava quel freddo e teneva i suoi perenni ospiti in questa sgradevole situazione, obbligandoli ad avventarsi appena possibile verso una barra che correva intorno ad una stufa in ceramica, accesa tutto il giorno“.


more underground

Negli stabilimenti sotterranei di Kala in Turingia, nel febbraio ’45, vennero obbligati anche ragazzini di 14/16 anni. Fare presto era una priorità assoluta.  Qui si dovevano costruire gli ME262. Hitler aveva deciso che si sarebbero dovuti sfornare 1200 caccia al mese. Per realizzare questo apparato produttivo i nazisti avevano progettato un sistema di gallerie lunghe oltre 30 km; alla fine della guerra ne approntarono circa la metà. In un’area di 27.000m² avevano attrezzato un sistema automatico per l’assemblaggio dell’aereo, che poi veniva portato in superficie mediante un ascensore, direttamente sulla pista di lancio.

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A Muhldorf (Bavaria), nello stesso periodo, vennero dislocate alcune centinaia di migliaia di deportati per la costruzione di un grosso stabilimento aeronautico formato da 3 piani sotterranei e 3 piani in superficie. Un’opera colossale, degna dei grandi lavori faraonici, tutta sulle spalle dei lavoratori coatti che nel solo mese di marzo del 45 registrarono 2000 decessi. Qui le aspettative di vita erano scese drammaticamente ai 40-60 giorni.
In un altro sito, nel marzo del ’44, vennero portati circa 9000 prigionieri di Flossemburg per lavorare ad un progetto che prevedeva un impianto di 100.000m², ideato per ospitare la costruzione dei motori BMW. In 2 mesi ne morirono 3500. A Konstein c’era una segretissima fabbrica di missili che le SS avevano protetto in maniera maniacale. In un’area di 250.000 avevano stipato 13.000 persone per ultimare lavori considerati vitali per il Reich.  Per i prigionieri di Nordhausen esistevano 2 opzioni: morire di lavoro massacrante o morire per le brutalità delle SS. Il ministero degli armamenti aveva stanziato 200 milioni di marchi per la costruzione di un’altra area sotterranea di 600.000m² destinata alle V2. 1000 al mese, secondo il volere del Fuhrer. Dopo la guerra, americani e sovietici hanno depredato tutto il possibile e fotografato ogni dettaglio di questo sito considerato pressoché inattaccabile.

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La Germania nazista aveva avviato l’immagazzinamento di 55000 tonnellate di sostanze tossiche da lavorare negli stabilimenti di Falkenhagen, a sud-est di Berlino. Qui erano riusciti a realizzare qualcosa di rivoluzionario: il Sarin. Un gas nervino di nuova concezione, completamente insapore, incolore ed inodore che sarebbe diventato la prima arma di distruzione di massa. Ma il gas letale non è mai stato impiegato. Con le sue caratteristiche avrebbe potuto sterminare la popolazione di Londra in circa 80 minuti usufruendo di una diffusione minima. Si pensi che basta un gocciolina in un m³ di aria per renderla letale ed in soli 6 minuti. Erano stati stanziati 44 milioni di marchi per provocare questa morte quasi istantanea, ma fu proprio Hitler a vietarne l’uso. Tutto a vantaggio dei sovietici che si resero conto dell’immenso potenziale di cui tutti gli Alleati erano all’oscuro e del pericolo scampato. Oggi sono rimaste le tracce delle tubature sotterranee che sarebbero servite a caricare il gas. La produzione sarebbe dovuta iniziare nella primavera del 1945; non si conosce quanto realistiche fossero quelle previsioni. Verosimilmente, neanche Hitler era al corrente della vastità del progetto di trasferimento nel sottosuolo degli impianti di produzione bellica; forse chi ne era più a conoscenza erano proprio gli Alleati che studiarono nuovi ordigni speciali per attaccare queste installazioni, con efficacia molto limitata e talvolta nulla, tranne il caso di qualche base in Francia (vedi art. “Watten files“).

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Nella bassa Slesia, vicino alla città di Kluzika i nazisti stavano portando avanti un progetto di proporzioni straordinarie: 7 gallerie sotterranee, alla profondità di 48m, dotato di 8 uscite segrete. Qui si doveva realizzare un nuovo quartier generale per il Fuhrer in un’area di 40.000m² che poteva accogliere migliaia di persone. Una specie di città sotterranea. Nome in codice: Riese (vedi sotto)

Similmente, nelle viscere dell’Obersalzberg esiste una rete di gallerie parzialmente completate che si estendono per 6 Km che comprendevano rifugi per le SS, depositi carburanti, tutti i servizi di comunicazione e le stanze rifugio. Qui si scavò al ritmo di 3 turni al giorno fino alla fine della guerra. Non tutto è stato esplorato.  Ma si è dedotto che il complesso doveva dare alloggio a 400 SS con tutti i servizi logistici, compresi i depositi di munizioni e armi di media portata.  Nelle gallerie lavoravano circa 3000 persone  sotto la direzione omnipresente di Martin Bormann che aveva qui una sua dimora, al pari di altre personalità del Reich.

image11Era costruito molto accuratamente: impossibile penetrare da qualsiasi parte. Tutto sorvegliatissimo già dall’esterno, da una distanza di almeno 500m. Per circolare, gli abitanti del posto necessitavano di uno speciale pass continuamente controllato. Il luogo era totalmente autonomo. Disponeva di ampie riserve d’acqua, di viveri e aveva una serra all’avanguardia, orgoglio del Fuhrer. Annoverava anche un innovativo sistema di smaltimento di gas letali (che gli inglesi poi copiarono in toto cambiandone il nome). Ogni abitazione di superficie aveva una scala di 77 gradini che scendevano nel labirinto di rifugi privati oppure nelle auto rimesse che potevano ospitare anche veicoli blindati. La superficie dell’area destinata ad Hitler era di 1800m². Fino all’ultimo, la gente credeva che si sarebbe rifugiato qui: tutto era stato predisposto, tutto era pronto. Da Berlino qualcuno si era già trasferito stabilmente qui da settimane. Quando il 1° maggio si diffuse la notizia (vera o presunta) della morte di Hitler, gli occupanti dell’Obersalzberg si precipitarono ad appropriarsi di ogni bene possibile: archivi privati, argenteria, foto, abiti, suppellettili varie; un completo  sciacallaggio: « meglio noi che gli americani! » – dissero. Gli americani, comunque, confiscarono quanto rimaneva, cristalleria compresa.

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          Progetto Riese.

Il progetto si compone di 7 complesse strutture militari sotterranee in bassa Slesia, prima in germania, ora in Polonia.

Il Castello di Książ, il complesso Rzeczka, Włodarz, Osówka, Sokolec, Jugowice, Sobon, Miłków e la città di Głuszyca.

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Legenda.

  1. Castello di Książ
  2. complesso Rzeczka
  3. complesso Rzeczka
  4. complesso Rzeczka
  5. complesso Osówka
  6. complesso Osówka
  7. complesso Włodarz
  8. complesso Rzeczka
  9. complesso Rzeczka
  10. complesso Rzeczka
  11. complesso Rzeczka
  12. progetto Reise (locations)

gli altri soldi di Hitler

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… dal 1933, oltre a riarmare la Germania, occupa moltissimo tempo a gestire i soldi che copiosamente gli arrivano attraverso regolari donazioni personali da Gustav Krupp e da altri colleghi industriali. Al riparo dall’opinione pubblica, pensa di spenderne una buona parte (5 milioni di marchi) nella costruzione del Berghoff. Il dilettante architetto si fa aiutare dall’intraprendente Martin Bormann. Sarà lui a pagare tutti i conti; quello che non viene pagato dallo Stato sarà finanziato dai laboratori tedeschi attraverso il Fondo Donazioni dell’Industria Tedesca ad Adolf Hitler. Il Berghoff costerà alla Germania milioni di marchi, come ammetterà più avanti, ma ha dato lavoro ad un sacco di persone ed altrettante ne porterà in un futuro prossimo. Quindi è un investimento che presumibilmente frutterà anche un grande prestigio al Reich. Va mo là! In questo delirio di opulenza si stanziano altri 30 milioni di marchi per erigere un folle edificio su un colle sopra il Berghoff: il nido dell’aquila. Questa costruzione venne completata in due anni di intenso lavoro, con enormi difficoltà tecniche e con un notevole dispendio di risorse umane: circa un migliaio furono le persone coinvolte nel progetto. 180 ne morirono sul posto.nido-aquila

Il posto è da urlo.

interno

Un tunnel ed un ascensore sono scavati tra immense difficoltà all’interno della montagna, ma con risultati strabilianti. Nelle vicinanze moltissimi gerarchi e comandanti SS (Martin Bormann, Hermann Goering) erigono costruzioni private dando lavoro a circa 3500 operai. Sarà l’unica costruzione che sopravviviverà alla guerra. Hitler la visiterà solo 3 volte. Aveva paura dell’altitudine (e allora fatti una casa al mare, idiota!). Verrà realizzata anche una serra sperimentale con tutti i frutti e tutte le verdure per la tavola del Fuhrer. Sempre coi soldi dello Stato. E sempre di soldi si tratta quando si affronta l’ argomento dei diritti sulle foto scattate sul terrazzo e nelle sale del Berghoff. I gerarchi pagavano per apparire (o non apparire) sui giornali e rotocalchi tedeschi dell’epoca. Altro denaro fresco che finiva nelle tasche del dittatore umile umile. In 4 anni vengono scattati migliaia di rullini, ognuno dei quali contribuirà a moltiplicare gli utili (esen-tasse) in maniera esponenziale.

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Vengono stampate anche una quantità di cartoline postali (molto ambite) per la Posta statale ed Hitler, grazie a tutto questo merchandising diventa una specie di pop-star (ho descritto tutto in Mein Fuhrer).

Ma lo spettro della guerra è sempre più vicino. Con l’ annessione dell’Austria Hitler si trova a ripercorrere in auto le strade di una Vienna festante dove ha vissuto cercando il successo come pittore 30 anni prima. Parlando, sostiene di aver fatto i lavori più umili per guadagnarsi da vivere e mai a sufficienza per soddisfare perfino le più modeste necessità, ma anche questa è una bugia che ai tedeschi non doveva essere svelata.  Sembra che a Vienna il giovane Hitler abbia inizialmente affittato un appartamentino confortevole coi soldi della madre e che dividerà con un  amico. Dopo alterne vicende  riesce a vivere vendendo copie modeste di scorci di Vienna per pagarsi un nuovo appartamento ancora migliore del precedente. Alcune di queste tele finiranno persino nel nuovo museo di Hitler, pronte, per essere ammirate. A questo punto Hitler (1938) si veste da mercante d’arte grazie al nuovo piano di arianizzazione. Rivendendo le oper d’arte che comprava agli ebrei in fuga per pochi spiccioli. Gli ebrei volevano uscire dall’Austria, ma non potendo portarsi dietro soldi, proprietà o altro erano costretti a svendere tutto favorendo i compratori più rapaci. Hitler assunse un agente personale per fare questo. Comprare per due soldi e rivendere a prezzo pieno perché ciò che comprava diventava immediatamente ambito ed apprezzato. Gli acquisti vennero fatti apparire legali, ma in realtà erano frutto di estorsioni, furti o vendite forzate combinate da un vizioso giro di mercanti d’arte. Per loro, l’annessione, l’arianizzazione furono una miniera d’oro: acquistavano grandi collezioni private e le rivendevano sui mercati internazionali, principalmente in Svizzera. Lauti guadagni personali provenirono dall’uso della stessa tecnica applicata in Polonia, Francia, Olanda e Belgio. In Polonia compra anche una nuova dimora che sembra una reggia, a Pozsnan, una città sul fiume Warta. Diventerà la residenza del Fuhrer ad oriente e verrà rinnovata al costo di milioni di marchi. Questo sfarzo gli servirà per omaggiare ufficiali di alto rango e assicurarsi il loro supporto e per questo si attinge a piene mani dai fondi pubblici dello Stato. Nei primi tempi di guerra, Hitler distribuirà soldi, titoli e terreni come un signorotto feudale per milioni e milioni di marchi.

E intanto si moriva già sui campi di battaglia.

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Fino al 1944 si stima siano stati sepolti nelle miniere molti miliardi (di allora) personali di Hitler; dopo il 1945 è stato calcolato che sono andate vendute oltre 10 milioni di copie del Mein Kampf; le comunità locali erano obbligate a comprarne una copia per le coppie che si stavano sposando sotto il regime nazista. Dopo la guerra i diritti di quel libro sono stati trasferiti al governo bavarese che ha cercato invano di bloccarne la ristampa.
Il problema è che il Mein Kampf produce diritti ancora oggi e sono gran soldi.


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