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25 luglio: dall’altra parte

Per comporre questo articolo sono andato a risentire interviste fatte nel 1984 ad alcune persone vicine ai protagonisti.

L’ambasciatore Ortona nel ’43 era capo della segreteria del sottosegretario Giuseppe Bastianini e nelle sue memorie descrive il 14 luglio del 1943: – Vedo venire a Palazzo Chigi Renato Ricci, Bottai, Cianetti, De Vecchi e sento che qualcosa stava per cambiare… Eravamo in un momento dove tutti sentivamo fosse necessaria una qualche azione nei confronti del Duce per porre fine ad un processo di distruzione del Paese che stava per essere invaso dagli Alleati.
E l’arrivo di questi eventi era direttamente connesso con l’esame dei passi che si potevano compiere nei confronti di Mussolini per mettergli di fronte l’evidenza della tragedia che stavamo vivendo.
Bastianini era indubbiamente considerato una persona onesta, di grandi capacità e, allo stesso tempo, di fede; una persona per la quale si potevano anche raccogliere dei suffragi per l’azione che doveva essere svolta in quel momento. Eravamo tanto vicino alla distruzione che sentivamo necessario il bisogno di un chiarimento definitivo coi tedeschi, cosa questa che mi porta a ricordare che pochi giorni dopo avvenne l’incontro di Feltre. Un convegno drammatico perchè si desiderava che Mussolini parlasse francamente con Hitler relativamente all’andamento della guerra, forse per ricevere aiuti materiali per evitare di essere costretti a uscire malconci dal conflitto.
Questo non avvenne a causa di diversi fattori: forse per la mancata profonda conoscenza del tedesco da parte del Duce, vuoi per il modo estremamente veloce di parlare di Hitler, vuoi per il carisma dello stesso Fuhrer, ma a colazione Mussolini, – ricordano i presenti -, non proferì parola se non per interrompere un attimo ed essere aggiornato sui bombardamenti su Roma -.

Ma esiste anche un’altra tesi.

Mussolini aveva sempre sofferto la presenza di Hitler, probabilmente perchè la sua incisività non era mai risultata affrontabile, mai interrompibile, perchè la forza della Germania era 4 volte l’Italia, forse perchè sapeva di non poter più esercitare nessuna attrattiva nei confronti del Fuhrer da molto tempo.
Lo sapeva il Duce, lo sapeva Mussolini. Insomma, non proferì parola. Come sempre.
Anzi, si alzò di scatto, chiamò il suo segretario e fece apprestare il treno per il ritorno. Sapeva di essere una delusione. Lo sapeva benissimo.
Nello stesso momento Grandi lasciò Bologna per la capitale deciso a compiere un estremo tentativo. Solleciterà ancora una volta il Sovrano a prendere il Comando Supremo dell’Italia, i destini del Paese e chiederà al Duce la convocazione del gran Consiglio.

Nella prima versione abbozzata si affermava la necessità e il dovere dell’unione morale e materiale di tutti gli italiani, si dichiarava necessario ed urgente il ripristino integrale di tutte le funzioni statali attribuite nelle leggi costituzionali al Re, al governo, al Parlamento, si disponeva che fosse abolito il regime totalitario e data a tutti i partiti politici piena libertà d’azione.
Grandi scrisse: – la liquidazione di Mussolini e della dittatura era il passaggio obbligato per separare finalmente l’Italia dalla Germania e scendere a combatterla senza indugi prima che l’inevitabile vendetta tedesca prendesse sostanza –.

  • Domanda 1.

Come pensava possibile una tale manovrabilità politica con il Duce ancora in carica?
Come pensava fattibile una separazione militare tra gli italiani e i tedeschi?
Come valutava la possibilità che la Germania considerasse la cosa come un tradimento senza precedenti?
Come avrebbe assorbito l’impatto del cambiamento di rotta il popolo italiano?
Come li avrebbe informati?

Secondo Grandi, si sarebbero così create le condizioni per contattare gli Alleati e cercare una pace separata mettendoli al cospetto di una Italia che già combatteva i tedeschi e costringendoli a rinunciare alla richiesta di una resa incondizionata decisa a Casablanca.

  • Domanda 2.

Come pensava di poter combattere una Germania che era aveva messo sotto scacco l’intera Europa?
Queste sono frasi di un sognatore slegato completamente dalla realtà.
Il Conte di Mordano si stava dimenticando che il Re, in accordo con Mussolini, aveva avvallato l’entrata in guerra, nel 1940, sapendo di non essere all’altezza dell’impegno militare ed industriale e ora, nel 1943, pensa di poterla addirittura combatterla?

Appena giunto a Roma, il giorno 21 luglio 1943, Grandi incontra Scorza che lo aggiorna sulle novità: è stato convocato da Mussolini per il pomeriggio del giorno 22.
Grandi, in quell’anno, era Presidente della Camera, all’epoca Camera dei Fasci e delle Corporazioni e i suoi consiglieri si chiamavano Consiglieri Nazionali. Era anche un fascista di spicco, dissidente, ma fascista – con divisa fascista.

L’avvocato Mario Zamboni era uno di questi Consiglieri nazionali e il 21 luglio venne convocato da Aquarone al Palazzo della Real Casa per chideregli di poter incontrare Grandi in privato. Grandi, contattato, fece capire che non poteva e non DOVEVA vederlo in questa fase preparativa dell’ordine del giorno, una fase politica molto delicata.
Per due ordini di ragione. Uno, per la correttezza costituzionale per non implicare e compromettere la personalità del Sovrano in un’azione di parte; due, per la lealtà che egli voleva rispettare nei confronti del Duce che avrebbe dovuto incontrare l’indomani alle ore 17.

Giovedì 22 luglio 1943. Prima di incontrare Mussolini prende contatti con alcuni membri del Gran Consiglio sui quali sa di poter contare.
Presenta a loro una seconda bozza dell’ordine del giorno sostanzialmente simile alla prima, tranne in un punto: non c’era più l’abolizione del regime totalitario e la libertà per tutti i partiti politici; vi è invece il ritorno del Partito Nazionale Fascista alla sua fisionomia originaria e alla sua primitiva funzione di oraganizzazione politica.
A questa seconda versione dell’ O.d.G. aderiscono Bottai, Federzoni, Bastianini, Albini.

Nota. Nessuno di questi si è sognato di informare il Duce all’istante.
domanda. Ma che razza di fascisti erano?

Alle 17.30 Grandi si reca dal Duce. Nel colloquio di un’ora e mezza gli espone la sua idea e lo esorta a mettere nella mani del Re i suoi poteri civili e militari.
Io non cedo nessun potere a nessuno: solo il Re in persona può ordinarmelo! – disse Mussolini, – il Fascismo è forte, la nazione è con me, io sono il capo, mi hanno obbedito e mi obbediranno.
Ci vedremo in Gran Consiglio! -.

Secondo il generale Marchesi, di ritorno da Feltre non rimaneva altro che applicare il piano di emergenza: cioè, cambiare il governo. ma per questo occorreva il pieno consenso del Re.
Il Re concesse il suo consenso subito e allora si trattava di fermare Mussolini. Gli ordini del gen. Ambrosio erano che non avrebbero dovuto torcergli un capello, doveva essere garantita la sua incolumità. Il piano di emergenza si presentava in forma diverse: la prima prevedeva una esercitazione militare durante la quale sarebbe stato fermato; la seconda era un’aggressione a Palazzo Venezia, ma risultò impossibile a realizzarsi. Esisteva anche una data. il giorno 26.

Grandi annota nel suo diario:
Venerdì 23 luglio,
ore 8.30: – vedo Bottai, lo prego di lavorare qualcuno del Gran Consiglio che conosceva meglio e che fossero disposti ad ascoltarlo.
Ore 11.00: vedo Bignardi, mi promette di lavorare Pareschi e di mettersi vicino al Capo della Polizia Chierici per consigliarlo; domattina alle 9 si recherà da De Bono portandogli una lettera e una copia del mio Ordine del Giorno.
Ore 15.00: rivedo Federzoni, mi assicura che parlerà nella serata con De Vecchi e con l’amico De Stefani.
Ore 17.00: vedo Ciano, parliamo a lungo. Legge l’O.d.G. e lo accetta, secondo lui è troppo lungo; forse ha ragione.

Roma, sabato 24 luglio. Grandi scrive: – La giornata deciderà tutto. Sento veramente che è la più grave della mia vita. E’ probabile che sia fucilato da Mussolini l’indomani mattina che sia arrestato subito dopo il Gran Consiglio. Per la Patria. Non importa: bisogna farlo.
Ore 11.00: vedo Cianetti. Accetta -.
Ore 12.00: rivedo Ciano. Accetta definitivamente.
Ore 11.30: Bignardi arriva per dirmi che De Bono accetta.
Poco dopo arriva la notizia che Federzoni accetta.
Ore 12.30: vado da Suardo. Dopo un lungo e pesante colloquio accetta.
Ore 15.00: Pareschi accetta.
Ore 17.00: Anche Acerbo, col quale parlo brevemente, accetta.

Siamo in 17. – scrive Grandi – Come ultimo atto, scrissi una lettera al Re e misi in tasca due bombe a mano che mi ero fatto dare dal gen. Agostini –.

  • Domanda 3.

Ma era davvero possibile partecipare al Gran Consiglio addirittura armati, come ho letto, con pistole, bombe a mano?
Nelle sale di Palazzo Chigi, Palazzo Venezia, nel Quirinale, si può entrare armati come se fosse nulla? Non c’è nessun controllo?
Cos’era, una festa messicana di paese ?

Teoricamente, il rischio di non uscirne vivi era possibile, ma non reale. Sapevano tutti che non ci sarebbe stato nessun controllo.

 

L’avvocato Zamboni rivela:

Poco prima delle 17 io vado a prendere Grandi a Montecitorio e lo accompagno a Palazzo Venezia. Ma prima di uscire mi consegna un plico voluminoso nel quale sono contenute una lettera ad Aquarone, una copia per il Re e l’Ordine del Giorno che lui si riservava di presentare in Gran Consiglio e disse:  – Questo plico lo devi consegnare mezzora dopo l’inizio della seduta.
Ciò accadde alle 17.35
-.

Il punto-chiave dell’arringa di Grandi fu quando alle 19.05 enunciò:
Con questo O.d.G. il Gran Consiglio dichiara decaduto il regime di dittatura che ha compromesso i vtali interessi della nazione, ha portato l’Italia sull’orlo della sconfitta militare, ha tarlato e corroso nel tronco la rivoluzione e il Fascismo medesimo.
Non si tratta di salvare noi stessi, le nostre persone, il Regime o il Partito, si tratta di salvare l’Italia e di salvare pari tempo gli ideali che salvarono la nostra giovinezza fascista e la nostra generazione. La suprema direttiva sia l’imperativo del Duce, perisca pura la fazione purchè la Nazione viva! -.

Ripeto. Alle 11.30 Mussolini rinunciò al suo intervento a causa dei dolori lancinanti allo stomaco che lo stavano attanagliando.
Quando chiese una pausa di dieci minuti -annota Grandi – temetti che non sarebbe più rientrato ed al suo posto sarebbe comparsa la Milizia per arrestarci -.

Ma alla ripresa della seduta Mussolini riprese la parola affermando di respingere l’O.d.G. di Grandi che metteva in discussione l’esistenza stessa del regime, riaffermò l’inseparabilità dalla sua persona, il fascismo, la Rivoluzione, il Partito e la dittatura. Ribadì la certezza nella vittoria finale e si dimostrò sicuro che il Re gli avrebbe riconfermato la fiducia e in quel momento ciascuno dovrà assumersi le proprie responsabilità. – Quest’Ordine del Giorno pone un problema molto delicato: quello personale del sottoscritto -.
Urlò Mussolini.
In un attimo sembrò riguadagnare quanto aveva perduto sino ad allora, Grandi reagì denunciando il ricatto, – la fedeltà alla Patria – sostenne – non può essere subordinata alla fedeltà al Duce! -.
La situazione si fece sempre più confusa: si accavallarono gli interventi dei fautori e degli avversari del dittatore.
A quel punto non restava che contarsi.

Zamboni aspettò Grandi a Montecitorio che arrivò alle 02.30 pallido, stanco, pervaso da una profonda malinconia. – Siamo al Colpo di Stato! – disse, dopodiche ci recammo in v. Giulia da Aquarone.
Il generale chiese a Grandi cosa intendesse fare a quel punto; – il Re che intenzioni ha? Alla risposta incerta di Aquarone capì che egli si stava orientando ad un governo di tecnici e funzionari – e per la guida penso abbia pensato a Badoglio… – aggiunse Aquarone.
Mi pare una scelta infelice – disse Grandi – Badoglio è colui che come capo di Stato Maggiore dell’esercito ha dichiarato la guerra, è Duca di Addis Abeba, è iscritto al Partito, perchè non avete pensato a Caviglia? Io, intanto – continuò Grandi – potrei convocare le Camere e far votare la fiducia al nuovo Governo e sciogliere la Camera attuale, oppure, entro 24 ore, partire per Madrid per incontrare gli inglesi e lanciare una trattativa politica in modo che non rimanga tutto solo nelle mani dei militari!. Voi mi dovrete sconfessare nei confronti dei tedeschi dove penso di avere carte buone da giocare… – -.

Nel pomeriggio del 25 luglio il generale Marchesi era a Palazzo Didoni, accanto al gen. Ambrosio; ad un certo momento entrò il gen. Castellano per invitarlo ad uscire per andare da Aquarone al Quirinale, lì erano già riuniti il gen. Ambrosio, il Comandante dei carabinieri e un’altra persona che aspettavano il segnale convenuto: il fermo di Mussolini.
Il segnale arrivò e allora si recarono al Ministero dell’Interno, nella stanza del Sottosegretario Albini. Castellano disse:
E’ stato fatto un Colpo di Stato militare, Mussolini è stato destituito… . Se Lei (Albini) desidera può collaborare, in caso contrario nessuno le farà nulla e potrà ritirarsi… -.
In quel momento Senise che entrò, era divenuto il nuovo capo della Polizia, firmò il mandato per il mantenimento dell’Ordine Pubblico da mandare ai Prefetti.

 

 

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il 25 luglio poteva essere riscritto   (2010)

 

qualcosa ho scritto sull’argomento…


25 luglio 1943: subito dopo e ancora dopo

Come ho segnalato nella puntata precedente, davvero nessuno dei 19 firmatari e distruttori del fascismo potè dormire nel proprio letto per la paura di essere arrestato.


Comunque Mussolini alle 9 di mattina si recò a Palazzo Venezia percorrendo il tragitto fortemente vigilato da poliziotti in borghese. Una volta arrivato il sottosegretario Albini gli portò il rapporto mattutino dov’erano riportate le notizie del bombardamento notturno di Bologna.
Verso mezzogiorno, Mussolini ricevette l’ambasciatore del Giappone, il segretario De Cesare telefonò al Quirinale dicendo che il Duce desiderava conferire con il Re, infine ricevette Bastianini dicendogli di preparare un progetto per dichiarare Roma città aperta.


Alle 14 uscì da palazzo Venezia e andò a visitare le macerie del Tiburtino che appariva quello di sempre.
Dopo pranzo Mussolini rientrò a casa per cambiarsi. Indossò un vestito blu con un cappello marrone e così uscì per l’ultima volta da Villa Torlonia, per correre in contro al suo destino.

Dal Re l’incontro durò meno di 20 minuti, ripeto, con la pistola sotto un cuscino e con Puntoni dietro un uscio ad origliare (una cosa da operetta. Forse il monarca prevedeva la reazione di un energumeno imbizzarrito) pronto ad intervenire nel caso le cose si fossero messe male. Il Re, ricordiamolo, era alto come un bambino o come tre lattine di Coca Cola, se si preferisce ed una persona di statura normale poteva sembrargli un gigante).
Uscendo, Mussolini cercò la sua macchina ma l’auto era stata fatta allontanare e un carabiniere si avvicinò e lo avvertì che per ordini superiori dioveva invitarlo a salire su un’altra vettura. Alle parole: “è per la Vostra incolumità” e il Duce si limitò a rispondere “non ci credo!“. Salì sull’autoambulanza senza opporre resistenza.

E’ già accaduto sia in pace, sia in guerra, che un ministro sia dimissionato e un comandante silurato ma è un fatto unico, nella storia, che un uomo che per 21 anni aveva servito il Re con assoluta lealtà sia fatto arrestare sulla soglia della casa privata del Re, poi costretto a salire su un’autoambulanza della Croce Rossa col pretesto di sottrarlo ad un complotto e condotto ad una velocità pazza prima in una, poi in un’altra caserma dei Carabinieri.

Ma esiste un retroscena poco noto.
Gli eventi precipitano velocemente. C’è l’ 8 settembre, l’armistizio, la fuga del Re a Brindisi, Roma occupata immediatamente dai tedeschi, il pericolo della ritorsione tedesca.
Il colonnello Giovanni Frignani, il capitano Aversa e tutti i Carabinieri fedeli al Re che avevano partecipato all’arresto di Mussolini sono cercati in ogni dove dalle SS scatenate da Kesselring; Mussolini stesso vuole la testa di Frignani e la moglie Lina chiede aiuto ad un’amica germanica (Helena Hoen) per cercare di temperare il giudizio che gravava sulla testa del marito carabiniere. Ma l’ordine di arresto – ad ogni costo – era già stato emesso dallo stesso Hitler che da tempo voleva spazzare via tutta la marmaglia che circondava il Duce.
Il 15 settembre 1943 l’Arma dei Carabinieri Reali venne sciolta e i soldati italiani furono deportati in Germania. Molti dei carabinieri coinvolti nell’arresto e altri dell’Arma furono trovati e caricati su carri bestiame e portati in Germania. Si parla di 4 o 5mila uomini.

Non appena accadde l’evento dell’armistizio tra l’Italia e gli Alleati i tedeschi fecero scattare l’operazione Asse. Un piano militare gigantesco che prevedeva la cattura dell’esercito militare italiano e la deportazione in campi speciali in Germania e nell’Europa orientale.
Gli italiani erano colpevoli di aver interrotto la guerra a fianco di Hitler e di aver firmato l’ armistizio dell’ 8 settembre, rovesciando il regime.
Da subito, l’Italia fu spaccata in due.
A sud fu costituito il Governo minuscolo dal Re, Badoglio e pochi altri fedeli, al nord Mussolini fu liberato dai tedeschi sul Gran Sasso e rimesso in corsa con la costituzione del Governo di Salò insediatosi a Gargnano, sul lago di Garda.
Nel caos della guerra i soldati italiani erano stati disseminati su diversi fronti: dalla Francia alla Russia, dalle basi navali del Mar Baltico a isole dell’Egeo e del Peloponneso.
80 divisioni: un milione e mezzo di uomini, la metà dei quali dislocata fuori dai confini della patria. Le operazioni trovarono i nostri soldati totalmente impreparati, specialmente i comandanti di reparto.
Per fare un esempio, sopra Trento una camionetta con 4 uomini tedeschi prese prigioniera una caserma di 11mila uomini.


Molti riuscirono a fuggire in mezzo a 1000 traversie, ma 600mila furono presi e deportati nei campi di concentramento.
Nel frattempo, 7 o 8 fascisti repubblichini riuscirono ad ottenere informazioni su dove si poteva nascondere Frigani: in v. Panama. Irruppero e cercarono il Carabiniere dappertutto. Scassinarono porte, armadi, cassetti senza alcun scrupolo mettendo a soqquadro tutta la casa senza trovarlo.

Il tel. colonnello era riuscito fortunosamente ad entrare in clandestinità con l’aiuto di alcuni commilitoni.
Tra le varie operazioni di Frignani, divenuto responsabile del servizio informazioni del fronte di Resistenza clandestino dei Carabinieri, c’è il recupero del carteggio Mussolini-Petacci e dei diari dal 1937 al 1943. Questo materiale era stato sottratto alle sorelle Petacci nell’agosto del 43, durante il loro tentativo di fuga. A Frignani venne dato il compito di copiare questo materiale, ma non c’era tempo, tempo per nascondersi e nemmeno per rileggere quanto copiato, quindi si pensò di sotterrare il materiale nel giardino del Comando di viale Liegi.
Riuscirà poi a recuperare i documenti, classificati – di importanza primaria – dopo varie vicissitudini. Per raccontare solo questa fase si potrebbe fare un libro. Ma la situazione intanto era precaria.
Il 22 gennaio 1944 cominciò a correre voce che i tedeschi stessero per lasciare Roma; gli Alleati completarono le operazioni incontrastate degli sbarchi di Anzio e Nettuno.
Il 23 gennaio, in un clima di quasi euforia per l’arrivo degli Alleati, Frignani era in casa in vestaglia quando suonarono alla porta.
La moglie andò ad aprire e una pistola le fu puntata allla testa con la frase in un italiano stentato: “Polizia germanica!“.
Un signore in borghese si presentò alla testa di 8 o 10 persone armate e in un lampo tutto era finito. Tutti furono arrestati e portati in v.Tasso. La moglie e una amica furono rilasciate il giorno dopo ma Frignani era accusato di tradimento e rischiava la fucilazione, dopo essere stato torturato pesantemente per giorni.

Il 22 febbraio 1944, l’istruttoria tedesca giunse al termine e ormai si attendeva solo il verdetto di Kesselring per l’esecuzione capitale di Frignani, del cap. Raffaele Aversa e del magg. Ugo De Carolis.

A marzo le cose risultarono più complicate: gli Alleati ebbero 1000 difficoltà.
A Cassino, 46 Diavoli Verdi tedeschi fermarono un fronte di 50mila americani.
Da Nettuno gli americani non si muovevano e gli italiani mossero le prime frasi sarcastiche nei loro confronti: “americani, resistete! verremo noi a salvarVi!“.

Il 23 marzo 1944, alle ore 15,45, una grossa bomba ad orologeria di tritolo e ferro scoppiò in v. Rasella, proprio mentre la moglie Lina e l’amica Helena Hoen erano in v. Tasso dove sembrava che potessero ottenere qualche risultato per i malcapitati.
Kappler, deus ex-machina di v. Tasso, conttattò i suoi superiori Kesselring e Mackensen sul da farsi. Il resto è storia.
Frignani, Aversa e De Carolis furono vittime della strage delle Fosse Ardeatine.


il 25 luglio 1943. i dialoghi

Alla fine di marzo, inizi di aprile, imponenti scioperi nell’Italia settentrionale avevano messo a repentaglio il Governo e il morale generale. La disfatta militare, la fame, la paura, la depressione avevano fatto crollare i valori che la propaganda fascista aveva cercato di nascondere; una sotterranea opposizione stava prendendo sempre più piede, la distruzione dei bombardamenti sempre crescente avevano inciso un solco profondo anche nel fascista più convinto.


La rivolta popolare stava in quei giorni corrodendo le fondamenta del Fascismo che fino a quel momento aveva dominato il Paese per 20 anni.
All’interno delle gerarchie serpeggiavano malumori, gelosie, intrighi, che esplosero poco prima del crollo.
Mussolini lo sapeva.
Come ho segnalato negli articoli precedenti, due erano stati gli ordini del giorno sventolati il 24 luglio nel famoso Gran Consiglio: quello di Grandi, che mirava in realtà a limitare moltissimo l’influenza di Mussolini estromettendolo, all’occorrenza e quello di Scorza, che in sostanza voleva annullare l’ordine del giorno di Grandi riconfermandolo ancora al potere.

Secondo una ricostruzione del 1974, la seduta avrebbe assistito alle parole di:

1) Mussolini.      In verità, il Duce cercò di illustrare le cause della disfatta militare e ponendo il quesito di continuare a resistere, capitolare cercando di negoziare e addossando le responsabilità della mancata difesa ai tedeschi.

2) De Bono.      Inizialmente prese le difese dell’esercito italiano evidenziando la grande impreparazione di mezzi e degli uomini mandati allo sbaraglio, secondo il livello bellico della guerra in corso. Senza dimenticare le troppe interferenze politiche nello Stato Maggiore, la scarsezza delle risorse finanziarie riservate alle risorse e il ridicolo aiuto ricevuto dall’alleato tedesco che considerava l’Italia alla stregua di un popolo sottosviluppato.
Infine, un quesito: resistenza o pace separata? Ma la Resistenza era ancora possibile?

3) Ciano.      Propose di dissociarsi dai tedeschi e di porre fine alla guerra sostenendo che solo loro erano responsabili del conflitto e che i fascisti vi sarebbero stati trascinati in forza dell’alleanza firmata prima della guerra. Me è una tesi insostenibile. I fascisti mentirono a loro stessi nel momento in cui si verifica la disfatta su tutti i fronti per cercare di restare al potere.

4) Farinacci.      Rinnovò lo sdegno per l’atteggiamento del nostro esercito per l’alleato tedesco.

5) Grandi.      Con tono riverente ma ingannevole propose di limitare l’influenza di Mussolini e di ridare spazio al Re e, incredibilmente, scaricando le colpe del conflitto a lui, che mai si era opposto al conflitto. – Vittima di una guerra impopolare, il Gran Consiglio – disse – si deve estromettere da una situazione insopportabile dove il popolo ha finito di interessarsi di una guerra etichettata di Partito ed inutile, una guerra ormai solo di Mussolini.
E’ necessario – disse ancora Grandi – che la monarchia esca da questa imboscata, che riassuma il comando supremo.

— intervento del Duce.      – una precisazione! Questo “Comando Supremo” non sono stato io a chiederlo: ne ho ricevuto la delega il 16 giugno 1940 dal Re e da Badoglio che invocavano indispensabile un’unità ferrea politico-militare assoluta nella condotta della guerra -.
E a tal proposito il Duce disse che non avrebbe avuto nessuna difficoltà nel restituire il Comando Supremo delle operazioni, ma al momento preciso non gli sembrava dignitoso ritirarsi dal suo posto in un momento così delicato.

6) riprende Grandi.      – E infatti con il mio ordine del giorno si vorrebbe superare questa naturale esitazione del Duce restituendo il Comando totale! (qui si allarga molto ad escludere addirittura il ruolo del Duce dal Governo, uscendo allo scoperto, per la prima volta).

7) Federzoni.      Regala immediatamente fiducia alla proposta di Grandi e si uniscono altre voci dalla sala.
Improvvisamente (è ormai mezzanotte…) venne notata una chiara difficoltà fisica del Duce: si pensò allo stomaco. Si paventò un rinvio, proposto da Scorza.

8) Grandi.      – Eh no: quando si trattava di argomenti futili – urlò Grandi – ci tenevi qui fino alla quattro di mattina! Ora, che si decide il futuro del fascismo si va avanti! -.

9) voci dal fondo.      – Ma non vedi che sta male? Che persona sei? –

10) Grandi.      – Io penso solo agli interessi dell’Italia!.

—– dopo 10 minuti di sosta, durante i quali Mussolini si alzò per leggere gli ultimi dispacci giunti dai settori operativi e ritornò in sala —–.

  •  da notare che la seduta non aveva previsto nessuna guardia armata fascista attorno alla sala; una misura di sicurezza inaccettabile. Una qualsiasi figura, interna o esterna, sarebbe potuta entrare e compiere un gesto efferato senza incontrare alcun ostacolo e non sarebbe stato così inverosimile. Nessuno pensò a questo aspetto, nemmeno nei giorni precedenti. Sarebbe potuto apparire come un semplice incontro tra amici —.

11) Bastianini e altri.      Non fecero altro che ripetere le cose già sentite; tutto in attesa del voto finale che stava mettendo paura a tutti, soprattutto ai fedelissimi.

  •  siamo ormai verso le due del mattino.

12) Scorza.      Il segretario del Partito fece l’ultimo tentativo per fermare la macchinazione in atto di Grandi.
Egli elencò le riforme che il Duce aveva pensato, come la nomina dei nuovi Dicasteri militari, una maggiore giustizia sociale, una riorganizzazione e moralizzazione del partito fascista ed una rivisitazione del ruolo del Comando Supremo.
Ma l’intervento non fu molto seguito. Lo stesso Mussolini, visibilmente sofferente, stanco e piegato su se stesso, dichiarò chiusa la discussione ed invocò il voto finale.

 

cose poco note.

Appena un’ora dopo la fine della seduta Grandi si incontrò con il duca Aquarone, lo informò del voto finale e gli consegnò l’ordine del giorno con le 19 firme favorevoli. In quell’occasione venne confermata l’attesa trepidante del Re che stava aspettando l’esito della votazione. Il colpo di Stato era stato compiuto.
Grandi fu visto sudare freddo. Mentre i 19 firmatari stavano uscendo da Palazzo Venezia, i fedelissimi si riunirono ancora una volta attorno al Duce nella stanza attigua.

Qui c’è un momento-chiave.
Qualcuno disse che il Gran Consiglio aveva valore solo deliberativo e che potevano votare quello che volevano, ma Mussolini, all’improvviso, in quella drammatica riunione ebbe un comportamento inatteso e strano:
affermò che si sarebbe recato il Lunedì dal Re senza muovere nulla, senza alzare nemmeno un filo d’erba, per così dire.
Con l’annuncio: “avete aperto la crisi del regime…” si capì che per i fascisti la cosa non era particolarmente grave: tutto era rimandato alla decisione del Re. Ma il problema era proprio qui…

Il monarca, dopo aver ricevuto conferma del voto di sfiducia al Fascismo, confidò a Puntoni che aveva già programmato tutto.
In pochi minuti orchestrò il da farsi: telefonò ai Carabinieri, all’ospedale per ottenere l’uso di ambulanza, allontanò gli inservienti inutili all’operazione in atto e inviò un messaggio al Duce per anticipare l’udienza-incontro del Lunedì alle 5 del pomeriggio della Domenica. Perchè questo?
Perchè non ci sarebbe stato nessuno in giro.
Non ci sarebbero stati testimoni occasionali, come in un normale giorno lavorativo. Bastava un usciere e solo il suo aiutante. Puntoni.

Da calcolare che i tedeschi, informati degli avvenimenti in corso, considerarono che fosse tutto di pertinenza del Governo italiano, anche se in realtà qualche preoccupazione c’era.
Il problema più grande del Re era relativo alla successione di Mussolini: già dal 19 luglio il monarca aveva deciso di sbarazzarsi di Mussolini senza tanti indugi. – Ci stava mettendo troppo tempo a cadere! – ha lasciato scritto Puntoni – aspettava solo che il Gran Consiglio e la Camera glie ne dessero l’occasione.
Da un appunto di nomi possibili scritti dal Re apparivano nomi come Badoglio, Caviglia, l’ammiraglio Thaon Revel. Caviglia aveva rapporti stretti con la Massoneria, Thaon Revel, grande attore della ‎guerra italo-turca nella prima guerra mondiale era troppo vecchio, quindi non restava che Badoglio.
Comunque, tutti uomini del Re, direi: tutti vetusti fantocci del Re.

Alle quattro del mattino del 25 luglio Mussolini rientra a casa dove Rachele, informata dei fatti, chiese: “li hai fatti arrestare tutti?” – “Forse lo farò, ma non ora…”
Da osservare che alle sei del mattino tutti i 19 firmatari favorevoli alla caduta del Fascismo si erano dileguati e nascosti per paura di esssere perseguiti. Ciano compreso. Come latitanti.
Dopo poche ore di sonno, alle 16.30, tutto era pronto.
Erano stati contattati anche i custodi delle località dove Mussolini sarebbe stato condotto.
In realtà, quasi tutti erano informati di ciò che doveva avvenire, da giorni. Persino il Papa. Incredibile.
Intanto, nelle prime ore del pomeriggio, un’insolita animazione si stava manifestando: il ministro della Real Casa – Aquarone, il gen. Cerica – comandante in capo dei Carabinieri, l’ex capo della Polizia – Senise ed un plotone di 50 Carabinieri.
Venne creato un problema. Il piano non doveva essere eseguito all’interno di Villa Savoia per volere della Regina. Vittorio Emanuele III chiese che venisse arrestato appena fuori dal cancello ma venne sollevata una questione di sicurezza: a pochi Km c’era la Divisione M fascista e poi, se Mussolini fosse riuscito a salire di nuovo sulla sua macchina avrebbe potuto sfuggire all’arresto.
Allora il Re acconsentì al gesto all’interno della Villa.

  • Qui occore annotare, l’ho già scritto, che Mussolini, arrivando con l’auto – da solo – fece girare diverse volte l’auto intorno all’ingresso della Villa come nell’intento di ripensare se entrare o no, poi decise e scese dall’auto guardandosi intorno, come se subdorasse qualcosa.
    Il gen. Puntoni portò al monarca una pistola che il Re nascose sotto un cuscino, sul divano regale.

L’incontro fu dominato dalla richiesta di dimissioni che il Re chiese a Mussolini, dicendo apertamente che Badoglio era colui che l’avrebbe sostituito alla carica di Presidente del Consiglio.
Lo sapevo da giorni… – disse Mussolini – E non mi resta altro che augurarle buona fortuna e Lei e all’Italia! -.

Uscendo venne fermato dal Carabinere Frignani che lo condusse all’ambulanza sul retro della Villa.
Erano le 17.30 del 25 luglio 1943. Venne condotto nella caserma in v. Quintino Sella.
Dopo 21 anni di governo ininterrotto il Duce era prigioniero.
Mai nessun governante era caduto sotto il peso di una così umanime condanna. Nemmeno un fascista scese in strada per difenderlo.

Inizialmente, la libertà riconquistata sembra una gioia infinita ma è un’illusione. Tutta la vicenda che culmina con l’arresto di Mussolini appare più che la caduta del Fascismo una abile manovra della classe dirigente conservatrice per consevare il proprio potere.
La resa dei conti che succederà all’inevitabile disfatta rischiava di travolgere le strutture economiche e sociali che lo sovrastavano. Bisognava quindi crearsi un’alibi nei confronti del paese: bisognava eliminare perciò il Fascismo di tipo classico, un fascismo “controproducente”, come lo chiamarono i fascisti di quel momento, facendo della monarchia un nuovo perno che potesse assicurare la stabilità del sistema. Ma probabilmente, i grandi industriali, le forze conservatrici, i militari, i fascisti legalitari si illudevano; oggi si può affermare che è molto difficile che un evento storico rispecchi sempre e soltanto le intenzioni di coloro che l’hanno promosso.
In realtà, con il 25 luglio, si apre una fase nuova d’Italia che vedrà, col sangue, riconquistare una libertà apparente e incerta, nata però sotto il pericolo di una nuova dittatura rossa.

 

questo articolo l’ho scritto studiando e scavando a fondo, come non mai. L’impegno mio è stato massimo. Davvero. Spero nel risultato.
Come ho segnalato nelle altre puntate, ripeto: “che schifo.!.”, qualcuno avrebbe dovuto pagare.
Sono stato illuminato da Ugo Zatterin. Spero qualcuno se lo ricordi.


verso la caduta. dai primi di luglio

articolo precedente: verso la caduta.

Curiosamente, il 5 luglio per la prima volta il Re parla apertamente della sostituzione di Mussolini e mette a conoscenza delle sue intenzioni il gen. Ambrosio.
Da quel momento la possibilità di un arresto o, addirittura della sua uccisione, diventano piani concreti.
Badoglio intanto aumenta le sue manovre per ottenere consensi ed appoggio e qualcosa trapela arrivando anche al Duce. C’è addirittura una spiata chiara nella quale si informa che Badoglio sta dicendo peste e corna del Fascismo e che sostituirà presto il Duce.
Ma non succede nulla. Strano.

Secondo la mentalità di questi anni, perchè sarebbe stato indispensabile proprio ucciderlo?
Non sarebbe stato abbastanza desautorarlo?

Ancora curiosamente, si registra una visita del Papa al Re per scoprirne le intenzioni (raro), ma il progetto fallisce. Cioè, l’incontro c’è ma il Re non si confida.
Anche Grandi è presente. Ancora + curioso. Ma fino ad un certo punto.

Una nota.
Quindi se Grandi fu presente all’incontro, 2 cose:
1) fu una visita assolutamente a titolo privato e non certamente come emissario nè del Gran Consiglio, nè di Mussolini, nè del Fascismo.
( forse mosso dall’aver saputo dei sondaggi del Re ebbe il sentimento di chiedere conforto sul da farsi e come muoversi );
2) come fascista a tutti gli effetti fu un traditore allo scoperto.
3) chiedo ancora: e nessuno lo ha potuto vedere entrare ed uscire dal Re ed insospettirsi?

Il 9 e 10 luglio gli anglo-americani sbarcano in Sicilia tra la gioia dei presenti in loco, anche se in verità non dappertutto.
Se poi si legge: “Controstoria della Liberazione” di Gigi di Fiore si ottiene un’immagine completamente opposta e probabilmente poco nota.
Si vocifera che Mussolini voglia in quei giorni, visitare la Sicilia.
Il Re scrive nell’occasione che “se il Duce fosse per casocatturato o uccisola situazione volgerebbe ad una svolta risolutiva in un tempo brevissimo e la cosa sarebbe augurabile”. Fonte: memorie di Puntoni.
Il 16 luglio altre due eminenze del Governo sono intercettate telefonicamente mentre dicono che “bisogna finirla!” e poi ancora: “Badoglio è pronto“. IL tutto, mentre i militari fremono.
In questo caso, se sono state effettivamente intercettate telefonicamente qualcuno avrà informato chi di dovere… oppure c’è stato un ordine perentorio di non fare nulla.
Ribadisco: mi sembra inverosimile che nessun uomo del P.N.F abbia sentito, subdorato qualcosa, o pensato a qualche iniziativa, in mezzo a tutto questo chiacchericcio.
Comunque oggi è chiaro: il Duce lo sapeva.
Ma la malattia intanto lo stava dilaniando.
Il 17 luglio c’è un colpo clamoroso: un emissario del Vaticano chiede apertamente un passaporto diplomatico per un incontro a Lisbona con gli inglesi. Si saprà poi che era Bastianini e che aveva ricevuto addirittura l’autorizzazione dal Duce. Qual’era allora il piano di Mussolini?

Sempre il 17 viene confermato l’incontro con il Fuhrer a Feltre (dovrei anche scrivere… forca futtana…. – “forca” detto con la O chiusa).

Nel frattempo i tedeschi fanno una richiesta ufficiale del comando delle forze armate italiane perchè sono convinti che le cose così andrebbero molto meglio. Contemporaneamente giunge anche un appunto dello Stato Maggiore dove si dice che – non possiamo continuare la guerra, a meno di un massiccio aiuto tedesco e la chiusura immediata del fronte russo -.
Mussolini potrà chiedere questo ad Hitler? Lo dovrà fare il 19 proprio a Villa Gaggia.
Guarda caso. Come facevano quegli alpini a potere prevederlo già in febbraio?
Qualcuno fa trovare al custode della villa una cassa piena di bombe a mano nel parco antistante a dove avverrà l’incontro.
Sempre contemporaneamente un piano inglese del Bomber Command, di cui ho sempre scritto, prevede di bombardare Roma e di uccidere Mussolini colpendo Palazzo Venezia e Villa Torlonia per dare un colpo mortale finale al Fascismo.
Ma Mussolini non c’è. E’ a Riccione. Partito la sera prima in aereo, si fermerà a Villa Mussolini e proseguirà poi per Villa Gaggia.
Ma gli inglesi al momento non lo sanno.
Il convegno di Feltre, come ho scritto, è stato confermato solo due giorni prima, ma documenti trovati a Villa Gaggia parlano di “del noto incontro” già a fine giugno. Sembra che il complotto abbia complici molto in alto.
Stranamente Hitler arriva a Treviso non in anticipo come faceva di solito e sorvola l’aeroporto più volte come a non voler scendere; mentre in treno, Bastianini e D’Ambrosio dicono a Keitel che non è più possibile andare avanti senza aiuti massicci.

Intanto a Villa Gaggia il gruppo di alpini è pronto all’azione, dalle 6 di mattina. All’atto della resa dell’onore delle armi si sarebbe scatenato l’inferno con le bombe a mano prelevate nel parco ed i due dittatori sarebbero verosimilmente morti.
Quasi verso mezzogiorno Hitler e Mussolini attraversarono il parco e arrivarono nel salone della villa. Nel contempo i bombardieri anglo-americani sorvolarono la stazione di San Lorenzo a Roma e le esplosioni colpirono molti edifici, ma nessuna bomba colpì nè Palazzo Venezia nè Villa Torlonia.

A Villa Gaggia Hitler parlò per due ore di fila senza interruzioni con un Mussolini muto ed impassibile. A Roma intanto lo sgomento, lo shock per il bombardamento fu enorme. Morte, distruzione e migliaia di feriti furono il risultato, ma l’attacco non ebbe l’effetto sperato.
Si scoprirà poi che il 14 luglio il ministro Eden non aveva autorizzato l’assassinio di Mussolini perchè in caso malaugurato di fallimento la cosa avrebbe fatto crescere l’appoggio e la popolarità del Duce in modo esponenziale e, allo stesso tempo, avrebbe aumentato il deploro europeo per gli Alleati. D’accordo con questo era anche Churchill.
Hitler, dal canto suo, espresse la decisione di non consegnare le sue armi speciali agli italiani data la disponibilità effettiva e l’impreparazione dei soldati italiani; del resto i tedeschi ci avevano sempre considerato come dei retrogadi e dei cialtroni. Il suo progetto era quello di dividere l’Italia in due facendo Mussolini Governatore dell’Italia del Nord. Gli Appennini diventerebbero la nuova frontiera invalicabile, ma a questo il Duce si oppose fermamente.
Qualche giorno prima sembra abbia pensato di convocare il Gran Consiglio.
Ma a che scopo? Mistero.
L’unica cosa che appare chiara è che alla Corona interessava avere il merito di aver salvato l’Italia per salvarsi la faccia.

E gli alpini? Perchè non era scattato l’asssalto?
Perchè due giorni prima, con una telefonata, aveva bloccato il piano. Si dice che il Papa abbia posto il veto all’attentato in modo che la cosa avesse un epilogo differente e più naturale.
Si vocifera che abbia confabulato al proposito con Grandi.

Consuntivo. Quindi del possibile attentato sapevano a Londra, in Vaticano e quasi tutto il Governo italiano. Ma nessun fascista.
Raro.


1939: L’ ITALIA MEDIEREBBE PER LA PACE

L’Ambasciatore Italiano a colloquio con Lord Halifax.

LONDRA. — Malgrado la smentita ufficiale italiana, i corrispondenti dei giornali italiani insistono nel dichiarare che il nuovo ambasciatore italiano a Londra, S.E. Bastianini, intende iniziare ulteriori proposte di pace.
S.E. Bastianini e’ stato ricevuto da Lord Halifax col quale ha discusso la situazione internazionale.
Secondo il corrispondente del “Daily Telegraph”, S.E. Bastianini avrebbe assicurato a Lord Halifax che i Governi dei paesi belligeranti potranno sempre contare sui buoni uffici dell’Italia nel caso desiderassero cessare le ostilita’.

Churchill+Halifax(a-destra)

Vasta eco e un generale interesse ha destato il comunicato del corrispondente ginevrino che, nel corso di uno colloquio accordato ad un ambasciatore straniero, S.M. il Re Imperatore avrebbe dichiarato: “Fino a quando sarò a  capo di Casa Savoia, l’ltalia non sorgerà in armi contro la Francia.”


14 ottobre 1939: news

Inghilterra. L’Ammiragliato britannico ha annunciato che la HMS Royal è stata affondata da un U-47 (leggi articolo sotto).
Due piroscafi francesi, Louisiane e Bretagne e il piroscafo britannico Lockavon affondati ancora da sommergibili.
Il signor Bastianini, è il nuovo ambasciatore italiano a Londra.

Helsinki. La delegazione finlandese ha lasciato Mosca per riferire al suo governo.

U-boots


l’arresto di Mussolini

villaTorloniaLa mattina del 25 luglio 1943  Mussolini rientrò alle 4 nella sua abitazione a villa Torlonia; era con Scorza. La moglie Rachele agitata e trepidante disse: “li hai fatti, almeno, arrestare tutti?”; Benito allora rispose: ” lo farò.. “.

– Alle 5 andarono a riposare. Per i romani era una mattinata come tutte le altre. Una Domenica immersa nell’afa.

uscitaM– Verso le 9  Mussolini si recò a Palazzo Venezia percorrendo il solito tragitto popolato da poliziotti in borghese.

– Alle 10 e 40, il sottosegretario Albini gli portò il rapporto mattutino con la relazione del bombardamento notturno di Bologna.

– Verso mezzogiorno Mussolini ricevette l’ambasciatore del Giappone, il segretario De Cesare telefonò al Quirinale dicendo che il Duce desiderava conferire col Re e l’appuntamento era fissato a Villa Savoia per le ore 17.

M-Bastanini– Infine, verso le 12 e 30, ricevette Bastianini e gli chiese di preparare un progetto per far dichiarare “Roma città aperta”.

Tiburtino2 Tiburtino1

Musso-al-Tiburtino.

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– Alle 14 Mussolini uscì da Palazzo Venezia  andò a visitare le macerie del Tiburtino; lo hanno visto piangere.

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——————————————————————- Più tardi, dopo pranzo Mussolini si ritirò nella sua stanza per cambiarsi.  Vestito blu, cappello marrone; e per l’ultima volta uscì da Villa Torlonia. Erano le 16 e 20. Il Re lo incontrò alle 17. Era armato di una pistola. (?!?) Per ogni evenienza. E dietro un uscio origliava di nascosto il suo aiutante di campo: il generale Puntoni, pronto ad irrompere se qualcosa andava storto.

villa-savoiaAlle 17 e 20, mentre stava uscendo da villa Savoia, Mussolini cercò la sua macchina e venne avvicinato da un capitano dei Carabinieri che, per ordine di S.M., lo invitò a salire su di un’autombulanza per la sua incolumità. ” Non ci credo “, dirà.

GiovanniFrignaniIl Carabiniere che gli intimò di seguirlo si chiamava Raffaele Aversa. Con lui anche il capitano Paolo Vigneri; entrambi, Carabinieri Reali di Roma. L’operazione era stata curata fin nei minimi dettagli da Giovanni Frignani, Ten. Colonnello. Poi però gli eventi si succedono e precipitano. C’è l’armistizio segreto il 3 settembre e l’annuncio l’8; Roma viene occupata dai tedeschi che danno immediatamente la caccia ai Carabinieri che hanno eseguito il colpo di Stato. Il 9 settembre, incredibilmente, il Re fugge verso Pescara con il suo Governo; il 12 Mussolini viene liberato dai tedeschi al GranSasso.

estratto audio di Mussolini sul 25 aprile 1643

Il 13, Mussolini fa sapere di voler personalmente la testa di Frignani  che è costretto ad entrare in clandestinità. E’ il 15 settembre, una giornata chiave per l’Arma che viene sciolta. Le SS compiono numerosissimi tedeschi-arrestiarresti tra i Carabinieri allo sbando (oltre 4000 uomini); alcuni si danno alla macchia, gli altri vengono caricati su carri bestiame e deportati in Germania. Pochi vengono trasferiti in via Tasso, sede della polizia segreta di Kappler.

Il 7 settembre, frattanto, Raffaele Aversa sfugge ad un tentato arresto delle nuove autorità insiediatesi e organizza il Fronte Clandestino di Resistenza dei Carabinieri. Sarà arrestato il 23 gennaio 1944 assieme a Giovanni Frignani dalle SS e dopo due mesi di sevizie, fosseArdeatineproprio mentre si stava intercedendo per la loro  scarcerazione, il 23 marzo avviene la strage di v. Rasella e saranno vittime nelle Fosse Ardeatine.

elenco_militari_F.A elenco dei militari caduti nella rappresaglia delle Fosse Ardeatine.

elenco completo dei caduti.

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