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Badoglio si Badoglio no

Alcuni lo hanno definito un uomo della storia, un uomo deplorevole ed in altre maniere più colorate, ma nessuna definizione di queste rende giustizia alla figura. Probabilmente… , “criminale di guerra” è quella che gli calza di più. Almeno a sentire il governo etiope, abissino e jugoslavo. I documenti dell’archivio di Stato italiano, senza reticenze e con il più crudo linguaggio della burocrazia, denunciano stragi, oppressioni, infamie , rapine, deportazioni e violenze di ogni genere, imposte e protette dall’uomo di Grazzano Monferrato.

Eritrea-1935

La cronologia dei tentativi di estradare questo criminale a guerra finita è lunga, tortuosa e, soprattutto, infruttuosa.
Nel 1998 uscì un inserto in un giornale che descriveva le malefatte in modo estremamente dettagliato. Mi rammarico moltissimo di averlo perduto nei meandri di questa mia mania; oggi mi sarebbe servito. Non ultimo, il fatto che richiedere una copia di quell’inserto al giornale è tempo perso. Va bene.

L’accusa.

capitolo 1

ipriteIn aperta violazione del protocollo di Ginevra del 1926 che l’Italia aveva sottoscritto, fu dato ordine da Badoglio di usare gas tossici contro gli etiopi.

Già dalla prima grande guerra, l’iprite veniva usata per riempire recipienti da lanciare sul nemico, oppure spruzzata da bassa quota come insetticida. Un’ondata terribile venne lanciata contro una popolazione completamente impreparata. L’iprite, usata in bombe di 280 kg veniva lanciata per espoldere in aria ( a circa 200m da terra) e questo liquido pesante diventava una pioggia letale che procurava morte sicura, penetrando attraverso i vestiti, bruciando e disintegrando i tessuti umani. Gli abissini erano completamente vulnerabili a questo tipo di attacchi e tantomeno conoscevano un metodo per curare i loro feriti. La guerra chimica era stata preparata anni prima con tonnellate di liquido per la fanteria in granate caricate a gas e migliaia di bombe per l’aviazione. Badoglio trovò questo “apparato” pronto e lo usò ancor prima di avere l’ordine esplicito di Mussolini. Di propria iniziativa. autorizzazioneL’autorizzazione arrivò il 28 dicembre 1935 che riguardava iprite e lanciafiamme. Questi metodi efferati erano ben tollerati dalle coscienze di questi personaggi. Si pensi che Rodolfo Graziani (chiamato “il macellaio di Libia“), pur di battere il Badoglio “avversario” in durezza, fu addirittura più creativo ed intraprendente implementando la tecnica di gettare dagli aerei i ribelli catturati! Badoglio02Badoglio, al fine di stroncare la ribellione e la resistenza locale, ebbe il “sentimento” di far largo uso di gas venefici con la stessa  facilità con la quale mandava allo sbaraglio migliaia di uomini a terrorizzare quelle popolazioni inermi come se si trattasse di disinfestare una topaia.

Ma c’è di più.

capitolo 2

Un effetto collaterale a queste procedure fu quello dell’opinione britannica che si manifestò subitò inorridita; Mussolini, a quel punto, autorizzò i generali a spazzar via gli stranieri dalle zone di guerra. Badoglio, preoccupato per l’opinione pubblica mondiale, fu solerte nel far scoprire che a far trapelare la notizia dell’uso dei gas era stata la Croce Rossa. Cinque giorni iniziò un raid aereo di 19 incursioni contro ospedali da campo della Croce Rossa Internazionale. Nel primo di questi attacchi, avendo saputo che lo Stato Maggiore dei “ribelli” era accampato nelle vicinanze di un ospedaletto svedese, Graziani, sempre in questo clima competitivo tra comandanti, comandò a Bernasconi (comandante della squadra aerea) di compiere un vigoroso bombardamento sulla località. Anche se – aggiungeva nel telegramma – questo dovesse involontariamente colpire le tende dell’ospedale. Infatti così accadde. Moltissime bombe caddero causando una strage immane. Era dalla strage degli Armeni che non si vedeva una tale manifestazione di incontrollata brutalità. Così fu definita dai britannici.

public-opinion

Alla fine della guerra si è saputo che i governi di Gran Bretagna e Stati Uniti erano perfettamente a conoscenza dei crimini commessi da questi ed altri ufficiali italiani, tuttavia, provocare una rottura politica con il governo italiano, a così breve distanza dalla fine del conflitto venne considerato politicamente inopportuno.

Nel 1946 gli eventi in Italia stavano prendendo una direzione tale da rendere impossibile l’estradizione dei criminali di guerra. E fu in quel momento che in Italia si seppe che Badoglio era ricercato dal governo etiope per aver usato i gas tossici ed il bombardamento inumano degli ospedali della Croce Rossa. Ma già dal 1943 i britannici e gli americani dell’armistizio sapevano delle malefatte italiane del Fascismo. Badoglio03In quei giorni Churchill mandò un telegramma a Roosevelt in cui affermava di voler sostenere qualsiasi governo non fascista e l’intenzione di garantirsi l’appoggio dell’esercito italiano, nel modo più conveniente, ma Badoglio annunciò che “la guerra continuava” e la cosa mise gli Alleati in una posizione difficile. Ma con la fuga del Re del 12 settembre Badoglio riparava al sud e siccome sia il Re e Badoglio, rappresentavano la legalità (nonostante quel che sapevano e con la benedizione di Eisenhover) accettarono che Badoglio diventasse il loro baluardo contro il comunismo che stava minacciando di dilagare in Italia. Dal 44 i britannici sapevano che l’Italia del Nord era un presidio comunista e Churchill, (come politico di destra) finì per diventare un anti-antifascista! Il timore delle ripercussioni politiche spaventava quindi Inghilterra e Stati Uniti. Il consegnare i criminali di guerra ai paesi che li avevano richiesti (Etiopia, Jugolslavia, Grecia) poteva creare grossi imbarazzi. Dal momento che non potevano rifiutarsi e allo stesso tempo non avevano nessuna intenzione di far finire questi individui sotto processo a Paesi dove non avevano il totale controllo, temporeggiare era la soluzione più naturale. Così vennero usate tutte le tecniche conosciute per guadagnare tempo. Nel frattempo l’occupazione sarebbe finita ed il problema dei criminali di guerra (secondo le leggi di Mosca) sarebbe diventato un problema italiano e sapevano anche che l’Italia non avrebbe mai consegnato nessun accusato a qualsiasi richiedente. processareI pesi politici del dopoguerra contribuirono a far decadere l’argomento dei crimini di guerra rimandandoli al giudizio dei Paesi dove erano stati commessi. Di tutto questo contribuì molto anche il fatto che l’opinione pubblica italiana non se sapeva granchè e tutto giocò a favore dei probabili accusati.

Ecco come Badoglio evitò tutti i problemi ed assieme a lui anche Graziani, Roatta ed altri 750 ufficiali italiani. Certo che in questo tumulto di avvenimenti fa sorridere l’immaginare un Badoglio piagnucolante sul molo a Pescara per imbarcarsi per Brindisi, preoccupato per la sua incolumità fisica; lui che non aveva remore nel mandare a morire migliaia di persone. E pure preoccupato per i suoi possedimenti personali in mano ai tedeschi.
Ce lo racconta Indro Montanelli nel suo “Storia d’Italia 1943-1948”.


I documenti che comprovano questo sono emersi nel 2006,
da un’indagine privata nell’Archivio pubblico londinese.

 


29 agosto 1943. cronaca

29 agosto: domenica

  • Nel pomeriggio Osborne, l’ambasciatore britannico presso la Santa Sede, invia un messaggio accorato a Badoglio:
    “E’ di vitale importanza che il generale Castellano si rechi subito in Sicilia come concordato a Lisbona”.
  • Badoglio convoca la riunione decisiva pe l’indomani mattina.

L’ultimatum sta per scadere e gli alleati sono al colmo dell’esasperazione.
La calma di Badoglio e la mancanza di decisioni da parte italiana fanno aumentare l’ansia e le incertezze di tutti i protagonisti. In realtà, il Re e i suoi consiglieri non manifestarono nessuna eccezione per i termini dell’armistizio “corto”, ma temevano che se si fossero arresi senza saper “dove” e “quando” e “con quali forze” gli alleati sarebbero sbarcati, si sarebbero esposti alla cattura dei tedeschi, specie se gli stessi non fossero arrivati in forze vicino a Roma.
Ed il peso dello sbarco, ricordiamolo, ricadeva unicamente sugli americani perchè gli inglesi non avevano forze sufficienti da impiegare.


3 agosto 1943. cronaca

3 agosto: martedi

  • Guariglia incarica Alberto Berio di assumere la carica di console generale a Tangeri al posto di Mario Badoglio, figlio del maresciallo d’Italia, e prendere contatti riservati con il console britannico Gascoigne.

Questo è particolare e la dice abbastanza lunga sulla qualità delle persone che goverarono l’Italia di quei giorni.
Senza attendere l’esito dei colloqui di D’Aieta a Lisbona, Badoglio e Guariglia avviano un’altra esplorazione a Tangeri attraverso il diplomatico Alberto Berio. Berio deve comunicare agli alleati che i tedeschi hanno in mano l’Italia e meditano di occupare Roma improgionando il Re e Badoglio; che gli alleati devono attenuare l’intensità dei bombardamenti per permettere al Governo di tenere il fronte interno; che sarebbero auspicabili gli sbarchi in Francia o nei Balcani in modo da richiamare dall’Italia truppe tedesche in quelle zone.
Doveva essere molto alta la soglia di ansia e preoccupazione per tentare di avviare un altro canale diplomatico; certo è che la cosa non avrà contribuito a migliorare l’immagine dell’Italia. Troppi intermediari, più o meno professionali avranno creato sicuramente confusione e molti dubbi nei nostri confronti, giocando anche un brutto scherzo alla lucidità strategica dei nostri responsabili.


25 luglio: dall’altra parte

Per comporre questo articolo sono andato a risentire interviste fatte nel 1984 ad alcune persone vicine ai protagonisti.

L’ambasciatore Ortona nel ’43 era capo della segreteria del sottosegretario Giuseppe Bastianini e nelle sue memorie descrive il 14 luglio del 1943: – Vedo venire a Palazzo Chigi Renato Ricci, Bottai, Cianetti, De Vecchi e sento che qualcosa stava per cambiare… Eravamo in un momento dove tutti sentivamo fosse necessaria una qualche azione nei confronti del Duce per porre fine ad un processo di distruzione del Paese che stava per essere invaso dagli Alleati.
E l’arrivo di questi eventi era direttamente connesso con l’esame dei passi che si potevano compiere nei confronti di Mussolini per mettergli di fronte l’evidenza della tragedia che stavamo vivendo.
Bastianini era indubbiamente considerato una persona onesta, di grandi capacità e, allo stesso tempo, di fede; una persona per la quale si potevano anche raccogliere dei suffragi per l’azione che doveva essere svolta in quel momento. Eravamo tanto vicino alla distruzione che sentivamo necessario il bisogno di un chiarimento definitivo coi tedeschi, cosa questa che mi porta a ricordare che pochi giorni dopo avvenne l’incontro di Feltre. Un convegno drammatico perchè si desiderava che Mussolini parlasse francamente con Hitler relativamente all’andamento della guerra, forse per ricevere aiuti materiali per evitare di essere costretti a uscire malconci dal conflitto.
Questo non avvenne a causa di diversi fattori: forse per la mancata profonda conoscenza del tedesco da parte del Duce, vuoi per il modo estremamente veloce di parlare di Hitler, vuoi per il carisma dello stesso Fuhrer, ma a colazione Mussolini, – ricordano i presenti -, non proferì parola se non per interrompere un attimo ed essere aggiornato sui bombardamenti su Roma -.

Ma esiste anche un’altra tesi.

Mussolini aveva sempre sofferto la presenza di Hitler, probabilmente perchè la sua incisività non era mai risultata affrontabile, mai interrompibile, perchè la forza della Germania era 4 volte l’Italia, forse perchè sapeva di non poter più esercitare nessuna attrattiva nei confronti del Fuhrer da molto tempo.
Lo sapeva il Duce, lo sapeva Mussolini. Insomma, non proferì parola. Come sempre.
Anzi, si alzò di scatto, chiamò il suo segretario e fece apprestare il treno per il ritorno. Sapeva di essere una delusione. Lo sapeva benissimo.
Nello stesso momento Grandi lasciò Bologna per la capitale deciso a compiere un estremo tentativo. Solleciterà ancora una volta il Sovrano a prendere il Comando Supremo dell’Italia, i destini del Paese e chiederà al Duce la convocazione del gran Consiglio.

Nella prima versione abbozzata si affermava la necessità e il dovere dell’unione morale e materiale di tutti gli italiani, si dichiarava necessario ed urgente il ripristino integrale di tutte le funzioni statali attribuite nelle leggi costituzionali al Re, al governo, al Parlamento, si disponeva che fosse abolito il regime totalitario e data a tutti i partiti politici piena libertà d’azione.
Grandi scrisse: – la liquidazione di Mussolini e della dittatura era il passaggio obbligato per separare finalmente l’Italia dalla Germania e scendere a combatterla senza indugi prima che l’inevitabile vendetta tedesca prendesse sostanza –.

  • Domanda 1.

Come pensava possibile una tale manovrabilità politica con il Duce ancora in carica?
Come pensava fattibile una separazione militare tra gli italiani e i tedeschi?
Come valutava la possibilità che la Germania considerasse la cosa come un tradimento senza precedenti?
Come avrebbe assorbito l’impatto del cambiamento di rotta il popolo italiano?
Come li avrebbe informati?

Secondo Grandi, si sarebbero così create le condizioni per contattare gli Alleati e cercare una pace separata mettendoli al cospetto di una Italia che già combatteva i tedeschi e costringendoli a rinunciare alla richiesta di una resa incondizionata decisa a Casablanca.

  • Domanda 2.

Come pensava di poter combattere una Germania che era aveva messo sotto scacco l’intera Europa?
Queste sono frasi di un sognatore slegato completamente dalla realtà.
Il Conte di Mordano si stava dimenticando che il Re, in accordo con Mussolini, aveva avvallato l’entrata in guerra, nel 1940, sapendo di non essere all’altezza dell’impegno militare ed industriale e ora, nel 1943, pensa di poterla addirittura combatterla?

Appena giunto a Roma, il giorno 21 luglio 1943, Grandi incontra Scorza che lo aggiorna sulle novità: è stato convocato da Mussolini per il pomeriggio del giorno 22.
Grandi, in quell’anno, era Presidente della Camera, all’epoca Camera dei Fasci e delle Corporazioni e i suoi consiglieri si chiamavano Consiglieri Nazionali. Era anche un fascista di spicco, dissidente, ma fascista – con divisa fascista.

L’avvocato Mario Zamboni era uno di questi Consiglieri nazionali e il 21 luglio venne convocato da Aquarone al Palazzo della Real Casa per chideregli di poter incontrare Grandi in privato. Grandi, contattato, fece capire che non poteva e non DOVEVA vederlo in questa fase preparativa dell’ordine del giorno, una fase politica molto delicata.
Per due ordini di ragione. Uno, per la correttezza costituzionale per non implicare e compromettere la personalità del Sovrano in un’azione di parte; due, per la lealtà che egli voleva rispettare nei confronti del Duce che avrebbe dovuto incontrare l’indomani alle ore 17.

Giovedì 22 luglio 1943. Prima di incontrare Mussolini prende contatti con alcuni membri del Gran Consiglio sui quali sa di poter contare.
Presenta a loro una seconda bozza dell’ordine del giorno sostanzialmente simile alla prima, tranne in un punto: non c’era più l’abolizione del regime totalitario e la libertà per tutti i partiti politici; vi è invece il ritorno del Partito Nazionale Fascista alla sua fisionomia originaria e alla sua primitiva funzione di oraganizzazione politica.
A questa seconda versione dell’ O.d.G. aderiscono Bottai, Federzoni, Bastianini, Albini.

Nota. Nessuno di questi si è sognato di informare il Duce all’istante.
domanda. Ma che razza di fascisti erano?

Alle 17.30 Grandi si reca dal Duce. Nel colloquio di un’ora e mezza gli espone la sua idea e lo esorta a mettere nella mani del Re i suoi poteri civili e militari.
Io non cedo nessun potere a nessuno: solo il Re in persona può ordinarmelo! – disse Mussolini, – il Fascismo è forte, la nazione è con me, io sono il capo, mi hanno obbedito e mi obbediranno.
Ci vedremo in Gran Consiglio! -.

Secondo il generale Marchesi, di ritorno da Feltre non rimaneva altro che applicare il piano di emergenza: cioè, cambiare il governo. ma per questo occorreva il pieno consenso del Re.
Il Re concesse il suo consenso subito e allora si trattava di fermare Mussolini. Gli ordini del gen. Ambrosio erano che non avrebbero dovuto torcergli un capello, doveva essere garantita la sua incolumità. Il piano di emergenza si presentava in forma diverse: la prima prevedeva una esercitazione militare durante la quale sarebbe stato fermato; la seconda era un’aggressione a Palazzo Venezia, ma risultò impossibile a realizzarsi. Esisteva anche una data. il giorno 26.

Grandi annota nel suo diario:
Venerdì 23 luglio,
ore 8.30: – vedo Bottai, lo prego di lavorare qualcuno del Gran Consiglio che conosceva meglio e che fossero disposti ad ascoltarlo.
Ore 11.00: vedo Bignardi, mi promette di lavorare Pareschi e di mettersi vicino al Capo della Polizia Chierici per consigliarlo; domattina alle 9 si recherà da De Bono portandogli una lettera e una copia del mio Ordine del Giorno.
Ore 15.00: rivedo Federzoni, mi assicura che parlerà nella serata con De Vecchi e con l’amico De Stefani.
Ore 17.00: vedo Ciano, parliamo a lungo. Legge l’O.d.G. e lo accetta, secondo lui è troppo lungo; forse ha ragione.

Roma, sabato 24 luglio. Grandi scrive: – La giornata deciderà tutto. Sento veramente che è la più grave della mia vita. E’ probabile che sia fucilato da Mussolini l’indomani mattina che sia arrestato subito dopo il Gran Consiglio. Per la Patria. Non importa: bisogna farlo.
Ore 11.00: vedo Cianetti. Accetta -.
Ore 12.00: rivedo Ciano. Accetta definitivamente.
Ore 11.30: Bignardi arriva per dirmi che De Bono accetta.
Poco dopo arriva la notizia che Federzoni accetta.
Ore 12.30: vado da Suardo. Dopo un lungo e pesante colloquio accetta.
Ore 15.00: Pareschi accetta.
Ore 17.00: Anche Acerbo, col quale parlo brevemente, accetta.

Siamo in 17. – scrive Grandi – Come ultimo atto, scrissi una lettera al Re e misi in tasca due bombe a mano che mi ero fatto dare dal gen. Agostini –.

  • Domanda 3.

Ma era davvero possibile partecipare al Gran Consiglio addirittura armati, come ho letto, con pistole, bombe a mano?
Nelle sale di Palazzo Chigi, Palazzo Venezia, nel Quirinale, si può entrare armati come se fosse nulla? Non c’è nessun controllo?
Cos’era, una festa messicana di paese ?

Teoricamente, il rischio di non uscirne vivi era possibile, ma non reale. Sapevano tutti che non ci sarebbe stato nessun controllo.

 

L’avvocato Zamboni rivela:

Poco prima delle 17 io vado a prendere Grandi a Montecitorio e lo accompagno a Palazzo Venezia. Ma prima di uscire mi consegna un plico voluminoso nel quale sono contenute una lettera ad Aquarone, una copia per il Re e l’Ordine del Giorno che lui si riservava di presentare in Gran Consiglio e disse:  – Questo plico lo devi consegnare mezzora dopo l’inizio della seduta.
Ciò accadde alle 17.35
-.

Il punto-chiave dell’arringa di Grandi fu quando alle 19.05 enunciò:
Con questo O.d.G. il Gran Consiglio dichiara decaduto il regime di dittatura che ha compromesso i vtali interessi della nazione, ha portato l’Italia sull’orlo della sconfitta militare, ha tarlato e corroso nel tronco la rivoluzione e il Fascismo medesimo.
Non si tratta di salvare noi stessi, le nostre persone, il Regime o il Partito, si tratta di salvare l’Italia e di salvare pari tempo gli ideali che salvarono la nostra giovinezza fascista e la nostra generazione. La suprema direttiva sia l’imperativo del Duce, perisca pura la fazione purchè la Nazione viva! -.

Ripeto. Alle 11.30 Mussolini rinunciò al suo intervento a causa dei dolori lancinanti allo stomaco che lo stavano attanagliando.
Quando chiese una pausa di dieci minuti -annota Grandi – temetti che non sarebbe più rientrato ed al suo posto sarebbe comparsa la Milizia per arrestarci -.

Ma alla ripresa della seduta Mussolini riprese la parola affermando di respingere l’O.d.G. di Grandi che metteva in discussione l’esistenza stessa del regime, riaffermò l’inseparabilità dalla sua persona, il fascismo, la Rivoluzione, il Partito e la dittatura. Ribadì la certezza nella vittoria finale e si dimostrò sicuro che il Re gli avrebbe riconfermato la fiducia e in quel momento ciascuno dovrà assumersi le proprie responsabilità. – Quest’Ordine del Giorno pone un problema molto delicato: quello personale del sottoscritto -.
Urlò Mussolini.
In un attimo sembrò riguadagnare quanto aveva perduto sino ad allora, Grandi reagì denunciando il ricatto, – la fedeltà alla Patria – sostenne – non può essere subordinata alla fedeltà al Duce! -.
La situazione si fece sempre più confusa: si accavallarono gli interventi dei fautori e degli avversari del dittatore.
A quel punto non restava che contarsi.

Zamboni aspettò Grandi a Montecitorio che arrivò alle 02.30 pallido, stanco, pervaso da una profonda malinconia. – Siamo al Colpo di Stato! – disse, dopodiche ci recammo in v. Giulia da Aquarone.
Il generale chiese a Grandi cosa intendesse fare a quel punto; – il Re che intenzioni ha? Alla risposta incerta di Aquarone capì che egli si stava orientando ad un governo di tecnici e funzionari – e per la guida penso abbia pensato a Badoglio… – aggiunse Aquarone.
Mi pare una scelta infelice – disse Grandi – Badoglio è colui che come capo di Stato Maggiore dell’esercito ha dichiarato la guerra, è Duca di Addis Abeba, è iscritto al Partito, perchè non avete pensato a Caviglia? Io, intanto – continuò Grandi – potrei convocare le Camere e far votare la fiducia al nuovo Governo e sciogliere la Camera attuale, oppure, entro 24 ore, partire per Madrid per incontrare gli inglesi e lanciare una trattativa politica in modo che non rimanga tutto solo nelle mani dei militari!. Voi mi dovrete sconfessare nei confronti dei tedeschi dove penso di avere carte buone da giocare… – -.

Nel pomeriggio del 25 luglio il generale Marchesi era a Palazzo Didoni, accanto al gen. Ambrosio; ad un certo momento entrò il gen. Castellano per invitarlo ad uscire per andare da Aquarone al Quirinale, lì erano già riuniti il gen. Ambrosio, il Comandante dei carabinieri e un’altra persona che aspettavano il segnale convenuto: il fermo di Mussolini.
Il segnale arrivò e allora si recarono al Ministero dell’Interno, nella stanza del Sottosegretario Albini. Castellano disse:
E’ stato fatto un Colpo di Stato militare, Mussolini è stato destituito… . Se Lei (Albini) desidera può collaborare, in caso contrario nessuno le farà nulla e potrà ritirarsi… -.
In quel momento Senise che entrò, era divenuto il nuovo capo della Polizia, firmò il mandato per il mantenimento dell’Ordine Pubblico da mandare ai Prefetti.

 

 

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e ancora:

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Note (rock around il 25 luglio)   (2013)

il 25 luglio poteva essere riscritto   (2010)

 

qualcosa ho scritto sull’argomento…


25 luglio 1943: subito dopo e ancora dopo

Come ho segnalato nella puntata precedente, davvero nessuno dei 19 firmatari e distruttori del fascismo potè dormire nel proprio letto per la paura di essere arrestato.


Comunque Mussolini alle 9 di mattina si recò a Palazzo Venezia percorrendo il tragitto fortemente vigilato da poliziotti in borghese. Una volta arrivato il sottosegretario Albini gli portò il rapporto mattutino dov’erano riportate le notizie del bombardamento notturno di Bologna.
Verso mezzogiorno, Mussolini ricevette l’ambasciatore del Giappone, il segretario De Cesare telefonò al Quirinale dicendo che il Duce desiderava conferire con il Re, infine ricevette Bastianini dicendogli di preparare un progetto per dichiarare Roma città aperta.


Alle 14 uscì da palazzo Venezia e andò a visitare le macerie del Tiburtino che appariva quello di sempre.
Dopo pranzo Mussolini rientrò a casa per cambiarsi. Indossò un vestito blu con un cappello marrone e così uscì per l’ultima volta da Villa Torlonia, per correre in contro al suo destino.

Dal Re l’incontro durò meno di 20 minuti, ripeto, con la pistola sotto un cuscino e con Puntoni dietro un uscio ad origliare (una cosa da operetta. Forse il monarca prevedeva la reazione di un energumeno imbizzarrito) pronto ad intervenire nel caso le cose si fossero messe male. Il Re, ricordiamolo, era alto come un bambino o come tre lattine di Coca Cola, se si preferisce ed una persona di statura normale poteva sembrargli un gigante).
Uscendo, Mussolini cercò la sua macchina ma l’auto era stata fatta allontanare e un carabiniere si avvicinò e lo avvertì che per ordini superiori dioveva invitarlo a salire su un’altra vettura. Alle parole: “è per la Vostra incolumità” e il Duce si limitò a rispondere “non ci credo!“. Salì sull’autoambulanza senza opporre resistenza.

E’ già accaduto sia in pace, sia in guerra, che un ministro sia dimissionato e un comandante silurato ma è un fatto unico, nella storia, che un uomo che per 21 anni aveva servito il Re con assoluta lealtà sia fatto arrestare sulla soglia della casa privata del Re, poi costretto a salire su un’autoambulanza della Croce Rossa col pretesto di sottrarlo ad un complotto e condotto ad una velocità pazza prima in una, poi in un’altra caserma dei Carabinieri.

Ma esiste un retroscena poco noto.
Gli eventi precipitano velocemente. C’è l’ 8 settembre, l’armistizio, la fuga del Re a Brindisi, Roma occupata immediatamente dai tedeschi, il pericolo della ritorsione tedesca.
Il colonnello Giovanni Frignani, il capitano Aversa e tutti i Carabinieri fedeli al Re che avevano partecipato all’arresto di Mussolini sono cercati in ogni dove dalle SS scatenate da Kesselring; Mussolini stesso vuole la testa di Frignani e la moglie Lina chiede aiuto ad un’amica germanica (Helena Hoen) per cercare di temperare il giudizio che gravava sulla testa del marito carabiniere. Ma l’ordine di arresto – ad ogni costo – era già stato emesso dallo stesso Hitler che da tempo voleva spazzare via tutta la marmaglia che circondava il Duce.
Il 15 settembre 1943 l’Arma dei Carabinieri Reali venne sciolta e i soldati italiani furono deportati in Germania. Molti dei carabinieri coinvolti nell’arresto e altri dell’Arma furono trovati e caricati su carri bestiame e portati in Germania. Si parla di 4 o 5mila uomini.

Non appena accadde l’evento dell’armistizio tra l’Italia e gli Alleati i tedeschi fecero scattare l’operazione Asse. Un piano militare gigantesco che prevedeva la cattura dell’esercito militare italiano e la deportazione in campi speciali in Germania e nell’Europa orientale.
Gli italiani erano colpevoli di aver interrotto la guerra a fianco di Hitler e di aver firmato l’ armistizio dell’ 8 settembre, rovesciando il regime.
Da subito, l’Italia fu spaccata in due.
A sud fu costituito il Governo minuscolo dal Re, Badoglio e pochi altri fedeli, al nord Mussolini fu liberato dai tedeschi sul Gran Sasso e rimesso in corsa con la costituzione del Governo di Salò insediatosi a Gargnano, sul lago di Garda.
Nel caos della guerra i soldati italiani erano stati disseminati su diversi fronti: dalla Francia alla Russia, dalle basi navali del Mar Baltico a isole dell’Egeo e del Peloponneso.
80 divisioni: un milione e mezzo di uomini, la metà dei quali dislocata fuori dai confini della patria. Le operazioni trovarono i nostri soldati totalmente impreparati, specialmente i comandanti di reparto.
Per fare un esempio, sopra Trento una camionetta con 4 uomini tedeschi prese prigioniera una caserma di 11mila uomini.


Molti riuscirono a fuggire in mezzo a 1000 traversie, ma 600mila furono presi e deportati nei campi di concentramento.
Nel frattempo, 7 o 8 fascisti repubblichini riuscirono ad ottenere informazioni su dove si poteva nascondere Frigani: in v. Panama. Irruppero e cercarono il Carabiniere dappertutto. Scassinarono porte, armadi, cassetti senza alcun scrupolo mettendo a soqquadro tutta la casa senza trovarlo.

Il tel. colonnello era riuscito fortunosamente ad entrare in clandestinità con l’aiuto di alcuni commilitoni.
Tra le varie operazioni di Frignani, divenuto responsabile del servizio informazioni del fronte di Resistenza clandestino dei Carabinieri, c’è il recupero del carteggio Mussolini-Petacci e dei diari dal 1937 al 1943. Questo materiale era stato sottratto alle sorelle Petacci nell’agosto del 43, durante il loro tentativo di fuga. A Frignani venne dato il compito di copiare questo materiale, ma non c’era tempo, tempo per nascondersi e nemmeno per rileggere quanto copiato, quindi si pensò di sotterrare il materiale nel giardino del Comando di viale Liegi.
Riuscirà poi a recuperare i documenti, classificati – di importanza primaria – dopo varie vicissitudini. Per raccontare solo questa fase si potrebbe fare un libro. Ma la situazione intanto era precaria.
Il 22 gennaio 1944 cominciò a correre voce che i tedeschi stessero per lasciare Roma; gli Alleati completarono le operazioni incontrastate degli sbarchi di Anzio e Nettuno.
Il 23 gennaio, in un clima di quasi euforia per l’arrivo degli Alleati, Frignani era in casa in vestaglia quando suonarono alla porta.
La moglie andò ad aprire e una pistola le fu puntata allla testa con la frase in un italiano stentato: “Polizia germanica!“.
Un signore in borghese si presentò alla testa di 8 o 10 persone armate e in un lampo tutto era finito. Tutti furono arrestati e portati in v.Tasso. La moglie e una amica furono rilasciate il giorno dopo ma Frignani era accusato di tradimento e rischiava la fucilazione, dopo essere stato torturato pesantemente per giorni.

Il 22 febbraio 1944, l’istruttoria tedesca giunse al termine e ormai si attendeva solo il verdetto di Kesselring per l’esecuzione capitale di Frignani, del cap. Raffaele Aversa e del magg. Ugo De Carolis.

A marzo le cose risultarono più complicate: gli Alleati ebbero 1000 difficoltà.
A Cassino, 46 Diavoli Verdi tedeschi fermarono un fronte di 50mila americani.
Da Nettuno gli americani non si muovevano e gli italiani mossero le prime frasi sarcastiche nei loro confronti: “americani, resistete! verremo noi a salvarVi!“.

Il 23 marzo 1944, alle ore 15,45, una grossa bomba ad orologeria di tritolo e ferro scoppiò in v. Rasella, proprio mentre la moglie Lina e l’amica Helena Hoen erano in v. Tasso dove sembrava che potessero ottenere qualche risultato per i malcapitati.
Kappler, deus ex-machina di v. Tasso, conttattò i suoi superiori Kesselring e Mackensen sul da farsi. Il resto è storia.
Frignani, Aversa e De Carolis furono vittime della strage delle Fosse Ardeatine.


verso la caduta: fino all’ultimo

… e oltre.


Dopo il bombardamento di Ciampino sappiamo che Mussolini si recò dal Re. Siamo al 20 luglio.


Questa cosa mi fa morire: sempre da solo, come un grullo qualsiasi, senza che nessuno lo accompagnasse. Possibile? Mah.
Forse si sentiva sicuro. Come andare da un amico.
Il Sovrano gli chiese notizie, previsioni sul futuro del Fascismo; qui il Duce non seppe rispondere e il monarca prese posizione promettendogli che sarebbe stato in grado di far uscire il Paese dal conflitto entro la prima metà di settembre.
Un piano preciso e ordinato. Superato un primo momento di stupore si appoggiò pesantemente allo schienale della poltrona dove era seduto e chiese: “chi prenderà il mio posto?” – “Vedremo. per il momento ho pensato a Badoglio…” rispose il Re. Ma ci sono tracce che ai suoi subordinati da giorni aveva comunicato che Badoglio avrebbe sostituito Mussolini in tutte le cariche.
Ma come? Fai un atto di entrata in scena e lo fai ancora con delle bugie? Ma che persona sei?
Possibile che a Mussolini non sia giunta nessuna voce? Neanche ad un qualsiasi fascista? Intanto il 21 riceve voci, prove e documenti che Grandi sta ordendo un complotto ai suoi danni e che lo colpirà nel Gran Consiglio. Gli è stato detto che il conte di Mordano è arrivato a Roma lunedì 20 e lavora ad un ordine del giorno da sottoporre al Capo del Gran Consiglio.
Quindi Mussolini sa.


Vi si chiede la fine del regime e il ritorno del potere al Re. Grandi ha un piano: rompere subito l’alleanza con la Germania e, se necessario, combatterla.
Sempre il 21, Carlo Scorza, segretario del Partito, convoca la seduta del Gran Consiglio per il 24, tra tre giorni.
Persino Clara Petacci ha lasciato scritto che a mezzogiorno del 21 luglio ebbe tra le mani una bozza dell’ordine del giorno Grandi, confessando la sua grande sorpresa.
A Palazzo Venezia fu proprio Grandi a mostare l’ordine del giorno a Scorza che rimase sbigottito. Ma c’è ancora di più. Grandi vede in giornata Mussolini ancora una volta per consegnargli ufficialmente un volume di 300 pagine, proprio mentre a Palazzo Venezia è presente anche il Capo dello Scacchiere sud d’Italia: il gen. Albert Kesselring. Curioso e poco noto.


Nelle sue memorie il gen. tedesco scriverà che vide Grandi uscire dall’ufficio del Duce dopo essersi trattenuto per oltre due ore e ricorda Mussolini dire una frase sconcertante: “abbiamo parlato francamente e lavoriamo sulla stessa linea! Mi è completamente fedele!“. Poi lo ha visto contrarsi improvvisamente e dolorosamente sull’addome, impressionandolo.
Grandi deve averlo giostrato e imbarbagliato alla grande, oppure il Duce non ha capito affatto.
Perchè Mussolini ha lasciato scritto un commento così positivo sull’uomo che stava per abbattere il suo potere e distruggerlo?
Mistero.
Però il giorno 22, un appunto autografo rivela che giudica l’Ordine del Giorno inammissibile e, addirittura, vile.
Perchè qui Mussolini si contraddice sull’incontro con Grandi? Vuole forse coprire qualcosa? Ma se ritiene “inammissibile” l’Ordine del Giorno del conte di Mordano perchè non lo fa arrestare?
Con telefonate e visite di routine la giornata passa e siamo al 23 luglio.

Prende piede la tesi che Grandi abbia preparato due ordini del giorno; – il primo, con toni molto vellutati, da presentare al Duce e a certi membri sicuramente contrari;
– un secondo, per sè e pochissimi altri con la verità più cruda e le proposte fatali.
Da ricordare che il Gran Consiglio non si riuniva dal 1939 ed aveva potere solo consuntivo e i suoi pareri non erano vincolanti. Roma tutta però sentiva che qualcosa era nell’aria. Qualcosa era trapelata chiaramente.

Ora è il 24. Nella seduta, dove non esistono foto di sorta, dove non esiste verbalizzazione alcuna, rimangono solo testimonianze personali, ma, dopo 70 anni, è stato scoperto un verbale dove si riporta che la seduta ha avuto sempre un clima incandescente, che è stata interrotta per tre volte a causa della malattia del Duce e che lo ha visto sempre poco ciarliero e dimesso, infine che un gerarca ha addirittura estratto una pistola urlando.
Tuttavia, analizzandolo meglio, c’è da chiedersi come può essere che un documento tale sia rimasto sepolto per oltre 70anni e poi si fa notare un dettaglio sbagliato: l’anno fascista comincia il 22 ottobre di ogni anno ed è scritto invece “XXII”, ma siamo ancora nel 21esimo.
Questo verbale allora è falso? E chi lo ha scritto? Con quale scopo?
Comunque, dopo Mussolini, Grandi parlò appassionatamente del suo Ordine del Giorno chiedendo di restituire al Sovrano il comando delle Forze Armate e suscitando contrasti verbali fortissimi, poi un nuovo colpo di scena: Mussolini compie una scelta apparentemente suicida. Invece di dibattere due altri ordini del giorno a Lui sicuramente più favorevoli ordina di votare l’Ordine di Grandi.

Alle prime luci del 25 luglio il risultato parla chiaro: 19 sì, 8 no ed 1 astenuto. L’Ordine del Giorno Grandi è approvato dalla maggioranza. Il Duce si ritira nella stanza attigua con alcuni fedelissimi che lo invitano ad arrestare tutti gli oppositori ma Lui dice no: invita alla prudenza, ripete che molto dipenderà dal Re. Strano. Perchè subito dopo telefona a Claretta dichiarando che “la stella si è oscurata: è finito tutto!”. Quindi tutto gli è chiaro. Fin troppo.

Un’altra considerazione.
Dato che il Gran Consiglio, per definizione risaputa, non aveva valenza assoluta, con potere solo consuntivo ed i suoi pareri non erano vincolanti, come mai allora il Governo è caduto?
Come mai, solo per un ordine del giorno contrario, ha generato una crisi di Governo?

L’indomani aveva già l’appuntamento col Re per capire se poteva esistere la possibilità di una conferma della fiducia.
Alle 4 di notte rientrò a casa confidando alla moglie Rachele che tutto era concluso e che sarebbe dovuto andare a Villa Savoia in borghese; in borghese per aver un tono più dimesso – ma non troppo – perchè la guerra era stata una responsabilità non solo sua ma anche del Re che lo aveva spalleggiato. Dopo un breve sonno di qualche ora, alle 8 era già verso Villa Savoia. In borghese.
Una domanda. Perchè da solo? Come un pirla abbacchiato? Perchè non c’era neanche una guardia, un fascista di rango, ad accompagnarlo?
Hitler si muoveva sempre con almeno 8 SS agguerrite attorno, mentre invece Mussolini girava da solo? Veramente strano.
Così che se un antifascista lo avesse incontarto poteva sparargli come ad un piccione ferito…per strada. Una tremenda ingenuità capitale. Mah.
Un’altra curiosità. Se i tedeschi sapevano già tutto perchè non hanno fatto nulla? Cosa costava loro arrestare il Re, tutti gli oppositori e i generali a loro favorevoli?
L’impressione generale è che qui Mussolini sia stato abbandonato da tutti, senza nessuna protezione.
Un altro particolare non noto. Probabilmente, il giorno 23, nella Villa Badoglio c’era stato un incontro tra il Maresciallo Graziani e Badoglio stesso, probabilmente per delineare le nuove posizioni del dopo-Fascismo. Graziani si era incontrato di sfuggita anche con Mussolini poche ore prima della seduta, dichiarando la sua lealtà nei suoi confronti.
Ma, attenzione: secondo una testimonianza Badoglio andò alle 7 di mattina (???) a Villa Savoia, poco prima di Mussolini che, secondo la testimonianza di Enrico Mangione – centralinista del Quirinale – riporta un fatto inspiegabile avvenuta sotto la torre della Milizia: la macchina del Duce girò ripetutamente attorno ad un aiuola… più volte. Perchè? Ebbe un ripensamento? Voleva tornare indietro? L’auto continuò a girare ancora poi riprese la marcia ed entrò in Villa Savoia, fece scendere Mussolini poi si allontanò. Perchè non lo aspettò per il ritorno? Sapeva forse qualcosa?
Qui alcune decine di Carabinieri ed un’autombulanza aspettavano nascoste sul retro. Un altro esempio di viltà.
Fatemi scrivere che questo che descrivo è un mondo di tradimenti e traditori e fuggitivi. Comunque, è un colpo di Stato.

Il Re riceve Mussolini. Sono da soli nella stanza. Dei due solo Mussolini lascerà una testimonianza dell’incontro che giace in un archivio audio tedesco.
Mussolini non sa di altri due particolari: la pistola, che il Re aveva nascosto sotto un cuscino del divano e la persona, dietro la porta, che origliava e lo stava facendo per ordine preciso del Re.
Era l’aiutante di campo Paolo Puntoni che rivelò che i due parlarono ad alta voce, poi ad un certo punto bisbigliarono, come temendo che qualcuno potesse ascoltare. Cosa si dissero?
Poi i fatti, come li conosciamo. L’arresto all’uscita e la telefonata fatta a Badoglio di conferma. La corsa folle verso una caserma, poi in un’altra, dei Carabinieri.
Nelle prime ore del mattino del 25 non vi sarà nessuna iniziativa nè da parte della Milizia, nè del Partito. Ri-strano. Forse ancora alla ricerca di una spiegazione convincente.
Il decreto reale-ministeriale del 26 luglio riporta un inciso: – il Re revoca il cav. Benito Mussolini dalle sue funzioni – a sua domanda -. Un tentativo di sgravio di fronte ai tedeschi?
Ma gli inganni non sono ancora finiti.
Ancora più inquietante è il biglietto che Badoglio fa consegnare a Mussolini.

Il sottoscritto, Capo del Governo, tiene a far sapere a V.E. che quanto è stato eseguito nei Vostri riguardi è unicamente dovuto al Vostro personale interesse, essendo giunte da più parti precise segnalazioni di un serio complotto verso la Vostra Persona.

Spiacente di questo, tiene a farVi sapere che sono disposto a a dar ordini per il Vostro sicuro accompagnamento coi dovuti riguardi, nella località che vorrete indicare -.

Incredibile. L’ambasciatore a Berlino spiega che avrebbe votato a favore dell’Ordine del Giorno Grandi (c’era anche lui al Gran Consiglio?) solo perchè la cosa era da considerare la prosecuzione di una discussione tenutasi giorni prima, alla presenza del Duce.
Dunque non pensava ci fossero problemi.
Una cosa è chiara. Mussolini ha sempre saputo della piega che gli eventi stavano prendendo e dei partecipanti alla partita.


Grecia. un brutta storia

Roma 26ott.

Mussolini ha deciso di far scattare il piano “Emergenza G” alle prime luci dell’alba.
Il Maresciallo di stato Badoglio, capo di Stato Maggiore Generale, è riuscito ad ottenere dal Duce una proroga di 48 ore.
italiani-a-durazzoL’obiettivo finale è quello di occupare l’intero territorio greco: dall’Epiro a Salonicco, ad Atene, al Peloponneso, alle isole dell’Egeo e dello Ionio.
Ad Atene i vertici politici e militari ignorano completamente l’imminenza dell’attacco italiano.
Quello stesso 26 ottobre, un sabato, nella sede dell’ambasciata di Atene si vivono ore di drammatica attesa.
In mattinata, un telegramma da Roma ha annunciato che nel corso della giornata sarebbero seguite comunicazioni cifrate urgenti e segretissime. Roma riprende le trasmissioni in codice al tramonto.
grazziProprio quel giorno,  l’ambasciatore italiano ha invitato a cena esponenti politici greci per festeggiare la tradizionale amicizia tra Italia e Grecia. “Mi sentivo arrossire” – ricorda Grazzi –  al pensiero che mentre si offriva una cena ai greci,  a Roma era maturato il disegno di pugnalarli alle spalle”.
Solo a tarda notte è possibile visionare il testo completo del lungo dispaccio inviato (alle ore 3:00).
Il telegramma di Mussolini è un perentorio ultimatum italiano alla Grecia (visionabile in news del 28ott.).
ita-a-durazzo1In assenza di accettazione delle proposte fatte, le truppe italiane, alle 6 antimeridiane, avrabbero avuto l’ordine di invadere il territorio greco.

Che cosa è accaduto a Roma per indurre Mussolini ad inviare un ultimatum?

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Il Duce e gli alti Comandi italiani hanno maturato la decisione dell’attacco in soli tre giorni: dal 12 al 15 ottobre.

 

ita-a-durazzo2Nella mattinata del 15 ottobre Mussolini ha convocato una riunione segreta e, sentito il parere favorevole del Comandante Superiore in Albania, Visconti Prasca, ha dato gli ordini esecutivi.

Due gli esclusi dal vertice ristretto: il Capo di Stato maggiore della Marina, Ammiraglio Cavagnari e quello dell’Aeronautica, generale Pricolo. Ad aggiornare gli assenti penserà il maresciallo Badoglio 2 giorni dopo, in una riunione al Comando Supremo.
Badoglio illustra a tutti i desideri del Duce e afferma che il comando delle operazioni contro l’Epiro  è delegato alle forze dislocate in Albania. Gli viene fatto notare che le truppe inviate in settembre in Albania, però, non sono granchè: sono troppo poco addestrate. Sono truppe di stanza, non da attacco.
Badoglio fa spallucce, glissando la nota.

grecia-arta

Una volta occupato, il comandante di Albania chiederà tre divisioni di rinforzo che dovranno sbarcare nel golfo di Arta per poi proseguire verso Atene.
La Marina, che era stata tenuta completamente all’oscuro di tutto, si trova investita di due compiti decisivi: uno sbarco immediato a Corfù ed uno a Preveza, da lì a 15 giorni.
Mentre per il primo incarico non dice di no, per il secondo si oppone con tutte le sue forze, per motivi tecnici: il fondale è troppo basso.
mussolini1Ecco un primo ostacolo a Mussolini, a Prasca e imposto anche a Badoglio. Il rifiuto della Marina fa cadere subito ogni probabilità di successo per l’operazione G, ammesso che queste possibilità poi esistessero davvero. “Dato che anche l’aeronautica chiede una proroga – dice Badoglio – a questo punto spetta al Duce prendere una decisione definitiva, avendo lui la responsabilità del comando“.

soldato-ita-con-mulo

Dal diario di Ciano, di quei giorni (in breve).

15ott.     Presso il Duce a Palazzo Venezia, ha luogo una riunione per l’affare greco. Vi partecipano Badoglio, Roatta, Soddu, Jacomoni, Visconti Prasca ed io. La riunione è stenografata. Dopo, a P. Chigi, parlo con Ranza e Visconti Prasca, che mostrano il loro piano militare e con Jacomoni, che espone la situazione politica. Dice che in Albania l’attesa è vivissima ed entusiastica.

17ott.   Viene a vedermi il Maresciallo Badoglio e mi parla con grande serietà dell’azione in Grecia. I tre Capi di Stato Maggiore si sono unanimemente pronunziati contro.
Le forze attuali sarebbero insufficienti e la Marina non ritiene di poter eseguire alcun sbarco a Prevesa perché i fondali sono troppo bassi. Tutto il discorso di Badoglio ha un’intonazione pessimistica: prevede il prolungarsi della guerra e con esso l’esaurimento delle nostre magre, magrissime risorse.

18ott. (sera) Mussolini si infuria come una bestia. Dice che andrà personalmente in Grecia “per assistere all’incredibile onta degli italiani che hanno paura dei greci”. Intende marciare a qualunque costo e se Badoglio, che è dubbioso, darà le dimissioni le accetterà seduta stante.

25ott.  von Mackensen comunica intanto qualche maggior
particolare sui colloqui di Hitler coi Francesi e con gli Spagnoli e annuncia la stipulazione di un protocollo segreto tripartito colla Spagna. Il Duce manda una lettera al Gen. Visconti-Prasca: il colpo di sperone sull’ostacolo.

27ott.   Gli incidenti in Albania si moltiplicano: ormai c’è aria di vigilia di azione. Non si tengono più.

28ott.   Le cose sembra che vadano bene. Nonostante il tempo cattivo le truppe marciano con celerità, anche se manca l’appoggio dell’aviazione.
giornali-greciI quotidiani escono con la notizia dell’ultimatum già consegnato al Governo greco; a Mussolini i greci rispondono “OXI”, che significa NO. Metaxas fa leva sull’onore della nazione; l’ordine della mobilitazione è generale.

 

I retroscena segreti.

Dice uno storico: “paradossalmente i rapporti con la Grecia erano stati fino a quel momento abbastanza buoni; le mire espansionistiche di Roma erano semmai verso la Jugoslavia e non certo verso la Grecia. Soltanto nell’estate del ’40, dopo che la nostra offensiva preparata contro la Jugoslavia era stata fermata dal desiderio di Hitler di non provocare incidenti nei Balcani, successe che il gruppo di Ciano premette fortemente perchè si attaccasse la Grecia e così seguirono una serie di provocazioni, di una straordinaria stupidità, ordite dai gerarchi fascisti e dagli uomini di Ciano contro la Grecia che avevano come effetto di far crescere un’indignazione popolare autentica in Grecia senza avere nessuna eco in Italia.
attacco-allincrociatore-grIl culmine di queste provocazioni fu l’attacco proditorio all’incrociatore greco Helli, che fu affondato da un sottomarino italiano, rimasto ufficialmente ignoto, ma chiaramente individuato dai resti del siluro lanciato nel culmine di una festa religiosa, popolarissima in Grecia, il 15 agosto 1940. Il sottomarino italiano Delfino aveva sparato 4 siluri di cui solo uno colpì la nave vicino alle caldaie, causando l’incendio che determinò l’affondamento. Nell’episodio morirono 9 ufficiali e altri 24 furono feriti (ndr. team557)*.
annunci-greci-28ottIl fatto destò in Grecia una sorpresa assoluta. La situazione mostrava due aspetti ben distinti. Da una parte c’era il regime dittatoriale di stampo fascista di Metaxas che rischiava di vacillare sotto la minaccia dell’aggressione italiana, dall’altra vi era il popolo greco, che in maggioranza era contrario al regime, però davanti alla possibilità di un’invasione italiana si doveva raccogliere attorno a Metaxas. Gli inglesi, alleati da tempo della Grecia, spingevano il Governo greco a resistere agli italiani.
D’altra parte a Metaxas non rimaneva altro che una resistenza ad oltranza.
L’aggressione della Grecia apriva un terzo fronte principale per le Forze armate italiane che erano già impegnate pesantemente in Africa settentrionale (secondo fronte), dove Graziani aveva già marciato su Sidi el Barrani e dove stava avanzando verso l’Egitto.
Il primo fronte, per importanza, era il Mediterraneo ove la Marina e l’Aviazione cercavano di acquisire il controllo completo contro la flotta inglese.
E, come se non bastasse, 170 aerei erano stati anche mandati contro l’Inghilterra (un quarto fronte?).

Questa dispersione di forze era originata dalla convinzione dei politici e militari romani che la guerra fosse ormai sicuramente decisa con la vittoria tedesca e che all’Italia rimanesse solo il mettere le mani su alcuni pegni in previsione del trattato di pace. L’opposizione all’Italia era dato dall’appoggio di tutti i partiti al Governo Metaxas con la copertura della flotta inglese nel Mediterraneo.
Il 28ott. intanto le forze contrapposte, a scapito di quanto sostenuto dai reporter inglesi, erano 120mila italiani contro 90mila greci (e non 30mila!).
L’approccio iniziale dell’invasione non fu esattamente da “gita scolastica“, come era stato prospettato da qualche comandante di reparto. Il tempo estremamente piovoso, la mancanza di appoggio aereo, i rifornimenti difficoltosissimi e, non ultimo, la tenace resistenza greca, hanno disegnato l’immediato futuro di una battaglia all’insegna dell’impreparazione dei Comandi e dei soldati italiani che nessuno dei protagonisti aveva desiderato.
Le difficoltà nascevano dal fatto che le truppe italiane erano troppo distaccate dalle loro basi e i rifornimenti divenivano sempre più radi e irti di difficoltà; le strade erano pantano ovunque; poi c’era stato lo smacco della sostituzione delle armi.
Un fatto strano. Fino a tre giorni prima (quindi al 25ott) i reparti che erano stati addestrati per usare mitragliatrici Breda, si sono visti sostituire all’ultimo momento, queste armi con la mitragliatrice Fiat14, un’arma antiquata e poco funzionale, che i soldati non conoscevano affatto; poi la 35, il fucile G91 e pochissimi mortai. Questo era tutto l’armamento. I soldati li chiamavano “i fucili a tappi”.
Ma la cosa incredibile che ad alcuni ufficiali, all’atto della partenza per la Grecia, non è stata consegnata l’arma di ordinanza, oppure è stata consegnata scarica. Senza munizioni. Tanto che alcuni si sono dovuti fermare in armerie nel pressi del porto per acquistare, con soldi personali (189 lire), alcuni caricatori con l’assicurazione che però, una volta in battaglia, le munizioni poi sarebbero poi state disponibili.

* Dopo la guerra, l’Italia, come compensazione per l’affondamento dell’incrociatore Helli ha inviato l’incrociatore Eugenio di Savoia.
La notizia della responsabilità dell’affondamento fu inizialmente mantenuta ignota per non scatenare focolai di una guerra che poi è scoppiata 2 mesi più tardi.


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