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pericolo.
Pavelic ferito in un incontro segreto.

Per l’ex presidente della Croazia nazista la pace finì nel 1957 quando, all’improvviso, fu ferito da sei colpi di pistola. L’attacco avvenne mentre stava tornando a casa, dopo una riunione segreta, in Calle Mermoz 643, nella località portegna di Lomas del Palomar. L’aggressione, con armi da fuoco, fu realizzata da agenti comunisti jugoslavi, anche se poi non è mai stato ufficialmente dimostrato. Pavelic si salvò per miracolo ma non si riprese più dalle lesioni causate dagli spari. Ferito gravemente ricevette i primi soccorsi e poi si architettò un piano di evacuazione per condurlo fuori dal Paese. Non si conoscono i dettagli della fuga. Tuttavia, grazie ad alcuni dati e fonti affidabili, sembra che si sia spostato in Patagonia prima di scappare in Spagna. La domanda sorge immediatamente, perché in Patagonia? Perché aggiungere migliaia di chilometri in più alla sua fuga e in quelle condizioni di salute?
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Hitler and friends

A guerra finita, in Paraguay, come da qualsiasi altra parte del sud america, le cariche più alte del nazismo in esilio non comprarono mai casa, vivevano sempre in proprietà in affitto o in case date in prestito da amici.
La maggior parte di loro arrivarono da soli e alcuni, anzi, molti sposarono donne paraguayane con le quali ebbero figli.
Ciò permetteva loro di acquisire più facilmente la cittadinanza e di integrarsi meglio. Sempre però con la possibilità di uscire da problemi eventuali in 30 secondi. Sapevano che la possibilità era sempre dietro l’angolo.
Specialmente dopo che s’era diffusa la notizia del colpo del Mossad con Eichmann. Qualcuno si teneva sempre a distanza prudente dal telefono per non perdere istanti preziosi. «A qualcuno è toccato fuggire per una telefonata arrivata di notte, con addosso ancora il pigiama; si è buttato sopra un cappotto ed è corso via. Non si è più visto!» raccontava un vicino di casa di Kubish, un ex-capitano delle SS. Quando c’era sentore di facce nuove in giro, dai cassetti uscivano i documenti più o meno falsi per l’espatrio veloce.

Come nel caso di Ante Pavelic, che in questi giorni ho spesso citato nelle news o nei war report. Dopo essersi rifugiato in Argentina, nel 1947, dal settembre di quell’anno, vestito con il saio francescano, giunse a Buenos Aires a bordo della nave Andrea C, di bandiera italiana. per entrare nel Paese utilizzò un passaporto della Croce Rossa Internazionale sotto il falso nome di Aranyos Pal.
Pochi giorni prima, come riporta la scrittrice e giornalista Alicia Dujovne Ortiz, nel quotidiano argentino la Naçión, “dieci giorni dopo l’incontro in Vaticano fra Papa Pio XII ed Eva Perón, ovvero il 5 luglio 1947, Ante Pavelic, capo pro-nazista dello Stato della Croazia e responsabile della morte di 800mila persone nei campi di concentramento di Labor, Jablanca, Mlaka, Brescika, Ustica, Stara Gradiska, Jastrebarsko, Gorja Rijeka, Koprivnika, Pag y Senj, ottenne il visto per ri-emigrare in Argentina, dove arrivò a settembre vestito da prete e con il nome falso. Sempre via-Vaticano, come sempre.
Motivo per cui i servizi segreti di Intelligence americana non lo arrestarono“.
Pavelic, grande amico di Hitler, mise in piedi il sedicente Governo Croato in esilio, di cui fu leader insieme con altri ex funzionari di quella nazione.

Fino alla caduta del governo di Perón, quando gran parte dell’entourage finì in Paraguay dal sud del Paese, attraverso la città di Posadas per giungere alla località di Encarnación, attraversando il fiume Paraná, per poi rifugiarsi nel Dipartimento di Itapúa.
Hitler e signora, almeno inizialmente avrebbero alloggiato nella casa di Albert Krug, un fanatico nazista, commerciante della colonia tedesca Hohenau, a Itapúa. Ma, per moltissimi, gli spostamenti avvennero nell’arco di 5 giorni.
Oggi si direbbe: “con le chiavi della macchina sempre in mano...”.

Ciò che dava una certa sicurezza la perfetta funzionalità della rete di informatori che teneva sempre sott’occhio ogni minima variazione dei cambiamenti in loco. Ogni tedesco residente nelle comunità anche in quelle meno numerose, era un adepto degli informatori. Nelle zone più popolate tutti facevano a capo ad un centro-radio, ovviamente costruito con tutti i crismi Telefunken ed doviziosamente occultato il più possibile. Anche questo prontamente removibile e trasportabile.
Accadde in un paesino vicino a Comodoro Rivadavia che arrivò un segnalazione di una ricerca in atto, che era più che altro un rastrellamento della polizia locale, nel 1956. La stazione radio-nazi, che fungeva da ponte con un’antenna di quasi 18m, venne smontata da due persone in 2 ore e mezza e fatta sparire. Tutta la bassa frequenza, i trasmettitori, i registri riservati sparirono quasi all’incanto. Arrivarono 3 macchine, caricarono tutto e i tedeschi svanirono nel nulla. Un sistema collaudatissimo ed efficientissimo che permetteva loro di installare e rimuovere il tutto in brevissimo tempo.
Da considerare però che in ascolto c’era sempre qualcuno in più punti ed una notizia importante poteva essere radio diffusa in quasi tutta la nazione nel giro di pochi minuti. Questo era la tecnologia più valida perchè in moltissime zone periferiche il telefono non era ancora arrivato, per via soprattutto delle grandi distanze da superare.
In aggiunta si è rilevato dopo molto tempo che alcune località non siano state censite fino ai primi anni 60 dal governo, I villaggi fondati dalle comunità tedesche erano negli anni 40-60 estremamente chiuse, ammettevano solo pochi fedeli locali e si approvvigionavano solo via camion. Niente posta governativa. Niente arrivi inaspettati. Se qualcuno doveva arrivare, se n’era informati prima. Via-radio, appunto.

Un fatto.

All’inizio degli anni ’50 Hitler doveva visitare alcuni pazienti ricoverati in una clinica patagonica di Comodoro Rivadavia, il fine di una settimana. La cittadina è nel centro sud dell’Argentina e la visita del Fuhrer avrebbe occupato non più di mezz’ora, diciamo, di sabato.
Beh, di questo ne erano informati da Cordoba (sopra Buenos Aires) a Puerto Santa Cruz (nel sud dell’Argentina) dal martedì precedente.
Qualcuno, molti anni dopo la morte del leader nazista, raccontò che era stato organizzato un servizio di sicurezza mostruoso. Degno di quelli migliori organizzati per le parate ed i discorsi ufficiali del Fuhrer, a Berlino, nel 1940.

Gli amici, spesso sanno aiutarti molto.


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la signora Shaffer
Hernan Ancin: intervista

Una signora settantottenne, che oggi non è più, di nome Eugenia Shaffer si dimostrò bene informata e per niente riluttante a parlare, al contrario di quasi tutte le altre persone, specie se di origine tedesca.
“E’ bene che sappia la verità: Hitler non si suicidò. Arrivò in Argentina in sottomarino a San Antonio Oeste e visse in un podere nei pressi di Bariloche”. La signora Eugenia ricorda anche che sapeva della tenuta Flugel dove si riunivano i nazisti.
Una volta volevamo andare. Con me c’era gente tedesca che sapeva di Hitler e voleva vederlo, ma in quei giorni c’erano incontri importanti e le guardie armate non ci fecero passare“.

Un suo amico, l’aviatore Boheme, dovette andare – o meglio dire – tornare da Hitler perchè era molto malato, assicurò e di seguito disse che il Fuhrer morì mentre si organizzavano le operazioni di aiuto. Alla fine la signora aggiunse che il suo corpo venne trasportato in aereo da un gruppo, di cui fece parte anche Boheme e il pilota Ulrich Rudel, verso una destinazione sconosciuta. “Eravamo all’inizio degli anni ’60“, disse Eugenia Shaffer, aggiungendo che tutte quelle informazioni gliele aveva dato lo stesso Boheme e che le aveva assicurato di averle confidate solo a lei.

Notizia pubblicata sul quotidiano La Mañana del Sur, 12 ott 1998.

 

 

Una volta (Ante) Pavelic mi chiamò e, arrivato nella sua stanza, feci capolino dalla porta. Mi fece segno di entrare e a quel punto mi accorsi che c‘era anche Hitler “.
Hernan Ancin

Uno stralcio dell’intervista è anche reperibile su YouTube qui.

Hernan Ancin: Lo conobbi quando si incontrava con (Ante) Pavelic, in un edificio in costruzione a Mar del Plata, nel 1953.
Io lavoravo per Pavelic come carpentiere.
D.:    In quel momento, lei sapeva chi fosse Pavelic?
H.A.:    All’inizio no. Si faceva chiamare “Don Lorenzo”, ma da una guardia del corpo venni a sapere che era stato Presidente della Croazia. Pavelic stava costruendo un edificio di quattro piani a Mar del Plata e già ne aveva fatto un altro di otto o nove, vicino al casinò di Calle Lamadrid y Colòn. Io, sulla guerra, avevo sentito parlare di Hitler e Mussolini. Mai di Pavelic. Con lui ho avuto rapporti di lavoro per un anno e mezzo. Non ricordo la data esatta, ma iniziai a lavorare per lui a metà del 1953 fino a settembre o ottobre del 1954.
D.:    E quando vide Hitler?
H.A.:    Deve esser stato verso la fine del ‘53. Venne là, al cantiere, per parlare con Pavelic. Arrivò a piedi con tre guardie del corpo e la sua signora. Praticamente lo portavano in braccio perché lui a malapena camminava. Dopodiché lo vidi diverse volte.
D.:    Si rese conto subito che si trattava di Hitler?
H.A.: Sì, per l’aspetto. Ma io qualcosa già avevo sospettato da prima, pensavo che in quel posto accadeva qualcosa di grande, che là c’era qualcosa di più… quando lo vidi mi resi conto. Tempo dopo una delle guàrdie del corpo di “Don Lorenzo” mi confermò che là si riunivano il Presidente della Croazia e della Germania. Ma a quel punto io Hitler lo avevo già riconosciuto.
D.:    Aveva lo stesso aspetto o aveva subito interventi di chirurgia plastica?
H.A.:    Fondamentalmente lo stesso… bianco, capelli corti, tagliati tipo militare. Senza baffi…
D.:    Lei poteva muoversi liberamente in queste occasioni?
H.A.:    C’erano le guardie del corpo, ma io ero un uomo di fiducia di Pavelic… potevo perfino interrompere una riunione, non avevo restrizioni in questo senso.
D.:    Concretamente, questi incontri dove avvenivano?
H.A.:    Al pian terreno dell’edificio in costruzione di Mar del Plata. Il posto (dove si incontravano Hitler e Pavelic) era praticamente finito. In seguito divenne l’Hotel San Bur, e, alla fine, fu trasformato in un condominio.
D.:    Cosa ricorda di questi incontri?
H.A.:    Hitler, quando veniva in visita, alzava la mano così (alza il pugno chiuso della mano destra con il braccio steso). Pavelic si avvicinava e metteva la sua mano sopra al pugno di Hitler, avvolgendolo nel palmo. Dopo si sorridevano e Pavelic dava le pacche a Hitler. Questo era sempre il saluto, così si salutavano. Poi arrivava la moglie di Pavelic, una signora di Còrdoba di nome Maria Rosa Gel. Lei faceva la riverenza a Hitler e diceva “felici gli occhi che la vedono”. Lo stesso saluto si ripeteva con la compagna di Hitler.

Questo tipo di saluto sembra somigliare a quelli delle cerimonie, chiamati “di contatto”, molto comuni fra i membri di una loggia segreta (N.d.A).
Maria Rosa Gel non era di Còrdoba ma di Santiago (Ricerche dell’autore).

D.:    Quante volte ha visto Hitler?
H.A.:    Cinque o sei volte.
D.:    Com’erano questi incontri?
H.A.:    Per prima cosa s incontravano nella hall dell’edificio e, dopo poco, in una stanza che avevo già ultimato. C’erano un tavolo, quattro sedie — fatiscenti, le avevo sistemàte io e un armadio. Hitler si sedeva di fronte a Pavelic e rimanevano a parlare delle loro cose. La donna di Pavelic praticamente non interveniva. Serviva il caffè. La donna di Hitler rimaneva in silenzio, parlava molto poco con quella di Pavelic e sorrideva appena. Hitler aveva un modo speciale di guardare Pavelic, sembrava lo contemplasse…
D.:    Parlavano in spagnolo?
H.A.:    La donna di Hitler non ricordo, presumo che qualcosa di castigliano lo parlasse perché almeno ringraziava del caffè quella di Pavelic. Hitler parlava spagnolo, con difficoltà e con un forte accento tedesco.
D.:    Quando fu l’occasione in cui stette più vicino a Hitler?
H.A.:    Una volta Pavelic mi chiamò e, arrivato nella stanza, feci capolino dalla porta. Mi fece segno di entrare e a quel punto mi accorsi che c’era anche Hitler. Le guardie del corpo, che già mi conoscevano, mi lasciarono passare senza problemi. M’invitarono a sedermi al tavolo e la signora Pavelic mi offrì un caffè. Hitler stava prendendo il caffè e un’altra bibita con Pavelic. A quel punto Pavelic disse a Hitler “è il carpentiere che mi fa i lavori nell’edificio”. Hitler mi guardò e mi fece un cenno, un saluto. Non accennò a darmi la mano, né a conversare né niente. Solo questo movimento della testa e un sorriso.
D.:    È sicuro che fosse Hitler?
H.A.:    Sì, sì. Completamente ed assolutamente sicuro.
D.:    Se Hitler si muoveva in questo modo, non potrebbe averlo visto molta gente?
H.A.:    Guardi, nell’edificio in cui s’incontravano stavamo lavorando in pochi. Inoltre a Mar del Plata, si spostava sempre dentro una macchina…
D.:    Dove viveva?
H.A.:    All’epoca lo avevo visto in una casa che stava dietro il Parco San Martin, una vecchia casa mal tenuta, stile coloniale, in mattoni. Non so se la casa c’è ancora. Là ho visto la macchina all’interno e i custodi alla porta. Ma non ho la certezza che vivessero là, potevano essere di passaggio.
D.:    Che pensa adesso?
H.A.:    Penso che Hitler fosse prigioniero di un sistema militare che, nella migliore delle ipotesi creò politicamente lui stesso. È l’idea che mi sono fatto osservando la sua personalità. I suoi occhi erano gentili, non aveva uno sguardo duro. Al contrario Pavelic aveva lo sguardo duro, penetrante, occhi scuri. Hitler aveva gli occhi chiari, uno sguardo gentile, tranquillo e molto educato.
A differenza di Pavelic che era un uomo rude.
D.:    Lei crede che il quel momento Hitler fosse un uomo “finito”?
H.A.:    Sì, era malato e lo portavano a braccia per i suoi spostamenti.
D.:    Quando smise di vederlo?
H.A.:    Da Mar del Plata sparirono, Hitler e Pavelic, nel mese di Agosto o Settembre del ‘54.
D.:    Prima non ha mai raccontato questa storia, come mai adesso sì?
H.A.:    sarebbe stato difficile fare da “apripista” in quel momento, adesso invece sono passati molti anni.
D.:    Ma lei sapeva che erano informazioni molto importanti…
H.A.:    Sì, ma non gli davo importanza tale da parlarne in giro. Per di più, a quell’epoca, dei campi di concentramento
— di cui si dà la colpa a queste persone — non si sapeva quasi nulla. Adesso invece si conosce la mole degli orrori della guerra.
D.:    Essendo in quel momento l’uomo più ricercato del mondo, era rischioso andare a spasso con Hitler per Mar del
Plata…
H.A.:    Esatto. Ma, in realtà, lui era sempre in auto… io credo che Hitler fosse protetto perché i servizi d’Intelligence dovevano saperlo che Hitler era in Argentina. Credo che le grandi potenze lo proteggessero nell’eventualità di una guerra fra Stati Uniti e Russia. Hitler sarà anche stato cattivo però era stato seguito da tutto il popolo tedesco.
D.:    Non le fa fatica adesso credere che, in alcune occasioni, è stato alla presenza di Hitler?
H.A.:    Sono sicuro che fosse Hitler, non ho mai fatto fatica a crederlo.
D.:    Lo ha mai visto passeggiare per Mar del Plata?
H.A.:    Non l’ho mai visto camminare per strada, andava sempre in auto, tranne una volta. Fu sulla costa, scese dalla macchina e si fermò a guardare il mare. Era un uomo che, nelle condizioni in cui era, non poteva camminare molto. La signora praticamente lo teneva per mano. Lui trascinava i piedi.
D.:    Hitler si muoveva liberamente?
H.A.:    Secondo me era un uomo molto controllato dalle sue guardie del corpo. Gli imponevano persino degli orari quando parlava con Pavelic. Parlavano fra di loro, poi una delle guardie dava come l’impressione di dire “basta, andiamo!” e se ne andavano.
D.:    Crede che avesse molto denaro?
H.A.:    No, non credo. Io credo che altri gestissero il suo denaro. Addirittura la stessa opera di Pavelic si fermò per mancanza di fondi.
D.:    Crede che Hitler fosse malato?
H.A.:    Si. Credo avesse problemi circolatori.., era molto pallido, molto bianco…
D.:    Prendeva qualche tipo di medicinale?
H.A.:    No, almeno io non l’ho mai visto prendere farmaci.
D.:    Sembra conservare un buon ricordo di Hitler…
H.A.:    L’impressione personale che ho di lui — soltanto a vederlo — era buona, anche se ciò non toglie che abbia
commesso degli orrori in guerra. Traggo le mie conclusioni da quello che ho vissuto e ho visto.


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